Sotto la tettoia della stazione di Rovereto Ariele Moena, in piedi,
seguiva coll’occhio l’impicciolirsi del treno che correva verso Milano
trasportando l’Unica. Stringeva fra le mani un fazzolettino ch’ella gli
aveva gettato dallo sportello a guisa di un ultimo saluto ed ogni po’
se lo recava al volto per aspirarne il profumo col gesto lieve che gli
era abituale in tutte le manifestazioni del senso.
Al momento di lasciare la signora alla stazione di Trento egli era
balzato nel riparto, dove l’aveva vista sola, per accompagnarla almeno
fino alla prima fermata, prolungando il piacere di stare insieme; e
quel breve volo da Trento a Rovereto compiuto nella gioia infantile
dell’imprevisto, come già quello del giorno innanzi, senza scorgere
nulla nè del paesaggio nè di quanto esisteva fuori di essi, aveva
dato loro una sensazione di viaggio di nozze a cui l’irregolarità e la
sorpresa conferivano quasi un sapore di fuga romantica.
Uscendo da quell’estasi Ariele Moena conservava nella sua persona e ne’
suoi pensieri l’impressione speciale che provano i marinai mettendo
piede a terra dopo un lungo viaggio tra cielo e mare: una scossa
nell’arresto dei nervi usi al ritmo delle onde, una difficoltà per la
mente che spaziava nell’infinito a cogliere i piccoli particolari della
spiaggia.
Uomini e donne si movevano intorno a lui gettandosi parole di comando,
di raccomandazione, di saluto, parole che si incrociavano a sorrisi,
a strette di mano, nell’aria attraversata da colonne di fumo, tra i
rumori stridenti e paurosi di una stazione in movimento. Ma una zona
meravigliosa, specie di etere imponderabile, isolava Ariele dal resto
del mondo, pur mentre il senso della vita gli si rivelava con una forza
nuova dandogli la misura intera del suo valore di uomo, del suo posto
in mezzo agli uomini. Si sentiva buono, generoso, eroico. Tutto ciò che
di nobile e di elevato sta nella natura umana urgeva con dolce tumulto
al suo cuore, pari al seme nascosto che solleva la terra e spinge
in alto il rigoglio della messe. Nessuna forma religiosa si imponeva
all’anelito del suo essere trasportato oltre ogni sensazione precisa,
ma era il nucleo stesso di tutte le religioni nella sua indistruttibile
essenza d’amore che divinizzava la visione terrena investendola della
propria fiamma.
È una particolarità dell’amore, è il suo maggior titolo alla
riconoscenza degli uomini questa spiritualizzazione dell’istinto che
nella gretta vita di tutti i giorni apre uno spiraglio di luce ideale.
Moena vi figgeva per la prima volta lo sguardo smarrito e commosso. Che
cosa era avvenuto in lui, non nuovo alle imprese amorose, perchè una
donna che forse non era la più bella gli suscitasse tanto turbamento?
Perchè quella, non un’altra? È dunque vero che passano cento donne e si
guardano, ma ne passa una e la si ama?
Nel treno che lo riportava a Trento, solo, — mentre poche ore prima
aveva percorso quella medesima via insieme alla diletta ed insieme
avevano respirato, guardato, sorriso, tese le braccia, desiderato
forse, forse spasimato, ma così ebbri della loro felicità, — in quel
treno pieno di gente che gli sembrava più vuoto del deserto, Moena
sentì improvvisamente la tristezza della separazione. Quegli occhi
non li vedeva più, non vedeva più quel velo bianco, la dolce voce
non risuonava più al suo orecchio. Era come se si fosse oscurato il
cielo. Allora provò il bisogno di rievocare il breve passato e lo fece
chiudendo le palpebre per ritrovare dentro di sè l’immagine cara.
In quale istante veramente aveva egli incominciato ad amarla? Non lo
sapeva. La prima volta le era apparsa appena; poi si erano ritrovati,
poi una forza ignota lo aveva spinto a raggiungerla lassù nella sua
disgraziata terra. E poi? Oh! la dolcezza infinita della vicinanza,
quando la parola non ha ancora trovato il varco delle labbra,
quando gli sguardi stessi timidi ed incerti si arrischiano appena ad
incontrarsi, eppure tutto attrae, tutto avvince, le barriere cadono,
i cuori si scoprono: due esseri, un uomo ed una donna che non hanno
ancora pensato all’amplesso si trovano uniti nella divina nudità delle
anime.
E la sera della passeggiata nel bosco, quale filtro era sceso su di
loro, quale prodigioso incantesimo, se ancora solamente a pensarci
tremava fibra a fibra e si sentiva trasportato come da un palpito
d’ali?
