X.

Un primo dolore le venne dalle lettere di Ariele piene di tristezza

e di scoraggiamento. Egli accennava senza precisare a lotte diuturne

che lo prostravano. Non scriveva mai a lungo: le sue pagine, anche

quelle d’amore, erano formate da frasi a scatti, con una mancanza

quasi assoluta di aggettivi, chiare e disadorne; qualche volta fredde

ma attraversate da improvvisi slanci di passione; da una sola parola

violenta, turbatrice, simile a un bagliore di lampo. Conservava,

scrivendo, il pronome rispettoso in terza persona quale era stato

adottato per tacito accordo nei loro colloqui e che diffondeva sulla

loro intimità quel velo di pudore tanto caro alla loro delicatezza;

ma come nei colloqui, anche nelle lettere il _tu_ a volta prorompeva,

ripreso, riabbandonato, con una alternativa di movimenti così caldi

di vita e di sincerità che davano a quei fogli un palpito di cuori.

Una volta una lettera di tenore austero, dove in ogni parola trapelava

la sofferenza, finiva bruscamente, come un singhiozzo: “Oh! potessi

piangere almeno sul tuo seno adorato!„

Quel giorno ella sentì più che mai la penetrazione del sentimento

amoroso nelle cellule riposte del suo essere, dove è il deposito santo

della pietà; pianse con lui, per lui, pensando essere le lagrime il

cemento che rende tangibile l’ideale e imperituro il sogno; dolci

lagrime che l’amore imbeveva di tutti i suoi aromi, che le sfioravano

le guancie con un sapore di baci consacrati e le cadevano in petto come

fossero le lagrime stesse di Ariele. Ariele le raccolse nella calda

risposta di lei rimandandole un nuovo grido del suo cuore esulcerato:

“Non so ora se soffro più per me o per te„.

L’amata partì.

Egli andò ad incontrarla alla stazione, quando scese dal treno in un

morente vespero di settembre, e i loro primi sguardi si evitarono,

smarriti, quasi come il giorno in cui si erano trovati lassù,

all’entrata del bosco, non amandosi ancora e già trepidi del mistero

che sfiorava le loro fronti. Moena appariva molto cambiato. Il pallore

del suo nobile viso aveva preso una tinta cerea; la signora se ne sentì

il cuore stretto. Ella non volle servirsi della carrozza e preferì

attraversare i giardini a piedi per stare più a lungo con lui. Sperava

di trovarvi una solitudine che rammentasse ad entrambi i bei giorni del

passato. Ma si ingannò.

I giardini a quell’ora erano attraversati da turbe di operai che

uscivano dagli opifici, di ragazze impertinenti e ciarliere. Cercò

coll’occhio un sentiero appartato e non le riuscì di trovarne uno.

Dovunque, all’ombra delle magnolie, presso la fontana, dietro i

cespugli delle azalee, nei grandi viali di ippocastani, intorno

ai piccoli laghi, dovunque era folla di pupille curiose, di bocche

schernitrici e scioccamente e volgarmente maligne.

— Non ci potremo parlare, — disse scoraggiata.

— No, nè qui nè altrove, — rispose Moena senza guardarla.

Errarono un po’ incerti, presi da un malessere irritante. Nuova

gente continuava ad affluire dai cancelli; non era così ch’ella aveva

immaginato quell’incontro e una grande malinconia scendeva sulla sua

irritazione. Perchè egli non parlava? Disse ancora:

— Ma infine che cos’ha?

— Sono stanco.

— Stanco?

— Di lottare, di soffrire.

— Ed io?

Voleva aggiungere: Sono io nulla? non posso nulla? Due ragazze si erano

fermate a guardarla. Era la sola signora che si trovasse a quell’ora

nei giardini. Mormorò pianissimo:

— Andiamo, andiamo, è impossibile rimanere qui. Ma verrà, nevvero,

verrà a dirmi tutto?

— Verrò.

— Domani?

— Domani.

Affacciandosi più tardi a una finestra del suo salotto che dava sulla

via, le parve di vederlo rasentare lentamente il sentiero opposto.

