V.

Ma il domani!...

Non una notte era passata su di loro; una vita. Essi ora _sapevano_.

Essi ritrovandosi al mattino pallidi e disfatti si lessero

reciprocamente negli occhi le deliziose sofferenze dell’insonnia

trascorsa a rievocare sensazioni così sottili e squisite che

rifuggivano dalla parola, come se la parola nel suo urto di cosa

concreta dovesse frangerne il diafano tessuto. Non accennarono neppure

alla passeggiata nel bosco, non vi fecero alcuna allusione, pur

pensandovi sempre, anzi non pensando che a quella con una complicità

di silenzio più turbatrice di qualsiasi confessione. Guardarsi, allora,

con quel reciproco pensiero occulto era una dolcezza senza nome.

Ripresero le loro conversazioni a scatti, note un po’ disordinate

che si levavano ansiosamente dai loro petti nella ricerca della nota

giusta, fremiti di corde sfiorate appena, arcate di violini morenti in

un sospiro. Dal giorno che si erano trovati al cimitero, quando per la

prima volta venne pronunciata fra loro la parola amore, l’argomento

ritornava sovente a tentarli coll’inebbriante sentore di un giardino

pieno di rose, non ancora dischiuso, ma vicino; e quel parlare d’amore

fra due persone che si amavano senza esserselo ancora detto, fra una

donna intelligente e un uomo delicato, sottilizzava l’essenza fino alla

vaporosità di un etere. Era ciò a cui pensava Moena:

— Le persone grossolane hanno in amore un piacere solo. I sensibili ne

hanno mille.

— I sette veli d’Iside destinati a coprire il mistero, — rispose la

signora con un ardire a cui la purezza de’ suoi sguardi toglieva ogni

interpretazione equivoca.

— Sì, — riprese Moena convinto, — perchè, ammettendo pure che la meta

sia una, è la scelta della strada e il modo di percorrerla che ne

stampa la nobiltà.

L’aforisma era ardito, tuttavia prima ancora di poter riflettere ella

mormorò:

— È vero.

Approvando così la signora si raffigurava i pellegrinaggi compiuti

fra i digiuni e le privazioni, i devoti giunti scalzi, in ginocchio,

dinanzi al simulacro del Dio, È una via di passione quella che conduce

al cielo. Come si intendevano sempre!

Ma più la giornata scemava volgendo alla fine, una inquietudine

singolare si impossessò di lei. Vedeva con ansia avanzarsi la sera.

Avrebbe egli mai proposto una seconda passeggiata nel bosco? Questo

pensiero che le sarebbe parso una profanazione dell’ora divina le

riusciva intollerabile, sopratutto perchè Moena non sarebbe più

stato Moena, quanto dire l’essere di tutte le finezze, di tutte le

spiritualità. All’ora consueta essi ben si ritrovarono quasi sul

limitare del bosco con quel pensiero unico inconfessato che li riempiva

di una indicibile ebbrezza e di uno sgomento delizioso, ma nessuna

parola venne a interrompere il duetto muto delle due anime. Sedettero

sulla solita panchina, lontani l’uno dall’altro, bevendo il loro

silenzio ardente.

Il giorno appresso la signora, richiamata da un telegramma di affari,

si stava preparando alla dipartita e togliendo il volume di Carducci

dal nido di trine e di batiste dove lo aveva tenuto sepolto tutti

quei giorni decise improvvisamente di riportarlo a Moena in quel suo

piccolo albergo che ella vide sorgere tutto roseo in mezzo al verde.

Non si aspettava di trovarlo in casa. Egli era là seduto sotto il

breve portico; leggeva. Quando la vide si alzò senza dimostrare alcuna

meraviglia. Semplicemente volle che entrasse, che sedesse anche lei, un

momento almeno, sotto il portico.

