_Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco
Sforza._
Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano,
vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che
avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del
duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni
Galeazzo Visconti, infeudata dall'imperatore Venceslao; e perciò il
ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore.
Se il destino delle città dipendesse dal solo diritto di proprietà
ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza,
avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando
un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli
fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione
dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro
imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido,
indolente e minore della sua dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto
far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle
armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo cesare lasciò
dimenticato nel milanese il nome dell'Impero per più di quarant'anni
dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la città di Asti,
portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca,
conte di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella città: ma
la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul
trono di Francia; e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato
di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto
il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gli Inglesi,
che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva nè
mezzi, nè pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di
suo cugino. Il papa Niccolò V, di carattere sacerdotale, non conosceva
l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio
di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli
era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano
formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi
e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia,
era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia,
di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle
immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle
armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in
vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito,
esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato.
La condizione del conte era anche più degradata di quella del duca
d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva
Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati;
aveva il nome più illustre di ogni altro nella milizia di quei tempi.
Ma un romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti
illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria,
trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del
quale militava, diede il soprannome _Sforza_), non pareva posto in
condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di
prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, quando,
nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di
repubblica.
Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che incominciarono
a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome dei _capitani
e difensori della libertà di Milano_. Il primo proclama col quale
annunziarono la loro dignità e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto
1447, cioè il primo dopo la morte del duca. In esso questi _capitani e
difensori della libertà di Milano_ confermano per sei mesi prossimi a
venire il generoso Manfredo da Rivarolo dei conti di San Martino nella
carica di podestà della città e ducato[219]. Questi nuovi magistrati
però non pretesero di invadere tutta l'amministrazione della città;
anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze
e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che
il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze
civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e
difensori, considerandosi investiti della autorità sovrana, riserbate
al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva,
ordini al podestà, al capitano di giustizia, al tribunale di
Provvisione, ec. pei casi straordinarii, lasciarono a ciascun
magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari,
a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione[220]. Questi
capitani e difensori della libertà non avevano però ragione alcuna per
comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata
una carica, attribuita una autorità, addossata una rappresentanza
tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera
scelta della città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà
avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del
sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il
solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare così la
forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come
sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una città
oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo
resosi sovrano e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione
delle parti di lui medesimo; nè era riserbato nemmeno ai più accorti il
prevedere la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestamente
vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai i fautori principali
del governo repubblicano, cioè Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi,
Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era
probabile che le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo
di farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e senza
una costituzione politica. Infatti due sole città, cioè Alessandria
e Novara, si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o
progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente,
o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di
offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti: gli uni volevano
Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia;
altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di
Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco
Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa menzione dell'ottavo
partito, che sarebbe stato quello di reggersi da sè e collegarsi in
una confederazione di città libere, o meglio ancora unirsi in una sola
massa e formare un governo comune. Nè ciò pure terminava la serie dei
mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, occupavano i
loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gli
innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno
era più sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in
pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era
generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca
popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte
mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva
torreggiare sopra di una città che voleva essere libera e temeva un
invasore; perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali
di quella rocca[221].
Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca,
s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove
si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per
impadronirsi del milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano
di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che
i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo
ducato, ch'egli aveva in mente di far suo, sebbene le circostanze non
gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze dei
Veneti già si trovavano nel milanese prima che il duca morisse. Il
che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano
essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte
di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero
l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la
morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un
comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa
scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle
nostre armate[222]. I denari dei Milanesi erano necessari per mantenere
un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran
capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li
preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente
unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure
il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che
governava senza autorità e senza principii.
Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama
che i _capitani e difensori della libertà_ pubblicarono in data 21
settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati
alle fiamme i catastri che servivano alla distribuzione dei carichi,
affine di rallegrare il popolo:[223] _Capitanei et defensores
libertatis illustris et excelsae Comunitatis Mediolani. — Prudentes
concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens Deus noster, per
transmigrationem de praesenti saeculo illustrissimi bonae memoriae
principis ac domini nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis
nobis venditando condonavit quod retinere et conservare omnibus modis
et firma scientia statuimus, deliberavimus comuni consensu in adurendis
libris, extractibus, quaternis, filzis, et scripturis inventariorum,
taxarum, talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum
quorumvis onerum signum dare, quo populus et plebs intelligant se
post hac futuros immunes et exemptos ab angariis et gravaminibus
ejusmodi. Indegne bonam spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre
reipublicae percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas gratias
agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec minus animum firment
et disponant velle, quod olim inviti et coacti fatiebant, nunc sponte
atque perlibenter fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et
exhibendis, juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo
thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et protectoris nostri,
tum pro expeditionibus genzium armigerarum Comunitatis praelibitae,
quibus mediantibus non tantum libertatem nostram, ut caepta est,
retinere conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmares,
locupletari, augere, et in dies melius ampliare atque dilatare,
in confusionem eorum omnium qui satagunt huic inclitae Civitati
omni conato suo, suisque omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur
quatenus, facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod ii
duo simul, cujus infra nominatis, inquirant et sibi exiberi faciant
quoscumque libros, extractus, quaternos, filzas, et scripturas omnes
inventariorum, taxarum, talearum, focorum, oneris salis, et aliorum
onerum cujusvis generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene ac
iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis, retinendo eos
dumtaxat duibus videatur aliqua utilitas camerae prefatae Comunitatis,
et territorio et singularium etiam aliquarum personarum, reliquos
omnes ex predictis igni palam et pubblice cremandos dari et committi
faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse pariter et plebs,
voluptatem inde assumentes peringentem, exaltare jubilareque possint,
laudesque dare sancto memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et
fausto statu semper servet atque tueatur.
Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII.
Johannes de Mantegaxis — Stefanus de Gambaloytis — Cabriolus de
Comite — Federicus de Comite — Johannes de Fossato — Francius de
Figino — Johannes de Gluxiano — Jacobus de Cambiago Raphael. — A
tergo Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris duodecim
Provisionum excelsae comunitatis Mediolani._ Registro civico A, foglio
47. — Si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea
generosità di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette
pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori
arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito[224].
Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano, sotto
pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ciò per
formare nuovi catastri per ripartire i carichi[225]. Cercavano questi
incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con
mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi.
Alcune delle leggi che proclamarono, poichè danno una precisa idea
dello spirito di quel governo e della condizione di quei tempi, non
sarà discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della
inferma repubblica, incerti della loro autorità, privi di legale
sanzione, in una città divisa in partiti, attorniata da città che
non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre,
coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte
opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare
nelle mani del conte Sforza il poter militare in così importante e
seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando
irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti:[226] _Capitanei et
defensores libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani.
Dilecte noster. Ad solidandum, angendum, ornandum hujus nostrae caeptae
libertatis optabilem statum, non magis conveniens quam necessarium
arbitramur virtutum coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita
n. et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores
ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus largitiones.
Animadvertentes igitur quam foedissimum et detestandum, quam horrendum
sit innominabile Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas
incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores
solet deliberavimus, et mente nostra decreto stabili firmavimus hoc
execrabile exitium nullatenus tollerare. Quamquam igitur ad detrahendos
ab hoc scelestissimo crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum
ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere sufficere
videntur constituta per sanctissimas leges ac statuta hujus civitatis,
quam ita vulgarissimam ignorare quidem non debent, ignis poena, ut
tamen eorum infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus
et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter ac pubblice, voce
praeconis, divulgari per solita hujus civitatis loca facias, quod amodo
quisquis cujusvis status et conditionis existat, sive terrigena, sive
forensis, aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite, quisquis
se ab eo penitus caveat et abstineat crimine, nec illud committere
audeat quoquomodo; sciens et ex certo tenens, quod si dehinc illud
incidisse comperietur, irremmissibili profecto, juxta legum sanctiones,
punietur ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et inquirendum de
hujusmodi sceleratis et diligentiam omnem, studium et curam adhibeas,
et contra quoscumque quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite
procedas, eos; jure justitiaque mediante, puniendo. In qua quidem re,
quo magis vigil magisque diligens fueris, eo magis honori debitoque
servies et nostrae menti vehementissime complacebis. Et ut ab ejusmodi
delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus, seu
denuntiatioribus ipsorum delictorum, cum bonis tamen inditiis, salis
fiat pro qualibet vice, et teneantur secreti, de ducatis decem auri,
ex et de bonis delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et
successores tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione
cessante. Scribimus etiam super hoc d, Bartolomeo Cacciae, capitaneo
justitiae hujus civitatis, cumquo volumus habeas intelligentiam in
fieri facendis proclamationibus praedictis. — Mediolani, die XVIII oct.
