VI.

Sotto la tettoia della stazione di Rovereto Ariele Moena, in piedi,

seguiva coll’occhio l’impicciolirsi del treno che correva verso Milano

trasportando l’Unica. Stringeva fra le mani un fazzolettino ch’ella gli

aveva gettato dallo sportello a guisa di un ultimo saluto ed ogni po’

se lo recava al volto per aspirarne il profumo col gesto lieve che gli

era abituale in tutte le manifestazioni del senso.

Al momento di lasciare la signora alla stazione di Trento egli era

balzato nel riparto, dove l’aveva vista sola, per accompagnarla almeno

fino alla prima fermata, prolungando il piacere di stare insieme; e

quel breve volo da Trento a Rovereto compiuto nella gioia infantile

dell’imprevisto, come già quello del giorno innanzi, senza scorgere

nulla nè del paesaggio nè di quanto esisteva fuori di essi, aveva

dato loro una sensazione di viaggio di nozze a cui l’irregolarità e la

sorpresa conferivano quasi un sapore di fuga romantica.

Uscendo da quell’estasi Ariele Moena conservava nella sua persona e ne’

suoi pensieri l’impressione speciale che provano i marinai mettendo

piede a terra dopo un lungo viaggio tra cielo e mare: una scossa

nell’arresto dei nervi usi al ritmo delle onde, una difficoltà per la

mente che spaziava nell’infinito a cogliere i piccoli particolari della

spiaggia.

Uomini e donne si movevano intorno a lui gettandosi parole di comando,

di raccomandazione, di saluto, parole che si incrociavano a sorrisi,

a strette di mano, nell’aria attraversata da colonne di fumo, tra i

rumori stridenti e paurosi di una stazione in movimento. Ma una zona

meravigliosa, specie di etere imponderabile, isolava Ariele dal resto

del mondo, pur mentre il senso della vita gli si rivelava con una forza

nuova dandogli la misura intera del suo valore di uomo, del suo posto

in mezzo agli uomini. Si sentiva buono, generoso, eroico. Tutto ciò che

di nobile e di elevato sta nella natura umana urgeva con dolce tumulto

al suo cuore, pari al seme nascosto che solleva la terra e spinge

in alto il rigoglio della messe. Nessuna forma religiosa si imponeva

all’anelito del suo essere trasportato oltre ogni sensazione precisa,

ma era il nucleo stesso di tutte le religioni nella sua indistruttibile

essenza d’amore che divinizzava la visione terrena investendola della

propria fiamma.

È una particolarità dell’amore, è il suo maggior titolo alla

riconoscenza degli uomini questa spiritualizzazione dell’istinto che

nella gretta vita di tutti i giorni apre uno spiraglio di luce ideale.

Moena vi figgeva per la prima volta lo sguardo smarrito e commosso. Che

cosa era avvenuto in lui, non nuovo alle imprese amorose, perchè una

donna che forse non era la più bella gli suscitasse tanto turbamento?

Perchè quella, non un’altra? È dunque vero che passano cento donne e si

guardano, ma ne passa una e la si ama?

Nel treno che lo riportava a Trento, solo, — mentre poche ore prima

aveva percorso quella medesima via insieme alla diletta ed insieme

avevano respirato, guardato, sorriso, tese le braccia, desiderato

forse, forse spasimato, ma così ebbri della loro felicità, — in quel

treno pieno di gente che gli sembrava più vuoto del deserto, Moena

sentì improvvisamente la tristezza della separazione. Quegli occhi

non li vedeva più, non vedeva più quel velo bianco, la dolce voce

non risuonava più al suo orecchio. Era come se si fosse oscurato il

cielo. Allora provò il bisogno di rievocare il breve passato e lo fece

chiudendo le palpebre per ritrovare dentro di sè l’immagine cara.

