E lui le avrebbe sussurrato: «--Perchè l'amo.»

Invece l'aveva evitata quella parola: non voleva udirla. E più tardi,

sola nella sua camera, anche la Contessa rimpiangeva la stessa cosa. Se

avesse osato domandargli perchè si associava a quel suo disegno, egli le

avrebbe risposto:

«--Perchè l'amo.»

Risentiva nel silenzio della notte quella parola sussurrata da quella

voce; ne provava un fremito, una soavità infinita. Sperava che gliela

direbbe il domani, e fantasticava la poesia dolce d'una confessione

d'amore.

Ma i domani si succedevano tutti ugualmente delusori.

Sempre le stesse soggezioni da cui non osava svincolarsi; sempre la

stessa timidezza, le stesse diffidenze; la stessa conversazione, a

frizzi, scherzosa, paradossale, di cui avevano presa l'abitudine, e che

toglieva ogni valore anche alle espressioni più amorose ed ardite.

Fausto ebbe ancora una speranza, una sera che la Contessa lo invitò a

prendere il tè.

Si figurò uno di quei tè intimi, una cuccuma piccina piccina, due sole

tazze, due mani che si sfiorano tremando nell'accendere un fiammifero e

nel dar fuoco allo spirito, due cuori che battono forte forte, mentre

stesi in due poltroncine, col capo abbandonato indietro e la tazza fra

le mani, i due amici, uomo e donna, si mandano traverso il fumo del tè

delle frasi brevi, un po' nervose, colla voce convulsa, collo sguardo

largo e fisso.

Poi posano le tazze, lui prende quell'occasione per alzarsi, per

accostarsi a lei, le va dietro pian piano, si appoggia alla spalliera

della poltrona, e col capo sul capo di lei, colle labbra che le sfiorano

l'orecchio, coll'alito ardente che le brucia il collo le dice:

«--Lo sapete, Maria--lo sapete, Bianca--lo sapete, Teresa, che vi voglio

bene?»

Fra le altre miserie Fausto non conosceva il nome della Contessa. Doveva

mettere dei puntolini al posto del nome, nel suo sogno d'amore. Ma

pazienza; purchè quel sogno si avverasse era anche disposto a chiamarla

Contessa per l'ultima volta.

Aspettò quella sera commosso, felice, impaziente. Ci andò troppo presto;

ma doveva essere un altro disinganno.

La Contessa era seduta sul divano colla signora Asting e la signorina

maggiore. Le altre sorelle sonavano un pezzo a quattro mani!!!!

Se intanto avesse potuto sedere accanto alla Contessa, benedetto il

pezzo a quattro mani che gli avrebbe permesso di parlarle piano. Ma i

posti erano occupati a destra ed a sinistra. Bisognò sentire,

assaporare, lodare il «tremulo» perfettamente eseguito con tanta

agilità, tanta forza, un pezzo così difficile...

Poi vennero i discorsi musicali. La Contessa era nervosa; voleva che le

opere si musicassero su libretti in prosa. La poesia era una puerilità.

Perchè misurare il pensiero sopra un metro, contarci le parole, fissarci

le cadenze? Questo era ufficio della musica. Ed anche essa doveva essere

semplice, naturale, senz'artificio; un lungo recitativo, filato,

drammatico. Lì sui due piedi, ridusse in prosa da parodia, la CELESTE

AIDA ed il CIEL O MAR! della Gioconda, e volle che Fausto cantasse le

sue arie così.

Lei aveva fatto la sua parte bene, però; e lui fece bene la sua, come

faceva bene tutto. Aveva quel dono prezioso. Ci mise dell'umorismo.

Poi la Contessa gli strinse la mano per ringraziarlo, e quella stretta

di mano lunga, espressiva, lo fece tremare di gioia.

--Ed ora basta, nevvero, di bandire la poesia? le disse. Ora torniamo

poeti.

--Ma no. La poesia è una convulsione dei nervi, insistè la Contessa, che

li aveva lei i nervi in convulsione, perchè era malcontenta dalla sua

serata.

