Una separazione ancora; calda, fremente, senza promesse, come l’altra.
— Potrò venire a trovarla? — aveva chiesto Moena all’ultimo istante.
No, non era possibile. La signora si ritirava ogni anno di quella
stagione in una sua terra dove tutti la conoscevano, dove era amata e
venerata, dove i suoi passi, i suoi gesti, le menome azioni della sua
vita semplice e pura si svolgevano in vista di un intero paese. Non era
possibile. Partì sola.
Forse in tale spontanea rinuncia si celava un occulto istinto di tregua
alla dolcezza dolorante delle carezze incomplete: a quella intimità
di tutti i giorni che pur conservandosi casta rimoveva in entrambi
torbide fiamme. Nelle ultime sere aveva avuto l’impressione precisa
di rasentare un abisso, e per quanto si ripetesse che ciò non poteva
essere, il brivido del pericolo le era rimasto nella carne commisto ad
una gioia profonda e spaventosa.
Molte volte era stata desiderata; molte volte aveva sorpreso nelle
pupille di un uomo quel lampo di divina follia che lo prostra tutto
intero, lui, il suo orgoglio e la sua volontà ai ginocchi di una donna;
e sempre tale atto le era apparso misterioso e solenne, come quei
magnifici spettacoli elementari che sollevano i turbini e le tempeste,
che scuotono la terra nelle sue viscere più profonde, che dai cieli
squarciati e dalle gonfie maree mandano a tutto ciò che vive il palpito
fraterno della natura creatrice.
E lei pure aveva desiderato. Risalendo il corso degli anni ritrovava
nella memoria antiche battaglie dalle quali era uscita vincitrice
portando stimmate gloriose di passione e di sacrificio; ma nel pensarvi
ora (e quanto vi pensava all’ombra tranquilla degli alberi testimoni
del passato!), sfogliando i suoi ricordi col gesto lento che stacca dal
cuore di una rosa i petali ad uno ad uno, era dal suo proprio cuore
che staccava le bende di ferite oramai chiuse e le lasciava cadere
davanti a sè, ammucchiandole, gettandovi a furia come dentro a un rogo
tanti fiori, tante lettere, tante dolci parole, e promesse e sospiri e
illusioni felici.
Sorgevano per incanto (là sotto gli alberi che avevano misurato i suoi
passi di bimba) i primi trionfi della sua bellezza nascente, i primi
sguardi, i primi avvertimenti del senso sperduto nei veli confusi
dell’innocenza. E le paure, i propositi, le lotte, gli accasciamenti,
i giorni della desolazione, le notti della insonnia, quando l’amore
uscendo dalla larva che lo mostra così dolce all’apparire le si era
rivelato nella sua potenza di dominatore tirannico e crudele. Tutto
sorgeva. Ma da questo scrigno della memoria dove ella aveva accumulato
e sepolto tesori di passioni le sue mani febbrili li andavano a
ricercare con una frenesia acre di sacrifizio. Tutto ella traeva
e tutto ella gettava in quel rogo fantastico: desideri, speranze,
sconfitte, trionfi; l’ebbrezza degli amati, la disperazione dei
respinti; tutto, tutto ciò che aveva sofferto, tutto ciò che aveva
fatto soffrire. E ancora: i rimpianti, i pentimenti, lo sdegno, la
pietà, le fatali nostalgie, i sottili veleni rimasti in fondo alle
passioni morte simili ai rottami che si lascian dietro i naufragi, che
le onde sollevano e sbattono sulle rive, sollevati da lei, sbattuti da
lei contro il suo cuore, ricadevano nel rogo, lo colmavano.
Era la sua esistenza intera svolgentesi sotto i suoi occhi che ella
guardava attraverso il nuovo incantesimo. Che via lunga! Come la
piccola sè stessa appena allacciata al sentiero cresceva ad ogni passo,
ad ogni passo tramutavasi; e il sentiero s’affondava in lontananze
nebulose dove alcune ombre passavano senza far rumore, dove non eravi
più luce di vita, ma solo un crepuscolo di ricordi affievoliti.