In quale istante veramente aveva egli incominciato ad amarla? Non lo

sapeva. La prima volta le era apparsa appena; poi si erano ritrovati,

poi una forza ignota lo aveva spinto a raggiungerla lassù nella sua

disgraziata terra. E poi? Oh! la dolcezza infinita della vicinanza,

quando la parola non ha ancora trovato il varco delle labbra,

quando gli sguardi stessi timidi ed incerti si arrischiano appena ad

incontrarsi, eppure tutto attrae, tutto avvince, le barriere cadono,

i cuori si scoprono: due esseri, un uomo ed una donna che non hanno

ancora pensato all’amplesso si trovano uniti nella divina nudità delle

anime.

E la sera della passeggiata nel bosco, quale filtro era sceso su di

loro, quale prodigioso incantesimo, se ancora solamente a pensarci

tremava fibra a fibra e si sentiva trasportato come da un palpito

d’ali?

Moena non aveva mentito confessandosi idealista. I suoi venticinque

anni e la bella persona non potevano mancare di procurargli avventure

galanti, ma egli era un curioso dell’amore, piuttosto che un famelico;

Don Giovanni e Don Chisciotte insieme inseguiva i fantasmi del suo

cervello coll’ardore poetico del cavaliere della Mancia, ma anche li

abbandonava, insoddisfatto, appena si accorgeva di stringere fra le

braccia una forma vana. Se nei primissimi anni la novità dei sensi

e l’inesperienza lo avevano spesso illuso e più di una volta sulla

vaghezza di un volto, dietro cui non palpitava nulla, il cuore si era

pazzamente profuso, una precoce stanchezza non mancò di avvertirlo che

là non era il soddisfacimento de’ suoi desideri. In questo appunto

non andava d’accordo co’ suoi amici perchè non sapeva rassegnarsi a

prendere dalla donna il momentaneo piacere che agli altri bastava.

Per lui questo piacere non potendo essere causa ma effetto lo rendeva

indifferente alle tentazioni comuni.

Non era tuttavia così dissimile dagli altri uomini da non aver provato

quell’acre curiosità che sferza loro il sangue in certe ore tempestose.

Torbidi pensieri e suggestioni involontarie avevano talvolta guidato

i suoi passi, ma la curiosità si era arrestata e quasi sempre spenta

al solo approccio, sopraffatta da un istintivo disgusto. Era capace

di seguire una donna che gli avesse appena rivolto il baleno di uno

sguardo o mostrato l’ondeggiare di un nastro intorno alla vita sottile,

preso da una vampata di desiderio che lo gettava ardente e cieco

sull’orma de’ suoi passi, ma bastava che ella si arrestasse e che lo

sguardo consapevole prendesse la volgare espressione dell’invito per

renderlo di ghiaccio.

Nel continuo bisogno di idealizzare la donna si era successivamente

innamorato di creature femminee viste solamente nei ritratti; sarebbe

partito come Rudello per ignote terre lontane alla ricerca di una

Melisenda sognata, non per possederla, ma per morire ai suoi ginocchi.

La spiritualità del suo temperamento trovava un rinforzo di idealismo

nei ricordi di famiglia, nella educazione, nelle abitudini. Di nobile

e antica schiatta guerriera cui la modesta fortuna era stata schermo

ai rammollimenti di un soverchio fasto, gente rude e forte venuta dai

monti, ingentilita per un seguito di donne che ne avevano conservate le

tradizioni nel raccoglimento della casa, nel culto delle memorie, Moena

portava in sè il tesoro di una razza. Il suo orrore della volgarità non

era una cosa imparaticcia; egli l’aveva nel sangue. Tale sentimento

applicato a tutte le manifestazioni della vita gli formava intorno

quella specie di corazza che lo isolava qualche volta, ma anche lo

proteggeva. Attraverso a questa corazza i segni misteriosi che fanno

riconoscere nella folla gli spiriti fraterni avevano guidato l’Unica

verso di lui. Non si erano guardati, si erano sentiti.

