I concertisti si disponevano a riporre nelle guaine i loro istrumenti.

— Ma che ora abbiamo fatta? — chiese la signora.

— Che importa l’ora?

— Anche il pranzo non importa?

— L’ho dimenticato.

— Se è così, buona notte, — disse la signora ridendo.

— A rivederci domani.

Purchè non s’annoi! — ella pensava salendo alla propria camera. La

preoccupazione che Moena dovesse annoiarsi non l’aveva lasciata ancora.

Il giorno seguente fu speso a visitare il paese, il bosco, i dintorni.

La signora affrancandosi a poco a poco dai suoi scrupoli andava in

cerca di argomenti nuovi per intrattenere l’ospite; ma le frasi non

erano mai molto lunghe ed avevano sempre da una parte e dall’altra

quella ritenutezza di scandaglio che li teneva entrambi in uno stato

specialissimo nel quale la commozione della scoperta si avanzava senza

scosse, lentamente e morbidamente come un’onda.

Parlarono di poeti. Egli aveva con sè un volume di Carducci. La signora

non lo aveva letto da molto tempo; corse all’albergo a prenderlo e

sotto gli alberi, all’entrata del bosco, lessero insieme il _Saluto

italico_.

La passione contenuta in quei versi, rivelata in lui dal pallore del

volto e dalla intensità dello sguardo, si ammantava in una forma di

aristocratica fierezza che tutta la sua persona, il suo atteggiamento,

i suoi gesti accompagnavano con un ritmo di grande nobiltà.

Alla sera presero posto sulla medesima panchina del giorno innanzi.

Oramai la signora non temeva più che egli si annoiasse. Correva tra

loro un accordo spirituale così perfetto che talvolta non avevano

bisogno di parlare per intendersi; bastava un monosillabo pronunciato

da Moena perchè ella terminasse il periodo, e tale scherma dove

l’intuizione faceva miracoli di veggenza li rivelava l’uno all’altro in

un modo inaspettato, sempre più profondo, dolcissimo.

Pareva sulle prime che egli dovesse fermarsi un giorno solo; invece i

giorni passavano meravigliosamente brevi e di partenza nessuno parlava.

Stavano sempre insieme, tranne le ore del pomeriggio durante le quali

si ritiravano ognuno nella propria camera per un reciproco riguardo

di libertà, della quale tuttavia non usavano se non per pensare

all’istante in cui si sarebbero riveduti.

Il caso li pose di fronte un giorno nell’unica via del paese e senza

dir nulla s’appaiarono uscendo a passi lenti per la campagna, lungo

una stradicciuola che li condusse al cimitero. Quell’incontro fortuito

aveva un sapore di frutto rubato al destino, contenente la trepida

gioia dell’imprevisto. Il sole poteva essere splendido e il paesaggio

magnifico, essi non se ne accorsero. Tutte le loro sensazioni movevano

dall’interno, poichè le loro anime racchiudevano già un quadro compiuto

che non aveva bisogno di cornice. Nulla del loro passato, comunque

fosse, gravava su di essi; nè l’avvenire aveva potenza di distrarli

da quello stato di perfezione in cui si movevano i loro corpi leggeri

sfiorando appena la terra, come trasportati su una nuvola. Solo a

tratti, quasi pavidi di un soverchio appagamento, interrompevano il

silenzioso incanto con brevi osservazioni dove le voci tremavano e gli

occhi non osavano scontrarsi.

Nel mezzo del rustico cimitero ergevasi la cappella mortuaria dei

signori del paese; goffo miscuglio di pretesa e di cattivo gusto che

distolse subito i loro occhi. Disse ironicamente Moena:

— Non basta essere ricchi.

— Ah! no. Rammenta il salotto dove ci siamo conosciuti? E vi era pure

il buon gusto degli arredi là.... ma non vi era altro.

Una tomba recente arrestò la signora.

— Forse sotto questo cumulo di terra sormontato da una rozza croce

discese la spoglia di un’anima alta chiusa in una umile fede.

— Rare sono le anime alte, — rispose gravemente il giovane.

— Rare ma possibili. Crede?

Una pausa, un attimo e Moena ripetè:

— Credo.

Uscirono taciti di tra le folte erbe che assiepavano il cancello miste

a rovi fra i quali si impigliò un lembo dell’abito della signora. Egli

fu pronto a liberarlo e da quest’atto comune eseguito con la maggior

semplicità parve svolgersi un nuovo motivo di dolcezza che all’aria, al

sole, alla beltà degli alberi e dei monti, non avvertita prima, impose

calore e luce.