Si vedeva distesa in un ampio letto, più pallida delle trine che
la cingevano, così debole che mal sopportava l’impeto del sole
baluccicante sui vetri della finestra; e l’infermiera cauta, con scarpe
di panno, attraversava la camera per andare a sciogliere le cortine, —
se le rammentava ancora, azzurre, — che subito immersero la camera in
una soave penombra. Risentiva il torpore morbido delle membra abbattute
in seguito alla gran crisi della maternità, il languore delle vene
vuotate e l’aspetto diverso delle cose che si ripresentavano a’ suoi
sensi, dopo di avere rasentato l’abisso della morte. Che vi era più
per lei, allora, se non un andirivieni di persone sorridenti chine sul
suo letto e sulla piccola culla accanto, nell’odore aromatico della
camomilla e del pane bruciato, fra un incrociarsi di consigli e di
raccomandazioni fatte a bassa voce coll’indice sul labbro, al tinnire
lieve del cucchiaino d’argento contro gli orli della coppa nella quale
prendeva i primi alimenti?
Non credeva ella allora di avere compiuta la parabola ascendente de’
suoi giorni? di avere chiusa la sua vita di giovane donna? e che la
voce di quel piccolo essere suo (voce così nuova) dovesse sola oramai
destare le misteriose rispondenze del suo cuore?
Ricordava la lunghissima convalescenza, quando era così debole, così
debole che mai più avrebbe creduto di potersi reggere in piedi, e già
tentava d’acconciarsi ad una placida vita di infermuccia, a muoversi
adagino nel suo bell’appartamento, a passare le giornate tranquilla,
adagiata sulla poltrona, guardando il cielo attraverso i vetri, chi sa
per quanto tempo! per sempre forse?
Ricordava in modo singolare l’impressione avuta da un luminoso meriggio
sulla fine di marzo, con quella luce d’oro trasparente nel cobalto
dell’aria propria della stagione ventosa; e quella gaiezza impaziente
dei mandorli che fa sprigionare i fiori prima delle foglie; e le
folate di pollini misteriosi, di odorose pelurie roteanti a sciami
nei raggi del sole, sotto il volo delle rondini; e i terrazzi e i
balconi spalancati dove le donne affrancano con un filo di ferro i
vasi delle violacciocche; tutta la primavera sorridente intorno a lei,
alla sua giovinezza ammalata.... Ah! la sottile malinconia che l’aveva
presa scorgendo in un giardinetto due vecchie ritte a ciarlare tra le
aiuole di prezzemolo novellino; ritte su due piedi e salde, mentre lei
non poteva abbandonare la sedia a sdraio.... Ridevano, le vecchie,
accentuando le rughe dei loro volti incartapecoriti, coi cernecchi
grigi che danzavano nel vento; e un giovane can volpino ubriaco di
primavera ad ogni po’ addentava le loro gonne con uno squassone tanto
forte che le faceva traballare. Allora ridevano, ridevano più ancora,
le vecchie....
Anni o secoli erano trascorsi? Non li volle contare. Il rogo si
colmava di croci e di bare; ma una scintilla si era accesa là dove
il regno della morte aveva già steso le sue ombre acquietatrici. Una
scintilla piccola dapprima, quasi inavvertita, — una fiammolina tenue,
un po’ fredda ancora ed incerta, saliente serpentina con moti tardi,
con indugi timorosi, — un istante di sosta in un tepore dolcissimo,
— un occulto fremito, — un improvviso accendersi poi e un divampare
magnifico in lingue di fuoco balzanti alla conquista, irrompenti,
dominatrici, folli, assurde, — raccogliendo nella festa dei loro colori
la tenerezza madreperlacea delle albe, l’oro dei meriggi ardenti, la
sanguigna porpora del tramonto, — ed in quella ebbrezza di combustione
come il pulsare di mille vite in una delirante ora di febbre.