1447._ — Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto della
Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo
persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti
col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini
vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocità di un
secolo si assomigliano alle pazzie e atrocità d'un altro, a meno che
la cultura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano
i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa
filosofia, contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto
l'unica superiorità dei tempi presenti. Oggidì un popolo che aspiri
a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo,
non pubblicherà certo una legge per proibire ai barbieri di far
la barba nei giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al
timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi
meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò un bando
cosiffatto:[227] _Capitanei et defensores libertatis illustris et
excelsae civitatis Mediolani — Visa requisitione barbitonsorum inclitae
Urbis hujus pro confirmatione cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris
infrascripti, videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus inclitae
civitatis; barbitonsorus, tum recta conscientia ducti, tum praesertim
a religiosis confessoribus et animarum suarum consultoribus admoniti,
deliberant ad celebrandum festivos dies et vocandam ab opere temporibus
illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu, statutum
ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti. Reverenter ideo
supplicantes ut, ad ipsum, quod quidem salutiferum et commendabile
videtur, auctoritatem vestram interponentes, dignemini statutum hoc
et ordinationem patentibus literis confermare, validare, servarique
et excutioni mandari jubere, mandando etiam quibuslibet jusdicenti et
offitialibus Mediolani, ad quos inde recursus habeatur, quatenus ad
omnem requisitionem abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius
statuti observantiam et excutionem, praestent omne juvamen, auxilium
et favorem opportunum. Item statuerunt et ordinarunt quod non liceat
alicui magistro de dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis
Mediolani, laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha
seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo per sanctae
matris ecclesiae tam Romane quam Ambrosianae istitutiones celebrari
ordinato nec etiam in ipsorum festorum vigiliis ubi vigiliae institutae
reperiantur nec diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius
vigiliae vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum qualibet vice
qua fuerit contrafactum, eamdemque poenam incidat quilibet famulus
seu laborator de dicta arte qui sine licentia et contra voluntatem
magistri sui laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque,
famulus aut laborator de dicta arte non debeat nec possit de dicta
arte aliqualiter laborare in civitate ipsa nec suburgiis nisi prius
condemnationem ipsam solverit, et ante solutionem hujusmodi non debeat
aliquis magister ipsius artis illi dare aliquod adjutorium nec aliquem
favorem sub eadem poena, si tamen evenerit quod ad horam vigesimam
quartam dicti sabati aut vigiliae ut supra quispiam magister aut
laborator inter manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum;
eo casu tali prius accepto possit impune caeptam operam prosequi et
finire, nec pro eo poenam incurrat; harumque omnium poenarum medietas
applicetur fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietati
duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum et reliqua tertia
pars accusatori qui talem contrafactionem denuntiaret. Possunt
quoque abbas dictae artis et sui offitiales qui per tempora erunt,
defitientibus in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in
hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem ad juramentum
si et prout viderit expedire. Et considerata in hoc devota et laudabili
dispositione dictorum barbitonsorum, vum statutum ipsum, quod etiam
per spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis
diligenter examinari fecimus et honestum et ad observantiam orthodoxae
fidei nostrae atque mandatorum ecclesiae videatur tendere, ipsorum
requisitioni praedictorum benigne volentes annuere praesentium tenore,
etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in volumine etiam aliorum
statutorum et ordinamentorum comunis Mediolani inseri et conscribi
mandamus et volumus, gratum habentes, approbamus et confirmamus;
mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac aliis offitialibus
antedictae comunitatis praesentibus et futuris, ad quos spectat et
spectare possit et pro dicti statuti observatione recursum fuerit;
quatenus ipsum statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare
fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum requisitionem
pro hujus statuti observantia et in contrafatientes debita executione
omne prestent juvamen, auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo
nichil exinde contra aliorum praefacte comunitatis statutorum et
ordinamentorum dispositionem et in eorum detrimentum fiat vel sequatur.
In quorum testimonium praesentes fieri registrarique jussimus,
sigillique praefatae comunitatis munimine roborari. Dat. Mediolani, die
sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius._ Il citato registro
A, foglio 51, tergo.
Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la quale merita
d'essere ricordata, perchè ci fa conoscere alcuni ripieghi politici,
i quali volgarmente si credono d'invenzione di questi ultimi tempi,
non erano punto sconosciuti negli Stati d'Italia alla metà del secolo
decimoquinto, cioè le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai
come sino dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione
della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero
leggi assai opportune[228]; ora dall'editto del 9 gennaio 1448 verrà
assicurato il lettore dell'antichità delle lotterie, ossia tontine, di
quei tributi spontanei in somma ai quali si adescano i cittadini colla
lusinga di arricchirli[229]. Colle note potrà il lettore dalla sorgente
istessa conoscere da quai principii fosse regolato quel governo, a qual
grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la politica; nè
sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi della infelicità
di quei tempi.
Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine del nuovo
comandante delle armi milanesi Francesco Sforza. Sì tosto che il conte
Francesco fu creato capitano generale della repubblica di Milano, e che
l'armata di esso conte venne allo stipendio de' Milanesi, ei si trovò
alla testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani,
e da ogni altro pretendente. Se egli avesse rivoltata allora per
assoggettare a sè il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare ad un
tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde, e le francesi, e
l'entusiasmo della nascente libertà de' popoli, non per anco stancati
dai disordini dell'anarchia. I suoi soldati avrebbero ragionato
fors'anco del tradimento che si faceva ai Milanesi, della illegalità
delle pretensioni sue alla successione nel ducato; si doveva temere
o la defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli
uomini e gli affari. Egli era venerato come il più gran generale del
suo tempo. Sapeva farsi adorare da' suoi soldati, che egli, con una
prodigiosa memoria, soleva quasi tutti chiamare col loro nome. Nella
azione si esponeva con mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce
militare animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto dei
propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con mirabile
superiorità d'animo. Accortissimo conoscitore dei pensieri altrui,
antivedeva le risoluzioni de' nemici, che lo trovavano preparato mentre
s'immaginava di sorprenderlo. La reputazione dello Sforza era tale,
che, venendo da' Veneziani attaccato un drappello de' suoi che egli
aveva postati a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto in
cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della inaspettata
sua presenza si posero in fuga i vincitori; anzi innoltrandosi egli
incautamente ad inseguirli, si trovò come attorniato e preso da
essi; ma invece di farlo prigioniere, i nemici deposero le armi, e
scopertisi il capo, riverentemente lo salutarono, «e qualunque poteva,
con ogni reverentia li tochava la mano perchè lo riputavano patre
de la militia ed ornamento di quella»; così il Corio. Sin dalla sua
gioventù egli ispirava rispetto per la nobile e dignitosa figura, e
più per la saviezza, prudenza, costumatezza ed eleganza nel parlare,
onde l'istesso Filippo Maria[230] _admirabatur enim magis atque magis
guotidie tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores, tum formae
praestantiam, vultus gestusque dignitatem_[231]. Un fatto raccontatoci
dallo storico Giovanni Simonetta, che viveva in que' tempi, mostra
l'indole generosa del conte Francesco, e la singolare di lui prudenza
nel fiore degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava
nell'Abruzzo, aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano
i due partiti francesi e spagnuolo, ossia gli Angioini e gli Aragonesi.
Si formò una trama segreta fra i soldati sottoposti a Francesco Sforza;
e improvvisamente una gran parte di essi tradì la fede, e, abbandonando
il giovine Francesco, passò al nemico. Francesco co' pochi rimastigli
fedeli si ricoverò in luogo munito. Appena ottenuto dal padre nuovo
soccorso, si scagliò contro i nemici, e fece prigionieri tutti i
traditori. Ne spedì la novella a Sforza di lui padre, chiedendo i suoi
comandi sul trattamento da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mandò
il comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere un
tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e dopo qualche
taciturnità interpellò il messaggiero: «Dimmi, con quale aspetto parlò
mio padre, che t'incaricò di quest'ordine?» Il messaggere rispose
ch'egli era assai incollerito. «Non lo comanda adunque mio padre,
disse Francesco: questo è l'impeto di un uomo sdegnato, e mio padre a
quest'ora è pentito di aver detto così»: indi, fatti condurre alla sua
presenza i prigionieri: «Poichè mio padre, diss'egli, vi perdona, io
pure vi perdono. Siete liberi; se volete restare al nostro stipendio,
vi accetto come prima; se volete partire, fatelo». La sorpresa di que'
soldati, che si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando
e singhiozzando, giurarono fede alle insegne sforzesche, e in ogni
incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi. Quando
Sforza intese il fatto, confessò che Francesco era stato più prudente
di sè stesso[232]. Questo avvenimento ci fa risovvenire delle Forche
Caudine: lo Sforza fu assai più avveduto che non si mostrò Ponzio.
Francesco amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto
nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici, vennegli
il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo padre, volendo
soccorrere un suo paggio, erasi miseramente affogato nel fiume che
stavano passando. Questa era la massima prova che potesse dare della
padronanza di sè medesimo. Francesco, soffocando l'immenso dolore,
e dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come fece[233].
Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre italiano, che
diventò poi nostro principe.
Agnese del Maino s'era ricoverata nella rocca di Pavia, dove ella ebbe
influenza bastante per rendere preponderante il partito di coloro che
scelsero per loro principe il conte Francesco genero di lei. Se il
conte avesse accettata questa sovranità mentre era allo stipendio de'
Milanesi, senza l'assenso loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era,
ed è una parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte
Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione, non
sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera sommessione di
Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva al duca di Savoia,
ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata impresa difficile lo sloggiarli da
quella città munita, e pericoloso il lasciarveli: che non era possibile
sbrattare il Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato esposto
alle invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi
per quella navigazione. Insomma persuase che l'interesse di Milano
era dover Pavia cadere piuttosto nelle sue mani che di alcun altro
principe. Per tal modo, coll'assenso dei Milanesi, il conte Francesco
diventò signore di Pavia; e così due città principali del ducato,
Cremona e Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del conte
Francesco.
Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò colle sue
armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani, e se ne impadronì il
giorno 16 dicembre 1447. Così, appena trascorsi quattro mesi dalla
morte del duca, il conte s'era già reso padrone del corso del Po;
padronanza la quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano,
che non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, che
conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i Francesi, che stavano
al presidio di Asti, tentarono di occupare Alessandria e Tortona; ma
vennero rispinti da Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte
Francesco. Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo Maria,
il conte possedeva già una importante porzione del ducato.
