CAPITOLO XIII.

_Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo

Visconti._

Nella successione de' Visconti non si vede seguita una legge costante.

Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte restò unico signore

Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il

principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza

figli, la signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che

i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto

possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In

fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti

legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano,

diventarono padroni e si divisero lo Stato. Non vi erano in que'

tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non

una dignità instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un

sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora come il più

sacro dovere adempiuto, ma bensì come un'accidentale beneficenza d'un

animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione

si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono

le città che s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che

s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono

appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto

la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua separata porzione

Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnabò ebbe Cremona,

Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria,

Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come

isolata, fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava

se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria

ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che nè si

ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, nè si

soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta

le più scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva

che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza

che per ciò siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poichè

nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo

quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione

del sistema. Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, e

potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere dichiarato re

d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo

della di lui ambizione.

Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore,

avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente

imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di

Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo

IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta

l'Europa, come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta

l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da trentanni incominciate

fra il sacerdozio e l'Impero erano terminate. Carlo IV se ne venne

in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero

romano. I principi d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non

mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad

abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo

premesse maggiormente l'acquisto del denaro per sè medesimo, anzi che

la difesa di quella autorità che per caso era annessa alla persona

di lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto a

non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure

il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, prima di avere ridotti

i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non

lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e

rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo

è ch'egli allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti

mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a

passare a Milano e ricevervi la corona; e il re accettò l'invito.

Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei Visconti, non dovette aver

più pensiero alcuno; poichè ogni cosa eravi magnificamente preparata

per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte

che veniva seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione.

A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò

con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A Chiaravalle gli andò

incontro Barnabò con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi

cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in

ricco e magnifico arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno

4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente

accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome

allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora

della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori

Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto

Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e di benevolenza che

i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro

signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila

fiorini d'oro, dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati.

Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite,

fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una

singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto

le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a

cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti

dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano

nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo.

Per que' tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia

della incoronazione si celebrò in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo

Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il

re Carlo creò milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo,

bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e diventò un

potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo partì il re

Carlo, e s'incamminò alla vôlta di Roma. Pretende Matteo Villani che

questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine.

Sarebbe questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè

non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da un affronto, nè

da un tradimento che gli facessero, allorchè era abbandonato nelle loro

mani.

Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla

improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti

fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e

poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna,

la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che

potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere

la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè,

diventato padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero

quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le tenebre.

Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una

bellissima donna, perchè contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi

presentossi a Barnabò chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto

impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia.

Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè, trattandosi

del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo:

poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era

incorreggibile nella scostumatezza, che già serpeggiavano nel popolo

delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e

lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione,

per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi come Romolo;

almeno così ci racconta Matteo Villani[107]. Si dice altresì che a

questo timore un altro vi si accoppiasse per unire o indurre a tale

estrema risoluzione i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che,

trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo

e ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse che

era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora

al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la

quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di

signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar

molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione,

Matteo II morì il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnabò e

Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa:

Barnabò ebbe la parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente

della città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun

altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino

Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le

brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi,

già colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del

veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua

origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere

vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi e Barnabò

e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi

piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranità

passate per legittima successione.

Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritornò

al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia

di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i

Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese

di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale

stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i

fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinanzi

al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facoltà le

dignità ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie

a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte delle città, impedendovi

l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma[108]. I due

fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo

Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose alla testa di un

corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadronì

di varie città; poichè i Visconti o non avevano preveduta una tale

invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di

Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si postarono

gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente,

radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio

Visconti; a quel Lodrisio che, diciasette anni prima, colle armi

alla mano, venne preso a Parabiago, allorchè cercava di togliere la

sovranità ad Azzone. Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero

la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero

disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante,

rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti

fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti

ricompensò per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà

che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un

generoso perdono ci affeziona più di qualunque altro beneficio un'anima

nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi,

affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato;

seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma

affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei il comando.

La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza ai collegati,

dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto

con indifferenza il gran potere de' Visconti, e soprattutto da che

Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi,

era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi

non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro città, in

prima libera, e già illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il

papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi

facevano causa comune. Già Bologna, siccome accennai, si era staccata.

Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò

libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ciò,

seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de'

fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti,

cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la

quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358.

Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, ne'

primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti

e Pavia. Questa ultima città singolarmente doveva premere a' due

fratelli; poichè a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza

inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno

conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata,

senza una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione dei

popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere

l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo

riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia,

non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranità.