Eppure egli la vedeva in quel momento distintissimamente. Evocata dalla

prepotenza del desiderio la linea della di lei persona gli sorgeva

dinanzi, rapida, sfuggente, ma viva di tutti i fremiti che l’avevano

fatto palpitare poche ore prima al suo fianco; luminosa nel raggio che

usciva dal fondo appassionato delle sue pupille; con quei gesti, quegli

accenti, quei silenzi che non avrebbe saputo definire, ma che erano

il mistero della di lei essenza, della di lei forma, del di lei tutto,

la sua intimità di donna, il suo fascino di amante, erano Lei! Rapito

nella dolcezza dei ricordi gli parve di cingerla, come una sera, lieve

intorno ai fianchi, dandole l’anima in abbandono....

Quantunque al pari di tutti gli uomini egli avesse conosciuto presto

il diletto d’amore e creduto di amare ed anche amato, ciò che provava

ora non somigliava a nessuna delle passate ebbrezze. Egli era ora

compiuto in sè. Il grande anelito della sua anima che altre volte ne

divideva gli affetti e li gettava al vento stringevasi in una cosa

sola coll’Unica, poichè pensando a lei non cessava di pensare alla

patria schiava, a questo amore supremo che giaceva in fondo di ogni sua

aspirazione, che formava il substrato di tutti i suoi pensieri, sangue

del suo sangue e midollo delle sue ossa, fin dal primo aprirsi della

ragione, quando udiva narrare in famiglia le persecuzioni patite sotto

il governo austriaco e le infamie del carcere dove uno de’ suoi era

morto.

La possibilità di morire per una causa santa, e meglio che nel languore

del carcere sotto il piombo di un soldato nemico, aveva agitato per

lungo tempo i fantasmi eroici della sua immaginazione procurandogli

vere voluttà di sacrificio e quasi una smania, una frenesia di offrire

la propria giovinezza, di vedere quel suo sangue ardente che gli

ribolliva dentro uscirgli dal petto e rigare la terra dove i suoi padri

avevano imprecato e pianto. Nessuna offerta di piacere, nessuna lusinga

di donna valeva per lui quei solitari vaneggiamenti dove le facoltà

superiori della sua anima si esaltavano fino al delirio.

Riavvicinandosi a Trento gli attraversò la mente il canto di Gazzoletti

che sognando al pari di lui una morte gloriosa pensava all’ultimo nome

che gli sarebbe palpitato nel cuore insieme a quello della patria;

e lo comprese come non lo aveva compreso mai, e lo ridisse pieno

d’entusiasmo, coi polsi che gli martellavano in un tumulto di febbre.

Il sole tramontava sulla città quando egli vi giunse. Non entrò, ma per

una stradetta nota alla sua fanciullezza, non più riveduta, e di cui

la nostalgia lo riprese in quel fiorire nuovo di vita, quale confuso

desiderio di consacrare la nascente felicità presso una tomba cara,

lasciato il piano, su su per un molle declivio portossi in alto; e

quanto più si sollevava più gli cresceva quell’impeto di grandi cose,

quel bisogno di darsi, di prodigarsi fuori di sè stesso, impaziente dei

lacci che lo stringevano alle miserie dell’esistenza comune. I freschi

verzieri, gli orti amorosamente coltivati all’ombra degli ippocastani

si sprofondavano sotto i suoi piedi in un morbido ondeggiamento

lasciando emergere le chiese, i campanili, le torri, la macchia

screziata delle case e l’Adige, l’Adige impetuoso travolgente le sue

onde opaline con foga d’armigeri correnti alla battaglia.

