IX.

Una separazione ancora; calda, fremente, senza promesse, come l’altra.

— Potrò venire a trovarla? — aveva chiesto Moena all’ultimo istante.

No, non era possibile. La signora si ritirava ogni anno di quella

stagione in una sua terra dove tutti la conoscevano, dove era amata e

venerata, dove i suoi passi, i suoi gesti, le menome azioni della sua

vita semplice e pura si svolgevano in vista di un intero paese. Non era

possibile. Partì sola.

Forse in tale spontanea rinuncia si celava un occulto istinto di tregua

alla dolcezza dolorante delle carezze incomplete: a quella intimità

di tutti i giorni che pur conservandosi casta rimoveva in entrambi

torbide fiamme. Nelle ultime sere aveva avuto l’impressione precisa

di rasentare un abisso, e per quanto si ripetesse che ciò non poteva

essere, il brivido del pericolo le era rimasto nella carne commisto ad

una gioia profonda e spaventosa.

Molte volte era stata desiderata; molte volte aveva sorpreso nelle

pupille di un uomo quel lampo di divina follia che lo prostra tutto

intero, lui, il suo orgoglio e la sua volontà ai ginocchi di una donna;

e sempre tale atto le era apparso misterioso e solenne, come quei

magnifici spettacoli elementari che sollevano i turbini e le tempeste,

che scuotono la terra nelle sue viscere più profonde, che dai cieli

squarciati e dalle gonfie maree mandano a tutto ciò che vive il palpito

fraterno della natura creatrice.

E lei pure aveva desiderato. Risalendo il corso degli anni ritrovava

nella memoria antiche battaglie dalle quali era uscita vincitrice

portando stimmate gloriose di passione e di sacrificio; ma nel pensarvi

ora (e quanto vi pensava all’ombra tranquilla degli alberi testimoni

del passato!), sfogliando i suoi ricordi col gesto lento che stacca dal

cuore di una rosa i petali ad uno ad uno, era dal suo proprio cuore

che staccava le bende di ferite oramai chiuse e le lasciava cadere

davanti a sè, ammucchiandole, gettandovi a furia come dentro a un rogo

tanti fiori, tante lettere, tante dolci parole, e promesse e sospiri e

illusioni felici.

Sorgevano per incanto (là sotto gli alberi che avevano misurato i suoi

passi di bimba) i primi trionfi della sua bellezza nascente, i primi

sguardi, i primi avvertimenti del senso sperduto nei veli confusi

dell’innocenza. E le paure, i propositi, le lotte, gli accasciamenti,

i giorni della desolazione, le notti della insonnia, quando l’amore

uscendo dalla larva che lo mostra così dolce all’apparire le si era

rivelato nella sua potenza di dominatore tirannico e crudele. Tutto

sorgeva. Ma da questo scrigno della memoria dove ella aveva accumulato

e sepolto tesori di passioni le sue mani febbrili li andavano a

ricercare con una frenesia acre di sacrifizio. Tutto ella traeva

e tutto ella gettava in quel rogo fantastico: desideri, speranze,

sconfitte, trionfi; l’ebbrezza degli amati, la disperazione dei

respinti; tutto, tutto ciò che aveva sofferto, tutto ciò che aveva

fatto soffrire. E ancora: i rimpianti, i pentimenti, lo sdegno, la

pietà, le fatali nostalgie, i sottili veleni rimasti in fondo alle

passioni morte simili ai rottami che si lascian dietro i naufragi, che

le onde sollevano e sbattono sulle rive, sollevati da lei, sbattuti da

lei contro il suo cuore, ricadevano nel rogo, lo colmavano.

Era la sua esistenza intera svolgentesi sotto i suoi occhi che ella

guardava attraverso il nuovo incantesimo. Che via lunga! Come la

piccola sè stessa appena allacciata al sentiero cresceva ad ogni passo,

ad ogni passo tramutavasi; e il sentiero s’affondava in lontananze

nebulose dove alcune ombre passavano senza far rumore, dove non eravi

più luce di vita, ma solo un crepuscolo di ricordi affievoliti.