Era veramente lui? o l’ombra del suo desiderio? La via era deserta, la

finestra bassa; ella si chinò facendo schermo delle mani alla bocca,

mormorando: Domani! L’ombra assentì col capo.

E furono finalmente soli nel salotto recondito, caldo ancora dei loro

ultimi colloqui. Moena giunse prima che fosse notte, nell’ora dolce

della sera che avvolge le cose in un fluido misterioso. Nessuno dei due

aveva preparate le parole, nessuno dei due disse ciò che voleva dire,

intimiditi dalla lontananza che li aveva divisi, tanto intimi e pure

ancora ignoti l’uno all’altro.

Ritrovarono la commozione iniziale che aveva congiunte le loro anime,

resa più ardente e più profonda dalle memorie del passato non lontano;

e se pure il bisogno delle confidenze tumultuava nei loro cuori le

bocche restavano mute, dissuggellate appena da qualche parola che

rispondeva troppo imperfettamente a ciò che sentivano.

Stando così in dolcissimo spirituale congiungimento sembrava loro che

a parlare avrebbero sempre tempo, mentre quello era tempo d’amarsi in

silenzioso ardore, cogli occhi e colle labbra anche, ma senza la voce

che precisa in un suono materiale la celeste armonia delle anime e dei

sensi.

— E di che soffre?

Questa la prima domanda che l’amata susurrò presso il volto pallido del

suo amico.

— Di tutto. Di questo amore....

— Ma io soffro con lei, lo sa. Soffro più di lei....

— Non più di me.

— Io ho la disperazione di esserle così lontana!

— Ed io quella di sapere che ho incontrato l’unica donna mia troppo

presto per me, troppo tardi per lei....

Con un grande schianto ella replicò:

— La sua via è lunga; incontrerà ancora.

— Oh! non lo dica. Accade una sola volta, e non a tutti, di trovare il

vero amore.

Ella pensò con uno schianto più grande ancora quanto sia facile

l’inganno e l’illusione al cuore dei giovani, ma non lo disse. Mormorò

invece pianissimo:

— Noi non siamo solamente fuori della legge, lo sa, siamo fuori della

natura.

— E che importa se ci accontentiamo?

— Ma non ci accontentiamo, — concluse l’Unica lentamente, solennemente,

in profonda tristezza.

Tacquero. La notte era scesa, il salotto si riempiva di ombre; ella si

mosse per schiudere la luce.

— Restiamo così, — disse Ariele arrestandola con un gesto.

La sua voce era velata. China la fronte sull’omero dell’Unica sembrava

riposare in soave dolcezza come uno che da gran tempo non riposa, e

lei, sovrastandogli col capo, muta lo riguardava alla tenue chiarità

del cielo che per la finestra aperta rompeva appena le tenebre con un

lontano riflesso lunare. Sentiva l’amata la gravità dell’ora adducente

una fase nuova al loro affetto e desiderosa di cimentare il proprio

coraggio gli alitò sul volto: — Parli.

Ma non era forse abbastanza densa la notte per ombrare il pudore di

quel grande affanno che trapelava nell’abbandono del giovane. Senza

far motto ella gli si strinse da presso accarezzandogli la fronte

e le palpebre, nascondendolo contro il suo cuore. Soffi di eternità

passarono in quell’amplesso.

— Lei non mi conosce, — disse Moena staccandosi lentamente,

riprendendosi.

Un gran gelo strinse l’Unica ai lombi, le salì alla strozza: egli

le era tuttora assai vicino per sentire che tremava. Era vero. Non

lo conosceva. La rapida ascensione del loro amore, quella vampa che

l’aveva investita senza quasi lasciarle il tempo di difendersi, aveva

anche soffocato in lei la naturale curiosità. Ignorava troppe cose di

lui, del suo passato, della sua vita. Nei loro dolci colloqui non vi

era stato posto che per il sogno; giungeva forse l’ora del risveglio?

Ma la trepidazione durò un attimo e la fiamma la cinse ancora, bramosa,

sitibonda di spasimi. Mormorò in un rantolo: — Chiunque tu sia!

Moena non rispose subito. Nel silenzio che seguì il pulsare dei loro

cuori preludiava solo l’angoscia della confessione.

