Lui si chiamava Fausto; aveva poco più di trentacinque anni, ed era
artista di canto; tenore.
Lei era una di quelle signore eleganti di cui si dice sempre il casato
ed il titolo, e si possono frequentare un mese senza saperne il nome.
Non si conoscevano. Fausto era stato a Pegli, dove un'altra dama di
Milano gli aveva dato una lettera di presentazione per la contessa
Floralio di Santigliano, che doveva trovare a Recoaro.
--Una donnina elegante, spiritosa, simpatica; una giovine vedova.
Fausto aveva incontrati a Recoaro molti conoscenti: aveva domandato
della contessa:
--Aveva realmente le attrattive che gli avevano detto?
--Sì; Ma aveva delle timidezze da provinciale. Non osava stare
all'albergo. Aveva preso alloggio da una famiglia ammodo; una mamma
grassa e tre giovinette magre che si tirava sempre dietro come
un'aureola di onestà.
Fausto rimise nel portafogli la lettera di presentazione.
Colla sua bella e florida gioventù, col suo carattere leale, il suo
spirito sereno, il suo gran nome, e la fortuna che gli sorrideva, non
aveva che a presentarsi per incontrare delle simpatie, non gli
occorrevano lettere.
Da due, tre, dieci persone, la contessa s'intese dire che era arrivato
Fausto, il più celebre dei tenori viventi, che cantava una sola stagione
dell'anno al Covent-Garden o a Pietroburgo, ed in due mesi di trionfi e
di gloria, si faceva una rendita da principe. Tutta Recoaro era agitata
dalla speranza di udirlo.
--Canterebbe?
In società no. Era noto che non lo faceva mai. Ma se si fosse combinato
il solito concerto a beneficio?...
Poi l'amica di Milano scrisse alla contessa:
«Come aveva trovato il suo raccomandato? Simpatico vero? Si vedevano
spesso? Le faceva la corte?»
La contessa si meravigliò che non fosse comparso: se ne meravigliò al
casino, se ne meravigliò alla fonte:
--Ma questo signore è un orso!
Fausto lo seppe, e, martire della cortesia, si mise i guanti e fece la
visita.
Fu introdotto in uno di quei salotti borghesi che stanno sempre chiusi
perchè il sole non abbia a sciupare i mobili, e di cui la serva apre le
imposte quando ha fatto entrare un visitatore, lo abbaglia col riflesso
del sollione che batte sul muro bianco di facciata, poi si volta, vede
che si copre gli occhi colle mani, torna a chiudere un po' più, un po'
meno, e lo fa assistere ad una serie d'effetti di luce, pittorici forse,
ma punto comodi.
Fausto si guardò intorno, e fece una smorfia. Era un salotto freddo ed
inospitale, senza il posto della signora, il suo angolo, la sua nicchia
dove un amico può sederle accanto, presso il suo tavolino, e i suoi
lavori, i suoi libri, i suoi giornali, i suoi albums e discorrere
intimamente, sfogliando di quà, guardando di là, sgomitolando un filo di
seta, disegnando un profilo colla matita, leggicchiando un'epigrafe,
commentando, saltando di palo in frasca, mentre la signora continua a
stare al suo posto a fare quello che stava facendo, senza aver l'aria
d'essere là per riceverlo, di perdere il suo tempo per lui.
Era il salotto pretenzioso ed ingenuo delle famiglie che ricevono poco,
e, per conseguenza, non sanno ricevere.
Un divano contro una parete, le poltrone in giro ed una tavola in mezzo
su cui la vanità del proprietario mette in mostra tutti quegli oggetti,
che la sua modestia considera troppo belli per farli servire al loro
scopo.
Tazze in cui nessuno ha mai bevuto; servizi da thè e da caffè vergini
d'ogni contatto colle bibite suddette; calamai che non conoscono neppur
di vista l'inchiostro; e poi, fiori artificiali, uccelli imbalsamati ed
i ricami più o meno scoloriti delle signorine di casa; e su tutte le
spalliere dei mobili quadrati e dischi all'uncinetto per difendere la
stoffa dal contatto dei visitatori.
La contessa entrò, salutò in piedi, sedette a disagio sul divano, colle
mani in mano, impacciata di trovarsi là fuor di posto, con quell'aria di
ricevimento che sembra misurare il tempo alle visite.
Fausto, che era avvezzo ad essere ricevuto fra gli intimi delle belle
signore, rimase stonato anche lui.
Fecero i discorsi di circostanza:
--È da parecchio, che è giunto a Recoaro?
Poi un'occhiatina alla data della lettera che lo presentava, ed un
sorriso dissimulato con ostentazione, ma senza osare di parlarne.
