VII.

Al sommo della scala, dove il servitore attendeva tenendo aperto

l’uscio, un grande specchio riflettè tutta intera la persona della

signora che saliva. Ella si vide alta e sottile nell’abito scuro

rischiarato appena dal velo bianco che le fasciava il cappello e

trasalì riconoscendosi. Rispose rapida al saluto del domestico, rapida

attraversò le prime stanze del suo appartamento e giunse alla camera da

letto dove subito nella vecchia specchiera a colonnine dorate ella si

rivide. Quella era dunque la donna amata da Ariele Moena!

Si sbarazzò del velo e del cappello tornando a guardarsi, colla faccia

vicina al cristallo che si appannò del suo fiato. Mentre portava

istintivamente la mano al taschino del petto per estrarne la pezzuola

si sovvenne di averla gettata ad Ariele dal finestrino del vagone, a

Rovereto, e sorrise. Una poltrona stava accanto; vi si lasciò cadere

premendo il volto contro i cuscini, col cuore che le balzava, — un

attimo, — ma sorse subito in piedi.

Andava e veniva per la camera, lesta, vivace, sfiorando il tappeto

con passo leggiero di farfalla che rade il suolo; non sentiva il peso

del suo corpo; pareva che l’aria la portasse. Ed era pure dentro di

lei un tintinnio giulivo, come di campanelluzzo d’argento, come un

riso d’angeli profondo e sommesso, udito da lei sola. Parlando colla

cameriera sentiva il bisogno di dirle delle parole buone nello stesso

modo che l’avrebbe fatta partecipe del profumo di un fiore che tenesse

fra le mani. La di lei bruttezza le faceva compassione; non si era mai

accorta che fosse così brutta; gialla, allampanata, le mancava un dente

davanti.

— Hai perduto un dente.

— Sì, signora contessa. È stato l’altro giorno; dovetti farlo levare

perchè soffrivo come una dannata.

— Poverina, bisognerà rimetterlo.

La accarezzò benevolmente sui capelli ben pettinati e le volle dare un

conforto: disse:

— Hai dei bei capelli ancora.

Stava al suo servizio da vent’anni, avevano press’a poco la stessa età,

conosceva quasi tutta la sua vita. — Se sapesse! — pensò la signora,

e tornò a guardare il vuoto lasciato dal dente nel volto della donna

con una bizzarra sensazione di terrore e di gioia che le fece passare

dinanzi agli occhi la giovanile freschezza della bocca di Moena.

Nella assenza di quasi due mesi si erano accumulate diverse notizie

che la cameriera si affrettò a comunicarle. La signora marchesa era

venuta più di una volta in persona a chiedere della signora contessa;

il tappezziere aveva portato il cofano; s’erano rotti i vetri della

veranda in una notte di violento temporale; il pittore chiedeva se la

signora contessa fosse disposta a rifare il cornicione del salotto; la

vecchia magnolia del giardino era morta....

La signora ascoltava tutto ciò con apparente interesse per non

mortificare la cameriera e toglierle il piacere del racconto. In

realtà ognuna di quelle parole risonava a vuoto nel suo cervello e le

piccole cose che una volta forse avrebbero trattenuta la sua attenzione

le sembravano ora lontane da lei, ricacciate in una vita anteriore,

con quel digradare sfumato dei piani che nei quadri antichi, dove la

figura è tutto, rappresenta negligentemente il paesaggio attraverso

il vano ristretto di una finestra. Le ciarle della cameriera erano il

vano angusto per il quale ella guardava con indifferenza il paesaggio

rimasto estraneo al suo pensiero dominante.

