Al sommo della scala, dove il servitore attendeva tenendo aperto
l’uscio, un grande specchio riflettè tutta intera la persona della
signora che saliva. Ella si vide alta e sottile nell’abito scuro
rischiarato appena dal velo bianco che le fasciava il cappello e
trasalì riconoscendosi. Rispose rapida al saluto del domestico, rapida
attraversò le prime stanze del suo appartamento e giunse alla camera da
letto dove subito nella vecchia specchiera a colonnine dorate ella si
rivide. Quella era dunque la donna amata da Ariele Moena!
Si sbarazzò del velo e del cappello tornando a guardarsi, colla faccia
vicina al cristallo che si appannò del suo fiato. Mentre portava
istintivamente la mano al taschino del petto per estrarne la pezzuola
si sovvenne di averla gettata ad Ariele dal finestrino del vagone, a
Rovereto, e sorrise. Una poltrona stava accanto; vi si lasciò cadere
premendo il volto contro i cuscini, col cuore che le balzava, — un
attimo, — ma sorse subito in piedi.
Andava e veniva per la camera, lesta, vivace, sfiorando il tappeto
con passo leggiero di farfalla che rade il suolo; non sentiva il peso
del suo corpo; pareva che l’aria la portasse. Ed era pure dentro di
lei un tintinnio giulivo, come di campanelluzzo d’argento, come un
riso d’angeli profondo e sommesso, udito da lei sola. Parlando colla
cameriera sentiva il bisogno di dirle delle parole buone nello stesso
modo che l’avrebbe fatta partecipe del profumo di un fiore che tenesse
fra le mani. La di lei bruttezza le faceva compassione; non si era mai
accorta che fosse così brutta; gialla, allampanata, le mancava un dente
davanti.
— Hai perduto un dente.
— Sì, signora contessa. È stato l’altro giorno; dovetti farlo levare
perchè soffrivo come una dannata.
— Poverina, bisognerà rimetterlo.
La accarezzò benevolmente sui capelli ben pettinati e le volle dare un
conforto: disse:
— Hai dei bei capelli ancora.
Stava al suo servizio da vent’anni, avevano press’a poco la stessa età,
conosceva quasi tutta la sua vita. — Se sapesse! — pensò la signora,
e tornò a guardare il vuoto lasciato dal dente nel volto della donna
con una bizzarra sensazione di terrore e di gioia che le fece passare
dinanzi agli occhi la giovanile freschezza della bocca di Moena.
Nella assenza di quasi due mesi si erano accumulate diverse notizie
che la cameriera si affrettò a comunicarle. La signora marchesa era
venuta più di una volta in persona a chiedere della signora contessa;
il tappezziere aveva portato il cofano; s’erano rotti i vetri della
veranda in una notte di violento temporale; il pittore chiedeva se la
signora contessa fosse disposta a rifare il cornicione del salotto; la
vecchia magnolia del giardino era morta....
La signora ascoltava tutto ciò con apparente interesse per non
mortificare la cameriera e toglierle il piacere del racconto. In
realtà ognuna di quelle parole risonava a vuoto nel suo cervello e le
piccole cose che una volta forse avrebbero trattenuta la sua attenzione
le sembravano ora lontane da lei, ricacciate in una vita anteriore,
con quel digradare sfumato dei piani che nei quadri antichi, dove la
figura è tutto, rappresenta negligentemente il paesaggio attraverso
il vano ristretto di una finestra. Le ciarle della cameriera erano il
vano angusto per il quale ella guardava con indifferenza il paesaggio
rimasto estraneo al suo pensiero dominante.
