IV.

Otto giorni di riposo sereno in una vecchia casa in fondo a una vecchia

valle dove non giunge ancora fischio di locomotiva nè rombare di

treni. Un silenzio altissimo fra mura nitide odoranti di freschi bucati

casalinghi, di mele cotogne riposte negli armadi e fascetti di menta

sospesi a seccare all’ombra. Una luce tranquilla, eguale, trattenuta da

tende di percallo bianco con orlature rosse dietro le quali tremano i

rami curvi di un salice piangente, onore e vanto del piccolo giardino.

Una carezza degli occhi su mobili semplici un po’ antiquati, ampie

poltrone, ampi letti, quadri ingenui, abbondanza di felci in vasi dalle

sagome vecchiotte e gioconde. E poi un luccicare pallido di argenti

secolari su tovaglie profumate di spigo, tra un sorriso di maioliche

fiorate e di barattoli di conserve fatte in casa coi frutti dell’orto.

Tutta la poesia sana e forte della tradizione, dell’ordine, della

felicità, raccolte e custodite in quel fondo di valle, protetta dalle

alte montagne, idealizzata nella solitudine.

Questa era la dimora ove la signora stanca della vita cittadina andava

a ritemprare i nervi e l’anima quasi in un bagno di pura linfa, accolta

da fidi amici, riannodando fila interrotte di memorie e di affetti con

quella soave malinconia che rievoca il passato senza amarezza e senza

rimpianti.

E poi un’altra corsa per monti e per valli ancora, attraverso le

variatissime bellezze del suolo trentino; da val Redena a val di

Sole, dal gruppo di Brenta ai gioghi della Presanella e ai ghiacci

dell’Adamello, passando per tutte le graduatorie di una vegetazione

che dagli ulivi del Garda sale ai prati alpini ed alle conifere della

Madonna di Campiglio, per riparare infine in un piccolo, ignoto,

remoto paesello composto di poche umili case e di due o tre pure umili

alberghetti, aperti solo nella stagione estiva, all’entrata di un bosco

magnifico.

Lì il piacere della solitudine era perfetto, accresciuto quell’anno

da una quasi totale mancanza di viaggiatori. La signora trascorreva le

giornate nel bosco, così distaccata dalla sua vita solita, col pensiero

addormentato in sì oblioso e dolcissimo torpore che un pacco di lettere

venute a raggiungerla lassù le fu quasi cagione di meraviglia. Per una

maggior sorpresa vi era fra esse anche una lettera di Moena affatto

inaspettata.

Diceva la lettera in frasi succinte l’impossibilità avuta di trovarsi

a Desenzano nel giorno prestabilito e la decisione di venire a

presentarle le sue scuse in terra trentina. Questa decisione gettò la

signora in una specie di sgomento. Se la breve traversata del lago le

aveva sorriso, il fatto che egli imprendesse un viaggio per venirla a

trovare nella solitudine del suo ritiro, dove mancava qualsiasi forma

di attrattiva socievole, la metteva nella necessità di supplire da sola

a intrattenerlo ed ella era ormai entrata così bene nella sua parte

di personaggio accessorio che la responsabilità di una prima parte la

atterriva.

Appunto perchè Moena le era apparso superiore al comune degli uomini,

appunto perchè lo trovava interessante e più ancora e sopratutto perchè

temeva di distruggere in lui una impressione simpatica, l’annuncio

della sua visita le fu cagione di perturbamento e di angustia. Gli

rispose secondo legge di cortesia che lo avrebbe riveduto volentieri,

ma affrettandosi a soggiungere che il paesuccio dove ella contava di

trascorrere una quindicina di giorni in solitudine non offriva nessuna

risorsa per un giovane avvezzo alla vita cittadina; vi si sarebbe

annoiato indubitabilmente.

Se Moena, come ella pensava, aveva solo avanzato la proposta per

mantenere la parola data, poteva tenersene all’offerta e afferrare

la scappatoia dell’abile insinuazione. Ma così non fu. Di lì a pochi

giorni Moena scrisse annunciando il suo arrivo.