I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà, gli oligarchi
milanesi conoscevano la loro situazione e il pericolo imminente
di ricadere sotto la dominazione d'un uomo solo, cosa generalmente
detestata; per ciò si rivolse secretamente a fare proposizioni di
accomodamento coi Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le
due repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e signorie,
offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre quei di Bergamo e
Brescia, che le armi venete avevano già conquistato sotto il regno
dell'ultimo duca. Niente poteva accadere di peggio per attraversare
la fortuna del conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in
Milano, mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza se
a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; che quanto meno
ce lo saremmo aspettato, una sorpresa rendeva Milano suddita di San
Marco e città provinciale e squallida; che non v'era più una sola notte
tranquilla pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse.
La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando: guerra,
guerra contro de' Veneziani! e così vennero forzati gli usurpatori
del governo, i capitani e difensori a lasciarne ogni pensiero in
disparte. Frattanto il conte Francesco, sempre vittorioso, con molti
e piccoli fatti d'arme avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del
Po, stava risoluto di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che
da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal Carmagnola,
siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa una volta Brescia, non
potevano più i Veneziani conservare Bergamo nè Lodi, nè altra parte
delle loro conquiste. I nostri repubblicani allora cominciarono più
che mai a temere, forse più de' nemici, il loro capitano generale;
il quale se riusciva, come era probabile, di rendersi padrone di
Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, siccome aveva fatto
di Piacenza; e per tal modo cerchiando Milano, l'avrebbe costretta,
non che a rendersi, a impetrare la di lui dominazione. Si spedirono
adunque ordini al conte comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse
a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare i
Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua armata eravi il
Piccinino, generale emulo e nemico del conte: le operazioni militari
o s'eseguirono lentamente, ovvero venivano attraversate: si lasciava
penuriare il campo dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri:
l'armata veneziana che stavagli di fronte, era dodicimila e cinquecento
cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli venne a
una giornata, che rese memorabile il 14 settembre 1448; poichè nei
contorni di Mozzanica, venne il conte colto dai Veneziani talmente
all'improvviso, che nemmeno ebbe tempo di armarsi compiutamente;
onde si pose a comandare e diresse l'azione mancandogli i bracciali.
L'insidiosa emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli di
osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il quale perciò
potè cadere con sorpresa sull'armata del conte. V'erano, siccome dissi,
il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, generale di cattivo
animo. Il conte, mezzo disarmato, espose più volte sè stesso al più
forte della mischia, riconducendo i fuggitivi all'attacco, animando
colla voce e coll'esempio i soldati; insomma tanto gloriosa fu quella
giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i Veneti, e tanto
furono i prigionieri che ei fece, che fu costretto a congedargli per
mancanza di vettovaglia. Vennero portate in Milano con una specie di
trionfo le insegne di San Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro
Cotta, che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in Milano
colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri, fra i quali un
Dandolo ed un Rangone.
Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo di temere lo
Sforza; e il Piccinino, generale di credito, nemico del conte, cercava
di accrescere il popolar timore, fors'anco sulla speranza di acquistare
per sè medesimo poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed
esecranda[234]. Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati Milanesi,
quegli che non si stancava di tenere animata la plebe contro del conte,
rammentando i mali sofferti sotto i duchi, le gravezze imposte da'
principi, le violenze esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava
la demolizione del castello di Milano, come un motivo per cui il
conte avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; anzi
come una cagione di nuovi aggravi, obbligandoci a riedificarlo con
dispendio e scorno, ponendoci in bocca il freno, dopo che ci avesse
fatti sudare nella fucina a formarlo. Proponeva il conte l'impresa
di Brescia, la quale, dopo un tal fatto, era senza difesa, e così
ripigliare ai Veneti quella parte del ducato che s'erano presa; ma non
lo vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni
dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni specie ritardati;
le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino primeggiava.
Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso partito, ed adocchiava il
trono. Con Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, primarii fautori della
libertà, si univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione,
perchè, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva in dominio
quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi tre rivali partiti
si univano contro l'imminente fortuna del conte; il quale, posto in
tale condizione, ascoltò le proposizioni della repubblica veneta, e
segretamente stipulò un trattato per cui egli si obbligò a restituire,
non solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, ma
Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, in compenso, a
fine di ottenere al conte il dominio di tutte le altre città che aveva
possedute Filippo Maria, gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli
e duemila fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin
tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poichè il trattato
fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito. Sì tosto che i
Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso fra il conte Sforza
e i Veneziani, spedirono al di lui campo alcuni primarii cittadini,
cercando con modi rispettosi di giustificare le cose passate, anzi
offrendo ogni soddisfazione, salva sempre la repubblica. Ma il conte
aveva già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero
espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere e a Bianca Maria,
di lui moglie, e a sè medesimo e a' figli suoi, per la successione
nel dominio di Filippo Maria, suo suocero: sè essere determinato a
farle valere ad ogni costo. Che se i Milanesi, deposta la chimerica
pretensione di erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano
lui per sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità
di ciascuno; che se all'incontro si fossero ostinati a sostenere una
illusione di libertà, che, in sostanza, era una rovinosa oligarchia,
doveano attribuire a loro stessi i mali che avrebbero sofferti,
obbligandolo, suo malgrado, ad usare contro di essi la forza. Furono
con tal risposta congedati i legali Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano
e Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a recare
questo poco favorevole riscontro alla loro patria, vennero dileggiati
non solo, ma insultati e svaligiati dalla licenza militare di alcuni
soldati sforzeschi. Intese ciò con isdegno il conte, e, prontamente
rintracciati i malvagi soldati, convinti del delitto, immantinente
furono impiccati; la roba al momento venne spedita ai legati, a' quali
di più aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva
il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte Francesco
sorprese i legati.
