Un primo dolore le venne dalle lettere di Ariele piene di tristezza
e di scoraggiamento. Egli accennava senza precisare a lotte diuturne
che lo prostravano. Non scriveva mai a lungo: le sue pagine, anche
quelle d’amore, erano formate da frasi a scatti, con una mancanza
quasi assoluta di aggettivi, chiare e disadorne; qualche volta fredde
ma attraversate da improvvisi slanci di passione; da una sola parola
violenta, turbatrice, simile a un bagliore di lampo. Conservava,
scrivendo, il pronome rispettoso in terza persona quale era stato
adottato per tacito accordo nei loro colloqui e che diffondeva sulla
loro intimità quel velo di pudore tanto caro alla loro delicatezza;
ma come nei colloqui, anche nelle lettere il _tu_ a volta prorompeva,
ripreso, riabbandonato, con una alternativa di movimenti così caldi
di vita e di sincerità che davano a quei fogli un palpito di cuori.
Una volta una lettera di tenore austero, dove in ogni parola trapelava
la sofferenza, finiva bruscamente, come un singhiozzo: “Oh! potessi
piangere almeno sul tuo seno adorato!„
Quel giorno ella sentì più che mai la penetrazione del sentimento
amoroso nelle cellule riposte del suo essere, dove è il deposito santo
della pietà; pianse con lui, per lui, pensando essere le lagrime il
cemento che rende tangibile l’ideale e imperituro il sogno; dolci
lagrime che l’amore imbeveva di tutti i suoi aromi, che le sfioravano
le guancie con un sapore di baci consacrati e le cadevano in petto come
fossero le lagrime stesse di Ariele. Ariele le raccolse nella calda
risposta di lei rimandandole un nuovo grido del suo cuore esulcerato:
“Non so ora se soffro più per me o per te„.
L’amata partì.
Egli andò ad incontrarla alla stazione, quando scese dal treno in un
morente vespero di settembre, e i loro primi sguardi si evitarono,
smarriti, quasi come il giorno in cui si erano trovati lassù,
all’entrata del bosco, non amandosi ancora e già trepidi del mistero
che sfiorava le loro fronti. Moena appariva molto cambiato. Il pallore
del suo nobile viso aveva preso una tinta cerea; la signora se ne sentì
il cuore stretto. Ella non volle servirsi della carrozza e preferì
attraversare i giardini a piedi per stare più a lungo con lui. Sperava
di trovarvi una solitudine che rammentasse ad entrambi i bei giorni del
passato. Ma si ingannò.
I giardini a quell’ora erano attraversati da turbe di operai che
uscivano dagli opifici, di ragazze impertinenti e ciarliere. Cercò
coll’occhio un sentiero appartato e non le riuscì di trovarne uno.
Dovunque, all’ombra delle magnolie, presso la fontana, dietro i
cespugli delle azalee, nei grandi viali di ippocastani, intorno
ai piccoli laghi, dovunque era folla di pupille curiose, di bocche
schernitrici e scioccamente e volgarmente maligne.
— Non ci potremo parlare, — disse scoraggiata.
— No, nè qui nè altrove, — rispose Moena senza guardarla.
Errarono un po’ incerti, presi da un malessere irritante. Nuova
gente continuava ad affluire dai cancelli; non era così ch’ella aveva
immaginato quell’incontro e una grande malinconia scendeva sulla sua
irritazione. Perchè egli non parlava? Disse ancora:
— Ma infine che cos’ha?
— Sono stanco.
— Stanco?
— Di lottare, di soffrire.
— Ed io?
Voleva aggiungere: Sono io nulla? non posso nulla? Due ragazze si erano
fermate a guardarla. Era la sola signora che si trovasse a quell’ora
nei giardini. Mormorò pianissimo:
— Andiamo, andiamo, è impossibile rimanere qui. Ma verrà, nevvero,
verrà a dirmi tutto?
— Verrò.
— Domani?
— Domani.
Affacciandosi più tardi a una finestra del suo salotto che dava sulla
via, le parve di vederlo rasentare lentamente il sentiero opposto.
