Una camera ampia, alta di soffitto. Le pareti dalla imbiancatura
gialliccia sono ricoperte di carte geografiche, di un crocefisso e di
un ritratto rappresentante una brutta donna austera illuminata appena
nelle pupille da un raggio di smorta bontà. Sul pavimento di mattoni
all’antica poggiano lunghe tavole dove sono schierati i lavori delle
orfanelle simmetricamente disposti sopra un fondo di traliccio verde.
Quattro finestre aperte dànno su un cortile magramente alberato,
battuto in pieno dal sole; un sole fastidioso che le tende di cannuccia
non riescono a tenere lontano, che penetra afoso attraverso gli
interstizi gialli e ripercotendosi sul giallo delle pareti diffonde
nell’aria un tono persistente e monotono di landa, di aridità, di
deserto. Il crocifisso rigido e il rigido ritratto femminile e le carte
geografiche col loro reticolato asciutto, tutto pieno della noia e
della fatica delle scolare, aggravano l’aere di un imponderabile senso
di tedio.
La signora, prima fra le patronesse, girava lentamente intorno
alle tavole dei lavori, e una suora, accompagnandola, le andava
mostrando i più meritevoli, specialmente un lenzuolo ricamato sulla
cui rimboccatura una fontana lanciava il suo getto a punto pieno
ricadendo intorno a una vasca dove nuotavano alcuni cigni. La suora
fece osservare il rilievo dei cigni che sembravano vivi. — C’è del
cotone sotto, naturalmente, — si affrettò a soggiungere poi per scarico
di coscienza, schiudendo le labbra a un sorriso meccanico senza luce,
mentre con la mano additava altri lavori, tracciando nell’aria brevi
gesti concentrici e timorosi che non smuovevano una sola piega della
pellegrina raccolta sul suo petto.
— Camicie, pantofole, cuscini, borse da tabacco, posapiedi. Hanno
lavorato molto quest’anno le nostre ragazze, — continuò la suora,
— e non c’è nemmeno qui tutto. Una tovaglia da altare, commessa
dall’Arcivescovo (fece una piccola riverenza) è già partita per
una chiesa di Brianza. E si ingegnano anche a disegnare. Guardi
questa capanna, abbastanza riuscita, nevvero? Pencola forse un poco
a sinistra, ma si può immaginare che vi sia stata una scossa di
terremoto.
La soddisfazione di avere detto una cosa spiritosa a una signora del
gran mondo diffuse una placida gioia sul volto della suora. Erano
quelle le sue grandi occasioni, il cui ricordo doveva bastarle per le
lunghe giornate di clausura che sarebbero venute in seguito. I suoi
occhi trascorrevano placidi dal punto in croce all’orlo a giorno,
accarezzando un mazzo di fiori di carta posati dentro a un vaso di
maiolica celeste con tale serena incoscienza di tutto ciò che non
fosse scuola, lavoro e preghiera che la signora ne provò una specie di
disagio. Pensava: Se le dicessi ciò che mi tumultua nel cuore, ora, mi
comprenderebbe?
— Desidera visitare le classi?
— Oh! no, fa troppo caldo.
— Caldo? — ripetè la suora meravigliata. — Abbiamo abbassate tutte le
tende per conservare le stanze fresche.
Non aveva caldo, la suora, sotto l’abito di lana che pur non lasciava
scoperta una sola linea nè del collo, nè dei polsi. Ella aveva anche
riunite le mani pallide e molli sotto la pellegrina. Somigliava così
al quadro appeso alle pareti, il ritratto della fondatrice della
casa, vestita al pari di lei, come se la pellegrina livellatrice delle
forme avesse imprigionato la viva e la morta nello stesso sudario di
rinunzie.
Lo sguardo della signora vagava dalle finestre assolate alle carte
geografiche ed al crocefisso, arrestandosi un istante sul ritratto per
ricadere a piombo sulla figura della suora che le stava davanti e che
sentiva tanto lontana da lei. Mio Dio, — pensava, — ha ella mai avuta
una fronte d’uomo appoggiata sul suo cuore?
— Coll’anno nuovo, — disse la suora, la quale avendo raggiunto l’ultima
tavola si trovava presso la porta d’uscita e giudicava esser tempo
di metter fuori le sue ultime batterie di campagna, — avremo la luce
elettrica.
— Davvero?
— Per opera di un benefattore, naturalmente, il quale si incarica
dell’impianto. È stata una bella idea, non c’è che dire, ma
abbiamo molti altri bisogni.... molti. Lo stato della guardaroba è
compassionevole.... Aspettiamo lo slancio di qualche anima buona....