--E le acque le fanno bene? Io ne bevo tanti bicchieri, e lei? È poco. È
troppo. Quanto tempo si aspetta alla fonte!...
Una conversazione da far dormire in piedi. La contessa cercò di metterci
qua e là qualche parola spiritosa. Ma non si sentiva a suo agio, ed a
Fausto fecero l'effetto d'una guarnizione di tartufi e d'un bicchiere di
bordeaux introdotti improvvisamente nel _menu_ di un pranzo casalingo.
Non erano in armonia con tutto il resto, stonavano.
Uscì col fermo proposito di non ripetere la visita che alla vigilia
della partenza, nutrendo speranza di non trovare in casa la signora, e
di potersela cavare col laconico _p. p. c._, in margine di una carta da
visita.
Ma, per quanto la speranza sia economica a nutrirsi, quella di Fausto
non potè vivere a lungo.
Il giorno seguente incontrò la contessa alla fonte.
Era appoggiata colle spalle ad un albero, aspettando il suo turno per
andare a bere.
Aveva intorno le solite signorine magre ed alcuni uomini.
Là in piedi, con quell'albero per tutto mobiglio, si trovava assai meno
a disagio che nel salotto borghese.
Appena Fausto le si fece incontro, gli stese la mano mettendo un «Buon
giorno» tra due virgole del discorso, e continuò a parlare:
--Senza dubbio, ha sapore d'inchiostro, ma mi ci sono avvezza. Non fosse
altro, a forza di dirlo; è la quarta volta che lo ripeto stamane.
--Lo ripeta anche a me, disse Fausto.
--Parlava dell'acqua?...
--Sfido! Dell'acqua, del sapore d'inchiostro, della maggiore o minore
ripugnanza che ci si ha... Qui si parla a rime obbligate.
--Ma le signore di spirito sapranno introdurvi qualche variante, ribattè
Fausto coll'intenzione di fare un complimento.
--È una rima obbligata anche il fare dei madrigali alle signore, disse
la contessa.
--Ed il presentarli anche quando non sono riesciti nevvero? soggiunse
tutto umiliato il povero Fausto, che avrebbe voluto ritirare il suo.
--Come vede... rispose la contessa accennando a lui.
Ma lo disse ridendo per togliere l'amarezza a quell'ironia. Poi troncò
lì quel discorso, presentò Fausto alle signorine Asting, agli altri
conoscenti, e s'avviò per cercare il suo bicchiere.
Era davvero elegante, ben fatta; vestita bene; era giovine, allegra,
cordialissima, entrava subito in confidenza. Era una di quelle signore,
colle quali gli uomini stanno volentieri in compagnia, perchè sanno
discorrere, tolgono di mezzo la soggezione senza mai perdere la loro
dignità di contegno, e non annoiano mai; una di quelle donne di cui le
altre dicono:
--Non si capisce che cosa ci trovino gli uomini di attraente. Non è
bella.
--Non era al casino ieri sera? domandò Fausto.
E vedendo che la contessa lo guardava ridendo, soggiunse:
--È anche questa una rima obbligata?
--Ed anche questa è la quarta volta che si ripete, perchè lei è il
quarto conoscente che incontro. No, al casino non c'ero. La signora
Asting non ci andava, e non mi trova abbastanza vecchia per affidarmi le
sue figlie. Non potevo andarci sola.
--Se potessi offrirmi di venire a prenderla io... disse Fausto.
--Sarebbe proprio il caso di dire: _meglio sola che male accompagnata_.
--Lei almeno non ci pensa affatto a fare dei madrigali.
--Ma li faccio senza pensarci.
--Dicendomi che con me sarebbe male accompagnata?...
--Se fosse vecchio e brutto, non glielo direi.
--Allora vorrei essere vecchio e brutto.
La Contessa lo guardò ridendo, ma non rispose. Si vedeva però che aveva
qualche cosa da dire, e Fausto glielo domandò:
--Perchè ride? Pensa qualche cosa di male sul conto mio?
--Sì. Penso che è un po' volubile.
--Può darsi, rispose Fausto.
Poi accorgendosi che aveva detto una fatuità, soggiunse:
--Non voglio contraddirla. Ma da che lo argomenta?
--Fino a ieri s'è tenuto in tasca una lettera a maturar la data, per
evitare di vedermi; ed oggi vorrebbe essere vecchio e brutto per
accompagnarmi.
--Fino a ieri non la conoscevo.
Fausto sarebbe andato lontano su quella via, ma lei si limitò ad
inchinarsi ridendo al suo complimento, e parlò di altro.