Era veramente lui? o l’ombra del suo desiderio? La via era deserta, la
finestra bassa; ella si chinò facendo schermo delle mani alla bocca,
mormorando: Domani! L’ombra assentì col capo.
E furono finalmente soli nel salotto recondito, caldo ancora dei loro
ultimi colloqui. Moena giunse prima che fosse notte, nell’ora dolce
della sera che avvolge le cose in un fluido misterioso. Nessuno dei due
aveva preparate le parole, nessuno dei due disse ciò che voleva dire,
intimiditi dalla lontananza che li aveva divisi, tanto intimi e pure
ancora ignoti l’uno all’altro.
Ritrovarono la commozione iniziale che aveva congiunte le loro anime,
resa più ardente e più profonda dalle memorie del passato non lontano;
e se pure il bisogno delle confidenze tumultuava nei loro cuori le
bocche restavano mute, dissuggellate appena da qualche parola che
rispondeva troppo imperfettamente a ciò che sentivano.
Stando così in dolcissimo spirituale congiungimento sembrava loro che
a parlare avrebbero sempre tempo, mentre quello era tempo d’amarsi in
silenzioso ardore, cogli occhi e colle labbra anche, ma senza la voce
che precisa in un suono materiale la celeste armonia delle anime e dei
sensi.
— E di che soffre?
Questa la prima domanda che l’amata susurrò presso il volto pallido del
suo amico.
— Di tutto. Di questo amore....
— Ma io soffro con lei, lo sa. Soffro più di lei....
— Non più di me.
— Io ho la disperazione di esserle così lontana!
— Ed io quella di sapere che ho incontrato l’unica donna mia troppo
presto per me, troppo tardi per lei....
Con un grande schianto ella replicò:
— La sua via è lunga; incontrerà ancora.
— Oh! non lo dica. Accade una sola volta, e non a tutti, di trovare il
vero amore.
Ella pensò con uno schianto più grande ancora quanto sia facile
l’inganno e l’illusione al cuore dei giovani, ma non lo disse. Mormorò
invece pianissimo:
— Noi non siamo solamente fuori della legge, lo sa, siamo fuori della
natura.
— E che importa se ci accontentiamo?
— Ma non ci accontentiamo, — concluse l’Unica lentamente, solennemente,
in profonda tristezza.
Tacquero. La notte era scesa, il salotto si riempiva di ombre; ella si
mosse per schiudere la luce.
— Restiamo così, — disse Ariele arrestandola con un gesto.
La sua voce era velata. China la fronte sull’omero dell’Unica sembrava
riposare in soave dolcezza come uno che da gran tempo non riposa, e
lei, sovrastandogli col capo, muta lo riguardava alla tenue chiarità
del cielo che per la finestra aperta rompeva appena le tenebre con un
lontano riflesso lunare. Sentiva l’amata la gravità dell’ora adducente
una fase nuova al loro affetto e desiderosa di cimentare il proprio
coraggio gli alitò sul volto: — Parli.
Ma non era forse abbastanza densa la notte per ombrare il pudore di
quel grande affanno che trapelava nell’abbandono del giovane. Senza
far motto ella gli si strinse da presso accarezzandogli la fronte
e le palpebre, nascondendolo contro il suo cuore. Soffi di eternità
passarono in quell’amplesso.
— Lei non mi conosce, — disse Moena staccandosi lentamente,
riprendendosi.
Un gran gelo strinse l’Unica ai lombi, le salì alla strozza: egli
le era tuttora assai vicino per sentire che tremava. Era vero. Non
lo conosceva. La rapida ascensione del loro amore, quella vampa che
l’aveva investita senza quasi lasciarle il tempo di difendersi, aveva
anche soffocato in lei la naturale curiosità. Ignorava troppe cose di
lui, del suo passato, della sua vita. Nei loro dolci colloqui non vi
era stato posto che per il sogno; giungeva forse l’ora del risveglio?
Ma la trepidazione durò un attimo e la fiamma la cinse ancora, bramosa,
sitibonda di spasimi. Mormorò in un rantolo: — Chiunque tu sia!
Moena non rispose subito. Nel silenzio che seguì il pulsare dei loro
cuori preludiava solo l’angoscia della confessione.
