CAPITOLO XIV.

_Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano._

Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II,

continuò ad essere separato in due parti lo Stato de' Visconti,

reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare

Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta

che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga,

collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone

di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli s'impadronì di

Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o

doveva indurre Guido Fogliano, di lui fratello, a consegnare a Barnabò

le fortezze che egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva

impiccare, quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata

altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per

indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette

che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa

macchia; ma s'ingannò, perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle

forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte

di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di

venticinque anni. Egli s'era più volte presentato al nemico con valore,

allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio

nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti

vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla

casa d'Inghilterra: ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e

potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo i bambini

ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de' quali quindici

legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata

Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio

a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di

Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano

delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella

gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il

duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a

Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze

nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca.

Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono

gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano che

ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più

minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de'

Visconti, sublimato a più elavata condizione, e depurato colla virtù e

colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal

quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne

ha pubblicati i monumenti sinora inediti.

A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo

il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni:

Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello

che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un

altro castello alla torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì

le vestigia dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene in

Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il vecchio leone.

Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere timido, irresoluto,

debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnabò

tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace

d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e

tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento

fu nel rappresentare il meschino personaggio propostosi, che ingannò

supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco

Caterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben

cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò

deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti ancora

spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava

a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli

occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il

conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao,

succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo

venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza

che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio

andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un

giorno, e rovinando il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra

di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava

sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva una nuova

divisione dello Stato suo ne' cinque suoi figli legittimi, e già a

ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva

destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano;

Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San

Donino; Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni

Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e

Valle Canonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che

diventavano sudditi d'una piccola sovranità, e soggetti ad un principe

debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian

Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo

l'apparenza di un saggio principe a quella di un capriccioso e crudele

despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di

maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi

figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù

ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere

al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte

presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6

di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori

dalle mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta Giovia;

e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto

abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva

condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor

Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per

portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace.

Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo

padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava

il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d'armati.

I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due

miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori segni di

cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e Lodovico, i quali,

dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle

armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e

il marchese Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e

giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì

sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora

fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle

ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicino al ponte che da

Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò

a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi

saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò

il cavallo, e pose le mani adosso della persona del signor Barnabò,

dicendogli: _Siete prigioniere._ Ben tosto Ottone da Mandello gli levò

dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento

Barnabò fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta

dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli

Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero

tradotti nel castello di porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò

venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì

vedesi la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie

o amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto si dice.

Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.

Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò

nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva

della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di

Barnabò e de' suoi figli, e la plebe di più saccheggiò le dogane e la

gabella del sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di

porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri,

ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un

consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al

conte di Virtù, e, dopo lui, a' suoi discendenti maschi legittimi,

in quel modo a lui più fosse piaciuto[150]. Con tal decreto vennero

esclusi i discendenti di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo

Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono

Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema,

Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara,

Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con

tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia,

conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito

dall'assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero

i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali milanesi ce ne ha

trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò,

sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi

incolpato Barnabò d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere

uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le nozze del

conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto

a far prigionieri lo zio ed i cognati, perchè essi l'avevano in quel

momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini

di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se

pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il

processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma

non dissimulato, nè capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico

di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione

inconseguente, poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi,

calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni

che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote;

il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Caterina

Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei

famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi

e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per

succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per

essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva

Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne

fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata

porzione del padre, trattone Estore che era figlio illegittimo, il

quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca

Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal

conte di Virtù fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua

ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima

simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacchè gli oggetti

più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli,

oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza

il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in

questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono

frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione

al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere

a colui che saprà coprire colla timidezza l'ambizione, siccome ancora

accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.

All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città

suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia: e i primi

sguardi ch'egli gettò furono dalla parte del Veronese e del Padovano,

per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi,

possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore

di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova.

Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si

facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo

per la concordia e per il bene di que' due principi, entrò mediatore

per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra

stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese,

signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato

accordo. L'alleanza avea per fine la distruzione dello Scaligero. Il

piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza,

mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia.

L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della Scala, posto

così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande, mentre

s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte

restava pago di prendere per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio

del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa,

e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo

Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il conte (il quale

aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll'apparenza di

officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero)

sarebbe stato un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più

forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano!

Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò

un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo

quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese

dalla milizia del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra.

Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza

con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono

l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio

della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui

si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma

del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria

degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città

di Vicenza, era una violazione dei patti. Contra di essa reclamava il

signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli

teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità di

Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie di Barnabò.

Il Gatari, nella Storia di Padova[151], ci dice che il conte di Virtù,

per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e

fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare

contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il

consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero certamente

indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia

d'avere violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che,

intimorito, il Carrara non avrebbe osato di farne pubblica doglianza.

Anche da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte

ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco

Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano,

s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco

da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi

giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e

sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona,

le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o

nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente

il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano

composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione.

S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si

fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la

morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli

Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accadde

che i piccioli nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare

i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente

profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a

conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi

scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità

di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.

Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi confini sino al

mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia,

al di là di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava

per mezzo de' suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si

stese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui

acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di ducentomila

fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al

padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per

dedizione spontanea[152]. La repubblica di Firenze non poteva con

tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la

di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro

manifesto i Fiorentini dissero:[153] _Sed profecto nosmetipsos, vana

fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem,

qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum,

socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata

fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam

promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se

regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus_[154]. Stimolarono i

Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero,

malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia, un

corpo di diecimila francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene

il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio

di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il

comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti,

figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie

Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si portò rapidamente sotto

di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel

Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi

si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se

avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. Si vide poi

che è più facile l'oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme

il giorno 28 di luglio dell'anno 1391, e, per risposta, prese il

conte di Armagnac prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero

sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto

si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle

sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte

per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio

della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella

Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia

del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza

unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella

propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò Valentina Visconti,

l'unica sua figlia, a Luigi duca di Torrena e conte di Valois, fratello

del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro

per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e

castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli

la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori

maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco ne aveva: di

che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi.

Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e

rovina allo Stato, allorchè, centododici anni dopo, il re di Francia

Lodovico XII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza

figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina

Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti.

Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sè e

suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due

anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine;

e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità

dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa

il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata fra privati avanti

un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima

eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia,

per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro

paese.

Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di

Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch'egli

faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal

canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro

di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le

altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede

erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno de' quali pretendeva

d'essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui

morì Galeazzo II, durò da un successore all'altro per lo spazio di

ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due

papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non

volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, lasciando sperare

a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due

competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi

l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed

operando ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo

anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che

volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII,

che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con

Caterina Visconti, sua cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di

timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse

il vero. Con tal mezzo,[155] _Omnes dignitates_, dice l'Annalista

piacentino[156], _et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini

comitis, quae erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat

cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates

confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat_. Ciò

nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del

conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga,

gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in

pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori

della Scala e de' signori di Carrara. L'armata del conte, spedita

contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini

non potevano soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo di

truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati

dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel

fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal

Verme non credè di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano

le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di

offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non

poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva

la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re

di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia.

Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia

e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il

fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto

del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il

fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di

quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi

rimanessero, e ne seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il

fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello

stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte, talchè i

Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di

portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato

il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme

colse il momento della costernazione dei nemici, de' quali ben mille

si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi colle sue,

e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del

nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva

dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del

Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico,

ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che seppe

esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti, e con

questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi dal Mantovano, come

seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina[157];

poichè attaccò l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui

nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla.

Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che

in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, l'anno 1393, fece

a tal proposito un editto che decretava a que' falsari un'atrocissima

pena:[158] _Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno

annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit

circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus plus fieri

poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur

ita quod moriatur._ così leggesi in quel decreto, che pare scritto

dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.

Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi,

dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa

dignità personale poteva non essere data a' suoi figli, e la elezione

d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale

non dimenticava i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto

far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per

tal cagione egli cercò d'essere formalmente investito da quell'augusto

come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo

rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti.

La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di

centomila fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del

conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di

Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395;

e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiarò le venticinque

città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio,

Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona,

Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano,

Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana.

Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d'una

distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, nella quale

si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13

ottobre 1396. Così quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto

città, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il

duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo,

non comprese in quel diploma; poichè, sebbene avesse ceduto Padova e

dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna,

Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per

lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di

rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla

piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre dell'anno 1395. In

que' tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la

funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri,

e come dice il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse

quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo

che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre[159]». Io ho un

esemplare manoscritto della orazione che recitò il vescovo di Novara in

mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia

così:[160] _Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem

gentibus. — Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum

merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter

quaerere: — dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt

caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? —

Ad quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis

aeternalis; prosequens conformitas actus parentatis; obsequens

fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis._ Poi

dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che

Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio;

per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de' suoi maggiori,

beneficava la casa Visconti, per rimunerazione della fedeltà colla

quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'imperatore, e per

bene generale de' numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi

l'oratore passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:[161]

_Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decorit;

hilaris clementia placidi datoris_; e continua a dimostrare queste

asserzioni ritmiche, con fasi e modi singolarissimi. Poi, terminato

l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le

sue lodi sono:[162] _Generis propinquitas, multum radiosa; corporis

formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa._

L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa

col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti

come un capo d'opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque

anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima!

Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e

quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia[163]. Il

Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi

d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta,

cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti

ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte

dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal

corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà

idea del costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno

de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi

seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe ed altri

diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate,

con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con

vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per

scotella e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli

parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento,

e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato; pezi due

de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro, capponi quattro,

persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e

vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con

pezi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere;

pizoni grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et

vestiti; orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri

grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per cadauno, vestiti;

ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero

dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con galantina.

Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice

con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere

cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta con delicati odori, ali

quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani

inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con

sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati.

Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina

inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati.

Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino

legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie[164]».

Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel

centro della gran mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi,

cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti

colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste

masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il

convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente

al popolo. Per cibo de' commensali si ponevano loro davanti, all'uso

monastico, dei piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde,

citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi.

L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche oggi

si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno

altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano

da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di

_mangiare il pan d'oro_ per significare una vita signorile e deliziosa.

In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui

si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo

che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano

quegli uomini più colti e raffinati che ora non lo siamo noi.

L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva

per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di sè

medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama!

Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si

pubblicò il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che

venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai

bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e

questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dir

si potesse. Si creò allora la cronaca de' conti di Angera, celebre

presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al

troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore

_d'Angleria_, nome latino d'una rocca del distretto del lago Maggiore

chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti

eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati in questa genealogia i

successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiugnere al titolo di

duca di Milano quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente

_Anglus_; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, che nella

leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un inglese.

Anche il titolo distinto di conte di Pavia lo aggiunsero i successori,

per essere quella una contea separatamente infeudata; e per lo più

il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla

meno che una ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente

la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di

quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede.

La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la

chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente,

in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi monasteri che avesse

quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del

Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era

in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra quella di San

Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo ed innalzò in Milano, per

que' tempi, era il più grande, il più ardito e il più magnifico del

mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica

siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di

controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del

gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di

marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori

gli ornati, le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono,

e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che hanno la

curiosità di salire centottanta braccia, quant'è l'altezza dell'ultima

guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando

la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il

gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito

esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri il

nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti allora venire

dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare

agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana,

ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della

rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello,

imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della

simmetria, dell'euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra

di noi i progressi della maestosa e nobile architettura»; così egli.

La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la

larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo;

e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio

è l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei

braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia[165].

Questo grande edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente,

che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca

arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare

la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il

Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma

un Giubileo, «dove Lombardi per le continue guerre e turbazione non

essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de

Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma

che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche

non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato...

offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino speso ne

lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de

la fabrica dil celeberrimo Tempio, e la tertia parte al pontefice:

a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile

moltitudine de Lombardi[166]». Si è temuto questo passo del Corio, che

asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti;

e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non

vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoichè

l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima

di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro

A, pag. 169, in cui chiaramente si legge:[167] _Vere penitentibus et

confessis_[168]. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione

al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che

tale opinione comunemente sì facesse correre per adescare in gran

numero i donatori. Infatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il

cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva

pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo

a chi vi si arruolava assoluzione intera,[169] _liber et mundus sit

tam a culpa, quam a poena_. Questa opinione erronea e funesta era

dipoi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in

un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare:[170]

_Non veras, et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant,

cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes, sed mala

conscientia satagentes iniquitati suae quoddam mentitae absolutionis

velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione,

nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant,

mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod

omnibus saeculis absurdissimum est) remittant_[171]. V'erano dunque pur

troppo i comodissimi dottori, che, per carpire denaro, addormentavano

gli uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero

adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare

ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può

concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la

storia, cattivo era il gusto di architettura, e poco dissimile quello

della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale

infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità,

senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori

de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.