Anche vicino a lei, nell’immediato contatto dei mobili che la

circondavano, che erano i suoi mobili, compagni di tanti anni,

testimoni di gioie, di illusioni, di dolori, avvertiva il nuovo motivo

sopraggiunto quasi un velo roseo sospeso fra lei e gli oggetti, quasi

un pulviscolo luminoso che posandosi sulle forme ne smussava gli angoli

e rialzava il tono dei colori. Una esultanza di vita che sembrava non

avesse ragione diretta, tanto lo zampillo gorgogliava profondo in tutto

il suo essere, la teneva in uno stato di equilibrio d’onde appariva

più che mai vana la distinzione fra spirito e materia, poichè ella

gioiva di vivere nella sua carne sana e palpitante così come nella

alacre intelligenza e nella sottile sentimentalità della sua anima

essenzialmente femminile.

Rientrando nella propria casa aveva coscienza di portarvi un contributo

di commozioni, di accrescerla in valore intimo, e le tardava che il

fuoco del suo cuore passasse negli oggetti che le dovevano servire

per sentirli veramente suoi, per riprenderne possesso in seguito al

temporaneo abbandono. Un cumulo di lettere e di circolari arrivate

durante la sua assenza giacevano sullo scrittoio. Ella vi posò la mano

distratta, senza curiosità.

Andò invece a guardar fuori dalla finestra dove gli alberi nel vecchio

giardino formavano un gruppo denso di verde e di ombra che subito

cattivò la sua attenzione e dove immerse lo sguardo perdutamente, come

dentro a un’acqua morbida. Erano i noti alberi che ella aveva guardato

tante volte con placido diletto, che fiorivano ogni primavera sotto i

suoi occhi e ad ogni autunno ingiallivano regolarmente, sempre allo

stesso modo; ma se gli alberi erano ancora quelli, cambiata era la

sensibilità degli sguardi che vi si figgevano pieni del ricordo di

altri alberi, di altre ombre. Stette a lungo colle pupille immobili

nella attrazione di quel verde, sentendone la frescura e i misteriosi

fruscii e quasi un respiro di persona viva tra fronda e fronda. Si

toccò la fronte, la guancia, il collo; chiuse gli occhi e un brivido le

passò nell’alto delle braccia....

I giorni che seguirono ella dovette per forza occuparsi di affari

e di cure mondane, svolgendo dai veli del sogno la sua personalità

effettiva, ma sempre l’accompagnava quell’interno tintinnio giulivo,

quel riso d’angeli profondo e sommesso che dall’imo più segreto della

sua psiche saliva ad accenderle sul volto una scintilla di rinnovata

giovinezza. Con una assenza di calcolo, che nel suo temperamento serio

e grave segnava la nota più sincera di quello straordinario amore,

non si chiedeva ancora dove il nuovo sentimento l’avrebbe condotta e

coll’assoluto disprezzo che spinge gli audaci a sfidare i pericoli

dell’abisso tendeva essa pure la fronte e il petto alla sferza del

vento, alto il respiro verso la libera vastità dell’orizzonte, bevendo

ondate di vita.

Fuori, per le vie della città, ogni cosa le si presentava sotto mutato

aspetto. Come il suo passo era più svelto e le sue pupille più lucenti,

anche i fabbricati e i negozi e la gente si animavano del suo nuovo

punto di vista. Adagiata da molti anni nell’indifferentismo di una

rinuncia austera e voluta ritrovava con meraviglia l’antico piacere

dinanzi alle vetrine dove l’eleganza più raffinata invita la donna ad

ornare la propria bellezza. Non proponeva a sè stessa nessuna mèta,

ma il suo sguardo errava carico di rinnovata curiosità su quelle armi

dei femminili combattimenti verso cui per un prodigio che ancora non

sapeva spiegarsi si trovava di nuovo sospinta. Era una impressione di

giuocatore che tagliato fuori dalla partita si sente improvvisamente

ripreso, sente tornare ai suoi polsi i battiti febbrili della lotta.