Rogo d’amore! La poesia del simbolo rispondeva alla poesia della
fiamma: la vedeva ella e la sentiva veramente nella intensità delle
sue carezze più profonde di un morso; già le carni le scottavano, già
un primo grido di spasimo attraversava il piacere, già la fiamma le
era cintura, manto e casco, — il rogo la investiva tutta. Il rogo la
investiva tutta ed ella cantava in mezzo alle lingue di fuoco le glorie
dell’amore.
Creatura di passione, intelligenza vigile, l’Unica alternava a questi
abbandoni della fantasia lucidi istanti di ragionamento. Quando si
accorgeva che la sua carne e la sua anima soffrivano insieme di intimi
flagelli era pur d’uopo che tendesse la mente alle oscure minaccie del
futuro. Per quanto luminoso sia un tramonto, per quanta apoteosi di
raggi ne circondi il breve arco sul cielo, ella sapeva che lo segue da
vicino la notte; e Ariele era così giovane!
Un’ansia tormentosa, un sottile rodimento la assaliva pensando a lui
in quelle sere estive in cui l’aria era pregna di effluvi, molle di
languori. Dove era Ariele? Ah! perchè non aveva potuto fermare per
l’eternità le sere trascorse insieme, lassù fra i monti trentini,
nell’attimo felice del loro amore nascente? perchè ora, giunto alla
piena maturanza, questo frutto d’oro che le Esperidi le avrebbero
invidiato, pesava già nelle sue mani coi fili misteriosi del
presentimento? Una lettera fremeva ad ogni movimento del suo busto;
Ariele le scriveva tutti i giorni; eppure attraverso lo spazio che li
separava ella intuiva un esercito di nemici. Dove era, dove era Ariele?
Forse ad uno di quei ritrovi dove gli uomini costretti nell’afa
della città vanno a respirare la sera sotto un gruppo d’ippocastani,
alla soglia di un caffè, mentre una orchestrina suona i pezzi della
_Bohème_ e donne biancovestite, colle braccia nude, gli omeri nudi,
stanno sedute languidamente guardando? o forse egli era in casa, in
quella casa che ella non conosceva, ma che aveva pensato tante volte
con infinita tenerezza? Sì, doveva essere in casa; studiava, leggeva,
pensava a lei forse.... La sera era molto calda, egli stava presso alla
finestra.... Altre finestre erano in giro, certamente tutte aperte....
Che effetto farebbe ad un giovane, solo, in una sera d’estate, in
un’ora di abbandono, il profilarsi alla finestra dirimpetto di un
grazioso volto femmineo, di uno sguardo cercatore?
Non insisteva su questi pensieri, ma bastava che attraversassero il suo
cervello per lasciarvi un’ombra e in quell’ombra il suo sogno d’amore
si materializzava. Era ancora l’anima di Ariele che teneva la sua
soggiogata in soavissima comunione, ma era pure la sua bocca e i suoi
occhi che ella vedeva continuamente, sempre, fino alla sofferenza.
Una idea pazza la tentava qualche volta; tornare improvvisamente
in città, correre a lui, alla sua casa, suonare il suo campanello,
apparirgli!... La suggestione di tale istante le faceva passare
un brivido nel midollo delle ossa abbandonandola al fascino della
tentazione, alla vertigine del peccato.