Tutto era luminoso; l’ora, il luogo, il breve portico riparato da

una tenda, il piccolo giardino pieno di rose, la giocondità dei loro

occhi che si guardavano insaziati cogliendo l’attimo. Egli aveva

avuta l’intenzione di uscire e non era uscito.... I loro pensieri si

incontravano dunque anche lontani? Cos’era? cos’era quel fascino che li

avvinceva sì tenacemente? Moena disse a un tratto:

— Sa il latino?

— Il latino, perchè?

— Mi viene in mente una frase.

— Provi a dirla. Vi sono frasi latine che tutti intendono.

— _Crescit eundo_, — pronunciò lentamente il giovane, fissandola.

Ella rise, lui no. Ma l’aria intorno era dorata, le cose serene, i

cuori sboccianti come fiori, i fiori palpitanti come cuori. Che dire?

Che aggiungere? Si alzarono con una esuberanza di vita che traboccava,

che faceva piegare i loro ginocchi sotto il peso di una felicità troppo

grande.

— Tenga lei il volume.

— No, preferisco sia suo....

— ?

— Poichè è stato mio tutti questi giorni.

Non disse quanti pensieri vi aveva rinchiusi. Forse egli li avrebbe

ritrovati più tardi. Immaginare che li avrebbe ritrovati, che avrebbe

posato la mano, la faccia forse, forse la bocca in quelle pagine tutte

piene di lei, le faceva passare un brivido sotto la pelle. Egli lo

sentì.

Alla sera, ancora, il ricordo del bosco li ossessionava. Si portarono

inconsci fino al limitare di esso. Teneva la signora appoggiata la

mano sul braccio di Moena, senza stringerlo, in un contatto quasi

immateriale, ma ad un certo punto, pavida, lo premette retrocedendo.

— No? — fece lui pianissimamente, come un soffio.

— No, più.

— Oh! avevo tanto temuto che ella lo richiedesse, — esclamò il giovane

con un prorompere di giuliva dolcezza.

— Ed io? Ed io dunque?

Si strinsero un istante nella gioia di sentirsi sempre più compresi,

sempre più uniti; ma il passeggiare li stancava. Sedettero sopra un

rustico sedile ombreggiato da un tetto di paglia e da tralci d’edera.

La loro commozione era al colmo. Moena, più ancora di lei appariva

accasciato da una lotta interna, riverso sul sedile, colla fronte

tra le mani. Soffriva. Il silenzio era altissimo; l’ombra cupa si

frastagliava appena in qualche chiazza di luce, riverbero di lumi

lontani, ricordo fioco di una vita che non era la loro.

— Ah! se non è questo amore....

Le parole, soffocate, ella più che intenderle le indovinò. Maternamente

gli pose una mano sui capelli, penetrata del suo soffrire, tutta

assorbendo quella sincerità d’uomo che saliva a lei in uno di quei

momenti di dedizione assoluta che trasfigurano il senso elevandolo alla

poesia del mistero. Lo chiamò pronunciando il suo nome per la prima

volta.

— Ariele.

Egli si sciolse. Chinandosi soggiunse ella con dolcezza:

— Siamo forti. (Ma tremava.)

Sorsero entrambi, ciechi e muti, barcollando nell’ombra. Un tratto

Moena le cinse il fianco, lieve. Ella ansimò. La bocca di lui

si avvicinava, ardente, cercando. La donna, tremebonda, sfuggiva

ritorcendo il volto.

— Perchè.... perchè? — supplicava il giovane.

Alfine, lento, senza un grido, il bacio si staccò dalle loro labbra

come frutto maturo che il ramo non può più sostenere. Lo assaporarono

essi in un attimo di indicibile dolcezza senza più pronunciare parola,

confusi, tremanti, serrando in cuore il loro dolce segreto.

Quella notte Moena non chiuse occhio. Balzato dalle coltri arroventate

sul far dell’alba andò solo a passeggiare nel bosco aspettando l’ora di

potersi presentare alla signora. Doveva essere quello il loro ultimo

convegno, avendo preso l’accordo che egli sarebbe partito prima di

lei. Intuiva di chiudere un periodo unico nella sua vita e una grande

tristezza si mesceva al ricordo dei giorni trascorsi in una estasi di

sogno. Presso a nessuna donna si era sentito così felice, mai.