I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie al
conte. La repubblica fiorentina, poichè vide svelato il mistero, e
apertamente inalberate le pretensioni del conte, inviogli i suoi
legati, promettendogli amicizia. Il conte Francesco, reso per
tal modo sicuro dalla parte di Venezia, immediatamente si mosse a
circondare sempre più Milano. Da Pavia spinse le forze al castello
d'Abbiategrasso, e lo costrinse ben tosto alla resa. È memorabile
il fatto che, mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando
loro il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli scoppiata
un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per vendicarsi. Il conte
illeso, placidamente impedì che si facesse male a veruno. Fattosi
padrone d'Abbiategrasso, prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per
tal modo rese inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se
ne impadronì[236]. I Tortonesi spontaneamente si diedero al conte.
Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, discacciando
i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria fece lo stesso; Parma si
assoggettò. Mentre le cose erano a tal segno, i Milanesi scelsero per
loro comandante Carlo Gonzaga[237]. Allora il Piccinino, che forse
aveva adocchiata la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese
Gonzaga, anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte
Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, emulo non solo,
ma nemico e atroce nemico del conte; ciò nondimeno il conte lo accettò
per suo generale, e gli accordò un onorevole stipendio. Due uomini
volgarmente zelanti, certo Barile e certo Frasco, andavano animando
il conte perchè lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse
come irreconciliabile nemico, che, per necessità, simulava in quel
momento, e che poi, al primo lampo di speranza di nuocergli, se gli
avrebbe nuovamente avventato contro. Il conte Francesco rispose loro
che vorrebbe piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era
abbandonato al suo potere. Infatti il Piccinino desertò poi con tremila
cavalli e mille fanti; ma il tradimento non produsse altro effetto,
che una macchia di più alla di lui fama, e un contraposto sempre più
glorioso pel conte Francesco.
Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori dapprincipio per
la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati fautori del conte
Sforza, o fosse ciò accaduto perchè l'esperienza gli avesse convinti
della impossibilità di adattare stabilmente alla nazione degradata un
politico sistema, o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi del
conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero mutate le loro
opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di capitano della repubblica,
era animato dalla probabile ambizione di cingere la corona ducale
di Milano, considerava i due primari partigiani dello Sforza come i
primi nemici da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che
Lampugnano e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono;
si conobbe la trama di aprirgli le porte della città, e si destinò di
consegnarli come ribelli al supplizio. La difficoltà consisteva nel
trovare il modo per riuscirvi; poichè i magistrati non avevano forze
tali da contenere questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero
il Lampugnano e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, per
implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la città era posta.
Essi cercavano di procrastinare la partenza per essere mal sicure le
strade; ma Carlo Gonzaga seppe sì bene fingere, che, apprestata loro
una buona scorta di armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove
assicurogli che sarebbesi sborzata loro una conveniente somma di danaro
per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. Adescati così,
caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città, furono costretti
dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, ove Giorgio Lampugnano
venne subito decapitato, e la sua testa, portata a Milano, fu esposta
al pubblico. Indi, a forza di torture, Teodoro Bosso in Monza fu
costretto a nominare i complici, a' quali tutti fu troncata la testa
alla piazza dei Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello,
Giovanni Caimo, Marco Stampa, Giobbe Ombrello e Florio da Castelnovato.
Vitaliano Burromeo, il di cui nome pure trovavasi fra i proscritti,
potè uscire dalla città e salvarsi.
Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del quale poco
si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad ambire il comando
della repubblica, il disordine e lo scompiglio divennero generali
nell'interno della città. Artigiani, giornalieri, plebaglia la più
sfrenata arrogantemente cominciarono a disporre della vita e delle
fortune altrui a loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da
Appiano si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria
facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li chiama _uomini
iniquissimi e scellerati_. Saccheggiare i granai de' proprietari
delle terre; sforzare di notte con mano armata l'asilo delle private
famiglie, rubando le gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio;
costringere colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a
manifestare e consegnare i denari che possedevano; quest'era la forma
colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto di mantenere
l'armata a salvamento della repubblica. Si pubblicò pena di morte
a chiunque nominasse Francesco Sforza se non per dispregio, e si
andava gridando che, piuttosto che a lui, si darebbero al turco o al
diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno di uscire dalle
case loro sotto di un sì atroce governo. Per rimediare al disordine,
Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscano formarono un
triumvirato, e si posero alla testa della città. Chiusero in carcere
l'Ossona e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi a
furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano venne scannato
sulla piazza del palazzo ducale; i due altri si sottrassero colla
fuga. Altri furono trucidati, uomini di virtù e di merito. Le case
de' migliori cittadini vennero saccheggiate: insomma la misera patria
divenne orrendo teatro di sciagure.
In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene in
Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo Maria, la
quale, cogliendo l'opportunità, sparse la speranza che il duca di
Savoia, di lui padre, venisse a dare soccorso ai Milanesi. Infatti
il duca Lodovico di Savoia si affacciò a Novara per discacciarne
gli Sforzeschi, ma con esito infelice. Il Piccinino, allorchè vide
comparire questo nuovo nemico al conte Sforza, abbandonollo, seco
traendo, siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune terre
occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora spedì un suo
inviato a Milano a fine di persuadere i rettori a non avventurare una
città bella, grande e ricca alla inevitabile sciagura d'un assalto;
ma l'inviato non potè parlare se non a quei capi che non volevano
abbandonare la loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo
però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che possedeva
quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del valor suo e della
scienza militare, pensò ai casi propri, e a trarre qualche profitto
dalla conciliazione, prima che la necessità lo costringesse a perdere
la carica di capitano dei Milanesi senza verun compenso. Trattò col
conte Francesco; e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del
conte.
I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona, Parma,
Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi e terre ancora più
vicine, vedendosi abbandonati dal Gonzaga; non potendosi fidare sul
Piccinino; nessuna speranza loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo
ai disordini, al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi
dai propri magistrati, non avendo un uomo solo di qualche merito nelle
cariche, usurpate da' più violenti, e da cui meno conosceva l'arte di
reggere una città, e meno forse degli altri si curava della felicità
della patria; in tale misero stato si pensò da alcuni a conciliare
la repubblica veneta colla nascente repubblica di Milano: il che,
sebbene recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò, del
suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, milanese,
avendovi casa di negozio: costui venne incaricato d'invocare il senato
veneto, amatore della libertà in favore della patria. Fu ammesso il
Panigarola a trattare. Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo
lo stato a cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perchè
ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano reggersi da sè
con una libera costituzione. Turpe cosa, diss'egli, che i Veneziani,
illustri difensori della libertà, si colleghino con un usurpatore,
per porre i ceppi agli italiani, loro confratelli. Assicurò che se la
repubblica cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice a
questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi avrebbero
amalo e venerato i Veneziani come loro padri e dei tutelari; che da
una generazione all'altra ne sarebbe passata ai secoli la divozione e
la gratitudine. Il discorso del Panigarola commosse gli animi, ma più
ancora erano commosse le menti del senato dalle lettere che andava
scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per commissione della
repubblica, stava al fianco del conte. Testimonio della prudenza e del
grand'animo del conte Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza
di lui negli avvenimenti prosperi e avversi, vedendo la benevolenza
somma che avevano per lui i soldati, non meno che i suoi sudditi,
colpito continuamente dalla superiorità dei talenti suoi nel mestiere
dell'armi, andava esso Marcello colle sue lettere intimorendo il
senato, parendogli facil cosa che, poichè lo Sforza avesse acquistato
Milano, pensasse poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando
Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare quanto
settantadue anni prima era soggetto al conte di Virtù, primo duca.
Queste circostanze produssero l'effetto che: primieramente, i
Veneziani trascurarono di spedire i convenuti soccorsi al conte, e gli
stipendiari loro, che servivano nell'armata di lui, cambiando costume,
più non volevano concorrere od esporsi: indi, senz'altro abbandonarono
il campo. Non faceva mestieri di tanto, perchè il conte s'avvedesse del
cambiamento de' Veneziani; i quali, per mezzo di Pasquale Malipiero,
fecergli noto avere la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le
condizioni erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino
e il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, che si
sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato posseduto dal
duca Filippo Maria passasse al conte Francesco Sforza. I Veneziani
poi, oltre Brescia, Bergamo e Crema, rimanevano padroni di Treviglio,
Caravaggio, Rivolta e altre terre del ducato.
