III.

Si ritrovarono in società. Questa volta la signora, pur ricordando

la soave impressione del loro primo incontro, quando la voce di

lui dal fondo del salotto signorile e volgare si era alzata come un

biancheggiare d’alba, non potè difendersi da una particolare ansia che

era forse una sfiducia di sè stessa, quasi il timore di veder sciupato

in una consuetudine senza interesse il bel gesto che l’aveva per un

istante accostata ad Ariele Moena. Intuiva che nessuno dei discorsi

soliti avrebbe potuto interessare quel giovane cui una invisibile

corazza sembrava cingere di spiritualità e che aveva nello sguardo una

inquietante ricerca, come l’inseguimento perenne di una idea, come un

palpito d’ala ininterrotto che gli mantenesse intorno una atmosfera più

pura.

La fredda correttezza che era nel volto e nei gesti di Moena non

lasciava adito a facili indagini.

Si videro, si salutarono, poi furono divisi; Moena entrò in un crocchio

di giovani, la signora si pose a ciarlare con qualche amica. Solo

più tardi poterono avvicinarsi e ancora la signora fu assalita dalla

curiosità di quell’anima.

Un lento e dolce conversare si svolse subito fra loro, pari a sottil

rivolo che nutrisse in entrambi occulti germi, girando per oscuri

meandri dalla bassa poltroncina di vimini dove egli stava seduto al

piccolo divano sulla cui sponda ella abbandonava il braccio; così

placido, senza turbamenti, appunto come rivo d’acqua limpida, ma che

pure sembrava in certi istanti fiotto di sangue pulsante blandamente

ai polsi. Più la signora persuadevasi che la sua compagnia non era

sgradevole a Moena e più le cresceva l’ansia di penetrare nel di lui

pensiero.

— Sa, — gli disse a un tratto — anderò presto a salutare le sue

montagne. È molto tempo che non vede Trento?

— Anni, — fece egli con un gesto scorato.

— Ho cari amici lassù, vado a compire un pellegrinaggio di affezione.

— Prende la linea di Ala o fa il lago?

— Altre volte andai per Ala, ma non le nascondo che il lago mi tenta

assai.

— Non conosce il Garda?

— No, — rispose la signora quasi vergognosa della confessione. — Ho

torto, nevvero?

— Ha torto perchè il Garda è uno dei più poetici laghi d’Italia ed

amarissimo, come un certo mare....

— Oh! anderò senza fallo questa volta, — esclamò la signora con slancio.

— Quanto sarei lieto di poterle servire da guida! Io lo conosco palmo a

palmo.

L’inaspettata proposta sorprese la signora, quantunque Moena l’avesse

annunciata nel modo più semplice, senza alterare una linea del volto

che solo si animò un poco continuando:

— Il Garda apre la via ai laghi del Trentino che tra grandi e piccoli

sono più di trecento. Ha una sua impronta particolare schiettamente

italiana che tutti gli sforzi del pangermanismo non riescono a

snaturare. Invano accorrono ad esso i capitali tedeschi popolando

le sue rive di alberghi e di ville tedesche, invano una canzone di

irredentismo a rovescio suona la diana per persuadere che il Garda

italiano è una usurpazione; le sue acque profondamente azzurre, il suo

cielo, i suoi fiori, i suoi aranci, i suoi ulivi, la sua storia, la sua

gente, tutto grida Italia.

— Queste parole accrescono il mio rimorso, — disse la signora.

— Santo è il rimorso — ribattè il giovane — se conduce alla

conversione. Vada, vada al Garda e ne parli e lo faccia conoscere. Noi

trentini ci interessiamo a tutte le questioni che interessano il regno,

ma abbiamo bisogno che anche i nostri fratelli si interessino a noi. —

Il Garda è una delle porte del Trentino, la più affascinante, e l’oro

tedesco la insidia senza posa. Noi dobbiamo vegliare per conservarla

italiana.

— Fare dell’irredentismo?... — mormorò la signora scrutando fissamente

colle pupille le pupille di Moena.