La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno

longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della

Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono

augusto, dal quale aveva staccata una parte così importante. Altri

motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi

dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao

deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i

Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per

rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i

soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la

lettera seguente, che ci ha conservata il Corio:[172] _Robertus de

Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi

Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus

omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni

nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis,

quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore

per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet,

restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et

jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus._ A

tale intimazione così rispose il duca:[173] _Tibi Roberto de Bavaria

nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai

Romanorum et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et

Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates,

castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo

domino Vinceslao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacola canonice

possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore

atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere

prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis

atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere

praesumpseris, diffidamus_[174]. L'effetto di queste bravate non fu

altro, se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo

venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacciò; e il giorno

21 di ottobre dello stesso anno 1401, battè gl'imperiali per modo che

condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più

di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città

sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte

Giulini[175]. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte

dell'onore di questa vittoria[176]. Egli fu molto caro a Barnabò.

Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che

liberò l'Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo

illustre italiano vivono ne' nobilissimi suoi discendenti[177]. La

presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in

questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a

qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità

le proprie perdite quando vengon prese da' nemici, stipendiando a

tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re

Roberto fu momentanea, poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per

la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di

prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che

tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava

se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal

conte Alberico; e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e

la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il

Visconti aveva nuovamente radunato in un sol corpo l'antico dominio

de' re longobardi, nè altro più gli mancava che il solo titolo di

re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro

erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi

consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I

generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme,

Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il

duca contava il quarantanovesimo anno della età sua mentre aveva in

faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il

giorno 5 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò

aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per

un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu

veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano

per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta[178].

Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite;

gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei

della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi

principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini a cavallo;

duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i

vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto

di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne

ducali, portate dagli araldi, il tutto formò uno spettacolo maestoso.

Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente dalle sue

azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro

Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio

degli uomini, pigro, timido nell'avversità, e audace nella prospera

fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dirò che egli

era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera

religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità

del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere

del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di

quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno

vi sono de' fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa

indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era

necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano

le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi

che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive:[179] _Dux

noster imposuit taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis

suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca

vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum,

et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum,

et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona

sua a stipendiariis usurpabantur_[180]. Questi mali però in Milano

si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che

è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata.

I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano

infatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire

sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla

industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano

portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca,

quello che vi spendevano i ministri dei principi esteri, quello che

vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che

si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini

delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi.

Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il

denaro, e fra questi ricorse ad uno di que' metafisici ritrovati che,

colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora

di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati

ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe

che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire;

così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre

soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però

il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a

ragguaglio dell'antica moneta[181]. Con questa operazione quel sovrano

defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto

loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta

operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete

al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte

Giulini nell'archivio della città[182]. La superiorità che aveva il

Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi

che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ciò anche da principio,

avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la

dignità ducale. Il Corio[183] ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo

scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le

risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti

scriveva nulla più che _Vir Magnifice_; ed esso, nella risposta al

Visconti, _Illustris et excelse Pater noster praeclarissime_. Nel

corpo della lettera il Visconti scriveva _Nobilitati, vestrae_, e

nulla più; e lo Scaligero, _Excelsa Paternitas vestra_, ovvero _Pater

Excellentissime_. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina

si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti.

Egli scriveva _Magnifici fratres carissimi_; ed essi nelle risposte

dicevano: _Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime_; e

nel corpo della lettera, _Excellentia vestra_.

Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino

alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese

Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel

suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento

medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto

(de' due figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di

Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta

come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona,

Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano; città tutte

staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla

legge de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni

Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto

restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: _Johannes Maria Anglus,

dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac

Perusii_; e il secondogenito prese a chiamarsi: _Philippus Maria, comes

Papiae, et Veronae dominus._

Storia di Milano, vol. 2 · 第 8 / 21 题