— Quando le apparvi, — egli disse finalmente, — nel salotto signorile
aperto ai fortunati della vita, ricorda? potevo sembrare anch’io
uno di quei fortunati. Come da un vascello appena varato gli ottoni
luccicavano al sole e il pavese sventolava baldanzoso. Non ho avuto io
il coraggio di sfidare uno di quei signori perchè aveva insultato la
mia patria?
— Ebbene, questo coraggio lo avrebbe ancora.
— Non so.... Io mi domando ora se fui pazzo a riporre la mia fede in
una causa che non ha seguaci, a credere amici miei, amici del mio
ideale, gente ambiziosa e vile pronta a rinnegare il proprio credo
quando il credo non risponde all’interesse: m’illudevo di avere con me
un esercito di volonterosi e non era che un branco di assoldati. Oh! è
terribile essere solo!
— Ma questo non è un demerito; nessuna ombra ne può venire a lei, se
pur molto dolore.
— Ombre ha sempre la disfatta.
— Dai disinganni si risorge, agli errori si ripara.... Vi fosse pure
una colpa, la sincerità delle intenzioni la scusa.
L’Unica pronunciò queste ultime parole affacciata a possibilità
mostruose che non osava precisare. Moena sempre più triste soggiunse:
— Certe colpe che non sono forse le più gravi nella vita di un giovane
la società non le perdona. Lei stessa se mi vedesse un giorno, un
prossimo giorno, esposto al pubblico disprezzo....
— No!
— Se fossi obbligato a lasciare questa città, a nascondermi.... a
portare lontano la mia miseria e lai mia vergogna....
Ondate di tenerezza e di affanno schiantavano il cuore dell’Unica.
Una sensibilità sovracuta le faceva provare in quell’istante la stessa
impressione di inafferrabilità che l’aveva assalita una sera sotto il
fascino giovanile della bellezza di Ariele. Come aveva sentito allora
i limiti impotenti della voluttà, così la sofferenza la stringeva ora
ne’ suoi ferrei nodi ed ella vi si dibatteva incatenata fra i due poli
estremi dell’amore e del dolore dove la creatura mortale si frange
nella sua miseria.
— Ma che avvenne? — implorò con un gemito.
— Io ho tutto perduto. Sono un vinto. Il tradimento di colui che
credevo il più fido de’ miei compagni ha attirato su di me la estrema
misura dell’estradizione. Non potrò più rimettere il piede sulla mia
terra.
— Questa è una gloria! — gridò l’Unica. — È la palma dei martiri.
Moena tacque. Nel buio della stanza fatto più profondo la linea della
bella persona, tutta racchiusa e muta, emanava un inquietante fluido di
mistero. Ella quasi prona ai suoi ginocchi, divinando, mormorò:
— Non è tutto.
Un sospiro di Ariele, passò nell’aria ripetendo:
— Non è tutto.
E allora, col volto inabissato nelle mani di lei, a scatti, a pause
penose, raccontò la folle giovinezza e le imprudenze che gli avevano
fatto perdere tutto ciò che rimaneva del suo patrimonio affidandosi a
falsi amici, trascinato dall’amore di patria nel quale voleva redimersi
delle passate leggerezze e degli anni perduti; disse la somma di forze
e di lavoro date alla santa missione lottando, solo, sconosciuto, nella
grande città che egli sognava di attrarre al suo ideale e i fili di
congiungimento che finalmente era riuscito a stabilire e che il decreto
di esilio spezzava per sempre, lasciandolo alle prese con un groviglio
di speranze deluse, di interessi lesi che si sarebbero rivoltati contro
di lui sotto la pressione brutale della lotta per la vita. Tutto non
disse, ma ciò che l’orecchio non raccolse l’anima amante intese.
— Amico mio, vorrei poter dare in questo istante alla sacra parola
amico il suo significato più profondo e più ardente per dedicarla a te!
Tante, troppe donne hanno già detto di amarti; te lo diranno ancora. Io
voglio oltrepassare questa misura limitata dell’amore umano. Io voglio
essere tu! E poichè soffri ora spasmodicamente, voglio soffrire anch’io
per te, con te, inondarmi di tutte le tue lagrime, sanguinare di tutte
le tue ferite. Mio povero fanciullo, che cosa posso fare?