Egli ebbe un movimento di grazia improvvisa nella piega malinconica

della bocca. Rispose:

— Basterà amare. L’irredentismo per la maggior parte di noi è un

sogno angoscioso, un anelito continuo anche se nascosto a liberarci da

una oppressione che si traduce in cento forme di umilianti angherie,

è una tensione spasmodica dei nervi, è un sospiro dell’anima, è un

contrasto sempre più insopportabile fra il sentimento e la vita, fra

l’aspirazione e la realtà, fra il nostro diritto naturale e la legge

che ci è tirannicamente imposta. Per voi, per gli italiani liberi, sia

l’irredentismo una forma di infinita pietà, un fraterno desiderio di

saperci felici, un orecchio aperto ai nostri gemiti, una mano tesa alla

nostra debolezza, un cuore che batta apertamente e lealmente accanto al

nostro. Chiediamo troppo?

L’ardore del giovane contenuto in una giusta padronanza di gesti e di

voce trovava nelle più nobili fibre della donna un’eco già pronta. Ella

non ebbe bisogno di molte parole per affermarsi. Dal suo sguardo, da

quel tutto insieme misterioso e profondo per cui traluce il pensiero,

Moena dovette sentirsi compreso. Soggiunse senza guardare la signora,

già perduto nella visione dell’avvenire:

— Quando parte?

— Ma.... a giorni.

— Se posso appena mi troverà a Desenzano, — disse improvvisamente. —

Da troppo tempo non rivedo più il mio lago; sarebbe un piacere per me

fargliene gli onori.

La signora sorrise a guisa di assentimento con quel lieve imbarazzo di

chi si sente preso in un cerchio non voluto e pure piacevole.

C’era sempre questa specie di inconsistenza nei loro rapporti, come se

invece di trovarsi di fronte un uomo ed una donna fossero due sogni che

si sfiorassero.

Alcuni giorni dopo scendendo sotto la tettoia elegante della stazione

di Desenzano la signora non fu troppo meravigliata di non scorgervi

Moena. Una sottile impressione di disinganno, forse, le attraversò la

mente subito assorbita dalle necessità dell’ora, e mettendo piede sul

battello si ripromise con tanta intensità di non lasciarsi sfuggire

nessuna delle bellezze del lago che tutta la sua potenza di pensiero

parve concentrarsi nella vista.

La nobile Sirmione col sottile gruppo di abeti, col suo bel Castello,

le sfilarono dinanzi mentre appoggiata al parapetto dell’_Angelo Emo_

affondava lo sguardo e l’anima nelle rive fuggenti calde di luminosi

colori, e morbide e carezzevoli tanto, specchiate in quelle acque di

un azzurro straordinario, che la dicitura di un albergo apparsa fra

sì delicate bellezze le diede un urto al cuore. _Hôtel Eden_ diceva

la scritta sfacciatamente esposta al sole, rammentandole di un subito

l’invasione utilitaria e straniera di quelle rive nate per il sogno più

puro di un poeta. Quasi per purificarsi gli sguardi li riportò sul nome

del battello, _Angelo Emo_, dal quale una visione di venete bandiere

sventolanti in trionfo parve venirle incontro a guisa di promesse e fu

di nuovo tutta presa nell’ardore dell’ammirazione, sfuggendo i pochi

passeggieri che si trovavano intorno a lei, che sentiva indifferenti al

suo entusiasmo.

Salò, Gardone, Gargnano le strapparono un piccolo grido di meraviglia.

Dire che aveva per tanto tempo ignorato quella spiaggia incantevole

e quel lago unico nella sua tinta di cielo, intensificata come se

i profumi degli aranci in fiore passando e ripassando vi avessero

spremute le nuziali ebbrezze della terra!

Profonda e malinconica una commozione la strinse a sentirsi sola in

quel momento, così staccata dalla sua propria esistenza, presa in

una parentesi di impressioni che allontanava smisuratamente tutto

ciò che soleva occuparla e interessarla. Vogava ella su quelle acque

cerule nello splendido meriggio estivo verso l’ignoto domani con un

cuore alleggerito da torrenti di lagrime, un dolce cuore rassegnato e

tranquillo che più nulla chiedeva al destino.

Per un istante i suoi amici, le sue amiche, i parenti le si

affacciarono alla memoria, ma nello stesso modo che passano le figure

sulle lastre di una lanterna magica, piatte, tremolanti, confuse.

Nessuna si mesceva particolarmente al suo intimo senso di vivere,

nessuna sorgeva al suo fianco colla imperiosa evocazione del desiderio.

E il battello andava, andava dolcemente verso le terre trentine dove le

prime case di Riva già biancheggiavano in una luce dorata di paesaggio

meridionale.