Anche vicino a lei, nell’immediato contatto dei mobili che la
circondavano, che erano i suoi mobili, compagni di tanti anni,
testimoni di gioie, di illusioni, di dolori, avvertiva il nuovo motivo
sopraggiunto quasi un velo roseo sospeso fra lei e gli oggetti, quasi
un pulviscolo luminoso che posandosi sulle forme ne smussava gli angoli
e rialzava il tono dei colori. Una esultanza di vita che sembrava non
avesse ragione diretta, tanto lo zampillo gorgogliava profondo in tutto
il suo essere, la teneva in uno stato di equilibrio d’onde appariva
più che mai vana la distinzione fra spirito e materia, poichè ella
gioiva di vivere nella sua carne sana e palpitante così come nella
alacre intelligenza e nella sottile sentimentalità della sua anima
essenzialmente femminile.
Rientrando nella propria casa aveva coscienza di portarvi un contributo
di commozioni, di accrescerla in valore intimo, e le tardava che il
fuoco del suo cuore passasse negli oggetti che le dovevano servire
per sentirli veramente suoi, per riprenderne possesso in seguito al
temporaneo abbandono. Un cumulo di lettere e di circolari arrivate
durante la sua assenza giacevano sullo scrittoio. Ella vi posò la mano
distratta, senza curiosità.
Andò invece a guardar fuori dalla finestra dove gli alberi nel vecchio
giardino formavano un gruppo denso di verde e di ombra che subito
cattivò la sua attenzione e dove immerse lo sguardo perdutamente, come
dentro a un’acqua morbida. Erano i noti alberi che ella aveva guardato
tante volte con placido diletto, che fiorivano ogni primavera sotto i
suoi occhi e ad ogni autunno ingiallivano regolarmente, sempre allo
stesso modo; ma se gli alberi erano ancora quelli, cambiata era la
sensibilità degli sguardi che vi si figgevano pieni del ricordo di
altri alberi, di altre ombre. Stette a lungo colle pupille immobili
nella attrazione di quel verde, sentendone la frescura e i misteriosi
fruscii e quasi un respiro di persona viva tra fronda e fronda. Si
toccò la fronte, la guancia, il collo; chiuse gli occhi e un brivido le
passò nell’alto delle braccia....
I giorni che seguirono ella dovette per forza occuparsi di affari
e di cure mondane, svolgendo dai veli del sogno la sua personalità
effettiva, ma sempre l’accompagnava quell’interno tintinnio giulivo,
quel riso d’angeli profondo e sommesso che dall’imo più segreto della
sua psiche saliva ad accenderle sul volto una scintilla di rinnovata
giovinezza. Con una assenza di calcolo, che nel suo temperamento serio
e grave segnava la nota più sincera di quello straordinario amore,
non si chiedeva ancora dove il nuovo sentimento l’avrebbe condotta e
coll’assoluto disprezzo che spinge gli audaci a sfidare i pericoli
dell’abisso tendeva essa pure la fronte e il petto alla sferza del
vento, alto il respiro verso la libera vastità dell’orizzonte, bevendo
ondate di vita.
Fuori, per le vie della città, ogni cosa le si presentava sotto mutato
aspetto. Come il suo passo era più svelto e le sue pupille più lucenti,
anche i fabbricati e i negozi e la gente si animavano del suo nuovo
punto di vista. Adagiata da molti anni nell’indifferentismo di una
rinuncia austera e voluta ritrovava con meraviglia l’antico piacere
dinanzi alle vetrine dove l’eleganza più raffinata invita la donna ad
ornare la propria bellezza. Non proponeva a sè stessa nessuna mèta,
ma il suo sguardo errava carico di rinnovata curiosità su quelle armi
dei femminili combattimenti verso cui per un prodigio che ancora non
sapeva spiegarsi si trovava di nuovo sospinta. Era una impressione di
giuocatore che tagliato fuori dalla partita si sente improvvisamente
ripreso, sente tornare ai suoi polsi i battiti febbrili della lotta.