Moena non aveva mentito confessandosi idealista. I suoi venticinque
anni e la bella persona non potevano mancare di procurargli avventure
galanti, ma egli era un curioso dell’amore, piuttosto che un famelico;
Don Giovanni e Don Chisciotte insieme inseguiva i fantasmi del suo
cervello coll’ardore poetico del cavaliere della Mancia, ma anche li
abbandonava, insoddisfatto, appena si accorgeva di stringere fra le
braccia una forma vana. Se nei primissimi anni la novità dei sensi
e l’inesperienza lo avevano spesso illuso e più di una volta sulla
vaghezza di un volto, dietro cui non palpitava nulla, il cuore si era
pazzamente profuso, una precoce stanchezza non mancò di avvertirlo che
là non era il soddisfacimento de’ suoi desideri. In questo appunto
non andava d’accordo co’ suoi amici perchè non sapeva rassegnarsi a
prendere dalla donna il momentaneo piacere che agli altri bastava.
Per lui questo piacere non potendo essere causa ma effetto lo rendeva
indifferente alle tentazioni comuni.
Non era tuttavia così dissimile dagli altri uomini da non aver provato
quell’acre curiosità che sferza loro il sangue in certe ore tempestose.
Torbidi pensieri e suggestioni involontarie avevano talvolta guidato
i suoi passi, ma la curiosità si era arrestata e quasi sempre spenta
al solo approccio, sopraffatta da un istintivo disgusto. Era capace
di seguire una donna che gli avesse appena rivolto il baleno di uno
sguardo o mostrato l’ondeggiare di un nastro intorno alla vita sottile,
preso da una vampata di desiderio che lo gettava ardente e cieco
sull’orma de’ suoi passi, ma bastava che ella si arrestasse e che lo
sguardo consapevole prendesse la volgare espressione dell’invito per
renderlo di ghiaccio.
Nel continuo bisogno di idealizzare la donna si era successivamente
innamorato di creature femminee viste solamente nei ritratti; sarebbe
partito come Rudello per ignote terre lontane alla ricerca di una
Melisenda sognata, non per possederla, ma per morire ai suoi ginocchi.
La spiritualità del suo temperamento trovava un rinforzo di idealismo
nei ricordi di famiglia, nella educazione, nelle abitudini. Di nobile
e antica schiatta guerriera cui la modesta fortuna era stata schermo
ai rammollimenti di un soverchio fasto, gente rude e forte venuta dai
monti, ingentilita per un seguito di donne che ne avevano conservate le
tradizioni nel raccoglimento della casa, nel culto delle memorie, Moena
portava in sè il tesoro di una razza. Il suo orrore della volgarità non
era una cosa imparaticcia; egli l’aveva nel sangue. Tale sentimento
applicato a tutte le manifestazioni della vita gli formava intorno
quella specie di corazza che lo isolava qualche volta, ma anche lo
proteggeva. Attraverso a questa corazza i segni misteriosi che fanno
riconoscere nella folla gli spiriti fraterni avevano guidato l’Unica
verso di lui. Non si erano guardati, si erano sentiti.
Eppure egli la vedeva in quel momento distintissimamente. Evocata dalla
prepotenza del desiderio la linea della di lei persona gli sorgeva
dinanzi, rapida, sfuggente, ma viva di tutti i fremiti che l’avevano
fatto palpitare poche ore prima al suo fianco; luminosa nel raggio che
usciva dal fondo appassionato delle sue pupille; con quei gesti, quegli
accenti, quei silenzi che non avrebbe saputo definire, ma che erano
il mistero della di lei essenza, della di lei forma, del di lei tutto,
la sua intimità di donna, il suo fascino di amante, erano Lei! Rapito
nella dolcezza dei ricordi gli parve di cingerla, come una sera, lieve
intorno ai fianchi, dandole l’anima in abbandono....
Quantunque al pari di tutti gli uomini egli avesse conosciuto presto
il diletto d’amore e creduto di amare ed anche amato, ciò che provava
ora non somigliava a nessuna delle passate ebbrezze. Egli era ora
compiuto in sè. Il grande anelito della sua anima che altre volte ne
divideva gli affetti e li gettava al vento stringevasi in una cosa
sola coll’Unica, poichè pensando a lei non cessava di pensare alla
patria schiava, a questo amore supremo che giaceva in fondo di ogni sua
aspirazione, che formava il substrato di tutti i suoi pensieri, sangue
del suo sangue e midollo delle sue ossa, fin dal primo aprirsi della
ragione, quando udiva narrare in famiglia le persecuzioni patite sotto
il governo austriaco e le infamie del carcere dove uno de’ suoi era
morto.