Nel passare dinanzi al capanno che la sera innanzi aveva protetto il

loro bacio si arrestò con una sensazione di tremore quasi religioso.

Un esile tralcio d’edera pendeva al posto stesso dove le loro labbra

si erano incontrate. Egli colse una fogliolina appena appena dischiusa

a quel posto, fiore del loro bacio, fragile e gracile tanto che stava

per suscitargli il rimorso di averla colta, così novellina e piccola,

ma pensò subito: anche il nostro amore è novellino, — e sorrise del

suo raro e breve sorriso. Tenendo la foglia con grandi precauzioni

sul palmo della mano rientrò all’albergo e volle subito collocarla nel

volume di Carducci, alla pagina intitolata _Panteismo_, sulle parole

ultime: “Ella, ella t’ama„.

Fu interrotta la soave occupazione da una lettera che Moena ricevette

e lesse rapidamente tutto alterato in volto nello spasimo di un brusco

trapasso. Quando si presentò poco tempo dopo alla signora la sua

fisionomia non era ancora ricomposta; solo udendo che la signora aveva

passata una cattiva notte e si alzava allora, ebbe un sussulto quasi di

gioia. Anche lei, dunque?...

Ma l’accordo non si stabilì. La signora avvertì subito negli occhi di

Moena un pensiero al quale ella era estranea. Si aspettava di trovarlo

più tenero, più ardente, desolato della loro separazione. Il dubbio che

la sua condiscendenza della sera prima ne avesse intiepidito l’affetto

la indurì, suggerendole parole fredde e altere. Pure avevano toccato

insieme le soglie di una ebbrezza ideale, e il loro pallore e il cavo

livido degli occhi parlavano della visione unica che li aveva tenuti

desti entrambi. Per quale ragione Moena appariva inquieto e distratto

invece di concentrare in quegli ultimi istanti tutte le passate

dolcezze?

— Non la riconosco più, — disse la signora.

— Nulla è cambiato in me, — rispose Moena; — non le posso al momento

dare più ampie spiegazioni. Saprà più tardi.

— Oh! che cosa devo sapere?

— La ragione del mio turbamento.

— La dica ora.

— Ora no, la prego.

— Dunque, addio.

Attese un gesto, una parola. Ripetè:

— Addio.

— Vedo che è in collera.

— In collera? E perchè? Addio, addio.

— Senta, noi ci ritroveremo, le dirò tutto, anche una cosa che le farà

piacere.

— A me?

— Sì, se è piacere sapere che una persona ha sofferto per amor nostro.

Si guardarono un secondo, quasi riprendendosi. Ma erano oramai troppo

staccati. La signora, dolorando, affrettò la separazione con nel cuore

ancora la speranza che all’estremo minuto egli avrebbe trovata la

parola consolatrice. Egli, triste e paralizzato, si accomiatò con una

stretta di mano così debole che ella lasciò cadere la sua, scorata. E

rimase ritta a vederlo partire, con ciglio asciutto e le vene diaccie.

A che cosa credere? All’estasi che dei giorni trascorsi aveva fatto un

soave incanto o alla oscura minaccia che la nuova attitudine di Moena

le veniva suscitando? C’era stato veramente quel sovrumano incontro

delle anime che fa pensare a un intervento della divinità o non era

stata che una illusione di più, una illusione aggiunta alle tante altre

di cui aveva disseminata la vita?

In malinconica solitudine rivide ella, prima di allontanarsi, ognuno

dei sentieri dove era sbocciato il sogno, — avvezza alle crudeli

dipartite, — rigustando colla voluttà di un dolore che credeva

dimenticato tutta l’amarezza dei ricordi. Ma era pure così recente

l’impressione del nuovo palpito e il cuore ne serbava impronta così

vivace che il dolore non saliva al parossismo della disperazione ed era

piuttosto un lento indugio della speranza sui severi ammonimenti del

passato.