Si comprendevano così sempre in una meravigliosa intuizione dei
loro sentimenti che se egli paventò per un istante il pericolo di
una offerta, ella nella mente di lui ne lesse la ripugnanza e senza
precisare, senza insistere, con atto umile e semplice soggiunse:
— Venga sempre da me quando soffre. Mi prometta questo almeno.
— Oh! non vorrei che mi vedesse in certi momenti della mia vita....
— Perchè? Perchè? — angosciosamente ella chiese:
— Momenti che non può nemmeno immaginare.
Si passò una mano sulla fronte. L’amata ne indovinò vagamente il gesto
nell’ombra. Disse ancora lui (e la voce era sempre più fioca):
— Ricorda quando la lasciai dopo i giorni del nostro incontro lassù?...
il mio turbamento, che ella prese per freddezza, nell’ora dell’addio?
— Sì, ricordo.
— Avevo ricevuto una notizia grave, la prima di un seguito disastroso,
di una infinita sequela di guai.
— Denaro? — mormorò l’Unica col più fievole dei suoi accenti, quasi
per nascondere il vocabolo brutale, per mitigarne la stonatura in quel
soave concerto delle loro anime.
— Anche denaro, — sospirò Moena.
Pronunciato da loro, nella oscurità del salotto che li rendeva
invisibili l’uno all’altra, il simbolo di ogni volgarità sembrava
uscire dalla sua forma plebea per rivestirsi di un candore che era
significato di fiducia intera. Si sentivano per tal modo maggiormente
legati, come nel denudamento di una ferita, come se un nuovo velo fosse
stato tolto al mistero del tempo in cui non si conoscevano, acquistando
di minuto in minuto la sicurezza che potevano confidarsi qualunque
segreto nella fusione assoluta dei loro cuori e della loro coscienza.
Egli le aveva detto una volta ai primi giorni della nascente simpatia:
“Crede lei che si ami una donna, che la si ami profondamente, per la
sua sola bellezza?„ Allora non si era soffermata su questo pensiero, ma
ecco che ora lo comprendeva con una rispondenza di tutto il suo essere.
Cercò nel buio la mano di Ariele accarezzandola dolcissimamente,
esclamando piano a più riprese:
— Poveretto! Poveretto! — e c’era più amore in quel lamento che non nel
più caldo bacio. Soggiunse dopo una pausa: — Un’altra cosa ancora aveva
promesso di dirmi nell’ora dell’addio, la ricorda, quella?
— E poi? — fece Ariele turbato, — se ne ricevesse una cattiva
impressione?
— Come sarebbe possibile? Non ci dobbiamo noi intera sincerità?
— La vuole?
— Assolutamente. Non deve farmi anche piacere?
— Un poco, forse.
Ariele sembrava pentito, esitava. Ma ella lo investì con insolita
prepotenza amorosa:
— Voglio!
La voce di Ariele non aveva più suono; l’Unica colle braccia tese si
protendeva tutta verso di lui, ansando, ascoltando:
— Poichè è la sola prova d’amore che posso offrirle se mai un giorno
ella avesse a dubitare della sincerità de’ miei sentimenti, le dirò
dunque che per venire a raggiungerla lassù, per la gioia di restarle
vicino, ho compiuto un sacrificio del quale mi è impossibile descrivere
in poche parole il valore. Lei però deve comprendermi. Io, per la
prima volta in vita mia, ho umiliato la mia fierezza di gentiluomo, ho
infranto il voto di non separarmi mai da una sacra reliquia paterna, ho
salito le scale del luogo dove i più miserabili vanno a cercare l’obolo
per sfamarsi.... L’anello che mio padre morendo mi pose al dito, dove
per crudele ironia è impresso lo stemma della mia famiglia....
— Perduto! — gridò l’Unica.
— L’ho riscattato in questi giorni.
La penosa confessione aveva esaurito il giovane. Con voce roca e fioca
tentò di aggiungere una parola che non gli riuscì di pronunciare. Fu
ancora lei che la indovinò, fu lei che posandogli una mano sulla bocca
volle risparmiargli l’umiliazione ultima, ma lo aveva appena tocco che
si ritrasse sgomentata. Le labbra di Ariele erano fredde.