Aveva temuto tutta la vita quel peccato; temuto dapprima e combattuto
per religiosità di sentimento come onta e disonore massimo. Assurgendo
in seguito ad un più alto concetto di dignità, aveva intuito
l’orrore degli amplessi mentiti e divisi e la responsabilità grave
sopra tutte del contrabbando coniugale per cui il frutto dell’amore
clandestino usurpa il nome e i diritti della prole legittima. Più
ancora di qualsiasi altra considerazione quest’ultima, imponendosi
alla sua lealtà, era stata la sua salvezza durante il periodo degli
aspri assalti: non poteva averlo dimenticato. Nè la sua coscienza
era cambiata intorno al concetto del dovere che una donna onesta ha
verso l’uomo di cui porta il nome, verso i figli che da lei aspettano
l’esempio; la sua linea morale non si era scossa; era sempre la
creatura di passione e di volontà che dell’amore aveva fatto un calice
di elevazione, un santuario sacro alla idealità della vita; sensibile e
fiera, ardente e onesta.
Ma se nulla era cambiato in lei, se nelle sue fragili parvenze di
fanciulla il cuore aveva conservato la freschezza dei vent’anni e la
mente tutto il suo vigore, altro aspetto avevano assunto le circostanze
e le cose. Sciolta dai vincoli di famiglia, padrona di sè, semplice
dinanzi a Dio che ella adorava con spirito religioso in tutte le forme
del mistero, era libera, era sola; nessuna responsabilità incombeva
più sulla sua coscienza, nessun compromesso coi suoi doveri; non
l’umiliazione della menzogna, non la ripugnante divisione delle
carezze, non lo spettro del tradimento. Amata, amava. Il peccato
dolcissimo che non poteva più nuocere ad alcuno, che era il suo
diritto di natura, il premio forse delle passate rinuncie, tante
volte respinto, tante volte domato, creduto così lontano oramai, ecco
riaffacciavasi con tentazioni nuove alla sua resistenza disarmata. Una
logica ferrea l’aveva condotta dal primo bacio, quasi inconsapevole
tanto era stato sincero, a un crescendo di desideri, a quell’ardore di
rogo dove il suo passato si consumava, dove ella stessa bruciando di
una fiamma che era insieme divina ed umana giungeva a formulare, pur
tremando, pur rifuggendo ancora, il terribile assioma: L’amore che non
è tutto è nulla.
Con tale concessione ella ripudiava in un colpo ogni argomento
di lotta. Cessate le ragioni altruistiche che erano state i veri
alleati della sua virtù, la sua anima coraggiosa si sentiva attratta
irresistibilmente a gettarsi intera, a perire intera sul suo rogo
d’amore.
Conobbe ore di rapimenti sovrumani a pensarsi tutta di Ariele con
l’abbandono assoluto che le donne appassionate ma di abitudini caste
trovano appena nel segreto del loro desiderio, quando la carezza
è ancora immateriale e che nessuna realtà, nessuna causa esterna
attutisce la vibrazione di una sensibilità che va oltre la carne e
la sorpassa. Poichè ciò che vi è di profondo nella voluttà ha una
recondita origine divina, l’amore il più nobile vi assurge col tremore
sacro di chi compie un rito e dove altri trova una caduta esso consacra
un olocausto.
Sola nei prati, nei boschi, al rezzo degli alberi, allo scrosciare
delle fonti, presso l’intimità dei nidi, presso l’arcano dei boccioli,
intenta ai silenzi delle lontananze, l’Unica si sentiva in comunione di
vita colla natura. Posseduta dal bisogno dell’eterno che è la ragione
stessa dell’amore, come già una sera a fianco di Moena, ella pensava
ancora che qualche cosa della sua grande passione resterebbe in quei
prati, in quei boschi, nell’eco di quelle fonti, nell’idilio rinnovato
dei nidi, nel rinnovato arcano dei boccioli schiudentisi in fiore. E
una forza straordinaria la sospingeva quasi a volo, con un sentimento
di riconoscenza alla vita per quella grande gioia che le aveva
riserbata, con una tenerezza commossa che le teneva il cuore in un
continuo palpito di simpatia e di pietà. Tese le braccia all’aria, al
cielo, a Dio, il grido di Faust le prorompeva dalle labbra: “Arrestati,
ora felice!„