Tale meravigliosa rinascita di sensazioni che ella credeva sepolte per

sempre col suo passato le riserbava la sorpresa di vedersi riflessa

nella attenzione degli uomini. Quegli sguardi che fra uomo e donna

nella età felice si incontrano rapidi e scintillano rubando ad ogni

beltà un po’ del suo profumo, ad ogni cuore un po’ del suo desiderio

e che i giovani portano con sè, focolare di energie continuamente

rinnovate, sorgente inavvertita e diffusa della loro sicurezza,

tornavano a lei dai lontani paesi dell’illusione. Quando sorprendeva

fermo ne’ suoi sguardi uno di tali sguardi, una commozione non ignota

ma quasi dimenticata le accelerava nelle vene il corso del sangue ed

ella stessa non si meravigliava più dell’effetto che produceva, poichè

una fioritura di giovinezza partendo dal suo interno le inghirlandava

la fronte, gli occhi, la bocca, tutta la persona, dei colori della sua

gioia.

Dai limbi oscuri dell’età dolorosa ai quali la sua anima già piegava

in malinconica rassegnazione un miracolo d’amore l’aveva riportata

nei giardini dell’incanto dove ferve la vita. Ella era ancora giovane,

ancora bella, desiderata ancora, amata ancora. Quale donna aveva mai

ottenuta una simile grazia?

In mezzo alla folla delle strade le accadeva pure di scorgere talvolta

o una pallida guancia o una linea delicata che le riconduceva

improvvisamente dinanzi il volto di Ariele. Fissava allora quel

simulacro come non aveva mai osato di fissare lo stesso Ariele,

ansiosa, palpitante, finchè l’inganno spariva lasciandola insoddisfatta

eppure eccitata: ed avveniva ancora questo: lo sguardo che pensando

a Moena ella aveva arrestato sopra un altro uomo le ritornava carico

di improvvisi desideri, sì che intorno a lei l’atmosfera palpitava

continuamente delle folli ed inebbrianti sensazioni dei vent’anni.

Ma la sensazione più deliziosa la provava al mattino, quando, appena

schiusi gli occhi, il nome di lui le balzava dall’oblio del sonno al

ritmo della vita con un trillare d’allodola che si alza nel cielo.

Ella nasceva così tutti i giorni alla gioia. Tutti i giorni la divina

giovinezza perduta le si riaffacciava nell’amore di Ariele, nel ricordo

dei loro silenzi ardenti.

Una visione meravigliosa andava formandosi allora nella sua fantasia.

Le sembrava di vedere sè stessa, piccola bimba, incamminata lentamente

sull’erta di un monte cogliendo fiorellini e pietruzze, inseguendo

farfalle e scarabei, nel biancore rosato dell’alba; e via via che

saliva dardeggiando più vivido il sole sbocciavano tutto intorno fiori

pomposi, si innalzavano steli, si svolgevano ombre di fronde allietate

di canti, popolate di nidi; ondate di profumi attraversavano l’aria a

tratti; e se pure a tratti grosse pietre inceppavano il sentiero, se

qualche rovo pungeva a tradimento, se qualche serpe strisciava di sotto

alle pietre, la smania di cogliere quei fiori, di posare sotto quelle

ombre, di udire quei canti, di raggiungere quei nidi, dava forza alla

viandante. L’alternativa della gioia e del dolore le svolgeva una trama

di vita in mezzo alla natura feconda, sotto la vampa del sole spremente

intorno essenze di fiori, tepori di alcove. Nel suo pieno meriggio

andava la pellegrina ansando, su, verso la vetta, fra pietre sempre

più rudi, fra spine sempre più acute, fra serpi sempre più insidiose

cogliendo ancora qualche raro fiore, beando l’occhio sulla porpora

disperata del tramonto, china la fronte al mistero dei nidi dove i

pigolìi tacevano a poco a poco mentre a lei le forze venivano meno.

Di repente il sole scompare, piomba la montagna a picco, precipita la

china fra un diroccare di pietre, ulula il vento, sbatte la piova, neri

fantasmi attraversano l’oscurità. È il buio, è il freddo, è la morte.