Tale meravigliosa rinascita di sensazioni che ella credeva sepolte per
sempre col suo passato le riserbava la sorpresa di vedersi riflessa
nella attenzione degli uomini. Quegli sguardi che fra uomo e donna
nella età felice si incontrano rapidi e scintillano rubando ad ogni
beltà un po’ del suo profumo, ad ogni cuore un po’ del suo desiderio
e che i giovani portano con sè, focolare di energie continuamente
rinnovate, sorgente inavvertita e diffusa della loro sicurezza,
tornavano a lei dai lontani paesi dell’illusione. Quando sorprendeva
fermo ne’ suoi sguardi uno di tali sguardi, una commozione non ignota
ma quasi dimenticata le accelerava nelle vene il corso del sangue ed
ella stessa non si meravigliava più dell’effetto che produceva, poichè
una fioritura di giovinezza partendo dal suo interno le inghirlandava
la fronte, gli occhi, la bocca, tutta la persona, dei colori della sua
gioia.
Dai limbi oscuri dell’età dolorosa ai quali la sua anima già piegava
in malinconica rassegnazione un miracolo d’amore l’aveva riportata
nei giardini dell’incanto dove ferve la vita. Ella era ancora giovane,
ancora bella, desiderata ancora, amata ancora. Quale donna aveva mai
ottenuta una simile grazia?
In mezzo alla folla delle strade le accadeva pure di scorgere talvolta
o una pallida guancia o una linea delicata che le riconduceva
improvvisamente dinanzi il volto di Ariele. Fissava allora quel
simulacro come non aveva mai osato di fissare lo stesso Ariele,
ansiosa, palpitante, finchè l’inganno spariva lasciandola insoddisfatta
eppure eccitata: ed avveniva ancora questo: lo sguardo che pensando
a Moena ella aveva arrestato sopra un altro uomo le ritornava carico
di improvvisi desideri, sì che intorno a lei l’atmosfera palpitava
continuamente delle folli ed inebbrianti sensazioni dei vent’anni.
Ma la sensazione più deliziosa la provava al mattino, quando, appena
schiusi gli occhi, il nome di lui le balzava dall’oblio del sonno al
ritmo della vita con un trillare d’allodola che si alza nel cielo.
Ella nasceva così tutti i giorni alla gioia. Tutti i giorni la divina
giovinezza perduta le si riaffacciava nell’amore di Ariele, nel ricordo
dei loro silenzi ardenti.
Una visione meravigliosa andava formandosi allora nella sua fantasia.
Le sembrava di vedere sè stessa, piccola bimba, incamminata lentamente
sull’erta di un monte cogliendo fiorellini e pietruzze, inseguendo
farfalle e scarabei, nel biancore rosato dell’alba; e via via che
saliva dardeggiando più vivido il sole sbocciavano tutto intorno fiori
pomposi, si innalzavano steli, si svolgevano ombre di fronde allietate
di canti, popolate di nidi; ondate di profumi attraversavano l’aria a
tratti; e se pure a tratti grosse pietre inceppavano il sentiero, se
qualche rovo pungeva a tradimento, se qualche serpe strisciava di sotto
alle pietre, la smania di cogliere quei fiori, di posare sotto quelle
ombre, di udire quei canti, di raggiungere quei nidi, dava forza alla
viandante. L’alternativa della gioia e del dolore le svolgeva una trama
di vita in mezzo alla natura feconda, sotto la vampa del sole spremente
intorno essenze di fiori, tepori di alcove. Nel suo pieno meriggio
andava la pellegrina ansando, su, verso la vetta, fra pietre sempre
più rudi, fra spine sempre più acute, fra serpi sempre più insidiose
cogliendo ancora qualche raro fiore, beando l’occhio sulla porpora
disperata del tramonto, china la fronte al mistero dei nidi dove i
pigolìi tacevano a poco a poco mentre a lei le forze venivano meno.
Di repente il sole scompare, piomba la montagna a picco, precipita la
china fra un diroccare di pietre, ulula il vento, sbatte la piova, neri
fantasmi attraversano l’oscurità. È il buio, è il freddo, è la morte.