— Io non comprendo — disse Moena varcando il cancello — l’odio feroce

di Stecchetti sulla tomba di una donna.

— L’odio in amore nasce dalla gelosia e la gelosia è di sua natura

sensuale. Non la può comprendere lei che è idealista.

La signora aveva pronunciate queste parole rapidamente, con sicurezza,

ma poi soggiunse alzandogli per un istante gli occhi in volto e subito

abbassandoli:

— Suppongo almeno che lo sia.

— Sì, sono idealista. Legge nelle anime, forse?

— Leggo sulla fronte che è lo specchio dell’anima.

Un ricordo le tumultuò al cuore. Disse, stornando leggermente il volto

per non incontrare gli sguardi di Moena:

— Come non devo saperlo se fu la prima rivelazione che io ebbi di lei!

Muto egli attendeva ancora.

— Rammenta i discorsi di quella sera, in quel salotto? Non fu la sua

voce quella che sorse unica a protestare? Pensi che stavo io per dire

le stesse parole sue, le stesse! Avremmo noi potuto pensare insieme

la medesima cosa, le parole identiche, senza neppure sospettare

l’esistenza l’uno dell’altro, se uno solo non fosse stato il nostro

modo di sentire?

— Dunque, — replicò Moena, — lei mi aveva già avvertito quando venne a

porgermi il suo gentile conforto?

— Sì. Quanti eravamo quella sera in quel salotto? Trenta? Quaranta

persone? Io le conoscevo tutte, molte le chiamo amiche, si fa vita

quasi comune, eppure io mi sentivo così sola, così lontana da tutti

quando lei parlò!

In seguito a queste parole la signora parve sollevata da un fardello

che la opprimeva.

Moena le aveva ascoltate rattenendo il passo affinchè nessun rumore

rompesse l’armonia nuova che stava sorgendo.

Ascoltò anche quello che la signora non disse, perchè vi sono per le

anime tali momenti in cui l’involucro si fa trasparente e la parola

non è necessaria. Con un filo d’erba tra le mani, le palpebre chine al

suolo, egli la seguiva in silenzio. Solo dopo alcuni istanti mormorò

sommesso:

— La ringrazio per questa confidenza. Anch’io vivo tra uomini coi quali

sono in perfetto accordo di pensiero, ho cari amici il di cui cuore

batte come il mio nell’ideale di una patria interamente libera, ma se

veniamo a parlare della donna e dell’amore si apre fra noi un abisso e

non ci intendiamo più.

— Io credo — soggiunse la signora con un po’ di precipitazione —

che tutti i drammi e le tragedie che insanguinano il mondo in nome

dell’amore abbiano la loro origine in un malinteso iniziale; malinteso

facile quando un uomo e una donna si trovano di fronte.

— Facile per la maggioranza, non per tutti.

— La bellezza veramente ha un fascino che travolge il giudizio, no?

— Per me non vi ha bellezza senza anima. È il contrasto continuo che ho

coi miei amici; essi concretano nella donna una visione esclusivamente

materiale che mi urta e mi ripugna.

Contro il solito Moena si era accalorato parlando; la signora sentiva

che era sincero. Il patetico speciale del suo volto lo indicava

realmente alquanto diverso dal comune degli uomini e ancora una volta

le apparve quasi ravvolto in una luce eroica che lo allontanava dalla

realtà.

In tutti i suoi atti manifestavasi questo distacco singolarissimo,

questa invadenza dello spirito per modo che il suo corpo ne era

soprafatto. Alla sera, quando sedevano sulla panchina per ascoltare la

musica, egli si metteva sempre all’estremità opposta; nè per qualunque

calore di conversazione il suo gesto usciva dal più scrupoloso riserbo,

ispirato a lui da una sensibilità aristocratica sdegnosa dei contatti e

di tutto ciò che fosse o potesse sembrare volgare.

Pur v’era in quello spazio che la panchina segnava fra loro due, che

la bianca sciarpa di velo della signora invadeva appena a tratti,

una corrente di tacita intesa, una simpatia tenera e grave e come uno

svolgersi di fili intorno a un telaio invisibile, come una argentea

tela di aracnide sospesa in silenzio fra due rami.