Il minuscolo treno che pare un balocco da bimbo accolse la viaggiatrice

allo sbarco trasportandola subito per Arco e per Mori verso la foce del

Sarca, lungo canali sinuosamente diffusi tra i prati, in vista delle

belle montagne cinte di silenzio. Suonerebbe mai un giorno fra quelle

balze l’inno della libertà?...

La signora si accorse a un palpito accelerato del cuore che la sua

immaginazione le anticipava avvenimenti chiusi ancora nei misteri del

tempo. — Non importa. — ella pensò — che il cuore batta! nella speranza

o nella disperazione, nell’anelito o nella preghiera, nella pugna o

nell’attesa, che batta! ciò solo conta.

Non aveva detto qualche cosa di simile pochi giorni prima Moena? Ah!

sì, Moena. Doveva trovarsi a Desenzano, ma non era naturale che avesse

dimenticato l’incontro a Desenzano? Un giovane doveva avere ben altro

per il capo. Meglio così, forse. Si riversò tutta sulla spalliera del

sedile, allentando il velo del cappello, sola nello scomparto e quindi

libera e quasi felice. Socchiudendo gli occhi al molle ondeggiamento

del treno, pur senza perdere di vista la fuga verde dei campi che le

appariva a guisa di nastro serpentino tra la frangia delle palpebre,

le irrompevano su dal petto le prime note dell’inno di Mameli: e a

dischiuderle a mezza voce su quella strada, di fronte a quei monti,

intanto che il treno correva verso Trento, la prese tale ebbrezza di

sfida che per naturale consenso della fantasia parve le ritornasse da

ogni balza e da ogni fratta l’eco di simpatie fraterne.

Giunse a Trento che ancor batteva il sole in un barbaglio di raggi

sulla statua di Dante.

— Albergo Trento, — ordinò al fattorino che le portava le valigie.

Ma quando, arrestata dinanzi al grandioso edificio, lesse sul frontone

_Impérial_ tornò a ripetere con impazienza:

— Trento, Trento.

— Appunto, — rispose l’uomo, — è questo; solamente ora si chiama

_Impérial_.

Lo contemplava ella curvo sotto il bagaglio, mansueto, con una nube di

tristezza forse inconscia in fondo agli occhi. Disse:

— Brutto nome.

— Eh! — fece l’altro sorpreso e dubbioso.

Concluse la signora con slancio: — Ma per noi italiani è sempre Trento

nevvero?

E al gesto comune della mancia aggiunse un sorriso buono, quasi

un sorriso di amichevole intesa che stabilisse il loro vincolo di

nazionalità.

Poche ore dopo, dall’ampio terrazzo che domina la piazza, la signora

assisteva alla gloria del tramonto i cui ultimi raggi avevano già

abbandonato il Dos, rifugiati sulla cima delle più alte montagne,

indugiando in un dispiego di veli sanguigni striati di punti d’oro. La

crocetta della chiesa di Sant’Apollinare, in basso, presso l’Adige,

emerse per un istante o ella credette di vederla, memore del luogo

antico e del piccolo cimitero dove riposano i padri all’ombra della

loro fede.

Immediatamente sotto a lei, intorno al monumento del Grande, suonava

la banda militare e passeggiavano i cittadini a lento passo sparendo

e ricomparendo d’in fra gli alberi novellini, nella cinta della

graziosissima piazza, collo sfondo della neve sulla cresta dei monti

più lontani.

Erano uomini, erano donne e bambini, come dovunque. Erano vesti chiare,

pennacchietti brillanti, ciarle e risa. Era la vita, la piccola vita

individuale che si svolgeva in tenui fili dalla matassa aggrovigliata

della vita comune. Affari, piaceri, amori, speranze, tradimenti, lutti,

rinascite, tutto ciò fluiva sotto gli occhi della spettatrice che pur

non volendo dimenticare il dolore intimo di quella gente lo andava

indagando di gruppo in gruppo e soffermavasi con acuta penetrazione sui

capannelli degli studenti, per passare egualmente acuto e penetrante

agli ufficiali dalle divise variopinte, dal portamento spavaldo sotto i

ciuffi di mortella dei loro _kepy_ in forma di vasi di fiori rivoltati.

— Però le fanciulle non li guardano, — pensò la signora con orgoglio

solidale di sesso.