L’abisso ultimo sta per inghiottirla!... Ed ecco che mentre ella si
abbandona chiudendo gli occhi al gran nulla, un fiume ridente scorre
a’ suoi piedi, una barca la raccoglie ed ivi stanno fiori olezzanti,
musiche celesti, battiti d’ali, morbidezza di piuma, calore, raggi,
vita; e due braccia la stringono e una bocca la bacia col divino bacio
d’amore....
In tale poetica esaltazione di spirito ella rivide Moena. Le apparve
all’improvviso, come egli soleva, presentandosi in casa sua senza che
ella ve lo avesse mai invitato, senza che nessuno dei due avvertisse
l’infrazione alla regola, tanto era per loro unico un pensiero, unico
un desiderio, usciti entrambi dal mondo reale per vivere insieme quel
loro sogno.
E il sogno interrotto riprese con un semplice cambiamento di scenario.
Invece del rustico sentiero, della panchina, del bosco, del capanno, il
salotto li accolse.
Aveva pur esso ombre discrete, silenzi suggestivi dietro le portiere
chiuse, al ticchettìo di una pendola antica, tra gli ori pallidi delle
cornici e i fiori languenti nei cristalli. Ella fu felice di vederlo
entrare così nella sua esistenza, interessarsi a tutto quanto la
circondava, osservare i quadri, accarezzare i velluti, odorare i fiori,
riflettere nello specchio il suo nobile profilo, lasciare l’impronta
del suo braccio sulla spalliera della poltrona, l’eco della sua voce
nell’aria.
La sottile ebbrezza dell’intimità tornò ad avvolgerli, nell’asilo
sicuro, dove solo il loro volere era limite al desiderio.
Tornarono a quel singolar parlare di cose indifferenti
coll’accompagnamento in sordina dei loro cuori commossi che era uno
dei più grandi incanti della loro conversazione, sostenuta sempre nel
tono cerimonioso della terza persona, ma anche quello pieno di una
tenerezza nascosta, come se ognuno pensasse _tu_ e solo per pudore
pronunciasse _lei_. Persisteva in entrambi così unanime la paura di
decadere che la lotta continua che ne derivava era un fascino di più;
fascino alato, spirituale, dove i sensi tuttavia non perdevano nulla,
anzi si affinavano in un seguito di sensazioni delicate, raggiungendo
la trasparenza del liquore che abbandona nel filtro le scorie impure e
si condensa in goccia di topazio e di rubino dove l’ardore è raggio e
la voluttà essenza inafferrabile.
— Questo lo portava il giorno della conferenza, la seconda volta che la
vidi, — disse una sera Moena accennando a un gioiello che pendeva dal
collo della signora.
La sua mano dalle forti e belle linee virili contrastava colla
pallidezza quasi sofferente del volto; era il volto di un poeta e
la mano di un soldato; pure tale mano riattaccavasi alla sensibilità
del volto per la leggerezza diafana del gesto che aveva indicato il
gioiello, dando alla signora l’impressione vaga di una carezza non
eseguita ma pensata.
Rispose sorpresa:
— Come mai lo ricorda?
— Ricordo anche l’abito che indossava la prima volta.
— Oh! no, è impossibile. In quel momento!...
— Era grigio.
— È vero.
— Una sinfonia di grigio sfumata in bianco.
— È vero, è vero. Ma come ha potuto guardare il mio abito allora?
— Non so. Non ho guardato l’abito, ho guardato lei intanto che si
allontanava e mi rimase negli occhi quel colore di nube argentea. La
vedo ancora, nel vano della porta, sparire....
— Moena, — ella esclamò con subitaneo slancio, — chi ci avrebbe detto
quella sera che saremmo diventati.... (si arrestò).
— Che saremmo diventati?... — ripetè Moena rilevando l’interruzione con
una punta sottile di malizia.
— Tanto amici, — rispose la signora seria seria.
