Otto giorni di riposo sereno in una vecchia casa in fondo a una vecchia
valle dove non giunge ancora fischio di locomotiva nè rombare di
treni. Un silenzio altissimo fra mura nitide odoranti di freschi bucati
casalinghi, di mele cotogne riposte negli armadi e fascetti di menta
sospesi a seccare all’ombra. Una luce tranquilla, eguale, trattenuta da
tende di percallo bianco con orlature rosse dietro le quali tremano i
rami curvi di un salice piangente, onore e vanto del piccolo giardino.
Una carezza degli occhi su mobili semplici un po’ antiquati, ampie
poltrone, ampi letti, quadri ingenui, abbondanza di felci in vasi dalle
sagome vecchiotte e gioconde. E poi un luccicare pallido di argenti
secolari su tovaglie profumate di spigo, tra un sorriso di maioliche
fiorate e di barattoli di conserve fatte in casa coi frutti dell’orto.
Tutta la poesia sana e forte della tradizione, dell’ordine, della
felicità, raccolte e custodite in quel fondo di valle, protetta dalle
alte montagne, idealizzata nella solitudine.
Questa era la dimora ove la signora stanca della vita cittadina andava
a ritemprare i nervi e l’anima quasi in un bagno di pura linfa, accolta
da fidi amici, riannodando fila interrotte di memorie e di affetti con
quella soave malinconia che rievoca il passato senza amarezza e senza
rimpianti.
E poi un’altra corsa per monti e per valli ancora, attraverso le
variatissime bellezze del suolo trentino; da val Redena a val di
Sole, dal gruppo di Brenta ai gioghi della Presanella e ai ghiacci
dell’Adamello, passando per tutte le graduatorie di una vegetazione
che dagli ulivi del Garda sale ai prati alpini ed alle conifere della
Madonna di Campiglio, per riparare infine in un piccolo, ignoto,
remoto paesello composto di poche umili case e di due o tre pure umili
alberghetti, aperti solo nella stagione estiva, all’entrata di un bosco
magnifico.
Lì il piacere della solitudine era perfetto, accresciuto quell’anno
da una quasi totale mancanza di viaggiatori. La signora trascorreva le
giornate nel bosco, così distaccata dalla sua vita solita, col pensiero
addormentato in sì oblioso e dolcissimo torpore che un pacco di lettere
venute a raggiungerla lassù le fu quasi cagione di meraviglia. Per una
maggior sorpresa vi era fra esse anche una lettera di Moena affatto
inaspettata.
Diceva la lettera in frasi succinte l’impossibilità avuta di trovarsi
a Desenzano nel giorno prestabilito e la decisione di venire a
presentarle le sue scuse in terra trentina. Questa decisione gettò la
signora in una specie di sgomento. Se la breve traversata del lago le
aveva sorriso, il fatto che egli imprendesse un viaggio per venirla a
trovare nella solitudine del suo ritiro, dove mancava qualsiasi forma
di attrattiva socievole, la metteva nella necessità di supplire da sola
a intrattenerlo ed ella era ormai entrata così bene nella sua parte
di personaggio accessorio che la responsabilità di una prima parte la
atterriva.
Appunto perchè Moena le era apparso superiore al comune degli uomini,
appunto perchè lo trovava interessante e più ancora e sopratutto perchè
temeva di distruggere in lui una impressione simpatica, l’annuncio
della sua visita le fu cagione di perturbamento e di angustia. Gli
rispose secondo legge di cortesia che lo avrebbe riveduto volentieri,
ma affrettandosi a soggiungere che il paesuccio dove ella contava di
trascorrere una quindicina di giorni in solitudine non offriva nessuna
risorsa per un giovane avvezzo alla vita cittadina; vi si sarebbe
annoiato indubitabilmente.
Se Moena, come ella pensava, aveva solo avanzato la proposta per
mantenere la parola data, poteva tenersene all’offerta e afferrare
la scappatoia dell’abile insinuazione. Ma così non fu. Di lì a pochi
giorni Moena scrisse annunciando il suo arrivo.
