CAPITOLO XV.

_Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti,

Filippo Maria._

Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo

decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano

presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si

raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra

vaghezza ed eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme.

Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della

virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono

gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del

loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo.

Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si

animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria

si moltiplicò. Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in

mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado

l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che

non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello

Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e

nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva

Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile

in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il

ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla

opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo

bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo.

Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente

aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro

titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova

dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto

imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di

fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa

Caterina, donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di ventidue

anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della

rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso

uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale

doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva

ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa

di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme

sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto,

che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi

non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato;

non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era

inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di

alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso

cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa

unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro

aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non

l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il

quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne

rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo

qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno

per liberarsi dal giogo che era stato aggravato da Barnabò, da

Galeazzo, e recentemente dal primo duca; la dispotica dominazione

de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica

libertà, se pure è possibile che si dimentichi mai ogni qualvolta si

soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo

Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di

Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Bosone; Franchino Rusca

s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare

Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto

per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria,

andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio

loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di

Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi

de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna,

Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno

1405. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere

ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404,

frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di

Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del

duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta,

la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in

Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come

un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava

ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro,

perchè nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di

tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante

violazioni di fede!

Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale,

nel tempo che i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero

oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia

della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo

che ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa

Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza,

per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi, i quali ben presto

terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si

attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le

azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o

maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato

duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni

e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo

assoldate truppe bastanti, nè essendo ben organizzata la macchina

politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i

tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di

quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio,

Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove di febraro, in uno

giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che

veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto

ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil

preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento

nel modo come scripto». Cospirava la fisica a rovina del popolo per

una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno[184].

L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali

saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari,

depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi

del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città,

nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi falli per

concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io

mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive,

uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente

renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il

duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà

in lui sembra che nascesse non da vendetta nè da impetuose passioni,

ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli,

che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali,

senza avvedersene, poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente

sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si

consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere

di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere

sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale

oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con

sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli

davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche

dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra

tutte le altre, poichè le tirannie si commettevano senza che il vero

autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di

vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da'

suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per

la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile cittadino

spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo

istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con

altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo.

Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa

d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti

di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata

che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città,

aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva

pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo

Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo

egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca

alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della

città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini[185].

La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo

seguente: «La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di

rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della

Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si

guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi

congiunti o i privati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva

da sè il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi

consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è

perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si

ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani

dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre

senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente.

Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la

giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella

scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la

vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in

sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati

si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno

venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai

pertinaci si tolga il potere». Questo è il trasunto di tale memoria.

S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi

fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in

veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del

nipote, non poteva scrivere meglio di così, perchè indicò appunto tutte

le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel

libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni

Maria:[186] _Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur,

adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere

diem per id tempus incruentum sineret_[187]. (1409) Il Corio racconta

che molti inermi popolari avendo gridato _pace, pace_, mentre il duca

passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due

perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie di

scagliarsi colle armi _in quella misera ed inerme compagnia_, il che fu

eseguito; e di quegli infelici «oltra a dugento ne occiseno: ed indi

fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse

pace ne guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco

de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prefato duca

presentato avante uno figliuolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse

in età de XII anni, intervenne questa meraviglia anzi miraculo, che,

mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò

a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se

gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il

Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano,

ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi

cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato,

puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe

non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al

Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una

crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse

molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne

Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che

scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora

quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva

morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino

la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita

sceleragine e favoreggiato da lui per tanto horrendo maleficio,

caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere».

Così il Corio[188], il quale nella sua gioventù avrà inteso questi

atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il

Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio

di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per

risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per

togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti.