La possibilità di morire per una causa santa, e meglio che nel languore
del carcere sotto il piombo di un soldato nemico, aveva agitato per
lungo tempo i fantasmi eroici della sua immaginazione procurandogli
vere voluttà di sacrificio e quasi una smania, una frenesia di offrire
la propria giovinezza, di vedere quel suo sangue ardente che gli
ribolliva dentro uscirgli dal petto e rigare la terra dove i suoi padri
avevano imprecato e pianto. Nessuna offerta di piacere, nessuna lusinga
di donna valeva per lui quei solitari vaneggiamenti dove le facoltà
superiori della sua anima si esaltavano fino al delirio.
Riavvicinandosi a Trento gli attraversò la mente il canto di Gazzoletti
che sognando al pari di lui una morte gloriosa pensava all’ultimo nome
che gli sarebbe palpitato nel cuore insieme a quello della patria;
e lo comprese come non lo aveva compreso mai, e lo ridisse pieno
d’entusiasmo, coi polsi che gli martellavano in un tumulto di febbre.
Il sole tramontava sulla città quando egli vi giunse. Non entrò, ma per
una stradetta nota alla sua fanciullezza, non più riveduta, e di cui
la nostalgia lo riprese in quel fiorire nuovo di vita, quale confuso
desiderio di consacrare la nascente felicità presso una tomba cara,
lasciato il piano, su su per un molle declivio portossi in alto; e
quanto più si sollevava più gli cresceva quell’impeto di grandi cose,
quel bisogno di darsi, di prodigarsi fuori di sè stesso, impaziente dei
lacci che lo stringevano alle miserie dell’esistenza comune. I freschi
verzieri, gli orti amorosamente coltivati all’ombra degli ippocastani
si sprofondavano sotto i suoi piedi in un morbido ondeggiamento
lasciando emergere le chiese, i campanili, le torri, la macchia
screziata delle case e l’Adige, l’Adige impetuoso travolgente le sue
onde opaline con foga d’armigeri correnti alla battaglia.
Tutte le sue visioni insorsero, tutte! Le antiche infantili meraviglie
ai racconti del padre che soldato sotto l’Austria aveva disertato per
correre nelle file di Garibaldi quando in Piemonte e in Lombardia
si davano le prime spallate al colosso, la malinconica vita di
esiliato lontano dalla famiglia, il ricongiungersi a questa appena le
circostanze apparvero propizie; e la morte prematura del padre e il
lungo seguito di affanni che la accompagnarono adunando sul capo già
pensoso di Ariele la tristezza incancellabile delle infanzie dolorose.
E poi il lento formarsi della sua coscienza di giovane in terra libera,
col ricordo dell’avita casa perduta, col rimpianto di tanti sacrifici
inutili, coll’eco continua di pianti sommessi.
Pianti? L’illusione che gli aveva fatto scorgere nei flutti dell’Adige
una foga di armigeri correnti alla battaglia mutava forma sotto i suoi
sguardi allucinati. Lagrime erano; lagrime ininterrotte che dalle balze
e dalle fratte, dalle Dolomiti splendenti, dalle Giudicarie austere,
dai boschi dell’Anàunia, dalle città segnate in fronte col suggello
di San Marco andavano, andavano, andavano a ricercare il cuore della
patria. O Verona, non le senti tu queste lagrime dei fratelli gemere
sotto l’arco de’ tuoi ponti severi? Non le sente Venezia quando la
gondola silenziosa trascorre nell’incanto lunare trasportando il sogno
di due felici? E tu, perla staccata dall’italo monile, Trieste, o
sorella, odi?...
Ariele si esaltava in cotali pensieri che l’ora e il luogo e lo
stato particolare dell’anima sua vestivano di lirismo appassionato,
abbandonandosi intero come soleva alle audaci fantasie, in oblio
assoluto d’ogni altra cosa. D’improvviso, nel fascio di raggi che il
sole morente dardeggiava sulla città, il suo sguardo distinse la massa
bruna del Castello coi suoi merli ghibellini rizzanti le punte intorno
al torrione dove i fieri segni di Roma scompaiono coperti dall’aquila
imperiale, dove s’affloscia sull’asta minacciosa la bandiera dai
colori abborriti; e in quel trionfo insolente dello straniero, in quel
dispiego di forza brutale cui rispondeva dall’alto dei forti il lugubre
profilo dei cannoni, tutti gli orrori delle prigioni austriache colla
tetra coorte dei supplizi e delle forche che tanti nobili cuori tolsero
all’Italia, ripresentandosi al suo spirito, gli mandarono alla fronte
una ondata di sangue così violenta che abbattendosi contro un sasso sul
ciglio della strada rimase a lungo immobile nell’annientamento della
disperazione.
E pure fiaccato il suo spirito errava con tenace delirio di memorie
intorno alla fossa del Castello dove venti giovani italiani dei
Corpi Franchi presi a tradimento furono un giorno uccisi dal piombo
austriaco, per il solo delitto di essere italiani. E il ventunesimo era
un fanciullo, un fanciullo di quindici anni per il quale il venerando
vescovo, dopo di avere chiesta invano la grazia di tutti, implorò che
nei diritti dell’innocenza fosse salvo — almeno il fanciullo! Ma il
tiranno disse no e il tenero corpo cadde insieme agli altri....