Non insisteva mai sui discorsi, quando cominciavano a prendere una piega
galante; li lasciava cadere, salvo ad intavolarne altri che seguiva fino
allo stesso punto, per piantarli lì daccapo. È un gioco che piace molto
alle belle donnine; un gioco pericoloso. È come quella mezza ebbrezza
che procura l'oppio, quell'esaltamento lieve che si attinge in un
bicchiere di Sciampagna, un'ebbrezza, un esaltamento innocenti, ma
terribilmente arrischiati. Un altro bicchiere di Sciampagna, un grano
d'oppio di più, possono trascinare all'ubbriachezza e magari alla morte.
Vi sono tante esistenze oneste che pericolano a questo gioco.
La sera, Fausto e la Contessa si rividero al passeggio, l'indomani alla
fonte, e così via, come accade sempre alle acque ed ai bagni. Si fa vita
insieme e si è presto amici.
Erano sempre contenti di ritrovarsi, si mettevano subito in allegria. Ma
non erano mai soli. La Contessa giungeva inevitabilmente accompagnata
dalle signorine Asting, e la conversazione era generale.
Fausto s'andava ogni giorno innamorando un po' di più della Contessa, e
lei sentiva crescere in modo inquietante la sua simpatia per lui.
Ma non si conoscevano abbastanza per abbandonarsi ad una fiducia che
poteva essere ingannevole. Stavano in guardia tutti e due.
Fausto insinuava, quando poteva farlo, qualche parola tra scherzosa e
seria, che turbava la Contessa: qualche volta era lei che la provocava
ed era lui che si turbava.
Ma ogni volta che stava per affermare a sè stesso: «Sì, è innamorata di
me» si ricordava le notizie che gli avevano date della Contessa al suo
arrivo a Recoaro:--«gentile, cordiale con tutti socievolissima,
brillante, ma buona madre di famiglia ed onesta.»
Quanto a lei, vedeva quelle esitazioni, capiva che la sua onestà lo
scoraggiava, e ci aveva rabbia.
Avrebbe voluto che fosse stato certo alla prima che non c'era nessuna
speranza clandestina da fondare su di lei ma che l'amasse ugualmente.
Non era libera? Non erano liberi tutti e due? L'idea che quel sentimento
che l'agitava tutta non trovasse altro riscontro nel cuore di lui
fuorchè la speranza ignobile d'un'avventura galante, l'offendeva.
Qualche volta si mostrava scettica per strappargli ogni illusione, e
pensava:
«Meglio che disperi e non mi ami, che amarmi a quel modo.»
Un giorno che le signorine Asting parlavano di due innamorati da _fatto
diverso_, disse:
--Se avessero preso del chinino, questa catastrofe non sarebbe accaduta.
Il chinino è un calmante eccellente pei nervi; e l'amore non è che una
malattia nervosa.
Pare che lei ne faccia uso del chinino, disse Fausto. Ne ha studiato
molto gli effetti.
Glielo disse a mezza voce perchè gli altri non udissero, irritato da
quella negazione fredda che lo scoraggiava.
Ma a lei quella parola sommessa, sussurrata come una confidenza fece
l'effetto d'una carezza, malgrado l'insolenza che racchiudeva.
S'indispettiva di non risentirsi di quell'insolenza, ma non si
risentiva.
Tutto il giorno, tutta la sera, ripensò quella voce bassa, quella frase
mormorata per lei sola, quell'atto intimo di parlarle piano. Le pareva
che l'indomani e tutti i giorni dovesse sempre parlarle così.
Scrisse una lunga lettera a' suoi due figli; una lettera di madre
appassionata:
«Non aveva sulla terra altri affetti che loro due, s'era votata ad una
vedovanza perpetua per non defraudarli d'una parte della sua tenerezza.
«Era impaziente di vedere la fine di quel mese, per andarli a prendere
al collegio, e portarli con sè in villa, e vivere tutto l'autunno in
famiglia. Le era penoso starsene sola a quel modo. Alle acque
s'annoiava... s'annoiava...»
Voleva persuaderlo a sè stessa; ma invece alle acque ci aveva un
interessamento troppo vivo. Aspettava con impazienza il mattino per
andare alla fonte, e se per caso ne tornava senza una parola che
l'avesse agitata, era triste.
E le accadeva sovente. Fausto s'annoiava di quella tutela che lei aveva
sempre intorno. Gli pareva un'ostentazione di diffidenza, e si metteva
in diffidenza anche lui.
La contessa invece avrebbe voluto svincolarsi da quelle soggezioni, ma
era timida, non osava più.