Mentre stava per riporre le sue ultime robe nel baule si rammaricò

di non avere trattenuto il volume di Carducci e nello stesso tempo

pensando che Moena glielo aveva offerto ne risentì una dolcezza

di conforto. Lo rileggerebbe egli? Rileggerebbe l’ultimo verso di

_Panteismo: “Ella, ella t’ama!„_? E come nel verso, così ogni cosa

intorno a lei ripeteva la magica parola: i monti, il bosco, i sentieri,

il capanno, l’aria che andava e veniva agitando gli abeti, la luce che

si spegneva gradatamente in cielo e le ombre della notte che scendevano

piene di mistero e di brividi.

Dormì un sonno profondo ma breve, tesa la volontà verso il viaggio che

doveva ricondurla a casa, affrettandolo con impazienza.

Nel salire al dimani rapidamente sul piccolo treno per Trento si trovò

di fronte un ufficiale austriaco, gonfio, pettoruto nella sua divisa

celeste a mostre verdi, lo sguardo misto di prepotenza e di diffidenza.

Ella aveva quasi dimenticato in quei giorni di essere in terra

irredenta. Cambiò subito sedile andando a rannicchiarsi nell’angolo

opposto, il viso rivolto sulla campagna che fuggiva dietro a lei,

pensando a Moena — a Moena che forse non pensava più a lei.

A un tratto lo sportello di comunicazione fra quella e le altre

carrozze del treno si apre e Moena appare.

Un gran grido lo accolse. La signora, incapace di dominare la propria

commozione, si nascose il volto tra le mani.

— Che cosa avvenne? — chiese finalmente tentando di ricomporsi, ma

cogli occhi nuotanti nell’ebrezza.

— Le dispiace? — disse Moena sfavillante in volto della di lei gioia.

— No, certo, ma come ha fatto? — (le pareva un sogno). — Non partì ieri?

— Partii ieri, secondo eravamo d’accordo e.... tornai stamattina appena

in tempo per saltare sul treno quando la vidi.

Che importava a loro dell’austriaco? Si guardavano estasiati, ed anche

non si guardavano, ma erano tanto felici di sentirsi vicini, di sapere

oramai che si volevano bene; essi, così simili, così fatti l’uno per

l’altro. Un istante la signora pensò di chiedergli spiegazione del

contegno avuto quando si separarono, poi le parve che sarebbe perder

tempo. Ogni attimo che passava era goccia di sangue aggiunta al sangue

delle loro vene; conveniva assaporare quella pienezza di senso che

scandeva sui loro polsi l’ora della felicità.

Affacciati allo sportello credevano di interessarsi al paesaggio;

esclamarono: Che bei monti! Che verde rigoglioso! In realtà non

vedevano nulla, trasalendo per un fortuito incontro delle loro mani,

una sottile nebbia sulle pupille, il cuore leggiero, leggiero....

Quando era calato l’austriaco? Non se ne erano neppure accorti.

Trovandosi liberi si guardarono con un raddoppiamento di felicità, solo

per avere l’aria in giro tutta per loro, tutta per il loro amore; ciò

bastava al loro desiderio ancora fanciullo in quella deliziosa aurora

di una nuova vita.

Trento si avvicinava.

— Ella si ferma?

— Sì fino a domani.

Entrarono insieme nella città cara. Videro gli alberi ondeggianti

al soffio delle Alpi, videro la soave curva della piazza e la statua

del poeta che ha scritto “Amor ch’a nullo amato amar perdona„. Ali di

letizia li portavano.

La signora pur non volendo discendere all’_Impérial_ in causa del

brutto nome assunto guardò il terrazzo dove un mese prima aveva

trascorsa una sera di infinita dolcezza, così sola, così staccata dal

mondo, così rassegnata e calma e malinconicamente tranquilla. Quale

cambiamento era avvenuto in lei!... Ma l’ora era di azione, non di

meditazione.

Moena le aveva suggerito lì presso un antico albergo caro ai trentini.