Balzò in piedi e corse ad aprire la chiave della luce elettrica. Ah!
quel volto! Egli stava riverso, col capo abbandonato, le palpebre
chiuse in un languore mortale. Le fini linee della guancia e del
profilo, assottigliate in un ritiro improvviso del sangue, apparivano
marmoree, accentuando l’espressione di immaterialità che lo rendeva
simile in quell’istante a un deposto dalla croce. Si riscosse
accorgendosi che l’amata andava in cerca di soccorso.
— Non chiami nessuno, — implorò.
— Vado io....
— No, resti. Non mi occorre nulla, non voglio nulla. Resti presso a me,
lei sola.
Con atto di infinita stanchezza le posò la testa in grembo. Ella
conosceva quell’atto che era tra i più intimi della loro intimità e le
era il più caro per il tenero significato di fiducia che racchiudeva
nel suo abbandono quasi infantile; ma vedendolo grandemente abbattuto
volle che maggior agio trovasse sulle sue ginocchia e ve lo adagiò
supino, reggendogli la nuca sul proprio braccio col gesto pietoso della
divina Madre.
Quale mai Calvario aveva egli percorso? Quali cadute lo avevano
prostrato? Da quali, da quanti amari calici era sceso il tossico e
l’assenzio a violare il fiore delle sue labbra? Molte cose egli aveva
dette, ma le più sottili, le più profonde rimanevano chiuse nel cavo
delle sue guancie emaciate, nella piega dolorosa della sua fronte dove
raggiava il pallore dei martiri, nell’arco dei suoi occhi dove moriva
un sogno di eroi.
Insensibilmente il giovane corpo cedeva alla dolcezza del riposo: le
membra rigide, le labbra socchiuse nel volto cereo gli dettero per un
momento un tale aspetto di cadavere che l’Unica, piegata su di lui,
credette di assorbirne l’estremo anelito e tutta conversa su quella
bocca che non osava baciare ne sfiorò appena il gelo in un lungo
appassionato lievissimo congiungimento, tentando di soffiarvi dentro
il proprio respiro; nè mai estasi d’amore felice scosse le viscere di
una donna come in quell’attimo sovrumano attraversato dai brividi della
morte.
Non così certo aveva pensato di ritrovarlo, non così lo aveva
vagheggiato nella ardente solitudine del desiderio; ma quanto ogni
gioia di accesa fantasia era sorpassata dal possesso di quell’anima
venuta a spirare fra le sue braccia! Era suo, tutto suo.
Con un tenero orgoglio, con una tacita sfida alla folla sconosciuta
di amici e di rivali che le contrastavano nell’ombra l’amore di
Ariele, ella sentiva il peso delle care membra gravare sul suo grembo
delicato, lo ascoltava, lo ricercava quel peso con squisita voluttà
femminile, mentre guardando il nobile volto che la sofferenza cingeva
di un’aureola indefinita le sembrò che la bellezza interna di Ariele,
tutto ciò che formava il nucleo e il fulcro della sua ragione d’essere,
chiusa oramai nel cerchio delle sue braccia, scendesse nell’anima sua
come nel suo naturale sepolcro.
Nimbate di luce nuova, splendide di un fulgore d’oro su fondo di
tenebre, le parole profetiche di Ariele le apparvero sciolte dai veli
misteriosi del destino. “Come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà.„
Era vero. Così, così!
Nuove forze di idealità si riversarono a fiotti nel suo cuore,
esaltandolo, trasportandolo in una magnifica assunzione. O mio Ariele,
— pensò, — chi ti ha amato, chi ti amerà mai come io t’amo?
Si chinò ancora una volta sulle labbra del giovane, le gentili labbra
che ella prediligeva sopra ogni altra sua materiale bellezza, le labbra
dalle quali era uscita la parola che prima l’aveva avvinta; e in un
delirio rapido e folle, in un acuto desiderio di congiungimento eterno,
la possibilità che egli le morisse veramente tra le braccia ed ella con
lui le attraversò lo spirito come una liberazione divina.