Ma subito si lessero fino in fondo all’anima ed una gaiezza
irresistibile li rese per un istante fanciulli. Avevano spesso assalti
di gioia, così, per una parola, per un’allusione, per un pensiero
côlto a volo, prima interpretato che detto. Somigliavano veramente
a due fanciulli che avendo trovato nei campi un bottino di frutti,
prima ancora di assaggiarli si inebbriano nella loro scoperta; in tale
freschezza di sensazioni la donna emulava il giovane fino a superarlo,
fino a dargli l’illusione assoluta della propria giovinezza. Nato da
un eccitamento dei nervi il riso di lei le serviva anche di difesa
quando la tentazione la serrava troppo da presso e temeva di scoprirsi.
Era una forma di resistenza che non ingannava nè l’uno nè l’altro,
ma che permetteva a entrambi di guadagnar tempo prolungando le ore
indicibilmente dolci dell’amore che sale.
Per quanto la loro intimità crescesse di giorno in giorno, il riserbo
di Ariele non usciva dalla signorile compostezza che era una forma
del suo sentimento, ma che, senza volerlo, aumentava il pericolo per
l’assoluta fiducia che ispirava. Gli accadeva qualche volta di entrare
preoccupato e sedendo in silenzio presso a lei prenderle le mani
esili e fresche per sprofondarvi la fronte. Stava così senza parlare
in grande delizia, ed ella lo sentiva ardere. Anche le posava qualche
volta delicatamente la testa sull’omero o sui ginocchi mormorando:
“Potessi restare sempre qui!„ Un dolore nascosto gemeva in fondo a
quell’abbandono tenero e casto; o forse un seguito di dolori, tutta la
tristezza che faceva tanto pallide le sue guancie, tutti i pensieri che
oscuravano i suoi occhi sempre un po’ velati.
A poco a poco fluirono le confidenze: l’infanzia orfana, la prima
gioventù sciupata follemente, i facili amori che non avevano lasciato
traccia, la corsa frenetica dietro chimere che svanivano appena tocche
e finalmente la sua donazione intera, anima e corpo, all’idea che
riassumeva in sè ogni aspirazione d’avvenire: la patria libera.
Allo slancio di simpatia spirituale che li aveva prima congiunti si
aggiungeva ora per i patimenti di Ariele un sentimento di pietà, di
tenerezza materna che illudeva a tratti la signora, la quale sobbalzata
dalla passione come sopra le onde di un mare burrascoso, ora piena di
ardire, ora pavida del vicino abisso, tentava nascondersi dietro la
maschera dell’amicizia. Egli insorgeva dolce e fermo: “Non voglio la
sua amicizia....„
Una sera osò soggiungere: “Voglio il tuo amore„.
Ella si celò il viso tra le mani e poichè lui insisteva, tenendola
stretta ai polsi, pazza ella stessa d’amore e di improvviso desiderio
ebbe la forza di gettarsi indietro, spaventata.
— Mi respinge? Mi respinge? — le soffiò egli sulla faccia; ed essendo
riuscito a distaccarle le mani la fissava con occhi pieni di tristezza.
— Non sono io che la respingo, — mormorò lei tutta tremante, — è
il destino che ci ha posti troppo lontani. Moena, siamo stati molto
imprudenti.... Oh! non lei che è giovane, ma io.... io sono la vera
colpevole.
— È colpa l’amore? — disse Moena colla sua voce calda che veniva dal
profondo.
— Per noi è più che una colpa (sollevò essa pure verso di lui le
pupille angosciose), è un delitto di lesa natura. L’alba non può unirsi
al tramonto.
— Ma noi fummo due albe! Non ricorda, poichè ha nominato il destino,
in qual modo lo stesso destino ci ha guidati l’uno verso l’altra?
Lei non fu allettatrice, io non fui seduttore: mai sentimento nacque
con maggiore spontaneità, con maggiore sincerità del nostro. Appunto,
poichè un abisso ci divide, come dice lei, non la leggerezza dell’età,
nemmeno l’occasione ci spinsero ad amarci. Ci amiamo perchè non
possiamo fare diversamente.