— Quando le apparvi, — egli disse finalmente, — nel salotto signorile

aperto ai fortunati della vita, ricorda? potevo sembrare anch’io

uno di quei fortunati. Come da un vascello appena varato gli ottoni

luccicavano al sole e il pavese sventolava baldanzoso. Non ho avuto io

il coraggio di sfidare uno di quei signori perchè aveva insultato la

mia patria?

— Ebbene, questo coraggio lo avrebbe ancora.

— Non so.... Io mi domando ora se fui pazzo a riporre la mia fede in

una causa che non ha seguaci, a credere amici miei, amici del mio

ideale, gente ambiziosa e vile pronta a rinnegare il proprio credo

quando il credo non risponde all’interesse: m’illudevo di avere con me

un esercito di volonterosi e non era che un branco di assoldati. Oh! è

terribile essere solo!

— Ma questo non è un demerito; nessuna ombra ne può venire a lei, se

pur molto dolore.

— Ombre ha sempre la disfatta.

— Dai disinganni si risorge, agli errori si ripara.... Vi fosse pure

una colpa, la sincerità delle intenzioni la scusa.

L’Unica pronunciò queste ultime parole affacciata a possibilità

mostruose che non osava precisare. Moena sempre più triste soggiunse:

— Certe colpe che non sono forse le più gravi nella vita di un giovane

la società non le perdona. Lei stessa se mi vedesse un giorno, un

prossimo giorno, esposto al pubblico disprezzo....

— No!

— Se fossi obbligato a lasciare questa città, a nascondermi.... a

portare lontano la mia miseria e lai mia vergogna....

Ondate di tenerezza e di affanno schiantavano il cuore dell’Unica.

Una sensibilità sovracuta le faceva provare in quell’istante la stessa

impressione di inafferrabilità che l’aveva assalita una sera sotto il

fascino giovanile della bellezza di Ariele. Come aveva sentito allora

i limiti impotenti della voluttà, così la sofferenza la stringeva ora

ne’ suoi ferrei nodi ed ella vi si dibatteva incatenata fra i due poli

estremi dell’amore e del dolore dove la creatura mortale si frange

nella sua miseria.

— Ma che avvenne? — implorò con un gemito.

— Io ho tutto perduto. Sono un vinto. Il tradimento di colui che

credevo il più fido de’ miei compagni ha attirato su di me la estrema

misura dell’estradizione. Non potrò più rimettere il piede sulla mia

terra.

— Questa è una gloria! — gridò l’Unica. — È la palma dei martiri.

Moena tacque. Nel buio della stanza fatto più profondo la linea della

bella persona, tutta racchiusa e muta, emanava un inquietante fluido di

mistero. Ella quasi prona ai suoi ginocchi, divinando, mormorò:

— Non è tutto.

Un sospiro di Ariele, passò nell’aria ripetendo:

— Non è tutto.

E allora, col volto inabissato nelle mani di lei, a scatti, a pause

penose, raccontò la folle giovinezza e le imprudenze che gli avevano

fatto perdere tutto ciò che rimaneva del suo patrimonio affidandosi a

falsi amici, trascinato dall’amore di patria nel quale voleva redimersi

delle passate leggerezze e degli anni perduti; disse la somma di forze

e di lavoro date alla santa missione lottando, solo, sconosciuto, nella

grande città che egli sognava di attrarre al suo ideale e i fili di

congiungimento che finalmente era riuscito a stabilire e che il decreto

di esilio spezzava per sempre, lasciandolo alle prese con un groviglio

di speranze deluse, di interessi lesi che si sarebbero rivoltati contro

di lui sotto la pressione brutale della lotta per la vita. Tutto non

disse, ma ciò che l’orecchio non raccolse l’anima amante intese.

— Amico mio, vorrei poter dare in questo istante alla sacra parola

amico il suo significato più profondo e più ardente per dedicarla a te!

Tante, troppe donne hanno già detto di amarti; te lo diranno ancora. Io

voglio oltrepassare questa misura limitata dell’amore umano. Io voglio

essere tu! E poichè soffri ora spasmodicamente, voglio soffrire anch’io

per te, con te, inondarmi di tutte le tue lagrime, sanguinare di tutte

le tue ferite. Mio povero fanciullo, che cosa posso fare?