Ogni giorno che passava essi entravano vieppiù nel nirvâna, chè del

nirvâna aveva tutte le parvenze e i misteriosi fascini quell’incontro

di due esseri sconosciuti che si erano staccati dalla consueta

esistenza per vivere di una sola vita, lontani dal mondo, senza

chiedersi nulla, senza sapere, senza volere nulla, abbandonati alla

deriva di una corrente incantata non sulle salde pareti di una nave ma

sopra l’ala di un sogno.

La felicità, se esiste, doveva trovarsi in quel senso di profonda

comunione che li accompagnava dovunque, sia che errassero per i

sentieri del bosco o che leggessero insieme o che insieme ascoltassero

la musica o che parlassero o che tacessero o che, divisi dalla notte,

si pensassero con una continuità di armonie segrete nella calma e

gioiosa sicurezza di ritrovarsi al mattino.

Era in quel loro intimo accordo una compostezza di linee che

dall’avvicinamento comune di un uomo e di una donna faceva estollere

il disegno di un’urna da cui vaporassero sottili aromi, emblema di una

interna beltà non altrimenti rivelata; ed era pure il segno occulto

che in tutte le forme della vita, dal roseo accendersi dell’alba

all’inturgidire del fiore, dalle zolle che si aprono al grembo che

palpita, annuncia un nuovo mistero dell’essere, un nuovo prodigio che

sta per dischiudersi.

Ma essi nulla sapevano nella divina inconsapevolezza che guida

egualmente le creature all’amore e alla morte. La sensazione di

sentirsi vivere che è la più semplice ed insieme la più compiuta li

possedeva interi e nella intensità di quell’ora che si era arrestata

su di essi ogni considerazione di vita non esisteva più; esisteva unica

quella sensazione raddoppiata in potenza per il fatto di essere in due

a sentirla, due cuori con un battito solo, con un solo piacere.

In tale vibrante armonia la più semplice parola pronunziata dall’uno

o dall’altro vestiva subito una grazia indicibile; bastava talvolta un

piccolo movimento, un cenno.

Egli amava di lei una particolare attitudine, un molle abbandono delle

braccia e un chinar lieve del capo ascoltando; ella più che guardarlo

ne assorbiva in un lento magnetismo l’irradiazione spirituale, quel non

so che misterioso che esce da certe forme umane pari ad un fluido.

Indugiavano una sera a prender posto sulla panchina, attratti da

una maggiore soavità nell’aria che allettava a passeggiare sotto gli

alberi, al limite del bosco.

— Vuole una confessione puerile? — disse la signora. — Ho sempre

desiderato di vedere il bosco di sera e non ho mai osato penetrarvi.

— Per paura?

— Paura? non saprei, non ho osato.

— Vuole che proviamo adesso? In due avremo maggior coraggio.

I primi alberi radi lasciavano scorgere un viale bianco illuminato

dalla luna. La signora con un breve riso disse: — Proviamo. — E

entrarono.

L’impressione di frescura insieme alla luce blanda ed ai rumori vanenti

man mano che il paese si allontanava, e la linea fantastica dei tronchi

nella oscurità, e le radure improvvise tra fronda e fronda, tutte

le novità dell’ora e del luogo sedussero la coppia poetica intenta

a cogliere una forma gentile di bellezza, una sensazione ignorata di

piacere.

Avanzavano in silenzio, con un’ansia che leggiera dapprima cresceva

col crescere delle tenebre, nella incertezza del terreno dove il piede

posava mal sicuro, obbligandoli a soste improvvise per riprendersi e

per orientarsi.

— Ha paura? — chiese il giovane.

— Che! — affrettossi a rispondere la signora, — non vi sono belve qui.

Voleva scherzare, ma il riso le si spense in gola.

Gli alberi infittivano, abbracciati, stretti, confuse le chiome

sui nidi dormenti, roride di rugiada le gemme come bocche baciate.

Il raggio di luna che li aveva guidati dapprima non era più che un

tenue chiarore attraverso l’opacità fronzuta dei castagni. Ora non

si scorgevano quasi neppure e andavano tentoni, presi da un brivido

che non era di freddo, evitando di toccarsi. Non osavano parlare, e

tacere sembrava loro anche più pericoloso perchè in mezzo al silenzio

altissimo temevano di udire l’affanno dei loro respiri.

La signora si mostrava la più disinvolta e come quella che meglio

conosceva il bosco tentava di aprirsi un varco verso i sentieri noti,

sbagliando tuttavia nella confusione delle tenebre, rialzando allora il

proprio coraggio con parole staccate che suonavano con uno stridore di

note false nella gran quiete misteriosa; e più ella parlava, più Moena

taceva.