Si vedeva distesa in un ampio letto, più pallida delle trine che

la cingevano, così debole che mal sopportava l’impeto del sole

baluccicante sui vetri della finestra; e l’infermiera cauta, con scarpe

di panno, attraversava la camera per andare a sciogliere le cortine, —

se le rammentava ancora, azzurre, — che subito immersero la camera in

una soave penombra. Risentiva il torpore morbido delle membra abbattute

in seguito alla gran crisi della maternità, il languore delle vene

vuotate e l’aspetto diverso delle cose che si ripresentavano a’ suoi

sensi, dopo di avere rasentato l’abisso della morte. Che vi era più

per lei, allora, se non un andirivieni di persone sorridenti chine sul

suo letto e sulla piccola culla accanto, nell’odore aromatico della

camomilla e del pane bruciato, fra un incrociarsi di consigli e di

raccomandazioni fatte a bassa voce coll’indice sul labbro, al tinnire

lieve del cucchiaino d’argento contro gli orli della coppa nella quale

prendeva i primi alimenti?

Non credeva ella allora di avere compiuta la parabola ascendente de’

suoi giorni? di avere chiusa la sua vita di giovane donna? e che la

voce di quel piccolo essere suo (voce così nuova) dovesse sola oramai

destare le misteriose rispondenze del suo cuore?

Ricordava la lunghissima convalescenza, quando era così debole, così

debole che mai più avrebbe creduto di potersi reggere in piedi, e già

tentava d’acconciarsi ad una placida vita di infermuccia, a muoversi

adagino nel suo bell’appartamento, a passare le giornate tranquilla,

adagiata sulla poltrona, guardando il cielo attraverso i vetri, chi sa

per quanto tempo! per sempre forse?

Ricordava in modo singolare l’impressione avuta da un luminoso meriggio

sulla fine di marzo, con quella luce d’oro trasparente nel cobalto

dell’aria propria della stagione ventosa; e quella gaiezza impaziente

dei mandorli che fa sprigionare i fiori prima delle foglie; e le

folate di pollini misteriosi, di odorose pelurie roteanti a sciami

nei raggi del sole, sotto il volo delle rondini; e i terrazzi e i

balconi spalancati dove le donne affrancano con un filo di ferro i

vasi delle violacciocche; tutta la primavera sorridente intorno a lei,

alla sua giovinezza ammalata.... Ah! la sottile malinconia che l’aveva

presa scorgendo in un giardinetto due vecchie ritte a ciarlare tra le

aiuole di prezzemolo novellino; ritte su due piedi e salde, mentre lei

non poteva abbandonare la sedia a sdraio.... Ridevano, le vecchie,

accentuando le rughe dei loro volti incartapecoriti, coi cernecchi

grigi che danzavano nel vento; e un giovane can volpino ubriaco di

primavera ad ogni po’ addentava le loro gonne con uno squassone tanto

forte che le faceva traballare. Allora ridevano, ridevano più ancora,

le vecchie....

Anni o secoli erano trascorsi? Non li volle contare. Il rogo si

colmava di croci e di bare; ma una scintilla si era accesa là dove

il regno della morte aveva già steso le sue ombre acquietatrici. Una

scintilla piccola dapprima, quasi inavvertita, — una fiammolina tenue,

un po’ fredda ancora ed incerta, saliente serpentina con moti tardi,

con indugi timorosi, — un istante di sosta in un tepore dolcissimo,

— un occulto fremito, — un improvviso accendersi poi e un divampare

magnifico in lingue di fuoco balzanti alla conquista, irrompenti,

dominatrici, folli, assurde, — raccogliendo nella festa dei loro colori

la tenerezza madreperlacea delle albe, l’oro dei meriggi ardenti, la

sanguigna porpora del tramonto, — ed in quella ebbrezza di combustione

come il pulsare di mille vite in una delirante ora di febbre.