Nell’istante di varcarne la soglia ella chiese senza guardarlo:

— E lei dove alloggerà?

— Farò come vuole.... qui o altrove.

— No.... non qui.

— Farò come vuole, come vuole, intende?... — ripetè il giovane con una

voce che rammentò alla signora le parole da lui pronunciate nel bosco:

“Ha paura? ha paura di me?„

L’albergatore intanto proponeva una camera.

— Una camera per me sola, — si affrettò a dire la signora.

Ancora non guardò Moena, ma tendendogli la mano nella penombra

dell’angiporto:

— Torni fra mezz’ora, — soggiunse con tenera dolcezza; usciremo insieme.

La mezz’ora non era trascorsa e già egli attendeva sul ballatoio della

scala.

Lo vide ella in quella sua attitudine rispettosa e muta e ben sapendo

di trovare forza nel contrapporgli una attitudine disinvolta, gli gridò

giuliva:

— Si è messo a posto coll’alloggio? Io ho una camera buonissima;

prospetta il palazzo del diavolo.

— Del diavolo?

— Non sa? È trentino e non conosce il palazzo del diavolo?

— Accade spesso di non conoscere quello che si ha in casa.

— Guardi (la signora si scostò dalla soglia dell’uscio): lo vede?

Moena fece qualche passo e come a lei parve di non dover insistere

troppo in un riserbo eccessivo di fronte a una persona che le ispirava

piena fiducia si accostò alla finestra d’onde si scorgeva il palazzo.

Moena la seguì.

— C’è una leggenda in proposito, ma non la ricordo.

Si appoggiarono al parapetto della finestra, — l’uscio della camera

era rimasto spalancato, — e sporgendosi fuori gustavano il sapore

esotico della loro situazione con un po’ della giuliva spensieratezza

di due scolari sfuggiti alla sorveglianza: due scolari che appena si

conoscessero di nome e che attratti da un viottolo misterioso, da un

volo di farfalla, dallo scintillare di un raggio sull’onda di uno

stagno, senza premeditazione e senza mira fissa si fossero avviati

insieme, la mano nella mano.

Pensare poi che nessuno dei suoi parenti, de’ suoi amici, potrebbe

neanche supporre che ella fosse a quell’ora alla finestra di un albergo

di Trento insieme a Moena, faceva scorrere nelle vene della signora

un fiotto di sangue così vivace che a lei, sempre sottomessa alle

convenienze sociali, doveva rivelare in un baleno l’istante inebbriante

e folle della rivolta. Disse improvvisamente:

— Andiamo a fare un giro per la città?

— Si sta tanto bene qui!... — implorò Moena.

Accondiscese la signora e rimasero così ancora per un po’ di tempo,

vicini e taciti in una quiete dolcissima di spirito, coi sensi appena

sfiorati da un’onda tiepida e lieve, come un fluttuare di morbidezze

indistinte. In tale soavissimo stato d’animo ella alzò gli occhi a

guardarlo, stando egli di profilo in una luce quale non le era mai

accaduto di poterlo osservare, e le parve bellissimo. Aveva uno di

quei volti che solo il bulino od il cesello sembrano degni di scolpire

nella nobiltà di una linea che unisce la finezza alla forza, il

patetico delicato di un avorio quattrocentesco alla nitidezza acuta di

una incisione in rame. La colpì in special modo la linea della bocca

singolarmente pura che non lasciava posto a nessuna sinuosità sensuale:

un breve arco roseo.

La signora ne provò una sensazione di sorpresa, quasi lo vedesse allora

per la prima volta, e insieme un sottile aculeo di punta che ancora non

fa male ma che fa pensare al dolore. Disse:

— Come è giovane!

Sulla bella bocca di Moena apparve la piega malinconica di quel mezzo

sorriso che lo faceva talvolta sembrare di maggiore età che non fosse.

Rispose:

— Giovane d’anni, non di esperienze amare.

— Ha la sua mamma?

— Nè padre, nè madre, nè alcuno.