Tutte le sue visioni insorsero, tutte! Le antiche infantili meraviglie

ai racconti del padre che soldato sotto l’Austria aveva disertato per

correre nelle file di Garibaldi quando in Piemonte e in Lombardia

si davano le prime spallate al colosso, la malinconica vita di

esiliato lontano dalla famiglia, il ricongiungersi a questa appena le

circostanze apparvero propizie; e la morte prematura del padre e il

lungo seguito di affanni che la accompagnarono adunando sul capo già

pensoso di Ariele la tristezza incancellabile delle infanzie dolorose.

E poi il lento formarsi della sua coscienza di giovane in terra libera,

col ricordo dell’avita casa perduta, col rimpianto di tanti sacrifici

inutili, coll’eco continua di pianti sommessi.

Pianti? L’illusione che gli aveva fatto scorgere nei flutti dell’Adige

una foga di armigeri correnti alla battaglia mutava forma sotto i suoi

sguardi allucinati. Lagrime erano; lagrime ininterrotte che dalle balze

e dalle fratte, dalle Dolomiti splendenti, dalle Giudicarie austere,

dai boschi dell’Anàunia, dalle città segnate in fronte col suggello

di San Marco andavano, andavano, andavano a ricercare il cuore della

patria. O Verona, non le senti tu queste lagrime dei fratelli gemere

sotto l’arco de’ tuoi ponti severi? Non le sente Venezia quando la

gondola silenziosa trascorre nell’incanto lunare trasportando il sogno

di due felici? E tu, perla staccata dall’italo monile, Trieste, o

sorella, odi?...

Ariele si esaltava in cotali pensieri che l’ora e il luogo e lo

stato particolare dell’anima sua vestivano di lirismo appassionato,

abbandonandosi intero come soleva alle audaci fantasie, in oblio

assoluto d’ogni altra cosa. D’improvviso, nel fascio di raggi che il

sole morente dardeggiava sulla città, il suo sguardo distinse la massa

bruna del Castello coi suoi merli ghibellini rizzanti le punte intorno

al torrione dove i fieri segni di Roma scompaiono coperti dall’aquila

imperiale, dove s’affloscia sull’asta minacciosa la bandiera dai

colori abborriti; e in quel trionfo insolente dello straniero, in quel

dispiego di forza brutale cui rispondeva dall’alto dei forti il lugubre

profilo dei cannoni, tutti gli orrori delle prigioni austriache colla

tetra coorte dei supplizi e delle forche che tanti nobili cuori tolsero

all’Italia, ripresentandosi al suo spirito, gli mandarono alla fronte

una ondata di sangue così violenta che abbattendosi contro un sasso sul

ciglio della strada rimase a lungo immobile nell’annientamento della

disperazione.

E pure fiaccato il suo spirito errava con tenace delirio di memorie

intorno alla fossa del Castello dove venti giovani italiani dei

Corpi Franchi presi a tradimento furono un giorno uccisi dal piombo

austriaco, per il solo delitto di essere italiani. E il ventunesimo era

un fanciullo, un fanciullo di quindici anni per il quale il venerando

vescovo, dopo di avere chiesta invano la grazia di tutti, implorò che

nei diritti dell’innocenza fosse salvo — almeno il fanciullo! Ma il

tiranno disse no e il tenero corpo cadde insieme agli altri....

Ah! non le Madonne dolci e le grazie dei liutisti affrescate entro i

muri del Castello vedeva Ariele colle pupille aperte sul passato! Egli

vedeva nella notte funerea del delitto un tacito avanzarsi di uomini,

deludenti la sorveglianza delle sentinelle, strisciare sotto gli

spalti, scendere carponi nella fossa e cercare i cadaveri e caricarseli

sulle spalle amorosamente come persone vive, come fratelli vivi....

Poi risalire lenti e dolenti la scarpata sotto i fucili pronti delle

sentinelle e dileguarsi nella notte portando in salvo le spoglie dei

martiri strappate alla fossa infame.

Ombre, sangue, morte vedeva Ariele intorno al Castello, sempre

vaneggiando.