Rogo d’amore! La poesia del simbolo rispondeva alla poesia della

fiamma: la vedeva ella e la sentiva veramente nella intensità delle

sue carezze più profonde di un morso; già le carni le scottavano, già

un primo grido di spasimo attraversava il piacere, già la fiamma le

era cintura, manto e casco, — il rogo la investiva tutta. Il rogo la

investiva tutta ed ella cantava in mezzo alle lingue di fuoco le glorie

dell’amore.

Creatura di passione, intelligenza vigile, l’Unica alternava a questi

abbandoni della fantasia lucidi istanti di ragionamento. Quando si

accorgeva che la sua carne e la sua anima soffrivano insieme di intimi

flagelli era pur d’uopo che tendesse la mente alle oscure minaccie del

futuro. Per quanto luminoso sia un tramonto, per quanta apoteosi di

raggi ne circondi il breve arco sul cielo, ella sapeva che lo segue da

vicino la notte; e Ariele era così giovane!

Un’ansia tormentosa, un sottile rodimento la assaliva pensando a lui

in quelle sere estive in cui l’aria era pregna di effluvi, molle di

languori. Dove era Ariele? Ah! perchè non aveva potuto fermare per

l’eternità le sere trascorse insieme, lassù fra i monti trentini,

nell’attimo felice del loro amore nascente? perchè ora, giunto alla

piena maturanza, questo frutto d’oro che le Esperidi le avrebbero

invidiato, pesava già nelle sue mani coi fili misteriosi del

presentimento? Una lettera fremeva ad ogni movimento del suo busto;

Ariele le scriveva tutti i giorni; eppure attraverso lo spazio che li

separava ella intuiva un esercito di nemici. Dove era, dove era Ariele?

Forse ad uno di quei ritrovi dove gli uomini costretti nell’afa

della città vanno a respirare la sera sotto un gruppo d’ippocastani,

alla soglia di un caffè, mentre una orchestrina suona i pezzi della

_Bohème_ e donne biancovestite, colle braccia nude, gli omeri nudi,

stanno sedute languidamente guardando? o forse egli era in casa, in

quella casa che ella non conosceva, ma che aveva pensato tante volte

con infinita tenerezza? Sì, doveva essere in casa; studiava, leggeva,

pensava a lei forse.... La sera era molto calda, egli stava presso alla

finestra.... Altre finestre erano in giro, certamente tutte aperte....

Che effetto farebbe ad un giovane, solo, in una sera d’estate, in

un’ora di abbandono, il profilarsi alla finestra dirimpetto di un

grazioso volto femmineo, di uno sguardo cercatore?

Non insisteva su questi pensieri, ma bastava che attraversassero il suo

cervello per lasciarvi un’ombra e in quell’ombra il suo sogno d’amore

si materializzava. Era ancora l’anima di Ariele che teneva la sua

soggiogata in soavissima comunione, ma era pure la sua bocca e i suoi

occhi che ella vedeva continuamente, sempre, fino alla sofferenza.

Una idea pazza la tentava qualche volta; tornare improvvisamente

in città, correre a lui, alla sua casa, suonare il suo campanello,

apparirgli!... La suggestione di tale istante le faceva passare

un brivido nel midollo delle ossa abbandonandola al fascino della

tentazione, alla vertigine del peccato.