Prima era andata parecchie volte alla fonte sola: ma, dacchè conosceva
Fausto, le sarebbe sembrato di andare a cercarlo; si sarebbe vergognata
di lui più che degli altri; e si circondava più che mai.
Avevano tutti e due uno strano modo di parlare fissandosi gli occhi
negli occhi con un'intensità che pareva fatta per accompagnare dei
discorsi appassionati. Invece sovente dicevano:
«Guardi quel cappellino. Sa chi è quella signora? Oggi le signore Asting
sono più eleganti del solito» e simili sciocchezze.
E poi, in mancanza di parole affettuose da ricordare, ricordavano gli
sguardi; quell'occhio largo, intento, profondo, ritornava con insistenza
alla loro mente nelle ore solitarie e lente della lontananza, esaltava
la fantasia innamorata, che ne riscaldava, coll'intensità del desiderio,
la muta eloquenza.
Un giorno qualcuno propose una gita sui somarelli; Fausto mise un grande
impegno nel combinarla, se ne entusiasmò addirittura. Gli pareva che la
campagna, l'allegria della circostanza, gli avrebbero fornita
l'occasione di isolarsi colla contessa un po' a lungo, di parlare con
calma, senza soggezione.
Non aveva il proposito di precipitarsi a' suoi piedi come faceva nei
melodrammi nella sua qualità di tenore. Anzi, appunto perchè era un
cantante, s'impuntiva a non far nulla di melodrammatico, e per evitare
ogni atteggiamento teatrale, si mostrava prosaico fino all'affettazione.
Ma nella sua anima d'artista sentiva potentemente la poesia della vita.
Quella donna vedova, indipendente che vedeva ogni giorno senza poter mai
svincolarla dalle soggezioni da giovinetta di cui s'era circondata, quei
discorsi nervosi in cui apparivano lampi di passione, e che, subito
dopo, una nota di scetticismo o di puritanismo smentiva, gli avevano
messa la febbre nel cuore.
Era risoluto a parlare, ad uscire da quell'incertezza ad ogni costo, a
costo di fare una dichiarazione d'amore sul dorso di un asino.
Appunto in quel giorno il seguito della Contessa era al gran completo.
Oltre alla signora Asting, le figlie, i conoscenti soliti, c'era un
giovine di Milano arrivato allora, che le portava una grande provvista
di novità, e le faceva la corte anche lui.
Fausto non era geloso, e la Contessa neppure. Avevano troppo spirito per
questo. Ma tutti i terzi che s'intromettevano fra loro li irritavano;
d'altra parte, avevano abbastanza pratica di società per saper pigliare
le cose con disinvoltura, e nascondere il loro malcontento.
Ma nascondendolo agli altri, se lo nascondevano anche a vicenda, e
ciascuno interpretava come indifferenza la rassegnazione dell'altro, e
si scoraggiava, e ci metteva della dignità a dissimulare ed a vincere un
sentimento che non credeva più corrisposto.
Così non cercarono più di isolarsi.
Lui andò a far la corte alle altre signore, e lei si lasciò far la corte
dagli altri giovinotti.
Soltanto tratto tratto si mandavano una parola al volo, si guardavano da
lontano, ed erano sempre quelle occhiate profonde, intime, amorose che
suscitavano una tempesta nel cuore di tutti e due.
Mentre mangiavano seduti in un prato, Fausto udì la Contessa discorrere
col giovine milanese di una sua idea paradossale di andare in Terra
Santa colla società della _Propaganda Fide_.
Era smaniosa di vedere quei luoghi pittoreschi tutti idealizzati dalla
poesia del cristianesimo...
«--E non c'era obbligo di far propaganda, nè di associarsi a tutte le
preghiere ed ai digiuni.» Ciascuno era libero di agire come gli
consigliava la sua coscienza; onestamente, ben inteso. Si pagavano mille
lire e si era provveduti di tutto per sei mesi; viaggio, carovane, guide
per essere accompagnati nei luoghi pericolosi; era anche un'economia...
--Quando partiamo? disse Fausto.
--Ma che! Lei crede di trovare sul Golgota codeste fette di
_roast-beef_? rispose la Contessa.
Aveva sentita una scossa al cuore a quella parola, colla quale pareva
che Fausto volesse dirle che si credeva unito a lei, che le apparteneva
già tanto, da associarsi ad ogni suo disegno stravagante ed
ineffettuabile, e voleva nascondere la sua commozione.
Lui dovette scusarsi del suo appetito; s'irritò di quella risposta
prosaica.
Se l'avesse amato, se avesse desiderato di sapersi amata da lui, avrebbe
potuto rispondergli:--Con che diritto, perchè vuol venire con me?