Si comprendevano così sempre in una meravigliosa intuizione dei

loro sentimenti che se egli paventò per un istante il pericolo di

una offerta, ella nella mente di lui ne lesse la ripugnanza e senza

precisare, senza insistere, con atto umile e semplice soggiunse:

— Venga sempre da me quando soffre. Mi prometta questo almeno.

— Oh! non vorrei che mi vedesse in certi momenti della mia vita....

— Perchè? Perchè? — angosciosamente ella chiese:

— Momenti che non può nemmeno immaginare.

Si passò una mano sulla fronte. L’amata ne indovinò vagamente il gesto

nell’ombra. Disse ancora lui (e la voce era sempre più fioca):

— Ricorda quando la lasciai dopo i giorni del nostro incontro lassù?...

il mio turbamento, che ella prese per freddezza, nell’ora dell’addio?

— Sì, ricordo.

— Avevo ricevuto una notizia grave, la prima di un seguito disastroso,

di una infinita sequela di guai.

— Denaro? — mormorò l’Unica col più fievole dei suoi accenti, quasi

per nascondere il vocabolo brutale, per mitigarne la stonatura in quel

soave concerto delle loro anime.

— Anche denaro, — sospirò Moena.

Pronunciato da loro, nella oscurità del salotto che li rendeva

invisibili l’uno all’altra, il simbolo di ogni volgarità sembrava

uscire dalla sua forma plebea per rivestirsi di un candore che era

significato di fiducia intera. Si sentivano per tal modo maggiormente

legati, come nel denudamento di una ferita, come se un nuovo velo fosse

stato tolto al mistero del tempo in cui non si conoscevano, acquistando

di minuto in minuto la sicurezza che potevano confidarsi qualunque

segreto nella fusione assoluta dei loro cuori e della loro coscienza.

Egli le aveva detto una volta ai primi giorni della nascente simpatia:

“Crede lei che si ami una donna, che la si ami profondamente, per la

sua sola bellezza?„ Allora non si era soffermata su questo pensiero, ma

ecco che ora lo comprendeva con una rispondenza di tutto il suo essere.

Cercò nel buio la mano di Ariele accarezzandola dolcissimamente,

esclamando piano a più riprese:

— Poveretto! Poveretto! — e c’era più amore in quel lamento che non nel

più caldo bacio. Soggiunse dopo una pausa: — Un’altra cosa ancora aveva

promesso di dirmi nell’ora dell’addio, la ricorda, quella?

— E poi? — fece Ariele turbato, — se ne ricevesse una cattiva

impressione?

— Come sarebbe possibile? Non ci dobbiamo noi intera sincerità?

— La vuole?

— Assolutamente. Non deve farmi anche piacere?

— Un poco, forse.

Ariele sembrava pentito, esitava. Ma ella lo investì con insolita

prepotenza amorosa:

— Voglio!

La voce di Ariele non aveva più suono; l’Unica colle braccia tese si

protendeva tutta verso di lui, ansando, ascoltando:

— Poichè è la sola prova d’amore che posso offrirle se mai un giorno

ella avesse a dubitare della sincerità de’ miei sentimenti, le dirò

dunque che per venire a raggiungerla lassù, per la gioia di restarle

vicino, ho compiuto un sacrificio del quale mi è impossibile descrivere

in poche parole il valore. Lei però deve comprendermi. Io, per la

prima volta in vita mia, ho umiliato la mia fierezza di gentiluomo, ho

infranto il voto di non separarmi mai da una sacra reliquia paterna, ho

salito le scale del luogo dove i più miserabili vanno a cercare l’obolo

per sfamarsi.... L’anello che mio padre morendo mi pose al dito, dove

per crudele ironia è impresso lo stemma della mia famiglia....

— Perduto! — gridò l’Unica.

— L’ho riscattato in questi giorni.

La penosa confessione aveva esaurito il giovane. Con voce roca e fioca

tentò di aggiungere una parola che non gli riuscì di pronunciare. Fu

ancora lei che la indovinò, fu lei che posandogli una mano sulla bocca

volle risparmiargli l’umiliazione ultima, ma lo aveva appena tocco che

si ritrasse sgomentata. Le labbra di Ariele erano fredde.