Ah! non le Madonne dolci e le grazie dei liutisti affrescate entro i
muri del Castello vedeva Ariele colle pupille aperte sul passato! Egli
vedeva nella notte funerea del delitto un tacito avanzarsi di uomini,
deludenti la sorveglianza delle sentinelle, strisciare sotto gli
spalti, scendere carponi nella fossa e cercare i cadaveri e caricarseli
sulle spalle amorosamente come persone vive, come fratelli vivi....
Poi risalire lenti e dolenti la scarpata sotto i fucili pronti delle
sentinelle e dileguarsi nella notte portando in salvo le spoglie dei
martiri strappate alla fossa infame.
Ombre, sangue, morte vedeva Ariele intorno al Castello, sempre
vaneggiando.
Quando rinvenne, le tenebre avevano già involta Trento, visibile appena
per i punti luminosi che la picchiettavano di innumeri pupille, vigile
e desta nell’ombra; vigile e desta.
Parve allora ad Ariele che fili invisibili gli si allacciassero intorno
e voci misteriose piegando verso lui un fiato ardente gli mormorassero:
“Aiuto! Siamo in mille e mille come te. Siamo poveri, dispersi,
abbandonati; il giogo tiene curve le nostre fronti, le minaccie
inceppano i nostri polsi, il terrore chiude le nostre bocche, atrofizza
il nostro pensiero; e siamo tanto miseri che parecchi fra noi non
hanno neppure coscienza della loro servitù, e siamo così inviliti che
per paura non osiamo nemmeno sperare„. E i fili tremavano come nervi
febbricitanti e le voci singhiozzavano....
Se i propositi di Ariele fossero stati meno fermi si sarebbero
insaldati per sempre in quell’ora di contemplazione in cui parvero
venire a lui le energie imploranti della città oppressa, lassù su quel
colle d’onde l’occhio la abbracciava intera. La necessità di unirsi, di
formare una lega di resistenza che fosse come un sol cuore dal battito
incessante, si imponeva al suo fervido entusiasmo. Più che un conflitto
sanguinoso egli vagheggiava ora il trionfo delle forze occulte della
stirpe, l’unione degli uomini di buona volontà. Non è questa l’idea
che deve rigenerare il mondo? Le opere che disgiunti non riescono a
compiere, morte nella sterilità del desiderio, sorgerebbero allora in
un potente slancio di vita. Oh! quando saranno uniti tutti, tutti,
uomini dei monti e uomini della valle, colui che semina le spiche
nel campo e colui che le raccoglie e colui che le ripone; ed ancora i
pastori del gregge ed i pastori delle anime, tutti, tutti, tutti!
La visione si allargava allo sguardo profetico di Ariele. Era pur
stato un tedesco che affacciandosi a quei monti aveva esclamato: “Qui
incomincia l’Italia„. Parla dunque il diritto dei popoli nella bandiera
naturale che gli stranieri incontrano appena usciti dai loro paesi
brumosi salutando l’Italia nei colori del nostro cielo e del nostro
mare, negli occhi delle nostre donne, nei segni della nostra storia.
Non più armigeri, non più lagrime svolgeva ora il bel fiume. Ariele lo
vedeva scendere vergine linfa cristallina dall’alvo nativo e scorrere
tra sponde fiorite in mezzo a un popolo festante che canta la nuova
canzone di libertà: Adige italiano in terra italiana.
Dinanzi a quest’ultima visione il petto gli si gonfiava in un rigurgito
di vita, in un folleggiare audace di speranze, mentre il sangue
giovane urtando i suoi polsi vi accendeva fiamme di passione e l’occhio
inquieto frugava nelle tenebre. Dai profondi abissi del suo essere una
voce si agitò sollevando al suo sogno la terra, i monti, le acque, le
linfe degli alberi, le correnti dei venti, il fuoco dei vulcani, tutte
le forze della natura congiunte al grido disperato degli uomini in
uno slancio di esaltazione sublime, in un magnifico assurgere verso la
felicità, verso la libertà.
Poter avere allora l’Unica vicino a sè.... cuore contro cuore! Un
desiderio altissimo lo assalse, lo investì; desiderio così acuto di
stringere un’anima che la visione femminea sfiorò appena i suoi sensi
esaltati nell’ardore di un’unione sovrumana, fuse nel suo pensiero
la donna e la patria con tale trasporto di tutto sè stesso che sentì
di toccare in quel punto il culmine della sua vita ideale. Altre ore
più grandiose o più pugnaci gli preparava forse il destino, ma quella
sarebbe rimasta al di sopra di tutte come il luminoso zenith della sua
giovinezza.