In uno slancio di umiltà e di affetto la signora soggiunse:

— Vorrei essere la sua mamma.

— Ma io non la potrei considerare con sentimento figliale....

Tacquero.

La signora che stava appoggiata al parapetto della finestra sentì il

cuore che le batteva contro le braccia.

— Andiamo, — disse, staccandosi dal davanzale.

Nel riattraversare la camera gli sguardi di entrambi caddero sul

letto parato di rosso cupo, misterioso come un braciere nell’ombra.

Moena rallentò il passo impercettibilmente; la signora, pure

impercettibilmente, arrossì; ma fuori riprese la sua disinvoltura che

le era a un tempo lancia e scudo. Dinanzi alle vecchie case di Trento,

italianamente calde di quella architettura che fa tanto sentire la

nostalgia di sè a chi viaggia nei nordici paesi, la sua passione di

patria prese il volo.

— Si può immaginare un tedesco sul balcone di casa Sardagna? e su

quello di casa Geromia? e di casa Salvadori? E in quel delizioso

Cantone di via Lunga dove i muri stessi sembrano avere un gaio

cicaleccio in lingua del sì, e dietro le persiane occhieggiano pupille

nere, e nei chiusi forzieri si conserva forse l’avanzo di una uniforme

garibaldina macchiata di sangue a Bezzecca ed a Monte Suello, dica,

dica, è possibile che passeggino ancora con quel fare da padroni i

soldati dell’Austria?

Moena osservò:

— Parli piano.

Guardandolo, ella vide che era pallidissimo. Attraversavano in quel

momento piazza del Duomo, a casa Rella, dove accanto alla piccola

fontana la signora avvertì subito l’aquila di Trento colla testa

rivolta a destra; e più delle altre sparse per la città quella le parve

particolarmente espressiva nel movimento doloroso della testa che si

piega fino a toccare l’ala col rostro e a morderla. L’ignoto scultore

lavorandola con particolare sentimento le aveva dato un’anima. — Ah! —

fece — essa soffre come noi! — e tornò a guardare Moena con un impeto

di passione e di pietà: la sua bocca di una purezza infantile, così

malinconica, il pallore del volto, la linea nobile del profilo, quelle

forme, quei gesti che corrispondevano in lei a segrete attrazioni di

tutto il suo essere.

Ora veramente la tela delle loro simpatie svolgevasi in una cornice

affascinante. Fra il Duomo, magnifico esemplare della grandezza di

Trento, e i tigli annosi che ne ombreggiano il sagrato, e le morbide

linee di casa Rella leggiadre ancora sotto le ingiurie del tempo, e

il basso portico pieno di memorie, e la fontana grande del Nettuno, e

quella piccola coll’aquila dolorosa, le due anime fraterne si sentirono

avvinte come non mai.

Camminando fianco a fianco errarono a lungo in silenzio, consci di

imprimere su ogni pietra l’orma profonda che l’amore e il dolore

comunicano alle cose inanimate e le fa trasalire fin nello squallore

delle rovine.

Di comune accordo non vollero visitare il castello profanato da

soldatesca straniera. Volsero invece i loro passi verso l’Adige, verso

quella antichissima chiesa di Sant’Apollinare, culla e tomba della

vecchia Trento, che sorge così romita e vaga ai piedi del Dos. L’arco

verde dei monti serrava l’orizzonte dietro a una coppa di smeraldo

dagli orli imporporati nell’ultima luce del tramonto, la fasciava

l’Adige con una striscia d’argento e sull’alta cupola del cielo

sorgeva, tenue falce appena disegnata, la luna. Irresistibilmente i

versi del poeta tridentino corsero sulle loro labbra:

Quando la fredda luna

Sul largo Adige pende

E i lor defunti l’itale

Madri sognando van,

Un corruscar di sciabole,

Un biancheggiar di tende,

Un moto di fantasimi

Copre il funereo pian.