— Lo slancio non basta, sorella, — interruppe la signora con un sorriso.
— Certamente, ma speriamo.... speriamo nella generosità delle nostre
patronesse. Chi può, nevvero?...
— Terrò nota del desiderio.
— Che il Signore la benedica, signora contessa.
— Non me! Non me! — esclamò vivamente la signora, — e già nel suo
pensiero si delineava la testa amata sulla quale avrebbe voluto
ricondurre tutte le benedizioni.
Ogni suo atto, ogni suo pensiero, qualunque fosse, prendeva ormai
quella direzione, gravitava per forza maggiore intorno all’astro da
cui le veniva calore e luce; e se per poco si trovava costretta ad
allontanarsene, subito vi ritornava con un riflusso di gioia che le
rendeva di volta in volta sempre più impossibile vivere altrove. Il
sogno era diventato la sua realtà. Per questo lasciando l’asilo corse
veloce alla propria dimora, già così piena di lui, dove le era caro
raccogliersi per intensificare l’estasi.
Ma un’amica l’aspettava, antica e fedele, venuta dalla provincia, che
non vedeva da gran tempo e alla quale tese le braccia con sincero
affetto. Fu il loro incontro simile a una pagina cara di un libro
dimenticato che si apre improvvisamente.
— Sei sempre la stessa, — disse l’amica con schietta ammirazione.
Non potè la signora, per quanto lo avesse desiderato, renderle il
medesimo tributo. La figura che le stava dinanzi, bellissima un giorno
e non ancora vecchia, era già ricoperta dallo strato opaco e denso che
scende sopra certi volti di donna come un sipario a rappresentazione
finita. I suoi capelli, tuttochè ancora bruni, non avevano quel
movimento leggiero di una testa sulla quale passa l’ala vagabonda
delle dolci visioni; ne’ suoi occhi c’erano troppi numeri, troppe
combinazioni sagge e scrupolose perchè lo sguardo potesse ancora
sfavillare di fronte all’impreveduto; la linea della bocca, asciutta,
in una posa ieratica di immobilità appariva chiusa per sempre ai
fremiti del desiderio; bella coppa di Museo a cui nessuno pensa di
accostare le labbra. C’era la polvere del tempo sulle sue guancie, dove
la regolarità di una vita tranquilla trionfava nella pienezza di un
frutto ben conservato, ma dove più non corre la linfa rinnovatrice del
ramo; e quell’andare e venire delle luci, quell’alternarsi di toni che
dinota l’altalena continua dello spirito moriva sul volto dell’amica in
una patina uguale che ne materializzava l’espressione.
La signora rimase un attimo confusa. Aveva torto l’amica di avere tanto
mutato o il torto era suo a non mutare?
— Stai molto bene, — le disse finalmente, lieta di aver trovato una
frase opportuna in non assoluto dissidio colla verità.
— Davvero la salute è buona, ne ho bisogno per condurre tutta la mia
baracca.
— Con molti burattini?
— Cinque.
Si dilungò compiacentemente a parlare de’ suoi figli, specialmente
delle ragazze che erano le maggiori; una al ginnasio, l’altra in un
collegio svizzero, la prima già laureata dottoressa in lettere.
— Quanti anni ha?
— Venti.
— Presto presto dunque....
— Sì, ha in vista una cattedra.
— Scusa, volevo dire un marito.
— Eh! sì che pensa al marito! È tutta studi, non ha in mente altro.
Molto meglio per lei, del resto.
La signora ammutolì. Continuò l’altra narrando una storia complicata
di affari andati male, di una causa perduta, di invidie fra parenti, di
malattie, di morti, di eredità, di governo e di tasse.
— Ecco la vita, — pensava la signora colla sensazione bizzarra di
guardare il mondo da un altro mondo, provando un po’ di vertigine e un
lieve ronzìo nelle orecchie.
— E tu? — fece a un tratto l’amica, — narrami di te.
— Oh!... io.... non ho nulla.
— Come sei bella in questo momento! Ti è venuto un po’ di rosso alle
guancie. Mi riappari tale e quale eri quel giorno, sai, della famosa
gita in barca? Avevi un abito rosa, allora, e ti si sciolsero le
treccie nell’impeto del vogare. Quanti anni sono passati?
Fu la volta di rievocare cose e persone, tanti fatti, tanti avvenimenti
che avevano avuto il loro istante di importanza, per cui si era
palpitato o riso o pianto insieme ad altra gente che ora non c’era più,
morta, dispersa, perduta....
