CAPITOLO XVII.

_Francesco I Sforza, duca di Milano._

Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati

cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle

cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella città; giacchè

l'indugio non poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali

fors'anco, per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto

ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia

nella estremità della fame a cui erano ridotti. Postò egli adunque di

contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle,

e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa

d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi,

vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno

poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente

dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era

popolata da _infinita turba_, dice il Corio, singolarmente nelle

dieci miglia vicine alla città. Fu uno spettacolo degno di un cuore

sensibile quella pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o

l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di

Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza

del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatto sino

da' suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi

soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti

concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che

avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che

faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de' popoli che

andavano esclamando:[249] _haec est dies quam fecit Dominus, exultemus

et laetemur in ea_, andò accostandosi alla città e vi entrò per porta

Nuova. Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro,

dice il Corio, «benchè grande era stata la moltitudine che di fuori

l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspettava».

Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca;

e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il

cavallo di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene egli

direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il primo omaggio d'un

avvenimento sì fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse

dal cavallo, e dovette così entrarvi e così orare: tanto era la

immensità della turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi!

Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri

luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in

tre giorni l'abbondanza comparve nella città. Tutto venne ordinato dal

duca con paterna previdenza: pose al governo della città uomini probi e

illuminati; intimò la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun milanese;

distribuì ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo

contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così fece egli

pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite

de' Milanesi. Spedì i suoi ministri alle corti estere per dar loro

avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo

re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perchè il primo non

doveva riconoscere rivestito di quella dignità se non un discendente

maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto

il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri

principi lo riconobbero. Gli uomini più turbolenti e sediziosi, quei

che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero

con umanità relegati nelle città vicine.

Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di

essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero come un

dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio

dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe

potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo,

nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla

forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio

duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base

un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota.

Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione,

celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni

Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in

vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state

moderato, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi

4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle,

anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto

residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i

tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del

sale sarebbe stato lire tre per ogni staio, che non si sarebbe imposto

verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e

guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe

stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a'

Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la

nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però

l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che

il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si

osserverebbero gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che

non si sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore senza

il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni,

uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare

immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle

porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola.

Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto[250]:

indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese,

il giorno 25 di marzo 1450[251]. Il nuovo duca era colla sua sposa

Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di

matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città

suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico

quell'ingresso. Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma

un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non

le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso

s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo,

avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque.

La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica

parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi

lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò

uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove

smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità

de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale

fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun

quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono

lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della

città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito

Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il

rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che

la città vivesse in mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre,

tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi,

tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed

ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società

e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei

che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma

Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più

giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe

più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.

Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani,

i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i

loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo

pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia,

demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da

Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una

città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà,

rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto

infatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno

conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare

la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo apertamente

una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non

accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli

adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra

contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa

dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare

l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi

modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se

non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa

da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla

deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per

tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo

la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri

che un nobile milanese per tutti i tempi avvenire. Questa moderazione

di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo

fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca;

tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono

i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare

la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna

parrocchia per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato

un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora celebre

giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio

al Palazzo[252]. Questi parlò così: «Se il virtuosissimo principe

Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria;

io, il primo fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle

le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello.

Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve

a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma,

cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco

piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al

destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico,

provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue

virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre,

può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe,

lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in

quel forte, qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la

tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei

nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri

figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità

nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi

nostri esecrandi a nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco

Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono

una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha

bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi

sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini

miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi; uniformatevi

al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una

delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci

benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto

il governo del clementissimo duca». così parlò Giorgio Piatto, e non

persuase veruno. Egli era uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto

reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e

inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca

di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco

oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri,

ossia torrioni agli angoli[253]; fortissimi ripari che, sostenendo

grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra

della città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione

di ducati, ossia di zecchini.

Il regno di Francesco Sforza fu breve, poichè durò sedici anni e non

più. Egli non visse mai in pace, nè potè pienamente rivolger l'animo

alla parte del legislatore ed alla riforma politica della nazione.

Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre.

Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del

nuovo duca. (1481) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai

Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio

di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della

casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa

Caterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il

loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per

la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto

il duca Francesco. (1482) I Fiorentini erano collegati col duca, i

Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilità non cessarono ancora

per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i

Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia,

i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Nicolò V, affine di

ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro

difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici

del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9

d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi,

poichè oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunziò il

duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi

abdicò dal ducato la città di Crema e suo territorio, trasferendone

il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle

guerre in séguito che il duca ebbe coi Savoiardi, si pose termine con

una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le città

che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca

Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cioè Milano, Pavia,

Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio,

Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime città le

acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Lodovico

re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al

suo potere. Come poi il re di Francia, Lodovico XI, avesse fatta

questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di

riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e

l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più autori. La Francia era

immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il

duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca

di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac,

Dammartin; e questa lega, formata contro del re cristianissimo, si

qualificava la _Lega del ben pubblico_. Il re Luigi sommamente onorava

Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma dei

consigli di lui. Il signor Gaillard, uno dei più accreditati scrittori

francesi, dice a tal proposito. — _Les talens politiques de Sforce

égaloient ses vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes

habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François Sforce qui lui

traça le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi

Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orléans, qu'il haïssot,

troubiât Sforce dans la possession du Milanez_[254]. Il Corio dice

che «il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse

adiuto»; per lo che il duca preparò un valido esercito, e lo spedì

nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia,

di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare

Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da

Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio a quest'armata; la quale

dal Delfinato passò nel Lionese, s'impadronì di Pierancisa, vi pose

comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul

Borbonese e servì il re con tanta fermezza e valore che «Sforzeschi

più che huomini erano extimati», dice il Corio, e vennero costretti

i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno

1466, mandò al duca una solenne ambasciata _per ringraziarlo di tanto

beneficio_: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia

cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.

Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi

comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in

Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati,

spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da più di

dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio loro,

spesandoli e alloggiandoli signorilmente[255].

Nè soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi fu

costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali il nuovo duca;

ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angiò,

mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio

adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli,

come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne

lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo

accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza.

Egli condusse una squadra di francesi, i quali si unirono cogli

sforzeschi. Il padre della duchessa, diciotto anni prima aveva pure in

Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso

vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455) Le

avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la

pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di

parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di

Ferdinando, sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e

la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a

Sforza Maria, terzogenito del duca.

Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato, rivendicarne

le usurpate membra, il duca Francesco non dimenticò mai le cure d'un

padre benefico de' suoi popoli. Abbellì, ristorò e rese più vasto

il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone,

rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorchè

il duca Francesco divenne signore di Milano; poichè Filippo Maria,

come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente il castello

di porta Giovia, che tuttora è in piedi, sebbene cinto al di fuori

di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456)

Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal maggiore, aperto

indistintamente a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria

nè a religione. Il turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purchè

siano ammalati e poveri, ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese

infine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale,

ossia _Navilio_, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda.

Il Decembrio così ci assicura: —[256]_Conversus deinde ad excolendam

urbem, vicis arena latereque constratis, Arcem Portae Jovis; populi

tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime

curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solam

restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua,

defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi

irrigarentur, populo que necessariae copiae suppeterent_[257]. (1457)

Questo canale, che chiamasi tra noi _Naviglio della Martesana_[258], fu

progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco

Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese.

Fu condotto a termine l'anno 1460[259]. «Le principali difficoltà del

progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un

luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo

cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente

Molgora e il fiume Lambro[261]». Questo canale è sostenuto dapprincipio

da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra

il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale è circa di 24 miglia. Il

torrente Molgora vi passa sotto con un ponte di tre archi di pietra.

Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con

tutte le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu

fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo

veggiamo, e venne adattato a questa più comoda guisa l'anno 1573. Il

naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, nè entrava allora

nella fossa della città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si

eseguì con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni,

ossia _conche_, invenzione allora nuovissima, e per mezzo di cui le

barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico[262]. Nondimeno,

porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale,

entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate

ne' registri della città[263]. Così nello spazio di sedici anni, in

mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale

cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse

trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasciò un canale navigabile,

un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e

la corte ducale, e le vie della città riattate.

Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon

duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de' tratti di

lui che più intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio

ce lo rappresenta così: «Fu questo principe liberalissimo, pieno

de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e

singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini

semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio

li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede:

amò sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza

naturale, e nulla extimava gli astrologhi». La figura del duca era

sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza

studio alcuno. La statura era più grande della comune degli uomini,

e guardandolo alla fisonomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui

un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse, mentre fu

giovine, nella robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo

d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con

volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che timore,

ma nemmeno inquietudine; nè mai si mostrò dolente per le ferite che

riportò. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa,

sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia, ed oltre

ai commensali, lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre

era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza

e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perdè, nè per animo

turbato, nè per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito.

Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per

modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse

esaminato, ma poich'era deciso, con mirabile magnanimità e celerità

incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli

fu sempre alieno dal disordine, nè si lasciò sedurre alla lascivia.

La virtù signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvilì

giammai, e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto più modesto

mostrossi ed incapace di usar contumelia ai nemici, anzi nel corso

intero di sua vita non si vendicò mai[264]. Testimonio ne fu il conte

Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di

Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire

bensì, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei

dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente ci informa del suo militare

talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi

della guerra, e de' ritrovati impensati e opportuni che venivangli in

mente per superare le difficoltà, e della liberalità e beneficenza sua

abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre

questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome

è l'indole dei generosi, e colui al quale avesse fatto danno o con

parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna, che il

buon principe coi beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i

lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il

vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura

che la fede e la parola di Francesco. Così ce lo descrive il citato

Simonetta, che termina con queste parole:[266] _Sed illud certe ausim

affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam

reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui

quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit

ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret_[267].

Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto

sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si

gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio per ridurle alla loro figura

di prima; e v'è chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di

lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno

8 di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, dopo sedici

anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. Tutta la città rimase

squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: «Stimando ogniuno,

dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo

patre». La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato

fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e

sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria,

in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al

femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranità, alla quale

mancava la sanzione imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata

moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a

salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il

duca, convocò un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma

gravi e accomodate parole raccomandò loro l'ordine pubblico, la fede

verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi

d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a

pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poichè ebbe così

adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di madre, si pose ad

eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que' tempi. Il cadavere

del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipartì

dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, _d'incredibile amore_.

Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, _e cinto

di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva

usato_[268], venne con magnifica pompa tumulato in Duomo.

Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece

incoronare in Roma dal papa, egli non toccò nemmeno le terre soggette

allo Sforza, non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col

riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo

imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto

importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui

era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del

1466, allorchè morì suo padre, era, siccome già dissi, nella Francia,

comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in

soccorso del re contro la Lega. Appena ricevè l'avviso che spedigli

la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia,

confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un

famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incamminò per la Savoia

alla volta di Milano. Il giovine Galeazzo aveva ventidue anni; temeva

le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa

Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare

Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libertà e

il ducato con qualche notabile sacrificio. Malgrado il cambiamento

del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse

riconosciuto, poichè, attorniato da una turba di persone, appena ei

potè ricoverarsi nell'asilo di una chiesa, ed ivi dovette starsene

tre giorni interi; e la seguente notte poi, mercè la cura di un fedele

suo domestico, potè sottrarsi colla fuga, e proseguendo il suo cammino

per dirupi e balze non frequentate, potè finalmente ridursi in salvo.

Pare impossibile che, malgrado il ritardo de' tre giorni dell'asilo,

Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma

io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de'

cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere

sollecitamente gli avvisi dell'armata che era nel Delfinato. Il nuovo

duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per porta Ticinese il

giorno 20 di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza,

composto di quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca

Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di

Savoia, poichè vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pensò a

stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1468)

Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria sposò la principessa

Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della

duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria

Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima

era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia.

Storia di Milano, vol. 2 · 第 11 / 21 题