La famiglia de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva

delle cose della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo

sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel

favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiere che

nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che

frate Giacomo del Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo

in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente

il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi

questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo: sappiamo bensì

ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, che il frate fece passare il

popolo pavese, dell'amore passionato che aveva, alla detestazione ed

all'odio contro dei Beccaria, per modo che furono costretti a partire

esuli dalla patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli

al popolo, senza però palesemente nominarli:[109] _O frumentarii, o

viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii?_ Andava costui

esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla

insaziabile avarizia de' fratelli Beccaria:[110] _Ipse praedicando

fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata

fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia

dixit, quod universum populum pellexit et animavit ad destructionem

universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum

suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla

defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et

palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod

quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti,

ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria_[111]. Gli

esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando

soccorso. È assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati

animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano

marchese di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso

comandante, alla testa d'un conveniente numero di armati, con apparenza

di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una città vicina

tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle

la pace. Fu così bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava

dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal

proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:[112] _Nam a carrocio,

quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium,

pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod

homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a

vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis,

et ornamentis...... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi

incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro,

et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat

circa ea_. Nè tale pure era il limite del potere di questo frate

Giacomo de' Bussolari. Egli giunse al segno che[113] _fecit publicam

justitiam per capitis obtruncationem.... Venditis ergo praedictis

auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in

Venetiis_, radunò una somma destinata a provvedere i viveri alla città.

Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno

da ogni parte. Si cominciò a provare in Pavia la fame, e il frate

scorreva per la città nel suo calessetto, gridando al popolo:[114] _ne

dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per

orationes.... se impetraturum ut manna similis datas Moysi in deserto

defluxura esset ad sufficientiam_. I Pavesi alla fine, ridotti alla

estremità, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano già ubbidito; e

frate Giacomo de' Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvide a

tutto per la città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:[115]

_curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat

praedicando_[116]. Il generale del suo Ordine pregò poscia Galeazzo II,

dal quale ottenne il frate, che terminò i suoi giorni in carcere. Così

Pavia ritornò in potere dei Visconti.

Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè anzi,

malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi non potè, sin

che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa non è nel momento

opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnabò e Galeazzo II non trovavasi

molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non

disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani,

tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire

contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni

occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi come sotto i due

fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì come ei non cadesse in

un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del

papa, e Barnabò vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto;

poichè Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria,

con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnabò dovette

ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Barnabò Visconti; e Urbano

V, che fugli successore, confermò la scomunica con sua bolla[117].

I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnabò Visconti sono:

ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto

chiamare avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato

di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnabò

gli dicesse:[118] _Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator

ac dominus in omnibus terris meis_; ch'egli sugli ecclesiastici

esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli

imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini,

e che si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione de'

beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva

a scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Già vedemmo

al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da

Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa milanese alla

giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto

pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli

abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV,

di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori

della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I

Visconti, nell'anno 1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar

gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo

pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica

e dell'interdetto sulla città, facesse pubblicare contro Galeazzo

I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo

precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città,

e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti

Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo comprato dal

Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnabò,

il quale era stato già due altre volte anatematizzato di riverbero,

come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo

d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento

a Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per

ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnabò

legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli

offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè centomila fiorini

d'oro, purchè egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma

Barnabò non faceva altra risposta se non questa: _Voglio Bologna_.

Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva sempre: _Voglio

Bologna_. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed

accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante

e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali

Milanesi e' insegnano che[119] _ipse dominus diebus suis scientificos

laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio

habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas

semper sublimavit_[120]. Un principe di tal carattere poteva far

tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con

lui, ma non poteva riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi

ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una volta vennero

malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.

Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe fosse

Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo

VI gli spedì come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati

di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed

avevano le bolle pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno

1361. Barnabò stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà

per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano,

abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di

quelle precauzioni colle quali Luchino loro zio, nell'anno 1348, cioè

tredici anni prima, aveva saputo preservarla, abbenchè allora quella

sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due

nunzi, e concertò la cosa per modo che il primo incontro con essi loro

seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, scortato

da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricevè i due nunzi, i

quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal

papa. Barnabò seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i

due ministri: «Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I

due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume

che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze

alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate

dunque», disse il feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili

prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta

e la bolla di piombo[121]. Con tale insulto atroce ardi Barnabò di

violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote,

ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra

di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche

agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione

d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due

abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale,

pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice, e

chiamossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi

avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato con tanta

soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno

3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò solennemente Barnabò; lo dichiarò

eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore,

diritto e privilegio; e comandò che alcuno non osasse più di trattare

con lui[122]. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:[123]