— E l’Adele? Ricordi il suo disperato amore per un uomo che aveva
vent’anni più di lei, le sue lettere roventi, i versi che gli
scriveva, il proposito di farsi rapire? S’è poi monacata come ne
ebbe l’intenzione? Non ne seppi più nulla. A noi ora tali follie non
sembrano possibili, vero? Ci vogliono proprio i quindici e i vent’anni
per simili ubriacature.
La signora sembrava ascoltare questo cicaleccio sorridendo a fior di
labbra, abbandonata sul cuscino di mussolina bianca a trafori che la
spalleggiava nella piccola poltrona; ma la sua mano errante intorno ai
ninnoli del tavolino aveva una carezza particolare per un cofanetto
dove giaceva l’ultima lettera di Ariele Moena; una lettera ricevuta
quel mattino stesso, nella quale Moena le annunciava la sua visita per
la sera.
— E a teatro vai?
— Qualche volta.
— Io ho veduto appunto ier l’altro la Gramatica nella commedia _L’età
d’amare_. La conosci?
— La commedia? No.
— Magnifica. Gran trionfo per la Gramatica. A quarant’anni l’amore deve
tacere e deve morire. Ella ha dato un bel rilievo a questa situazione
arrischiata. Non ci voleva meno della sua abilità per rendere
interessante una passione che diversamente non si capirebbe.
— Noo?
— No, assolutamente. Ogni cosa a suo tempo. L’amore col primo capello
bianco è imperdonabile.
Vi fu un silenzio. La signora mormorò piano:
— Forse hai ragione; eppure, tutto comprendere non è tutto perdonare?
L’amica scuoteva il capo dubbiosa.
— E si può fare un passo più innanzi — disse una voce che fece voltare
la testa alle due amiche. — Perdonare anche quando non si comprende.
Un vecchietto era sulla soglia, lindo, sereno, col sorriso indulgente
di chi non chiede più nulla alla vita. La signora lo salutò con
espansione, quasi con riconoscenza.
— Neanche un grande commediografo, neanche una abilissima attrice, —
continuò il vecchietto sempre sorridendo, — possono comandare all’amore
di tacere e di morire. L’amore non ubbidisce che all’amore.
Nuove visite seguirono immediatamente il vecchietto che si vide
soffocata la sua filosofia tra una grossa matrona da una parte
e due ragazze dall’altra; chiuso fra un cicaleccio serrato dove
alternativamente emergeva la voce della matrona deplorante lo scarso
raccolto dei bozzoli e quella delle ragazze esaltate nel racconto di
una volata in aeroplano.
A un tratto la conversazione divenne generale intorno a un pettegolezzo
di cronaca cittadina; brillò di spirito, spumeggiò di malizia, salì
con violenza di razzo ai fastigi dell’iperbole, ricadde in bagliori di
stelle filanti, languì, si spense. Il vecchietto stava per pronunciare
un aforismo, una delle ragazze si guardava la punta degli scarpini;
una signora in un angolo, che non aveva detto ancor nulla, lanciò la
parola “villeggiatura„ e allora tutti si affrettarono ad annunciare i
loro progetti, vantando quale i monti quale il mare, quale l’uno, quale
l’altro posto; si citarono alberghi, si calcolarono altezze; nomi umili
e nomi reboanti incrociarono la sfida. Treni e automobili sfilarono
all’orizzonte.
La signora continuava a mostrarsi attenta ai discorsi de’ suoi
visitatori, essendosi rizzata sulla poltroncina, il mento teso in
avanti, le pupille aperte, l’espressione della fisionomia gentile
e raccolta, approvando o disapprovando con un lieve cenno, con un
monosillabo. Le stava dinanzi la grossa matrona, la quale ridendo
aveva uno special modo di scuotere le spalle come fa un anitroccolo
le ali quando diguazza in uno stagno; tale vista le accresceva un
malessere indefinito, una impazienza, una noia che la rodeva tutta
sotto l’aspetto grazioso. Fra due ore, — pensava a tratti socchiudendo
rapidamente le palpebre, — lo vedrò. Questa visione interna le dava una
forza di resistenza sulla quale ognuno dei presenti poteva facilmente
ingannarsi.
Appena furono partiti corse ad aprire le finestre e nell’aria pura che
entrava respirò a pieni polmoni, sollevata, libera; libera finalmente!
Rientrò poi nella stanza misurandola a passi rapidi, mettendo a posto
una sedia, un ricamo; la sua persona le apparve di traverso in uno
specchio e si piacque: un’onda di gioia la invase tutta. Disse forte:
Moena! Moena!...