--Come l'amore allora? disse Fausto.

--Come l'amore.

--E si guarisce anche col chinino?

--Perchè lo domanda? È poeta lei?

--No, sono innamorato, rispose Fausto. Ma lo disse stizzito. Quella

scherma di frasi artifiziose, di paradossi, lo irritava.

Tuttavia la Contessa provò un sussulto al cuore a quella confessione. Ma

le signorine Asting si mordevano le labbra come per reprimere una voglia

di ridere che non avevano, e lei rispose:

--Ah! allora la compiango.

--Perchè? domandò Fausto.

--Perchè è capitato qui dove siamo tutta gente prosaica.

--Non credono all'amore?

--Sì; ci crediamo, come alla febbre; e consigliamo il chinino.

--Io se conoscessi una donna innamorata, le consiglierei le acque di

Recoaro, disse Fausto stizzito.

--Per averla vicina?

--No. Non l'avrei vicina perchè parto domani. Per guarirla dell'amore

come lei.

--La prego di credere che io non ho avuto bisogno di guarire. Non ne ero

malata.

--Mai?

--Mai. Poi ripigliò: Forse, quando mi sono maritata...--Era un modo di

troncare il discorso. L'annuncio di quella partenza l'aveva scossa

tutta. Perchè partiva?

Quella sera si separarono amareggiati, irritati; si strinsero la mano

convulsamente. E nelle lunghe ore d'una notte insonne, la Contessa si

tormentò con pensieri sconfortanti:

«Dunque non l'amava, non l'aveva amata mai dacchè se ne andava così,

senza rivederla, come un estraneo. Era venuto dopo di lei. Non aveva

scritture che lo chiamassero altrove. Se ne andava per andarsene; perchè

ne aveva assai, di Recoaro. La sua presenza non contava per nulla, non

aveva influenza per trattenerlo. O Dio! E lei che s'era montata la

testa!...»

La mattina si alzò dal letto scoraggiata, disillusa, ma calma come una

donna ragionevole. Le faceva male di rinunciare a quell'ultima

illusione. Era l'ultima. Aveva già creduto di non poter averne più. Poi

sul suo orizzonte grigio di madre, di vedova, era apparsa quell'ultima

striscia rosea di crepuscolo, quell'ultimo bagliore di luce,

quell'ultimo saluto di sole.

S'era sentita ravvivare la fantasia, riscaldare il cuore. Ed ora

bisognava rinunciarvi, ritornare al grigio, ritornare alla solitudine

fredda, e alla sua età era per sempre!

Voleva pensare ad altro. A' suoi figli; ad Alfredo che aveva bisogno dei

bagni di mare: ed al suo villino sul lago di Como a cui si dovevano fare

delle riparazioni importanti e costose. Come tutrice de' suoi figli,

queste dovevano essere le sue cure. Ed intanto le tornavano insistenti

al pensiero due versi d'una romanza moderna che aveva cantata tutto

l'inverno senza badarci.

La vita è solitudine

Senz'amor, senza sogni e senza Dei.

Si vestì coll'abito da mattina tutto bianco, che la faceva svelta e

sottile. Poi andò al balcone irritata dalla penombra grigia che

l'avvolgeva, assetata di luce, assetata d'azzurro, e spalancò le gelosie

con un impeto nervoso, mormorando sempre

La vita è solitudine

Senz'amor, senza sogni e senza Dei.

Ma rimase là, colle braccia alzate, colla frase interrotta, paralizzata,

immobile, bianca sul fondo scuro del balcone aperto, come una statua in

una nicchia. Aveva ritrovata la poesia rimpianta, aveva ritrovato il suo

amore, il suo sogno, la sua fede.

Giù nella via, appoggiato al muro di contro al balcone, aveva veduto

Fausto, colla faccia alzata verso di lei, che l'aveva aspettata, che la

guardava fissa co' suoi grandi occhi innamorati.