Ella non era tuttavia ancor sicura che venisse, quando se lo vide
dinanzi nell’ora del vespero, sulla strada, all’entrata del bosco.
Lo salutò con la mano ed egli discese subito dal veicolo che lo
trasportava per raggiungerla.
Leggermente imbarazzati tutti e due da una situazione che non appariva
ben definita, il loro incontro si risentì dell’incertezza dei loro
sentimenti. Precipitavano le parole senza guardarsi, camminando fianco
a fianco sulla strada polverosa, parlando di argomenti che non li
interessavano, pur di parlare e di mostrarsi disinvolti. Alle prime
case del paese si disgiunsero. Moena andò in cerca del piccolo albergo
che si era scelto per pranzare, la signora rientrò nel suo.
Non entrò veramente: sedette su una panchina all’aperto chiedendosi
che cosa avrebbe offerto a Moena per passare la giornata di domani. Un
quartetto di musicanti girovaghi sulla soglia dell’albergo suonava per
il diletto di due vecchie inglesi. La sera era dolce, serena: le note
si spandevano armoniche sotto un pergolato di clematidi mezzo sfiorite;
macchinalmente la signora raccoglieva i petali che le cadevano in
grembo e li accostava alle labbra. A un tratto Moena le fu d’appresso:
— Come, è già qui? E il pranzo?
— Lo stanno preparando.
Il giovane parlava a scatti, guardando nel vuoto. Si pose a descrivere
il suo alloggio e la signora descrisse il paese, poi soggiunse:
— Sono i luoghi dei quali abbiamo parlato senza immaginare allora che
ci saremmo trovati insieme.
Non disse quanto ne fosse meravigliata e un po’ anche inquieta, per non
offenderlo. Era in lei vivissimo il desiderio di mostrarsi gentile, ma
il pensiero del breve tempo che si conoscevano le ingombrava la mente
di punti oscuri che la rendevano perplessa.
L’orchestrina intanto suonava un notturno. Essi stavano seduti sulla
medesima panchina, lontani l’uno dall’altra, e ascoltavano. Il tempo
passava; ne passò molto, placido, tranquillo, su quello spianato quasi
deserto, dinanzi all’albergo quasi vuoto, in un silenzio che la musica
sembrava accompagnare come avrebbe accompagnato una canzone. Alfine la
signora si sentì in obbligo di rammentargli il desinare.
— Oh! c’è tempo, — fece Moena con tale accento staccato e deciso che
anche alla signora parve che il tempo veramente si fosse arrestato.
Tornarono ad ascoltare la musica e tratto tratto a bassa voce si
scambiavano una parola, una impressione; raccolti ognuno ad una
estremità della panchina, contegnosi eppure non indifferenti.
Era in entrambi un vigilare di chi si avventura per sentieri nuovi
verso una mèta indecisa, attraente ed ignota. Non si vedevano in volto,
ma la voce che usciva dai loro petti somigliava un arpeggio iniziale
di interne armonie; e nell’aria e nel cielo e nella sabbia fine che
la signora avvertiva attraverso l’esile calzatura con una singolare
sensazione di piacere, che il giovane incideva con la punta della sua
mazza, pensoso, fremeva il mistero di un incantamento.
In seguito ad uno sfoggio di composizioni straniere l’orchestrina
attaccò un motivo italiano.
— Verdi, — disse Moena, come uno che si sveglia accennando alle prime
battute del _Rigoletto_.
— Viva Verdi, _ora come allora_, — soggiunse la signora con una
allusione che egli afferrò a volo.
Sorrisero per essersi compresi. Il sentimento della patria che primo li
aveva avvinti li dominò rapido, su quella terra irredenta che entrambi
amavano, dando loro una straordinaria dolcezza.
Benchè quasi sconosciuti e non sapendo nulla delle loro reciproche
vicende, si indovinavano, si sentivano della stessa famiglia, avvertiti
da un movimento, da uno sguardo: meno ancora, da qualche cosa di
invisibile che sembrava allacciarli e cingerli in un magico anello.