Se quando la prima volta che lo vide ed ella aveva pensato: _Quale
donna passerà nel sogno di quegli occhi?_ una voce le avesse mormorato
all’orecchio: _Tu!_... Ancora le sorgevano tali momenti di meraviglia,
ancora le accadeva di chiedere a sè stessa: Possibile?
La singolarità di quell’amore che stringeva in una rigida acerbezza di
bocciolo fermenti insospettati di frutto maturo, che univa a frigidi
candori di alba la porpora magnifica e spasimante dei tramonti per cui
palpita in cielo tutta la morente voluttà della luce, la innalzava a
uno stato di estasi panteistica come se convergessero in lei per vie
di mistero le forze generatrici della natura creando nel suo seno il
miracolo della giovinezza eterna.
Solo uno che dal sepolcro risorgesse, serbando memoria di essere
stato morto e sulle sue ossa scheletrite vedesse rifiorire la carne, e
sentisse battere i suoi polsi, ed alzarsi dall’immoto cervello il volo
dei pensieri, ed affluire il sangue al cuore ricco di tutti i desideri
della vita, quello solo poteva comprenderla: ma quell’uno non esisteva!
E tutti gli altri che vedeva intorno, uomini e donne, si muovevano
sulla pista dell’esistenza comune, avevano un’altra voce, pronunciavano
altre parole; i loro gesti ripetevano per lei l’inconsistenza dei gesti
di un automa. Forse erano fantasmi? Forse invece erano semplicemente
uomini e allora era lei stessa che si trovava fuori della comunità,
salamandra viva in un cerchio di fuoco, trasfigurata, transumanata.
Ebbene? La coscienza di poter offrire un amore raro, di rispondere
veramente al bel nome di Unica che Ariele le aveva dato, sosteneva il
suo orgoglio all’altezza del suo amore.
Poichè il bisogno dell’eterno aveva tormentato senza consumarlo il
suo spirito ardente, ella si slanciava con rinnovellato trasporto alla
conquista del suo ideale. Confusamente in alcuni istanti, chiarissimo
in alcuni altri, il pensiero che Ariele non avrebbe potuto conservarsi
suo per sempre ed esclusivamente suo non era di ostacolo al prorompere
della passione, nello stesso modo che alberi e sassi e dighe non
arrestano l’impeto della bufera quando in essa si scatena la furia
degli elementi; ma sovra tutto ella pensava che se l’ebbrezza d’amore è
fugace, restare quale ricordo al sommo di una bell’anima, come altare
in una coscienza, come faro in una vita, fosse tale premio che ben
meritasse di affrontare amarezze e dolori e lagrime infinite.
Le deliziose parole di Ariele “Come nessuna mi ebbe, come nessuna
mi avrà„ le stavano fisse nel pensiero e le ripeteva follemente. Se
anche ciò non dovesse essere vero nel futuro, nessuna forza umana
cancellerebbe il divino istante in cui egli le aveva pronunciate con
piena fede. E che cosa è la felicità se non uno di cotali istanti la
cui memoria irraggia tutta una esistenza? Poter dire: “Ho amato; fui
amata; i tesori della terra i segreti del cielo mi furono rivelati in
un bacio„, non è mescersi alla immortalità del tutto, non è afferrare
la vita nella sua intima essenza, forse nel suo unico perchè?
Oh! una sera, quale luce straordinaria era brillata nelle pupille di
Moena abitualmente velate e gravi! una luce azzurra che accendendosi
improvvisamente ne aveva mutato il colore dell’iride, mentre egli la
guardava a fondo, tenendola per i polsi in un desiderio ambiguo di
allontanarla oppure di attirarsela violentemente sul petto, e un riso
di voluttà, di sfida inconsapevole, faceva palpitare l’ugola a lei,
quasi riversa! In quell’attimo la giovanile bellezza di Ariele rifulse
così trionfante che il suo godimento a guardarlo se ne era esasperato
fino alla sofferenza. Nulla vi poteva essere di più, nulla!
Ella sentiva che quella intima comprensione, quell’estasi, quell’amore
condiviso e pieno non calmava la sete che aveva di lui; che quando
pure si fosse saziata di tutto il suo corpo non lo avrebbe mai
stretto abbastanza; che gli occhi, le braccia, la bocca non riescono a
imprigionare l’anelito supremo di un’anima sitibonda di assoluto, che
va fino all’annientamento, alla distruzione, alla morte, — e quando la
passione raggiunge tali vertici oltre cui non vi è posto che per Iddio,
la creatura mortale può alzare orgogliosa la fronte: ella ha toccato
l’eterna verità; ma può anche morire, perchè la vita le ha dato tutto
ciò che poteva dare.