L’abisso ultimo sta per inghiottirla!... Ed ecco che mentre ella si

abbandona chiudendo gli occhi al gran nulla, un fiume ridente scorre

a’ suoi piedi, una barca la raccoglie ed ivi stanno fiori olezzanti,

musiche celesti, battiti d’ali, morbidezza di piuma, calore, raggi,

vita; e due braccia la stringono e una bocca la bacia col divino bacio

d’amore....

In tale poetica esaltazione di spirito ella rivide Moena. Le apparve

all’improvviso, come egli soleva, presentandosi in casa sua senza che

ella ve lo avesse mai invitato, senza che nessuno dei due avvertisse

l’infrazione alla regola, tanto era per loro unico un pensiero, unico

un desiderio, usciti entrambi dal mondo reale per vivere insieme quel

loro sogno.

E il sogno interrotto riprese con un semplice cambiamento di scenario.

Invece del rustico sentiero, della panchina, del bosco, del capanno, il

salotto li accolse.

Aveva pur esso ombre discrete, silenzi suggestivi dietro le portiere

chiuse, al ticchettìo di una pendola antica, tra gli ori pallidi delle

cornici e i fiori languenti nei cristalli. Ella fu felice di vederlo

entrare così nella sua esistenza, interessarsi a tutto quanto la

circondava, osservare i quadri, accarezzare i velluti, odorare i fiori,

riflettere nello specchio il suo nobile profilo, lasciare l’impronta

del suo braccio sulla spalliera della poltrona, l’eco della sua voce

nell’aria.

La sottile ebbrezza dell’intimità tornò ad avvolgerli, nell’asilo

sicuro, dove solo il loro volere era limite al desiderio.

Tornarono a quel singolar parlare di cose indifferenti

coll’accompagnamento in sordina dei loro cuori commossi che era uno

dei più grandi incanti della loro conversazione, sostenuta sempre nel

tono cerimonioso della terza persona, ma anche quello pieno di una

tenerezza nascosta, come se ognuno pensasse _tu_ e solo per pudore

pronunciasse _lei_. Persisteva in entrambi così unanime la paura di

decadere che la lotta continua che ne derivava era un fascino di più;

fascino alato, spirituale, dove i sensi tuttavia non perdevano nulla,

anzi si affinavano in un seguito di sensazioni delicate, raggiungendo

la trasparenza del liquore che abbandona nel filtro le scorie impure e

si condensa in goccia di topazio e di rubino dove l’ardore è raggio e

la voluttà essenza inafferrabile.

— Questo lo portava il giorno della conferenza, la seconda volta che la

vidi, — disse una sera Moena accennando a un gioiello che pendeva dal

collo della signora.

La sua mano dalle forti e belle linee virili contrastava colla

pallidezza quasi sofferente del volto; era il volto di un poeta e

la mano di un soldato; pure tale mano riattaccavasi alla sensibilità

del volto per la leggerezza diafana del gesto che aveva indicato il

gioiello, dando alla signora l’impressione vaga di una carezza non

eseguita ma pensata.

Rispose sorpresa:

— Come mai lo ricorda?

— Ricordo anche l’abito che indossava la prima volta.

— Oh! no, è impossibile. In quel momento!...

— Era grigio.

— È vero.

— Una sinfonia di grigio sfumata in bianco.

— È vero, è vero. Ma come ha potuto guardare il mio abito allora?

— Non so. Non ho guardato l’abito, ho guardato lei intanto che si

allontanava e mi rimase negli occhi quel colore di nube argentea. La

vedo ancora, nel vano della porta, sparire....

— Moena, — ella esclamò con subitaneo slancio, — chi ci avrebbe detto

quella sera che saremmo diventati.... (si arrestò).

— Che saremmo diventati?... — ripetè Moena rilevando l’interruzione con

una punta sottile di malizia.

— Tanto amici, — rispose la signora seria seria.