Ella non era tuttavia ancor sicura che venisse, quando se lo vide

dinanzi nell’ora del vespero, sulla strada, all’entrata del bosco.

Lo salutò con la mano ed egli discese subito dal veicolo che lo

trasportava per raggiungerla.

Leggermente imbarazzati tutti e due da una situazione che non appariva

ben definita, il loro incontro si risentì dell’incertezza dei loro

sentimenti. Precipitavano le parole senza guardarsi, camminando fianco

a fianco sulla strada polverosa, parlando di argomenti che non li

interessavano, pur di parlare e di mostrarsi disinvolti. Alle prime

case del paese si disgiunsero. Moena andò in cerca del piccolo albergo

che si era scelto per pranzare, la signora rientrò nel suo.

Non entrò veramente: sedette su una panchina all’aperto chiedendosi

che cosa avrebbe offerto a Moena per passare la giornata di domani. Un

quartetto di musicanti girovaghi sulla soglia dell’albergo suonava per

il diletto di due vecchie inglesi. La sera era dolce, serena: le note

si spandevano armoniche sotto un pergolato di clematidi mezzo sfiorite;

macchinalmente la signora raccoglieva i petali che le cadevano in

grembo e li accostava alle labbra. A un tratto Moena le fu d’appresso:

— Come, è già qui? E il pranzo?

— Lo stanno preparando.

Il giovane parlava a scatti, guardando nel vuoto. Si pose a descrivere

il suo alloggio e la signora descrisse il paese, poi soggiunse:

— Sono i luoghi dei quali abbiamo parlato senza immaginare allora che

ci saremmo trovati insieme.

Non disse quanto ne fosse meravigliata e un po’ anche inquieta, per non

offenderlo. Era in lei vivissimo il desiderio di mostrarsi gentile, ma

il pensiero del breve tempo che si conoscevano le ingombrava la mente

di punti oscuri che la rendevano perplessa.

L’orchestrina intanto suonava un notturno. Essi stavano seduti sulla

medesima panchina, lontani l’uno dall’altra, e ascoltavano. Il tempo

passava; ne passò molto, placido, tranquillo, su quello spianato quasi

deserto, dinanzi all’albergo quasi vuoto, in un silenzio che la musica

sembrava accompagnare come avrebbe accompagnato una canzone. Alfine la

signora si sentì in obbligo di rammentargli il desinare.

— Oh! c’è tempo, — fece Moena con tale accento staccato e deciso che

anche alla signora parve che il tempo veramente si fosse arrestato.

Tornarono ad ascoltare la musica e tratto tratto a bassa voce si

scambiavano una parola, una impressione; raccolti ognuno ad una

estremità della panchina, contegnosi eppure non indifferenti.

Era in entrambi un vigilare di chi si avventura per sentieri nuovi

verso una mèta indecisa, attraente ed ignota. Non si vedevano in volto,

ma la voce che usciva dai loro petti somigliava un arpeggio iniziale

di interne armonie; e nell’aria e nel cielo e nella sabbia fine che

la signora avvertiva attraverso l’esile calzatura con una singolare

sensazione di piacere, che il giovane incideva con la punta della sua

mazza, pensoso, fremeva il mistero di un incantamento.

In seguito ad uno sfoggio di composizioni straniere l’orchestrina

attaccò un motivo italiano.

— Verdi, — disse Moena, come uno che si sveglia accennando alle prime

battute del _Rigoletto_.

— Viva Verdi, _ora come allora_, — soggiunse la signora con una

allusione che egli afferrò a volo.

Sorrisero per essersi compresi. Il sentimento della patria che primo li

aveva avvinti li dominò rapido, su quella terra irredenta che entrambi

amavano, dando loro una straordinaria dolcezza.

Benchè quasi sconosciuti e non sapendo nulla delle loro reciproche

vicende, si indovinavano, si sentivano della stessa famiglia, avvertiti

da un movimento, da uno sguardo: meno ancora, da qualche cosa di

invisibile che sembrava allacciarli e cingerli in un magico anello.

Rogo d'amore · 第 8 / 20 题