— E se c’ingannassimo? — pronunziò debolmente la signora.
— Lei stessa non è convinta di quello che dice, — affermò Ariele
con risolutezza. — Sapesse quale sacrificio mi è costato il venire a
raggiungerla lassù....
Ella interruppe:
— Un sacrificio?
— Sì, ma non è il momento di parlarne. Parliamo invece del nostro
dolce e così recente passato. Ricorda l’incontro sulla strada? Che
cosa speravo io allora, che cosa volevo? Lo ignoro. Forse non l’amavo
ancora: chi può dire quando incomincia l’amore! Ma fui tanto felice,
quella sera, sulla panchina, al suono della musica che per quanto
uscita da istrumenti comuni sembrava a me un concento di paradiso; e le
lampadine elettriche chiarivano appena la spianata solitaria, e il suo
velo bianco mi portava a tratti sul volto il suo respiro.... ricorda?
— Ricordo.
— E i nostri silenzi.... li ricorda?
— Anche quelli!
— E....
Si guardarono, trasalendo in tutte le loro fibre, sprofondate le anime
nelle pupille. Mormorarono insieme pianissimo: — Il bosco....
— Vedi, vedi? Questa sola evocazione ci dà la febbre e vuoi che non sia
amore?
Ella teneva il capo reclino ansimando. Non vide gli occhi di
Ariele quando rammentò il bacio nel capanno.... ma la voce suadente
continuava, ritornata alla forma di rispetto che era tra loro un tacito
accordo di resistenza, più ardente forse dell’abbandono.
— E quel meriggio d’oro in mezzo alle rose? la sua cara visita? il
_crescit eundo_?
— Dio! — esclamò la signora, — che ore divine vi sono nella vita! E la
sua apparizione in treno il giorno che partii....
— E il grido che ella gettò vedendomi....
— E il piccolo albergo di Trento, quella finestra di fronte al palazzo
del diavolo, quel davanzale su cui ci appoggiammo insieme immemori del
mondo....
Ancora si guardarono. Ancora nei loro occhi che si dicevano tutto passò
il lampo di un ricordo, di un pensiero; ma i labbri tacquero. Trento
rivisse nelle loro parole evocatrici allora; Trento col suo fascino
misterioso, colla sua bellezza dolorosa, la Trento del loro sogno e del
loro amore. Indugiati sulle memorie dell’ultima sera trascorsa ai piedi
della statua di Dante, il rosario di passione che essi avevano sgranato
li cinse di una collana luminosa le cui faccette alternate erano stelle
ed erano lagrime.
— Crede? Crede? Le giuro che non ho mai provato vicino a nessuna donna
la commozione che risentii presso a lei, che risento ancora....
— Basta, Ariele. Non sa quanto male mi fanno queste parole? Non
comprendi dunque?... Non comprendi?...
Erano entrambi agitatissimi. I loro sguardi che prima si passavano da
parte a parte non si vedevano più; le loro mani, le loro braccia si
cercavano automaticamente, si stringevano con movimenti convulsi.
— E tu comprendi tutto quello che sei per me? una creatura quasi non
terrena, tanto mi sembra impossibile ciò che avvenne, ciò che avviene,
ciò che dovrà avvenire. Comprendi che finchè il cuore scanderà un
palpito tu mi avrai, come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà;
come tutte le forze dell’anima ti desiderano in questo istante?...
Comprendi? Addio, addio, fuggo.
Ella non lo ritenne. Sfinita, abbandonata sui cuscini del divano le
cantava ancora nell’orecchio la voce di Moena “come nessuna mi ebbe,
come nessuna mi avrà„ e una ebbrezza meravigliosa la invase, qual di
lama che penetra senza far soffrire, in fondo, in fondo, in fondo, fino
a dare la dolcissima morte.