Ma subito si lessero fino in fondo all’anima ed una gaiezza

irresistibile li rese per un istante fanciulli. Avevano spesso assalti

di gioia, così, per una parola, per un’allusione, per un pensiero

côlto a volo, prima interpretato che detto. Somigliavano veramente

a due fanciulli che avendo trovato nei campi un bottino di frutti,

prima ancora di assaggiarli si inebbriano nella loro scoperta; in tale

freschezza di sensazioni la donna emulava il giovane fino a superarlo,

fino a dargli l’illusione assoluta della propria giovinezza. Nato da

un eccitamento dei nervi il riso di lei le serviva anche di difesa

quando la tentazione la serrava troppo da presso e temeva di scoprirsi.

Era una forma di resistenza che non ingannava nè l’uno nè l’altro,

ma che permetteva a entrambi di guadagnar tempo prolungando le ore

indicibilmente dolci dell’amore che sale.

Per quanto la loro intimità crescesse di giorno in giorno, il riserbo

di Ariele non usciva dalla signorile compostezza che era una forma

del suo sentimento, ma che, senza volerlo, aumentava il pericolo per

l’assoluta fiducia che ispirava. Gli accadeva qualche volta di entrare

preoccupato e sedendo in silenzio presso a lei prenderle le mani

esili e fresche per sprofondarvi la fronte. Stava così senza parlare

in grande delizia, ed ella lo sentiva ardere. Anche le posava qualche

volta delicatamente la testa sull’omero o sui ginocchi mormorando:

“Potessi restare sempre qui!„ Un dolore nascosto gemeva in fondo a

quell’abbandono tenero e casto; o forse un seguito di dolori, tutta la

tristezza che faceva tanto pallide le sue guancie, tutti i pensieri che

oscuravano i suoi occhi sempre un po’ velati.

A poco a poco fluirono le confidenze: l’infanzia orfana, la prima

gioventù sciupata follemente, i facili amori che non avevano lasciato

traccia, la corsa frenetica dietro chimere che svanivano appena tocche

e finalmente la sua donazione intera, anima e corpo, all’idea che

riassumeva in sè ogni aspirazione d’avvenire: la patria libera.

Allo slancio di simpatia spirituale che li aveva prima congiunti si

aggiungeva ora per i patimenti di Ariele un sentimento di pietà, di

tenerezza materna che illudeva a tratti la signora, la quale sobbalzata

dalla passione come sopra le onde di un mare burrascoso, ora piena di

ardire, ora pavida del vicino abisso, tentava nascondersi dietro la

maschera dell’amicizia. Egli insorgeva dolce e fermo: “Non voglio la

sua amicizia....„

Una sera osò soggiungere: “Voglio il tuo amore„.

Ella si celò il viso tra le mani e poichè lui insisteva, tenendola

stretta ai polsi, pazza ella stessa d’amore e di improvviso desiderio

ebbe la forza di gettarsi indietro, spaventata.

— Mi respinge? Mi respinge? — le soffiò egli sulla faccia; ed essendo

riuscito a distaccarle le mani la fissava con occhi pieni di tristezza.

— Non sono io che la respingo, — mormorò lei tutta tremante, — è

il destino che ci ha posti troppo lontani. Moena, siamo stati molto

imprudenti.... Oh! non lei che è giovane, ma io.... io sono la vera

colpevole.

— È colpa l’amore? — disse Moena colla sua voce calda che veniva dal

profondo.

— Per noi è più che una colpa (sollevò essa pure verso di lui le

pupille angosciose), è un delitto di lesa natura. L’alba non può unirsi

al tramonto.

— Ma noi fummo due albe! Non ricorda, poichè ha nominato il destino,

in qual modo lo stesso destino ci ha guidati l’uno verso l’altra?

Lei non fu allettatrice, io non fui seduttore: mai sentimento nacque

con maggiore spontaneità, con maggiore sincerità del nostro. Appunto,

poichè un abisso ci divide, come dice lei, non la leggerezza dell’età,

nemmeno l’occasione ci spinsero ad amarci. Ci amiamo perchè non

possiamo fare diversamente.