Un tal partito non poteva convenire al conte, giacchè la maggior
parte del ducato e la capitale medesima venivagli sottratta, e se
gli assegnava una sovranità di tante membra quasi staccate, estesa
per lungo spazio, difficile a custodire. Si rivolse egli adunque
ad accomodarsi col duca di Savoia, e colla cessione di alcune terre
sull'Alessandrino e sul Novarese, si assicurò da quella parte. Indi,
rivolgendosi ai Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il
ducato di Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile
materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito dei tempi,
l'indole degli uomini, lo stato della società, e non di stendere i
materiali per una tattica di poco profitto, atteso il cambiamento
accaduto nella maniera di guerreggiare: basta dire che il conte Sforza
in ogni parte si presentò abilissimo generale nel postare il suo
campo, nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte,
nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere la battaglia,
nel provvedere di tutto l'armata propria e impedire la sussistenza al
nemico, nel conservare la militar disciplina, risparmiare quanto era
possibile la miseria dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore
dei soldati, che giugneva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori
talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città di Milano, che in
breve tempo si manifestò lo squallore della carestia. Egli non volle
spargere il sangue de' cittadini, nè diroccare con macchine Milano;
ma costringerla per la fame a darsi a lui. Insomma egli concepì quel
progetto medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV fece poi con
Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra l'uno e l'altro di questi
grandi uomini, se venissero al paragone. Le traversie che l'uno e
l'altro dovettero soffrire ne' primi anni; i pericoli della vita che
corsero per le insidie delle corti, nelle quali dovevano regnare poi;
l'umanità, la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno e
dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza mancò un più
grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori più illuminati. Enrico
ebbe per campo il regno di Francia, e per testimonio un secolo più
colto[238].
La carestia fece nascere un generale disordine. Non vi era più chi
volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il
comando della città, erano considerati come buffoni del popolo.
Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo
maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza
al popolo che si vegliava al bene della città, i rettori fecero
radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria
della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in
quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla
spensierata condotta de' rettori e sulla dappoccaggine de' consiglieri.
A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominciò a
formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido
per i quartieri della città, come vicino alla Scala vi fosse unione
di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che
i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono
Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle
buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena
a salvarsi. Comparve il capitano di giustizia Domenico da Pesaro,
scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo
i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de'
malcontenti si creò due capi: Gasparo da Vimercato e il soprannominato
Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come
Giovanni Stampa, Francesco da Trivulzio, Cristoforo Pagano suddetto,
Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i
magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile;
se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno
seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare
qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e
non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di
formare una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, in
una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano
ad ammorzare le private mire, volevano un principe. Tutti però
concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa;
da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo
da Vimercato propose il conte Francese Sforza. Egli nel suo discorso
fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che nè il papa
nè il re Alfonso nè il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci
al momento, come chiedeva l'urgente necessità; che non rimaneva
altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de'
Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una città
secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la
nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro
concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un
padre saggio, provvido, amoroso, da cui sarebbe posto rimedio a' nostri
mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si
spedì tosto ad avvisarlo[239]. Due mesi prima che la città si rendesse
allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama col premio di diecimila
zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente
ferito[241]. Così gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano
insensibili alla virtù, ignoranti della ragion delle genti, indegni per
ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in
tanta disciplina le sue truppe che vietò loro di non offendere per niun
modo le terre o le persone de' Milanesi, come si scorge dagli archivi
di città[242]. Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che
avean rivolte contro dello Sforza le adoperavano ancora verso altri.
Leggesi ne' registri di città la taglia di duemila ducati d'oro a chi
condurrà a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevan
ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza[243]. Leggesi la
taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco Borro, che aveva
ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.
Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita
con tanta esattezza che egli era impossibile di vere alimento veruno.
Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini. S'eran vendute
pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de' cani,
de' gatti e persino de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni
cittadini di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che
Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori
della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza
pubblica[244].
Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que' tempi,
e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne dà un'idea colle
parole seguenti:[245] _Mediolanensium res in deterius labi caepere.
Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus
in dias pullulabant. Non pubblica munera a populo rite gubernari; non
divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti
tempestate disjecta classis, inundante pelago, inc inde ferebatur.
Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae
ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa
suspicione cuncta detinebat. Qua ex desperatione et pavore squallebant
omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc
sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi
Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas
leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis
prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metunque
conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans_[246].
Questo veramente è uno de' tratti più compassionevoli e umilianti della
nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola, ma lo storico
consecrato all'augusta verità, benchè contro sua voglia, la scrive.
Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico,
e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro
tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore
i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfin traditi,
soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro
limitata libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo di vigore,
non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora
insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano
i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e
affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servitù
di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario
fiorentino ebbe a dire: «Per tanto dico che nessuno accidente (benchè
grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere per
essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di
Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libertà non potette
e non seppe mantenerla[247]». La città, colla mediazione di Gaspare
da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di
anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato _Repubblica_. Le monete
d'oro e d'argento battute in Milano in que' tempi hanno da una parte
sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M, colla leggenda
_Comunitas Mediolani_, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò
in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450[248]. Coloro che si lagnano
de' tempi presenti, ed esaltano la felicità de' maggiori, torno a dirlo
e lo dirò pure altra volta, non sanno la storia.