_Propterea destruet te Deus in finem, evellet te et emigrabit te de

tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium_[124]. Inoltre,

agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio

Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnabò, come già era

stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale

e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse

istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia

medesimo, ad intimare una Crociata contro de' Saraceni, che sempre

più si rendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricusò di

farlo per allora; anzi si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a

Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella

giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa Crociata

non ebbe effetto; poichè la combinazione degli interessi dei principi

gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnabò cedette

Bologna al papa, che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini

d'oro[125]. La perdita di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti

non fu una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova bolla

dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una seconda

Crociata contro di Barnabò[126], e fece che lo attaccassero con

formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese

di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i

Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito

collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se

non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che

sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle

quali, perchè dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima

di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalità, che

più la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Così

potè Barnabò difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace,

segnata il giorno 11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che

aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio

pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso

come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova

lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano

prosperamente, scomunicò di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi

dal giuramento di fedeltà[127]; poi animò l'imperatore Carlo IV;

il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello

stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò e Galeazzo del

vicariato imperiale e d'ogni dignità, e Barnabò venne persino degradato

dell'ordine equestre[128]. Alle forze degli alleati, per opera del

cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di

Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse

a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però potè devastarle,

e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Così la

rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnabò

delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo è il primo

de' due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di

quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata

l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri

signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore

di Reggio. Questi principi collegati, prima di commettere ostilità,

spedirono i loro ministri a Barnabò, facendogli dire che essi avevano

fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa,

non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor Barnabò

avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella

Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la

commissione di que' legati. A questo colto e nobile ufficio Barnabò

corrispose nella più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a

corte; ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero

la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero ciò eseguito,

egli spedì una squadra d'armati e fece attorniare i legati de'

principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune

vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe.

Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo;

e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero

avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la città,

esposti al vilipendio ed alle fischiate della ciurmalia; e con tale

infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non è dunque da stupirsi

che i principi italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a

secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò pensava

come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato a proposito, se fosse

stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali

visse, una volta sola Barnabò comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel

quale si portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido,

e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne

sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso e feroce; ma di poco

ingegno. Per richiamare intorno di sè i militi sparsi nello Stato, e

riparare le perdite che faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente

si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo

modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere,

o che Barnabò non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi

e di formarli, poichè conveniva minacciar loro la morte per indurgli

ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnabò non aveva il talento di

comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena

anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella spedizione

Barnabò fu battuto.

Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe e signore

potente, dobbiamo confessare che egli non meritò stima alcuna, poichè

la porzione sulla quale ei regnò venne diminuita colla perdita di

Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese,

ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili

e feroci insulti animò i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza

per difenderlo. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e

conservatore della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza

desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla quale ho attribuita

la partenza del Petrarca, se pure anche l'indole del governo non

isforzò del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura

distrusse più di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre

ancora strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò

stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi

devastavano la città, tormentata dalle violenze, e dalle rapine e da

ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnabò per rimediare a simil

disordine, pubblicò un editto in cui proibì che alcuno in Milano

non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un

piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva[129]. Un ammalato

di notte non poteva più avere soccorso in virtù di tal legge feroce.

Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e

1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia

nacque da un fenomeno fisico che riferirò poi.[130] _Attendentes

temporum sterilitates, et guerrarum discrimina_, dicesi in un decreto

di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di _mettere

alle gride_ i fondi per assicurare al compratore la proprietà[131].

L'anno 1372, con altro editto comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico

potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso.

L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione

del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma la pena d'essere subito

gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori, è orrenda. Il

Corio ci assicura che Barnabò, dopo la pestilenza e la carestia e

le perdite dello Stato, «se volse contra de li miseri sudditi che

per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre

selvaticine, onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare

gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali si riferisce

essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e

tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni

suo facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il

modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva

brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita

extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli

de nuova heresia[132]». Amava Barnabò la caccia singolarmente dei

cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ciò facesse

ce lo dice il Corio all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e

la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini

et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano

tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde

trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condennati, e se

grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati,

se morivano gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che

pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea in quei

tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in

Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di avere esatte delle propine

arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e

Barnabò[133] _sine alia determinatione et defentione praecedente,

jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire,

dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum

per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius

potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio

Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur,

suspendi fecit_[134]. Se prestiamo fede agli Annali milanesi, Barnabò

con un editto proibì che alcuno più non ardisse di chiamarsi Guelfo

o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate

le lingue ad alcuni contravventori[135]. Fece bruciar vivi tre uomini

ragguardevoli, imputati di tradimento[136]. Fece bruciare due monache

del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte

uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale

dell'arcivescovo, perchè aveva ricusato di degradare quelle infelici.