Così, isolata, mirando dall’alto la folla, quel terrazzo le parve a

un tratto un simbolo della sua vita. Non aveva ella al pari di quelle

fanciulle, di quelle giovani donne, percorsi i viali verdeggianti del

sogno? non aveva spiccato fiori sui suoi passi? e ciarlato e riso

agitando veli bianchi e veli rosei dinanzi all’invito di pupille

innamorate? Una bronzea figura di poeta non aveva indicato alla sua

anima schiava le vie della liberazione oltre i confini segnati da

prepotenti passioni? Quante musiche soavi avevano accompagnati i suoi

ritmi! Quanti raggi si erano posati sulla sua fronte, avevano lambiti i

suoi capelli, le erano scesi ardenti e turbatori al cuore! E i purpurei

meriggi succedendo alle rose dell’alba non le avevano preparato

la pioggia delicata delle viole nei vesperi sospirosi di che s’era

inebriata fino allo spasimo?

Ed ora, ecco, riposava tranquilla su quel terrazzo, affacciata alla

vita degli altri, mentre la notte stava tessendo alle sue spalle il

nero manto dell’oblio.

Giovinetta, aveva qualche volta pensato con terrore all’istante fatale

della trasformazione. Certo se a vent’anni lo specchio che rimanda

il fresco volto in cui s’aduna tutta la gioia di quell’età dovesse

immediatamente sostituirvi la pallidezza sfiorita dei quarant’anni, una

donna morrebbe di dolore; ma il passaggio avviene per gradi, per lievi

insensibili gradi dove l’illusione spegnendosi a poco a poco attutisce

i desideri e sui campi disertati dall’amore aduna le molli letificanti

carezze della rassegnazione. Ella se ne era già imbevuta. Era l’albero

che dati al vento i suoi pollini e i suoi profumi, dati alla terra

i suoi frutti e il germe dei frutti futuri, sta ritto nella casta e

appagata nudità del suo tronco non vissuto indarno. Era la fontana che

zampillava un giorno in getto protervo iridescente al sole, fulgida

di tutti i colori della terra e del cielo, sonante per gli echi della

selva, florida dei pingui muschi che la cingevano di velluto e che

pure ridotta a un sottile filo d’acqua vede ancora la rondine fedele

attingere al suo umore e sostare nelle tiepide sere gli amanti attirati

dalla sua mesta solitudine.

Placido così il distacco dalla sua giovinezza, non strappo brutale,

sibbene un lento cedere di forze, un digradare di colori, uno scambio

di visuali per cui da combattente si era fatta spettatrice. Tale

sensazione specialissima nella quale la dolcezza si fondeva alla

malinconia, ma una malinconia senza rimpianti, una malinconia alata

che sfiorava sorpassandoli i perduti beni, trovava in quell’ora del

tramonto, in quel posto, in quella città bella e dolorante la sua

estrinsecazione più compiuta. Ella si sentiva una cosa sola coll’aria,

colla luce morente, colla solitudine del terrazzo, col primo arco di

luna apparso timido in cielo. I sensi, la fantasia, gli affetti, tutto

era calmo in lei come la dolce sera estiva, della calma pensosa di chi

ha vissuto e non chiede e non desidera e non attende più nulla.

La banda aveva finito di suonare. I capannelli ciarlieri diradavano

intorno al monumento di Dante e ad essi si veniva sostituendo un raro

passaggio di solitari affrettati verso la città. Appena una indistinta

coppia nella zona degli alberi appariva e spariva con caratteristica

lentezza indugiando dove più fitta calava l’ombra; poi anche quella

dileguò e la piazza rimase deserta con nel mezzo l’alta figura del suo

poeta.

Notte! parola e cosa affascinante. Ogni rumore omai era cessato, ogni

movimento, ogni segno di vita. La città dormiva assorta nelle memorie,

cullata dalle speranze, sulla porta socchiusa del sogno. Solo la

stazione co’ suoi larghi occhi di fiamma vegliava, sentinella vigile

del domani che si avanza in silenzio.

Una singolare forza di attrazione teneva la signora immobile sul

terrazzo, avvinta da una indicibile dolcezza nuova, così soave e

penetrante e lieve che quasi non sentiva più il corpo; la brezza stessa

fresca e pungente che le stringeva le braccia sotto il velo onde erano

coperte le dava un brivido vago di carezza immateriale, di sensazione

indefinita, come un palpito che non fosse nato ancora e pur vivesse nel

profondo dell’essere, nel mistero della notte, nell’aria, nel cielo,

nella rugiada sparsa, nell’invisibile giro degli atomi, nel sospiro

eterno delle cose.

Rogo d'amore · 第 7 / 20 题