La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo

furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia,

la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe,

egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitro non solamente

dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse

da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento,

per modo che il Biglia ci lasciò scritto:[189] _Nec multo post

Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium

praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio

statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae

satisfacerent_[190]. Appena i due giovani principi avevano di che

mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione,

la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal

conte Giulini[191]. In vigore di tal carta egli si sottopose in molta

parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della

Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie

tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta

di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò

a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese,

ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da

tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno[192];

ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era

tenue quella somma per que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui

si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche

amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la

sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini,

per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del

rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni

mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di

mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo,

e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai

giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale al corpo politico,

creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente

interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col

primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una

nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe;

ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di

governare. Tutto era in combustione e in disordine:[193] _Vulgus

quidem_, dice il Biglia, _annonae copia delinitum; caeteri, quicunque

bonorum civium loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi

vel publica vel privata licentia interfecti._ I mali pubblici, l'odio

contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato,

giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo

Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato

Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di

Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo

scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto

decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente,

si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal

mondo quel mostro crudele, pazzo debole, imbecille ferocissimo; e il

giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella

chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava

alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca

Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovanile

di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il

nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di

lui si manifestò con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere

al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna

della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà,

gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu

dalla plebe colto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola

alla sua casa.

Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il

duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ciò mai fosse,

ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in

lode di quell'anima perversa; perchè proverebbe che si può anche da

un cuore insensibile gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il

che però sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere,

la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli

ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si

diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non è sulla strada d'alcuna

ipocrisia.

Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo

ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia

procurato un bene a sè stesso e alla sua casa innalzandosi al

trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico per gl'interdetti e le

scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cessò di vivere per i lunghi

patimenti sofferti nel carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne

gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo

II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere a

Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È una gran massa di

sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella

condizione privata è ben difficile che ne accada altrettanto. Azzone e

Giovanni furono i due soli principi felici, perchè sensibili, benefici

e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che questo

seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; quando nella

serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna

traccia de' mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti.

Il duca Giovanni Maria non lasciò figli:[194] _Juvenem his monitis

imbuerunt_, dice il Biglia, _ut jam uxorem, si non repudiatam, certe

pro dissociata haberet_; nè della duchessa Antonia, figlia di Malatesta

de' Malatesti, si è inteso più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto

all'età di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella

discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel

castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra.

Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato era occupato da piccoli

sovrani. Quasi ogni città si era creato un conte. Il più potente fra

questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane,

al di cui stipendio viveva una schiera di militi dei migliori di quei

tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era

il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona

e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi

vi è tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle

armi avrebbe ricuperato per sè medesimo la successione del primo duca,

poichè fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido

Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla

fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo

dispose altrimenti, e decretò che nel medesimo giorno 15 di maggio

dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino

Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al

fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far valere le

loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza;

e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che

nulla più doveva costare ad essi per impadronirsene che lo stendervi

la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da

Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni

Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da colà aspettasse il

momento per rendersi signore di Milano; e così fece spirato che fu il

duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare

illegittima la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni Carlo

Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò perchè figlio di

Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un

frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò

tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni

per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè sino al giorno

16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono

moneta, in cui s'intitolarono bensì signori, ma non duchi di Milano;

ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo

Maria, che poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non

ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere

gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli

stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi

soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso

alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa

vedova, da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, era

da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con

impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente

venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entrò a trattar quest'affare;

e quantunque la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo

che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine duca.

Con tale atto si trovò il duca immediatamente padrone di Pavia, di

Tortona, di Novara, di Alessandria e dei soldati di Facino. Il primo

passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo

Maria, chiamati intorno di sè i fedeli stipendiati di Facino Cane, si

incamminò da Pavia a Milano. Quei militi intrepidi riguardavano il duca

come un figlio del loro amato padrone, e fecero sì bene, che Estore

dovette abbandonare la città appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho

detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo

alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda che gli fracassò

una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto

e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di

Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di

Milano Filippo Maria, terzo duca, girò per la città, e mostrò al

popolo umanità ed accoglienza. Ma quanti potè avere dei complici

della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e

taluni squartati, e le loro membra inchiodate alle porte della città,

e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul

campanile della piazza de' Mercanti. Le case dei congiurati furono

abbandonate al saccheggio; e così cominciò il suo regno il duca Filippo

Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna,

Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di

un buon generale, e che colla superiorità del suo merito aveva dato

persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di

guerra dei suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona:

egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli

fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice sua moglie, e collocò

nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu

dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte

Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i

Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, città distante

appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte

di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il

duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza

alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non

ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato

ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416,

venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a

Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le

truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigioniere Luigi Vignate,

figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del

carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca,

signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al duca la

sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritornò in potere

del duca, perchè il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì

suo zio e v'introdusse le armi ducali.

Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano,

senza che mai fosse veduto nella città. Le strade di Milano, le mura

istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe

credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua

morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col

sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più solitario,

e non voleva mai dare risposta, nè permetteva nemmeno che alcuno la

desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera

di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto

della più frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava

per aver i suoi ordini nel momento che egli credesse infausto, o

taceva, ovvero rispondeva soltanto: _aspetta un poco._ Egli aveva i

suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui consiglieri, e quelli

che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze

del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il

conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali.

Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li

chiamava _familiares_. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri,

formavano due corpi di lance spezzate, _lanceas laceras_. Aveva altra

cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli

aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime

armature, _qui totis armis lucerent_; e il rimanente dei fantaccini,

ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini[195]. Tale

armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il

quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Così il

duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano,

Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da

queste otto città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente

i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua

benefattrice più della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino

l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il

di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffri il trattamento di essere

(malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli

violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello,

che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile

aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche

ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che

venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non

meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero

soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci

narra il Corio[196]. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere

la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta

notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio

ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa

incolpasse sè medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che

l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse

Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia

che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio

calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine

perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da

donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello,

e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio,

piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande

beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui

si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana;

fosse noia d'avere una compagna di una età matura; fosse l'amore

ch'egli già nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre,

ed a cui null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama

di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca

ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto da qualche

astrologica predizione che promettesse al duca felicità da un tal

colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo

Maria seppe rendere ai beneficii ricevuti da quella sventurata donna.

Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni!

La città di Piacenza era stata occupata da principio da Pacino Cane;

poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio

di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di

quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece

piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a

Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo

e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca

volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò di cedere la sovranità. Que'

due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a

vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile

sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del

marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così quella città

ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418.

(1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco

Carmagnola la sorprese e la riacquistò al duca il giorno 24 di luglio

l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona,

stimò di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila

fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò d'Este,

cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da

Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 18 di marzo dell'anno

1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano

temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed

esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio sotto

di Genova; città che sessantotto anni prima si era data a Giovanni

arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era

sempre stata adocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse

alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò

la città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria

prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare

la funzione del possesso di Genova[197]. I Genovesi però quattordici

anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don

Carlo de' marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha

nella sua collezione di monete di fiorini d'oro di Genova regnandovi

il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova

col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans

ebbe il Visconti per cessione Asti: città che da suo padre era stata,

come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois

trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna,

cioè Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era

giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti città

acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col

valore del conte Francesco. Le città erano Milano, Como, Brescia,

Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì,

Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano,

tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il

duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano per

ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora

più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre

attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino

Riccio, non avesse tagliata a sè medesima la mano destra col diffidare

del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo.

La superiorità dei talenti del conte, e la franchezza colla quale

suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura

gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che

quel generale non avrebbe mai fatto lega nè cogli astrologhi, nè coi

parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di

alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli

sottometteva le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio

di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza dei popoli sempre

crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni dì più rendevano timido

il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal

segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte

solitaria dei campi; per di là passando al castello di Abbiategrasso,

ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli

non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto.

Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva degli affari, di

quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro

a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il

conte stabilmente al governo di Genova, finchè gli tolse il comando

dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo

sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi dei torti.

Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvidde il conte, e

lasciando Genova si portò alle porte del castello d'Abbiategrasso,

chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che

esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce

colla speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel principe

era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano

militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono.

Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi

improvvisamente portato, _forse si pentirà_, disse, _in breve il duca

di non avermi ascoltato_; e spronò il cavallo e disparve da un luogo

dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne andò a

Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero

accettati con somma onorificenza.

Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui

sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale,

fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a

quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano

contrassegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a

contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni

e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano

confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese su tutti i doni

che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non

gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese,

che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare

il conte: il che verificato, perdè poi la testa a Venezia. A tali

infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e

d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche

onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col

Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome

accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni beneficii, pei

quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta

ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non

rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque

consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano i primi di

perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo

dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente innoltrata

nella Romagna quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni

prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi

si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì

colle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426,

ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo

di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale

dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei tempi, di

dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola

si portò sul bresciano. Egli conosceva quel paese, poichè sei anni

prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i

Malatesti. Era celebre la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno

8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il

conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria

aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido

Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del

Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di

merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando

d'un generale ch'egli non credeva superiore a sè stesso; l'altro era

ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e

tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire,

rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la

difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse

nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe

dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che

appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola

diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i

generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri.

Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè

il conte di Cunio Alberico da Barbiano[198], Cristoforo Lavello, Carlo

Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome

nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere dei

Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a'

suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare,

ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che possedette

poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte

Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe

rimaso con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto

da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca.

Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per

contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese

di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano

il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne

della armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi

rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani. Ma quando vide il

conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore;

anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato,

per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un

principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale

aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia

che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento,

e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli,

cioè i vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo,

il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei procuratori

veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare,

disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i generali ed i soldati

numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11

ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi

militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due

soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per

quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei tempi gli

uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato

al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi

e d'ogni lavoro di ferro che v'era in Milano. Anche i quattromila

cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e

così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa

armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il séguito delle sue

imprese sempre più fece palese il suo animo poichè trascurò tutte le

occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali

di sostenersi. (1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede

del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo,

decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo

di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo

che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali

ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe

un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla

infedeltà.

Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le

vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia

era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui

padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè,

servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da

esso ebbe il soprannome _Sforza_, il quale passò nel di lui figlio

Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi

il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe

del suo tempo) nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno

1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre

in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era

fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorchè, sulla fama

del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al

suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime

imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di

soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna,

poichè, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu

malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due

anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i

cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli

entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che,

non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale

chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca

Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se

fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli

otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio,

stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di

farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi

interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel

meschino principe era lacerato nella solitudine da umori che Zanino

Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei generali; i quali

naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella

feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando

lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè

lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori,

temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle

arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro

schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che

il duca pose delle insidie persino alla vita del designato suo genero.

Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso

de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si

collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale

comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche

il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa

volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca

piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni.

Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma.

La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva

tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettavano la di

lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di

questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta

in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti

non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei

poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare un accordo fra

di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere

per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona;

il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. Insomma il duca si

trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano

da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia

era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che

troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto

il suo pentimento, gli offri la sovranità del Cremonese e di Cremona

sino da quel momento, pronte a dichiararlo conte e sovrano di essa,

e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione

Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè

consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro,

in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 28 di ottobre dell'anno

1441. La sposa aveva diciassette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il

duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia,

tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari

Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e

quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti

l'altare di Santa Giulitta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444[199].

Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse

data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già

in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare

l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente

liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo

signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre

terre, e si presentarono persino sotto le mure di Milano l'anno 1446.

Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili

sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello

Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore,

Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il

quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante

nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per

testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo

più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano.

Il Sassi[200] e l'Argellati[201] pretendono che il duca Filippo Maria

amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente

ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci

assicura diversamente:[202] _Humanitatis ac litterarum studiis imbutos

neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus

est eorum doctrinam, quam coluit_[203]. Ci racconta lo stesso autore

che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune

vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella

sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei

monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale.

Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano,

non potè ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove.

Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca.

Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di

sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime

che la meritano.

Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel

principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per

lo più è scolpito il nome _Filipus_ con due errori nel suo medesimo

nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto

la statua di Martino V, giacchè sotto di un principe colto non si

sarebbero posti i versi seguenti:

_Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae_

_Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus_

_Pastor alit tibi, Roma, etc..._

_Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,_

_Doctor canonici juris, sacraeque magister._

_Teologiae, etc.,_[204]

come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne

collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di

cui si legge:

... _Ast hic praestantis imaginis auctor_

_De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,_

_Nec Prasitele minor, sed major farier auxim._[205]

Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici, l'aver voluto

paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un

protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo,

un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo

duca hanno un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari.

Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il

comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto

a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da

lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre

riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore dei

Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece

uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come

allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta

genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona;

e con essi rientrò nel porto di Genova, togliendo i competitori

alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri

venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno

1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise

alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi,

il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso al re Giovanni di

Navarra. I Genovesi, avendo acquistato quei due preziosi pegni, si

aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, nei

quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per

onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di

ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto

inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla

obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione

d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino

Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali

determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe

delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile

che così accadesse; perchè un uomo ed anche un principe può bensì non

avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose

grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande;

la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio di sè

medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii istessi porta

un non so che di maestose e di sublime. Parmi probabile ancora che

l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da

animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e

de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario nè

violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del

duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia ed avveduta. La

selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi

incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona

in Milano, dove, il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa

di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La

cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual

motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti

cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare

a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò

mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che l'imperatore lo

visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello

di Abbiate, e fu invisibile al solito. Nè ciò può attribuirsi a verun

rancore politico, perchè anzi dell'imperatore istesso aveva il duca

motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli

spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma

del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella

diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426,

Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di

tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo

in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi

nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi

chiamare le forze dei Veneziani. È vero però che nella prima venuta

fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona

corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare

in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como

per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu

l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi

col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel

distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima

torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non

averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama

che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di

Erostrato, poichè almeno non distrusse che un tempio, ma fu meno

perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poichè nulla più cagionò fuori

che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo,

una operazione di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice,

e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un

buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per

il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente

tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre

nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così lutti i

tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto

valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto

è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il

conte Giulini[206]. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra

che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù,

siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non

si fece ingiustizia ai creditori, nè si trattò d'una mera addizione

sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno

gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio,

che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta,

come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi

consigli uomini buoni e cattivi.[207] _In eligendis consultoribus,

quos, consiliarios vocant, mira astutia utebatur: Nam viros probos et

scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes

collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari

possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia_[208].

Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione

per porre un limite alla autorità del duca, allora certamente sarebbe

stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo

distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per

obbedire al duca e servire agli interessi di lui, ed era ben infelice

l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri,

diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di

doverla temperare col vizio!

Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di guerra quasi

continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come

allora; poichè il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede

pubblica si considerò una parola senza alcuna idea. Non bo voluto fare

la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia

delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poichè nessun

lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de' tempi, o per

l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe

almeno di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato invano. Le fisionomie

degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono

tutte bieche ed odiose. La fede e la probità erano celate allora

nell'oscurità di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti.

La virtù nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata

fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato

e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità di

messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una

pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli

oggetti quali erano allora; la colpa sua è quella di non aver osato di

esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io

ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per

vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, aggiungo un fatto solo.

Già dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo

la città di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino

si era però riservato per sè Castelleone, luogo forte del Cremonese,

ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere

anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle

armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e

vi si prestò benissimo Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni

armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto

posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della fortezza, chiedendo

un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaricò di

salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo,

se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino

Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per

salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano

lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta

nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trovò anche una prodigiosa

quantità di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il

giorno 21 di febbraio del 1428. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che

aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia del duca,

perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di sè medesimo.

(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto l'anno 1447,

nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale

non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli morì

con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformità, da alcuni

anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva

perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiungeva

a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, sebbene

simulasse di vedere:[209] _Caecitatem sie erubuit, ut visum simularet,

cubicularibus clamculum eum admonentibus_, dice il Decembrio[210]:

onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era

ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le

seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia;

poichè ella non ottenne se non il nome di duchessa, e l'amica del

duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono

in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del

signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si

recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse

tale colla sanzione de' sacri riti[211]. Il duca, senza eredi, senza

prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo.

Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario del duca venne

saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si divisero diciassettemila

ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, nè poteva allegare

titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi,

Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i

capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo

come una _pessima pestilentia_, dice il Corio; ed avevano ben ragione

di così risguardarla, poichè avevano provato che in dodici principi,

due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo, tollerabili

quattro, cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e

gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che i

vizi e detestabili tirannie. La città adottò quel partito. Si demolì il

castello di Milano, e molte città dello Stato imitarono quell'esempio,

come vedremo nel seguito della storia. Così terminò la sovranità

della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza

interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni,

ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando

l'ottenne.

Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in

cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali ho scritto. Le città

possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e

viziato governo; purchè i vizi di quello direttamente non offendano i

principii e le cagioni della prosperità del popolo. Non furono vessati

i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà

dei cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e

la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e

più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. Crebbe quindi

la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un

vasto dominio; si rivolsero i cittadini all'industria del commercio;

giacchè sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra

carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì che nacque

il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire

l'Italia, come ci annunziò un autore imparziale:[212] _Quid dicam

de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae

metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque

frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere

velit, eum destruere Mediolanum debere_[213]. Andrea Biglia, scrittore

di quel tempo, ci dà idea della popolazione di Milano:[214] _Nempe ut

facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia

armari_[215]; e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci

per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il

popolo che uscì incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a

Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a

suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due

ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, ancora

più precisa, delle forze della città di Milano in quel tempo. L'anno

1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo

Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho già detto

come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per

quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dirò

che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente diecimila

uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione

che il duca lasciasse alla città medesima la percezione di tutte le

gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle

altre città tutte egli liberamente li percepisse per arricchire sè

stesso, o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse

fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la metà

di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, quanto un fantaccino

costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perciò

aggiugne:[216] _Mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri,

quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque:

tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros

negotiandi consuetudo._ Il nostro commercio solo con Venezia era

grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali

si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del

Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed

Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi esse sole giravano non

solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci

persino al Baltico; così che tutto il commercio dell'Europa era presso

gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo.

Venezia sola manteneva trentaseimila marinari[217]; numero sterminato

per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo

corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano

trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e

riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe,

legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie,

che ricevevamo da Venezia, in gran parte le spedivamo alla Francia,

agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori.

Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica

de' pannilani e degli usberghi, scudi, lance, ec. Abbiamo un prezioso

documento su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto

di Marino Sanuto, che il Muratori nostro maestro, ha tratto dalla

biblioteca Estense e dato in luce[218]. Il Sanuto scrisse le vite di

alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio

dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma

asserì di avere trascritto i fatti, «dal libro dell'illustre messer

Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar

risposta agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far

lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420».

Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace

col duca; ed in prova dimostrava l'utilità esimia che ridondava al

commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco

Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia

che meriti fede, certamente è questo; poichè l'occasione, il luogo,

le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti

costanti e sicuri. Asserì il doge che ogni anno da Milano si spedivano

a Venezia quattro mila pezze di panno, del valore di trenta ducati

ciascuna, e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la

somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò appartiene

alla sola città; poichè Monza separatamente ivi è registrata pel valore

di centoquarantaduemila ducati di roba e denari che spediva ogni anno

a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa

parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque città

e provincie dello Stato; ed è notabile _colla sola Venezia_, poichè

l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che

allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte,

e dovrei dire molto più, se considerassi che il ducato allora era

un pezzo di metallo assai più raro e più pregevole, come più volte

ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in

Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta

fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la

ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando

que' tempi della opulenza.

Non sarà forse discaro a' miei lettori ch'io aggiunga alcune

osservazioni a quel bilancio del commercio fatto dal Sanuto. Da

Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de' cotoni allora era

otto volte maggiore che non lo è di presente: le strade del commercio

oggidì sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto,

di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano

erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo

appena la metà del cotone che adesso ci spediscono gli esteri;

poichè le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano

presso di noi, e questa manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna

manifattura ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita di

trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda

osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani

allora più a buon mercato, cioè circa il sessanta per cento meno che

non vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero

su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo

stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di

panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme,

costa allo Stato l'uscita di dugentocinquantamila zecchini ogni anno;

i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila

gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora

ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi di oro pel valore cospicuo

di ducati duecentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si

sarà rivenduta. Oggidì però l'articolo della seta, computato tutto,

darà invece l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è

la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione

appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora

se ne introduceva assai più che non facciamo al dì d'oggi; e di

questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ciò oltre il

commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì

consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare

agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravano

per ducati trecentomila, cioè si spendeva allora in un anno per

questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a' nostri

giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo

in paragone de' tempi nostri, poichè ventimila libbre, che costano

circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantità annua che

oggidì ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero

invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo, giacchè allora

seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila

centinaia. Il prezzo altresì dello zucchero è notabilmente scemato in

paragone di quello ch'era allora, poichè seimila centinaia valevano

ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con

settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi, e vi

si è poi sostituito lo zucchero, dappoichè le navigazioni alle Indie

Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga

più comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il

quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo

di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non più di

circa quarantamila rubbi: ma allora ne facevamo rivendita, e forse non

v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione

cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era

enormemente caro, e costava seicento volte più che ora non vale: ne

ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora

ne riceviamo più di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati

d'oro; ma il Capo di buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497

da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America

non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.

Storia di Milano, vol. 2 · 第 9 / 21 题