— E se c’ingannassimo? — pronunziò debolmente la signora.

— Lei stessa non è convinta di quello che dice, — affermò Ariele

con risolutezza. — Sapesse quale sacrificio mi è costato il venire a

raggiungerla lassù....

Ella interruppe:

— Un sacrificio?

— Sì, ma non è il momento di parlarne. Parliamo invece del nostro

dolce e così recente passato. Ricorda l’incontro sulla strada? Che

cosa speravo io allora, che cosa volevo? Lo ignoro. Forse non l’amavo

ancora: chi può dire quando incomincia l’amore! Ma fui tanto felice,

quella sera, sulla panchina, al suono della musica che per quanto

uscita da istrumenti comuni sembrava a me un concento di paradiso; e le

lampadine elettriche chiarivano appena la spianata solitaria, e il suo

velo bianco mi portava a tratti sul volto il suo respiro.... ricorda?

— Ricordo.

— E i nostri silenzi.... li ricorda?

— Anche quelli!

— E....

Si guardarono, trasalendo in tutte le loro fibre, sprofondate le anime

nelle pupille. Mormorarono insieme pianissimo: — Il bosco....

— Vedi, vedi? Questa sola evocazione ci dà la febbre e vuoi che non sia

amore?

Ella teneva il capo reclino ansimando. Non vide gli occhi di

Ariele quando rammentò il bacio nel capanno.... ma la voce suadente

continuava, ritornata alla forma di rispetto che era tra loro un tacito

accordo di resistenza, più ardente forse dell’abbandono.

— E quel meriggio d’oro in mezzo alle rose? la sua cara visita? il

_crescit eundo_?

— Dio! — esclamò la signora, — che ore divine vi sono nella vita! E la

sua apparizione in treno il giorno che partii....

— E il grido che ella gettò vedendomi....

— E il piccolo albergo di Trento, quella finestra di fronte al palazzo

del diavolo, quel davanzale su cui ci appoggiammo insieme immemori del

mondo....

Ancora si guardarono. Ancora nei loro occhi che si dicevano tutto passò

il lampo di un ricordo, di un pensiero; ma i labbri tacquero. Trento

rivisse nelle loro parole evocatrici allora; Trento col suo fascino

misterioso, colla sua bellezza dolorosa, la Trento del loro sogno e del

loro amore. Indugiati sulle memorie dell’ultima sera trascorsa ai piedi

della statua di Dante, il rosario di passione che essi avevano sgranato

li cinse di una collana luminosa le cui faccette alternate erano stelle

ed erano lagrime.

— Crede? Crede? Le giuro che non ho mai provato vicino a nessuna donna

la commozione che risentii presso a lei, che risento ancora....

— Basta, Ariele. Non sa quanto male mi fanno queste parole? Non

comprendi dunque?... Non comprendi?...

Erano entrambi agitatissimi. I loro sguardi che prima si passavano da

parte a parte non si vedevano più; le loro mani, le loro braccia si

cercavano automaticamente, si stringevano con movimenti convulsi.

— E tu comprendi tutto quello che sei per me? una creatura quasi non

terrena, tanto mi sembra impossibile ciò che avvenne, ciò che avviene,

ciò che dovrà avvenire. Comprendi che finchè il cuore scanderà un

palpito tu mi avrai, come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà;

come tutte le forze dell’anima ti desiderano in questo istante?...

Comprendi? Addio, addio, fuggo.

Ella non lo ritenne. Sfinita, abbandonata sui cuscini del divano le

cantava ancora nell’orecchio la voce di Moena “come nessuna mi ebbe,

come nessuna mi avrà„ e una ebbrezza meravigliosa la invase, qual di

lama che penetra senza far soffrire, in fondo, in fondo, in fondo, fino

a dare la dolcissima morte.

Rogo d'amore · 第 12 / 20 题