Fece bruciare il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli

fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba

perchè aveva prese delle lepri[137]. Fece cavare un occhio ad un uomo,

perchè trovato a passeggiare in una strada privata di Barnabò. Un

povero contadino fu incontrato da Barnabò, e lo fece ammazzare dal

suo canattiere, perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò

d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò gli

fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnabò

nessun giusdicente poteva cominciare a ricever il soldo assegnatogli

se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici.

Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi

in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano

Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare

la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena:

chi ne bramasse più minute circostanze vegga il nostro diligente

conte Giulini[138]. Io suppongo che vi sia della esagerazione in

questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo

simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo

esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi.

Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per

detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo,

gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci

dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi

ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto

incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli

possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di

Milano, e questo carico contribuito da' suoi popoli allora riusciva

insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altrettanto senza che il

popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo

ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi

tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.

Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l'anno

1364 venne una funesta carestia nello Stato, è per fortuna nostra così

insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero

collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla

meraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a

dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente

celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che uno potesse

avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente;

e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali milanesi, ed il cronista

di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi

di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi,

ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si

dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e,

a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario

dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel

terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva

distrutto; e così questi eserciti funesti di locuste, passando da un

campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello da agosto

sino al mese di ottobre[139]. Un simile flagello si dice che l'avesse

provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cioè l'anno 873,

e ce ne tramandò memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si

poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare

alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno 1364. Questo

fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto in altre regioni verso

il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo

a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della storia _Histoire

militaire de Charle XII de Suède_[140], ci narra un caso simile, ed

eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles s'elevoit

ordinairement tous les jours avant midi du còté de la mer, premiérement

à petits flots, ensuite comme des nuages, à qui obscurcissoient l'air,

et le rendeient si sombre, et si épais, que dans cette vaste plaine

le soleil paroissoit s'être éclipsé. Cest insectes ne voloient point

proche de terre, mais à peu près à la même hauteur que l'on voit

voler les hirondelles, jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur

lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le

chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous étions et

sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de

terre, et couvroient le corps et le visage à ne pas voir devant nous,

jusqu'à ce que nous eussions passé l'endroit où ils s'arrêtoient.

Partout où ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dégât

affreux, en broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de

cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant tapissée, on

n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse». Questi insetti, col

favore d'un vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e

in conseguenza della sterilità avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa

moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti,

o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati

oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che

non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa

devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da' nostri figli, che

vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero

l'hanno così vasto, che oltrepassa la memoria.

Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione

dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente

in suo potere Pavia, ivi collocò la sua sede, lasciando che Barnabò

alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere

colle armi, quante ne ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio

ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero,

che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e

cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero

da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse

aperta quell'Università, la quale aveva maestri di leggi canoniche e

civili, di medicina, fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole

per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica

della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian

Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede per moglie Isabella

di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e

la pompa di quest'illustri sponsali costò ben cinquecentomila fiorini

d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione

alcuna; il che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un

aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re

d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie;

e così la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla

condizione nobile sì ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere

le più strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e

col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei

si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un

parco di più miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le

peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal naviglio

di Milano sino colà. Queste spese, e quest'abbandono degli affari

pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello

Stato soffriva le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi

che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano

quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Aprì gli occhi; e

vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli

rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i

suoi pochi sudditi esausti e languenti. In quel momento fece quello

che sogliono le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia.

Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece

impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano

di Voghera, per essere stato assente quando quegli afflitti abitanti

scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino,

poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perchè

furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una

sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia,

se ne rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello,

suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era stato

sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati

da più autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto

col quale quel principe ordinò a' suoi giudici qual carnificina

dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immaginò il modo

per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo

un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme,

Busiri e Falaride non lasciarono altrettanto:[141] _Intentio domini

est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim. Prima die

quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter

quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter

quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter

quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur eis

bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die

similiter acqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima

tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur;

decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus

pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur;

decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur;

decima nona die ponantur super cavalletto; vigesima die reposetur;

vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die

reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite;

vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus;

vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una

manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia

manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus;

trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius

pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur

sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die

incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima

nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima

prima die intenaglientur super plaustro, et postea in rota ponantur_.

Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto

infernale; pare impossibile che alcun uomo, soffrendo questi martirii,

potesse sopravvivere sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien

dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare

la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso autore, che[142]

_harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et

1373_[143]. Così pensarono i principi, così furono governati i popoli

di quella città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria

scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità,

alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl sublime filosofia che

l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza collo quale ci annunziano;

lo compassionevole sensibilità ai mali degl'infelici, assicurano

all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi

una celebrità costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi

lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno

agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione della

felicità e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di

vivere.

Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri; ma

il fallo seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel

principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di

molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome

Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa

da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di

quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò avanti del

suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua

porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione

e vilipendio, e non potè ottenere compenso alcuno. Quel disperato

padre di famiglia aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva

cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto

dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la

fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre

colpevole, ma degno di commiserazione, e finì, dopo fieri tormenti,

squartato dai cavalli[144]. Coloro che esclamano contro i costumi del

nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo

solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori

quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento

che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle

opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de'

lumi; alla moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello

spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia

e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una

santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni

di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono

d'insultare a que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante

rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi

co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel

principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi

è noto. Egli, con un foglio di carta, annullò, cassò, rivocò tutte

le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto è del

giorno 13 di ottobre,[145] _Datum in castro nostro Zojoso_, sito nel

Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo

quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che

l'ha preceduto, benchè sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne

trovano esempi, ma che un principe cancelli, così in un colpo solo,

tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta[146].

Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse l'animo più forte,

e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo abbandonandosi ad una

collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre,

con maligna tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li

sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo,

per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. Barnabò era veridico

e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo

incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnabò si fece scolpire in

una statua equestre di marmo e la collocò sull'altar maggiore di San

Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo

pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e

tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte,[147] _quae

domus_, diceva l'Azario, _cum ornamentis et picturis et fontibus,

hodie non fieret cum trecentis millibus florenis_[148]. Galeazzo

faceva alzare un gran muro con merita spesa; poi parendogli che stesse

male, lo faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo del

verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano

per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo

fabbricò il castello di Milano e quello di Pavia: Barnabò, quello

di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbero commensali,

come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano

un numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la

scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. Barnabò

pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero

estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro

angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo

della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro

diocesi; sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia che,

per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero

concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina

vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo

Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il _nescis,

poltrone_, di Barnabò, avesse fatto perdere il coraggio ai successori

di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche

contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano

obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade,

e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al

paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il più delle tasse

che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo

II mori in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver

regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni Galeazzo,

di lui figlio, che portava nome _il conte di Virtù_, per un feudo che

gli era stato dato nella Francia per dote della principessa Isabella.

Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a' miei

lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnabò con un

villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurrò, perchè la storia

della patria può interessare anche persone che non sappiano il latino.

Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o

per contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne io

medesimo responsale, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose

che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella

Cronaca di Azario[149], e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel

suo originale; perchè, frammezzo a quella trascurata e rozza latinità,

vi è certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che

piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò soggiornava parte

dell'anno in Marignano: i contorni erano ancora pieni di boschi ed

opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnabò amava

di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla

comitiva, e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un giorno fra

gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva più donde uscirne per

ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata,

e rigido il verno. Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel

bosco. S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero,

che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne

Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — _Villano:_ Ne ho bisogno.

Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate è ita male, potesse

almeno andar meglio l'inverno! — _Barnabò, scendendo dal suo cavallo

affaticato:_ Amico, tu dici che la state è ita male; e come? L'annata è

stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto di grano, vendemmia

abbondante. E che l'è ito male? — _Villano, mentre continua a tagliar

la legna:_ Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si

sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il

diavolo fosse morto, ma ne è comparso un altro peggiore ancora. Costui

ci cava il pane di bocca. Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani,

e tutto il profitto colui ce lo carpisce. — _Barnabò:_ Certamente,

quel signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori del

bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino che tu ancora non

avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. — _Villano:_

Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio,

sarà a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo

nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane.

— _Barnabò:_ Ebbene, conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche

cosa. — _Villano:_ Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti

tu mai uno spirito infernale.... i cavalieri non vengono per questi

boschi... Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò dove

vuoi. — _Barnabò:_ Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — _Villano:_ Un

grosso di Milano. — _Barnabò:_ Fuori che saremo dal bosco ti darò il

grosso, e ancora di più. — _Villano:_ Oh sì domani! Tu sei a cavallo,

e, fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come

un cavolo! Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone;

vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori

a cavallo. _Barnabò:_ Amico, poichè non mi vuoi credere, eccoti il

pegno», e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il

villano se la gettò in seno nella camiscia, e cominciò a precedere

per uscire dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente.

