Suor Maria vegliava la notte di Natale al letto d'una donna malata.
Nascondeva il volto fra le braccia incrociate, e piangeva sul suo abito
grigio, pensando il Natale delle famiglie, le madri puerilmente occupate
del segreto delle strenne, i bimbi giulivi intorno alle mense festive.
Lei pure, dopo aver lottato contro la inerzia delle abitudini, ed aver
vinto, aveva sognato un momento il sorriso d'un fanciulletto, e la sua
prima strenna di ceppo. E quella speranza era nata nel suo cuore in un
impeto di carità per un vecchio moribondo.
Ma pareva che una maledizione ingiusta la condannasse a vivere solitaria
e senza affetti; anche la buona azione era rimasta infeconda, per non
procurarle una gioia. Ed il vecchio era morto solo; ed il bimbo errava
solo nelle gelide notti d'inverno; e la suora generosa e buona, era sola
fra due letti d'ospedale.
Fu tolta a quelle meditazioni da una infermiera che veniva a chiamarla.
Si asciugò gli occhi, ricompose le pieghe rigide del suo grembiule da
monaca e s'affrettò dietro la donna.
Una brigata di giovinotti entrando in Duomo per la messa della
mezzanotte, avevano trovato un bambino svenuto e lo avevano trasportato
all'ospedale.
Per la prima volta, nella sua lunga pratica d'infermiera, suor Maria
dimenticò la malata affidata alle sue cure, e la notte passò senza
ch'ella ricomparisse nella corsia.
La mattina di Natale, traverso l'uscio della sua cella, s'udiva uno
strano rumore come il ruzzolare di carrozzelle di legno sul pavimento,
ed il cinguettìo d'una voce infantile.
Più tardi, all'ora del pranzo, la monaca non scese in refettorio; e la
suora conversa che le recava i piatti dalla cucina, la trovò seduta ad
una piccola mensa allegramente ornata di chicche e di arance, ed
apparecchiata per due.
Carlo sedeva in faccia a suor Maria, rispondendo amichevolmente alle sue
domande, ingrossando la voce per narrarle il terribile fatto della sua
reclusione in Duomo, interrogando a sua volta circa una certa casetta
bianca con un giardinetto verde, dove la monaca gli diceva che dovevano
recarsi presto, ad abitare insieme.
Tratto tratto la campana dell'ospedale riprendeva a sonare a morto, e la
suora rabbrividiva.
Poi s'udì lontan lontano il fischio acuto della locomotiva sibilare fra
i rintocchi lenti della campana.
Il bambino alzò il dito, come per accennare quel suono ben noto, che gli
richiamava tante storie e promesse serene di viaggi, e susurrò cogli
occhi scintillanti e la bocchina aperta al sorriso.
--È il nonno che torna!
--No; è il nonno che parte: rispose gravemente la suora che conosceva la
campana.
--Va in quel sito lontano dove lo fanno guarire? disse un po' meno lieto
il fanciullo.
--Sì; in quel sito lontano dove starà sempre bene.
--Quando tornerà? domandò Carlo.
--Non tornerà: andremo noi a raggiungerlo.
Il bambino contento di quella promessa, stese le braccia verso la suora
che lo prese in grembo; poi ricominciò le sue chiacchierine
sconclusionate, con certe note acute, certe risate argentine, che
echeggiavano stranamente fra le muraglie nude della cella. E suor Maria,
abbracciandolo stretto, benediva il cielo che, per una vita di carità,
le aveva concesso un amore; e pensando all'avvenire non si sentiva più
sola.