Aveva temuto tutta la vita quel peccato; temuto dapprima e combattuto

per religiosità di sentimento come onta e disonore massimo. Assurgendo

in seguito ad un più alto concetto di dignità, aveva intuito

l’orrore degli amplessi mentiti e divisi e la responsabilità grave

sopra tutte del contrabbando coniugale per cui il frutto dell’amore

clandestino usurpa il nome e i diritti della prole legittima. Più

ancora di qualsiasi altra considerazione quest’ultima, imponendosi

alla sua lealtà, era stata la sua salvezza durante il periodo degli

aspri assalti: non poteva averlo dimenticato. Nè la sua coscienza

era cambiata intorno al concetto del dovere che una donna onesta ha

verso l’uomo di cui porta il nome, verso i figli che da lei aspettano

l’esempio; la sua linea morale non si era scossa; era sempre la

creatura di passione e di volontà che dell’amore aveva fatto un calice

di elevazione, un santuario sacro alla idealità della vita; sensibile e

fiera, ardente e onesta.

Ma se nulla era cambiato in lei, se nelle sue fragili parvenze di

fanciulla il cuore aveva conservato la freschezza dei vent’anni e la

mente tutto il suo vigore, altro aspetto avevano assunto le circostanze

e le cose. Sciolta dai vincoli di famiglia, padrona di sè, semplice

dinanzi a Dio che ella adorava con spirito religioso in tutte le forme

del mistero, era libera, era sola; nessuna responsabilità incombeva

più sulla sua coscienza, nessun compromesso coi suoi doveri; non

l’umiliazione della menzogna, non la ripugnante divisione delle

carezze, non lo spettro del tradimento. Amata, amava. Il peccato

dolcissimo che non poteva più nuocere ad alcuno, che era il suo

diritto di natura, il premio forse delle passate rinuncie, tante

volte respinto, tante volte domato, creduto così lontano oramai, ecco

riaffacciavasi con tentazioni nuove alla sua resistenza disarmata. Una

logica ferrea l’aveva condotta dal primo bacio, quasi inconsapevole

tanto era stato sincero, a un crescendo di desideri, a quell’ardore di

rogo dove il suo passato si consumava, dove ella stessa bruciando di

una fiamma che era insieme divina ed umana giungeva a formulare, pur

tremando, pur rifuggendo ancora, il terribile assioma: L’amore che non

è tutto è nulla.

Con tale concessione ella ripudiava in un colpo ogni argomento

di lotta. Cessate le ragioni altruistiche che erano state i veri

alleati della sua virtù, la sua anima coraggiosa si sentiva attratta

irresistibilmente a gettarsi intera, a perire intera sul suo rogo

d’amore.

Conobbe ore di rapimenti sovrumani a pensarsi tutta di Ariele con

l’abbandono assoluto che le donne appassionate ma di abitudini caste

trovano appena nel segreto del loro desiderio, quando la carezza

è ancora immateriale e che nessuna realtà, nessuna causa esterna

attutisce la vibrazione di una sensibilità che va oltre la carne e

la sorpassa. Poichè ciò che vi è di profondo nella voluttà ha una

recondita origine divina, l’amore il più nobile vi assurge col tremore

sacro di chi compie un rito e dove altri trova una caduta esso consacra

un olocausto.

Sola nei prati, nei boschi, al rezzo degli alberi, allo scrosciare

delle fonti, presso l’intimità dei nidi, presso l’arcano dei boccioli,

intenta ai silenzi delle lontananze, l’Unica si sentiva in comunione di

vita colla natura. Posseduta dal bisogno dell’eterno che è la ragione

stessa dell’amore, come già una sera a fianco di Moena, ella pensava

ancora che qualche cosa della sua grande passione resterebbe in quei

prati, in quei boschi, nell’eco di quelle fonti, nell’idilio rinnovato

dei nidi, nel rinnovato arcano dei boccioli schiudentisi in fiore. E

una forza straordinaria la sospingeva quasi a volo, con un sentimento

di riconoscenza alla vita per quella grande gioia che le aveva

riserbata, con una tenerezza commossa che le teneva il cuore in un

continuo palpito di simpatia e di pietà. Tese le braccia all’aria, al

cielo, a Dio, il grido di Faust le prorompeva dalle labbra: “Arrestati,

ora felice!„

Rogo d'amore · 第 14 / 20 题