Quella dichiarazione tanto aspettata, tanto invocata, che nessuna parola

aveva potuto esprimere, che nessuna dimostrazione era valsa ad

affermare, ora era detta, chiara, appassionata, irrevocabile. In quel

momento ogni dubbio scomparve. Tutta la storia del loro cuore si

rivelava in quello sguardo muto. Non si salutarono. Anche il saluto è

una convenzione e loro erano fuori di tutte le convenzioni, di tutte le

regole. Tra un grande artista e una gran dama, quell'amore dal balcone

alla maniera degli studenti, per non essere ridicolo doveva essere

solenne e grande come una vera passione.

Da parte di Fausto era un atto disperato.

Irritato con sè stesso di non poter dire quello che aveva nel cuore,

irritato colla Contessa che non voleva comprenderlo, irritato più che

mai con tutti i terzi e con tutte le soggezioni che si frapponevano tra

loro, in un momento di dispetto si era lasciato sfuggire quella parola:

«Parto domani.» Non era un proposito, non ci aveva pensato, non aveva

risoluto nulla. Ma omai l'aveva detto, e doveva partire per non

suscitare commenti pettegoli. E tuttavia non voleva partire con quella

spina nel cuore; non poteva tollerare quell'incertezza.

Un momento gli era venuta l'idea di scrivere alla Contessa; ma quando

era stato lì per scrivere l'indirizzo di quella signora, di cui non

conosceva neppur il nome, aveva esitato.

E se non l'avesse amato? Se fosse stata un'illusione la sua, e lei

dovesse ridere di lui e della sua lettera? Se realmente non avesse

creduto all'amore come diceva? E ad ogni modo, qualunque emozione le

avesse suscitata nell'animo quella confessione scritta, se s'era

proposta serbare il suo segreto, la lettera non avrebbe giovato a

strapparglielo. E due ore dopo, Fausto l'avrebbe riveduta col solito

sorriso sulle labbra, e se c'era stata una tempesta, non ne avrebbe

saputo nulla. Ed egli voleva saperlo, voleva sorprenderla quella

tempesta che rispondeva in un altro cuore alla tempesta del suo.

Quando mi vedrà, all'alba, fermo in istrada a contemplare la sua

finestra, come un innamorato da romanzo, come un pazzo, non potrà

pigliarlo per un complimento. Dovrà comprendere che l'amo, e confessare

che lo comprende.

E la Contessa non esitò a confessarlo. Rimase affascinata, col cuore

palpitante, cogli occhi fissi negli occhi di lui, bevendo a larghi sorsi

la felicità, in quel lungo silenzio d'amore. Rimase senza misurare il

tempo, senza contare le ore. Dopo la luce rosea dell'alba, venne un

soffione che le ardeva il capo, che la avvolgeva tutta in un'aureola

d'oro, che le infiammava il volto, che strappava raggi e scintille da'

suoi cappelli biondi. E Fausto dimenticava il tempo, la strada, la

gente, non vedeva che lei in quella gloria di luce e d'amore.

E quando dovettero ritirarsi, riportarono nel cuore la gioia intensa

dalla passione corrisposta. Non diffidavano più: erano certi l'uno

dell'altra. La società abusa di tutto, toglie il valore ad ogni cosa. Le

più calde proteste sono complimenti; una stretta di mano forte, lunga,

amorosa, è un saluto; le assiduità più insistenti, sono cortesie. Ma

quella corrispondenza muta di due sguardi, l'eloquente poesia di quel

silenzio, non era registrata fra gli atti regolari della vita, non si

poteva giustificare con un nome profano.

Era il linguaggio della passione.

Più tardi, quando s'incontrarono alla fonte, la Contessa non era più

timida e peritante; colla sicurezza della felicità, si lasciò dietro un

tratto la sua inevitabile tutela, e, per la prima volta, lei e Fausto,

si trovarono liberi di parlarsi senza testimoni. Ma si erano detto tutto

in quel lungo silenzio d'amore, si sentivano d'accordo. Si strinsero la

mano; poi Fausto le offerse il braccio, e si avviarono lentamente

inebbriati e felici, appoggiati l'una all'altro, come dovevano esserlo

per tutta la vita.

Cara Speranza · 第 17 / 22 题