Rapido un aroma scese dall’alto, li cinse.

— La pineta! — esclamò la signora.

Moena non rispose, ma si fermò fiutando l’aria. Ella ne scorgeva la

linea snella della persona in sfumature d’ombra. Egli di lei fissava il

velo bianco.

— Prendiamo a destra? — disse lei.

— Come vuole.

— Sarà più breve.

— Come vuole.

La voce di Moena, alterata, bassissima, turbò la signora in modo

straordinario. Il suo coraggio venne meno a un tratto. Sentì il fascino

misterioso della notte avvolgerla in una rete di incanto, penetrarla

tutta, quasi sfinirla nella invadente dolcezza dell’oblio.

E il bosco diventava più nero, ed essi evitavano sempre più di

toccarsi, chiusi in una follìa di terrore che faceva loro paventare ad

ogni istante l’istante che sarebbe venuto dopo: inquietudine deliziosa

di ciò che poteva accadere, spavento di una felicità troppo rapida e

troppo vicina.

— Non ci vedo più, — mormorò lei.

Sostarono allora coll’impressione così viva della loro solitudine, che

il silenzio si fece palpitante del palpito dei loro cuori.

— Ha paura? — chiese ancora Moena pianissimo, — ha paura.... di me?

— Oh di lei? no, no, no.

Egli si irrigidì, conscio della propria responsabilità, temendo

di distruggere con un gesto imprudente la divina ebbrezza che li

circondava. Così ricaddero nel silenzio ardente dove i loro sensi privi

di voce, di sguardi, di contatto, si cercavano.

Un grido della signora fece sobbalzare Moena. Avevano affondato il

piede in un terreno molle e l’inatteso ostacolo li teneva uniti in uno

smarrimento più dolce di una carezza. Già egli sentiva la vertigine del

pericolo impossessarsi di tutto il suo essere. Ella disse:

— Non è nulla; siamo entrati nel prato, bisogna retrocedere.

Il balsamo dei pini li raggiunse per la seconda volta.

— Che profumo!

Camminava ora leggiera sul sentiero di cui scorgevasi appena il chiaro

nastro serpeggiante sotto gli alberi e, trepida delle pause prolungate,

tentava romperle con brevi esclamazioni dove l’ansia che ella voleva

nascondere trapelava suo malgrado in note tremanti che il silenzio del

bosco le rimandava, con un prolungamento di singulti, attraverso la

rugiada dei rami.

Le loro gole erano chiuse, le loro arterie pulsavano disordinatamente

e correvano, quasi, correvano quanto era loro concesso dalla via mal

nota.

Sotto un improvviso nereggiare di abeti ripetè Moena la sua singolare

domanda: “Ha paura?„ cui ella rispose i tre “no! no! no!„ disperati,

convulsi, sotto i quali celava un reale senso di paura senza nome,

che non voleva confessare a sè stessa, meno che meno a lui, che la

sbigottiva e la inebbriava insieme.

Ma non potevano più reggere. Le parole ridotte a sillabe, a piccoli

gridi gutturali, morivano nell’ansia dei loro petti. Il respiro

affannoso di Moena seguiva da presso la donna: ella se lo sentiva

penetrare nei capelli, sul collo nudo giù per il filo delle reni.

L’ultimo silenzio fu uno strazio di passione.

Vi è un’eco anche per il silenzio. Esso era impressionante nella

oscurità che li circondava, mentre l’incenso della foresta dai vivi

turiboli delle conifere erette a candelabri sembrava accompagnare il

mistero di un rito dolce e solenne; ed ogni forma nuova di cespuglio

o viluppo di rami, ferendo quell’unico dei loro sensi che non fosse

assorbito dall’estasi, li richiamava alla visione di una realtà così

palpitante che il battito dei loro cuori si arrestava.

Il silenzio allora ghermendoli con raddoppiata violenza li lasciava

spogli d’ogni velo l’uno di fronte all’altro nella magnifica gioia

della rivelazione e pur trepidi del mistico terrore che dovette

assalire i primi amanti sotto l’albero fatale del paradiso.

Quando spuntarono lontanamente i lumi del paese parvero svegliarsi da

un sogno. Senza guardarsi, senza darsi la mano, si separarono.

Rogo d'amore · 第 9 / 20 题