Balzò in piedi e corse ad aprire la chiave della luce elettrica. Ah!

quel volto! Egli stava riverso, col capo abbandonato, le palpebre

chiuse in un languore mortale. Le fini linee della guancia e del

profilo, assottigliate in un ritiro improvviso del sangue, apparivano

marmoree, accentuando l’espressione di immaterialità che lo rendeva

simile in quell’istante a un deposto dalla croce. Si riscosse

accorgendosi che l’amata andava in cerca di soccorso.

— Non chiami nessuno, — implorò.

— Vado io....

— No, resti. Non mi occorre nulla, non voglio nulla. Resti presso a me,

lei sola.

Con atto di infinita stanchezza le posò la testa in grembo. Ella

conosceva quell’atto che era tra i più intimi della loro intimità e le

era il più caro per il tenero significato di fiducia che racchiudeva

nel suo abbandono quasi infantile; ma vedendolo grandemente abbattuto

volle che maggior agio trovasse sulle sue ginocchia e ve lo adagiò

supino, reggendogli la nuca sul proprio braccio col gesto pietoso della

divina Madre.

Quale mai Calvario aveva egli percorso? Quali cadute lo avevano

prostrato? Da quali, da quanti amari calici era sceso il tossico e

l’assenzio a violare il fiore delle sue labbra? Molte cose egli aveva

dette, ma le più sottili, le più profonde rimanevano chiuse nel cavo

delle sue guancie emaciate, nella piega dolorosa della sua fronte dove

raggiava il pallore dei martiri, nell’arco dei suoi occhi dove moriva

un sogno di eroi.

Insensibilmente il giovane corpo cedeva alla dolcezza del riposo: le

membra rigide, le labbra socchiuse nel volto cereo gli dettero per un

momento un tale aspetto di cadavere che l’Unica, piegata su di lui,

credette di assorbirne l’estremo anelito e tutta conversa su quella

bocca che non osava baciare ne sfiorò appena il gelo in un lungo

appassionato lievissimo congiungimento, tentando di soffiarvi dentro

il proprio respiro; nè mai estasi d’amore felice scosse le viscere di

una donna come in quell’attimo sovrumano attraversato dai brividi della

morte.

Non così certo aveva pensato di ritrovarlo, non così lo aveva

vagheggiato nella ardente solitudine del desiderio; ma quanto ogni

gioia di accesa fantasia era sorpassata dal possesso di quell’anima

venuta a spirare fra le sue braccia! Era suo, tutto suo.

Con un tenero orgoglio, con una tacita sfida alla folla sconosciuta

di amici e di rivali che le contrastavano nell’ombra l’amore di

Ariele, ella sentiva il peso delle care membra gravare sul suo grembo

delicato, lo ascoltava, lo ricercava quel peso con squisita voluttà

femminile, mentre guardando il nobile volto che la sofferenza cingeva

di un’aureola indefinita le sembrò che la bellezza interna di Ariele,

tutto ciò che formava il nucleo e il fulcro della sua ragione d’essere,

chiusa oramai nel cerchio delle sue braccia, scendesse nell’anima sua

come nel suo naturale sepolcro.

Nimbate di luce nuova, splendide di un fulgore d’oro su fondo di

tenebre, le parole profetiche di Ariele le apparvero sciolte dai veli

misteriosi del destino. “Come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà.„

Era vero. Così, così!

Nuove forze di idealità si riversarono a fiotti nel suo cuore,

esaltandolo, trasportandolo in una magnifica assunzione. O mio Ariele,

— pensò, — chi ti ha amato, chi ti amerà mai come io t’amo?

Si chinò ancora una volta sulle labbra del giovane, le gentili labbra

che ella prediligeva sopra ogni altra sua materiale bellezza, le labbra

dalle quali era uscita la parola che prima l’aveva avvinta; e in un

delirio rapido e folle, in un acuto desiderio di congiungimento eterno,

la possibilità che egli le morisse veramente tra le braccia ed ella con

lui le attraversò lo spirito come una liberazione divina.

Rogo d'amore · 第 15 / 20 题