Quando rinvenne, le tenebre avevano già involta Trento, visibile appena

per i punti luminosi che la picchiettavano di innumeri pupille, vigile

e desta nell’ombra; vigile e desta.

Parve allora ad Ariele che fili invisibili gli si allacciassero intorno

e voci misteriose piegando verso lui un fiato ardente gli mormorassero:

“Aiuto! Siamo in mille e mille come te. Siamo poveri, dispersi,

abbandonati; il giogo tiene curve le nostre fronti, le minaccie

inceppano i nostri polsi, il terrore chiude le nostre bocche, atrofizza

il nostro pensiero; e siamo tanto miseri che parecchi fra noi non

hanno neppure coscienza della loro servitù, e siamo così inviliti che

per paura non osiamo nemmeno sperare„. E i fili tremavano come nervi

febbricitanti e le voci singhiozzavano....

Se i propositi di Ariele fossero stati meno fermi si sarebbero

insaldati per sempre in quell’ora di contemplazione in cui parvero

venire a lui le energie imploranti della città oppressa, lassù su quel

colle d’onde l’occhio la abbracciava intera. La necessità di unirsi, di

formare una lega di resistenza che fosse come un sol cuore dal battito

incessante, si imponeva al suo fervido entusiasmo. Più che un conflitto

sanguinoso egli vagheggiava ora il trionfo delle forze occulte della

stirpe, l’unione degli uomini di buona volontà. Non è questa l’idea

che deve rigenerare il mondo? Le opere che disgiunti non riescono a

compiere, morte nella sterilità del desiderio, sorgerebbero allora in

un potente slancio di vita. Oh! quando saranno uniti tutti, tutti,

uomini dei monti e uomini della valle, colui che semina le spiche

nel campo e colui che le raccoglie e colui che le ripone; ed ancora i

pastori del gregge ed i pastori delle anime, tutti, tutti, tutti!

La visione si allargava allo sguardo profetico di Ariele. Era pur

stato un tedesco che affacciandosi a quei monti aveva esclamato: “Qui

incomincia l’Italia„. Parla dunque il diritto dei popoli nella bandiera

naturale che gli stranieri incontrano appena usciti dai loro paesi

brumosi salutando l’Italia nei colori del nostro cielo e del nostro

mare, negli occhi delle nostre donne, nei segni della nostra storia.

Non più armigeri, non più lagrime svolgeva ora il bel fiume. Ariele lo

vedeva scendere vergine linfa cristallina dall’alvo nativo e scorrere

tra sponde fiorite in mezzo a un popolo festante che canta la nuova

canzone di libertà: Adige italiano in terra italiana.

Dinanzi a quest’ultima visione il petto gli si gonfiava in un rigurgito

di vita, in un folleggiare audace di speranze, mentre il sangue

giovane urtando i suoi polsi vi accendeva fiamme di passione e l’occhio

inquieto frugava nelle tenebre. Dai profondi abissi del suo essere una

voce si agitò sollevando al suo sogno la terra, i monti, le acque, le

linfe degli alberi, le correnti dei venti, il fuoco dei vulcani, tutte

le forze della natura congiunte al grido disperato degli uomini in

uno slancio di esaltazione sublime, in un magnifico assurgere verso la

felicità, verso la libertà.

Poter avere allora l’Unica vicino a sè.... cuore contro cuore! Un

desiderio altissimo lo assalse, lo investì; desiderio così acuto di

stringere un’anima che la visione femminea sfiorò appena i suoi sensi

esaltati nell’ardore di un’unione sovrumana, fuse nel suo pensiero

la donna e la patria con tale trasporto di tutto sè stesso che sentì

di toccare in quel punto il culmine della sua vita ideale. Altre ore

più grandiose o più pugnaci gli preparava forse il destino, ma quella

sarebbe rimasta al di sopra di tutte come il luminoso zenith della sua

giovinezza.

Rogo d'amore · 第 11 / 20 题