Nè le commozioni di quel giorno, ultimo giorno concesso al loro sogno,

erano ancora finite. A sera tarda, prima di dirsi addio, si ritrovarono

presso la statua di Dante. Era giusto che il pellegrinaggio compiuto

insieme si chiudesse ai piedi del grande italiano nel cui nome Trento

ricorda e spera.

Nessuna tristezza venne a turbare quegli ultimi istanti; nessuno dei

due chiese promesse, nessuno ne fece. Erano certi oramai di amarsi e

tanto bastava a renderli felici. La fresca inconscienza dei sentimenti

veri abbattendo fra loro ogni convenzionalismo li lasciava liberi

nella loro natura di esseri superiori, cui, più della legge, guidava

un delicato istinto e più del rispetto umano era freno un invincibile

orrore della volgarità. Così, guardandosi negli occhi, poterono ancora

quella sera sorridersi nella infinita dolcezza delle albe che appena

colorano i lembi del cielo.

Seduti sotto gli alberi del piazzale quasi deserto la sensazione

di irrealità che aveva accompagnato tutti i loro passi, ad onta

dell’intimo accordo, anzi forse per questo, persisteva. Non era

della vita solita il loro vivere di quei giorni. Un Dio agitava

nei loro petti fiaccole di fede; essi non sapevano, non chiedevano,

non aspettavano nulla, ma uno slancio alato li teneva sospesi al di

sopra di ogni materiale preoccupazione; il mondo tutto era scomparso

dall’asse dei loro sguardi.

— Moena, — mormorò piano la signora, — quante volte ricorderemo

quest’ora?

Il giovane non rispose se non con un sospiro. Ella replicò:

— Ariele è ben dolce, Ariele!... ma il primo nome che conobbi di lei fu

Moena. La penserò con questo nome. Ed io, — soggiunse con una grazia

ingenua che le dava a tratti una freschezza di fanciulla, — che nome

avrò nella sua mente?

— Nessun nome. Lei è lei, l’_Unica_! — pronunciò Moena con voce grave,

— e la signora sentì che qualunque disinganno le preparasse il destino

non avrebbe mai pagato troppo cara quella parola detta a quel modo, in

quel posto, da quella bocca.

La frescura della notte li teneva più vicini che non stessero

abitualmente. Sul loro capo palpitavano le stelle, tutto intorno i

lampioni della piazza davano luci alternate e per il contrasto ne

rendevano più cupi i recessi. Un’aura di poesia spirava così dolce,

così pacificatrice che i loro cuori vi si sommergevano.

A un tratto dal caffè della stazione si avanzò un gruppo di ufficiali,

parlando forte, trascinando con ostentazione le lunghe sciabole. La

signora si accorse che Moena trasaliva e gli si fece più da presso,

tacitamente. Quando gli ufficiali passarono dinanzi a loro Moena le

afferrò una mano con impeto e gliela strinse mormorando:

— Fino a quando?

Ella bevve allora tutto lo spasimo di quell’anima rinchiusa, china

sulla sua spalla, stretta a lui in un contatto che non aveva nulla di

terreno, poi che sulla fronte di Moena stava la pallidezza dei martiri

e ne’ suoi occhi il sogno degli eroi.

Ah! veramente era quello l’amore! l’istante meraviglioso della

compenetrazione di due anime, il desiderio diffuso in tutto l’essere

che non ardisce precisarsi ed esala intero come un profumo sull’ara.

La notte trentina li cingeva, molle dei vapori dell’Adige, fresca del

vento delle Alpi; li cingeva col respiro delle case addormentate,

dei sogni vaganti; e in quel mistico amplesso dove tutte le loro

aspirazioni si fondevano con un divino abbandono il senso dell’eterno

sprigionandosi dalle più profonde radici dell’essere esaltava il loro

amore unificandolo al palpito stesso della città irredenta. Non lo

dissero ma lo sentirono insieme; qualche cosa di loro, della loro

grande passione, sarebbe rimasta sotto quel cielo, fra quei monti, fra

quegli alberi, nella bronzea effigie del divino Poeta.

Rogo d'amore · 第 10 / 20 题