«_Barnabò:_ Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — _Villano:_

Credi tu che quella rozza potrà reggere a due! Tu sei tanto grosso!

— _Barnabò:_ O, benissimo; porterà te e porterà me; tanto più che, a

quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. — _Villano:_ Tu dici

il vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre

così proseguivano attraverso del bosco, continuò Barnabò: «Amico, tu

mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnabò,

che sta in Milano, che se ne dice? — _Villano:_ Di lui se ne parla

meglio. Benchè sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli

non fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar nel

bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnabò fa

osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro

che sta in Lodi, fa tutto al contrario». E così, proseguendo il

discorso, gli riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di

terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse

il villano: «Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte

viene, fate presto, perchè altrimenti vi potrete trovare in mezzo

d'una strada. — _Barnabò:_ Amico, mi vorresti gabbare, e con questo

bel modo portarmi via la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè

a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al

rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava nemmeno

più della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa

per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate

colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa

fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata.

Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non vi mancano

in tasca denari. — _Barnabò:_ Amico, fa a modo mio; accompagnami

ad un albergo e ti prometto un grosso, e di più un buon camino per

riscaldarti, e poi anco di più una buona cena: e così domattina di

buon'ora tornerai da tua moglie». Il villano si consolò pensando a

questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto

comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla

groppa, e riprese il cammino, calpestando lo stoppie attraverso dei

campi; e Barnabò cavalcava dietro lui. — _Barnabò:_ «E dove anderemo

noi ad albergare? — _Villano:_ Andremo a Marignano: vi sono delle buone

osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi

ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. _Barnabò:_ Dici bene. E

da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? — _Villano:_ Cosa

ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non

t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — _Barnabò:_ Va dunque,

sia come tu vuoi». Così proseguendo con tai discorsi il cammino, si

videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse:

«Vedi tu quei fanali e tante faci? — _Villano:_ Le vedo. — _Barnabò:_

E che vuol dir questo? — _Villano:_ Vuol dire che vanno cercando il

signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della

caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la

sera facendo dei fuochi, acciocchè veda per dove possa ritornarsene.

— _Barnabò:_ S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici

hanno premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo s'andarono

accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro

Barnabò, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano

(_inclinatis capuciis_, dice Azario), e rispettosamente attorniando

lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano

s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava

di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti che s'aspettava

di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il

signor Barnabò, scoppiando dalle risa, raccontò a' suoi domestici

tutta l'avventura; e ordinò che il villano, tal quale era, stracciato e

sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco.

Poichè fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano

a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò. Essi due soli

sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli

lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son

galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te

l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso

un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — _Villano:_ Ah! signore,

misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo,

che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare:

per pietà, mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano

combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da' cibi insoliti;

e la fame la vinse; mangiò bene assai. Poscia venne congedato dal

principe e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido,

posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu

condotto avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene, amico,

coma bai passata la notte? — _Villano:_ Come in paradiso; ma, con

vostra buona grazia, vorrei andarmene. — _Barnabò:_ Se così ti piace,

vi consento»; indi rivolto ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e

questi immediatamente lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La mia

promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa

di più; cercami quella grazia che brami. — _Villano:_ Signore, basta

che mi lasciate partire vivo e sano. — _Barnabò:_ Questo lo accordo;

chiedi qualche altra grazia. — _Villano:_ Se mi faceste restituire

il mio piccolo podere toltomi dal castellano....». Súbito fecegli

dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente

se ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che

ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi

fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti.

Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza, che lo credo veramente

accaduto; e Barnabò, avendolo súbito raccontato ai suoi cortigiani,

è naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo.

Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e

così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. Il carattere di

Barnabò mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si

commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine;

manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso

nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche

incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina da lui

medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere

di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo tormentò

per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarità e pace.

Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte,

oggidì sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto

lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto,

aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse

altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di più d'un grosso. Se

il fatto fosse accaduto alla maestà dell'adorabile augusto Giuseppe II,

o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia

del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto,

avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa

munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere

rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato

a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose

in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche

il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se egli aveva

oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva

il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire,

e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto.

Nè avrebbe mancato un principe buono di prendere informazione sul

governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano.

Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere duro,

insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondità, ed appare

violento, e niente addottrinato nella scienza di governare.

Storia di Milano, vol. 2 · 第 7 / 21 题