Quella mattina che era uscito solo dalla sua casa, Carlo, dopo aver
dette e ripetute nella chiesa parrocchiale tutte le preghiere che
sapeva, s'avviò per la strada di Circonvallazione, ruminando i suoi
rancori contro la Margherita.
Se avesse potuto non tornar più in casa se non quando ci tornerebbe il
nonno!
Gli avevano detto la sera innanzi che mancavano due giorni a Natale. Si
studiava di calcolare quanto poteva esserci di meno dopo quella notte
trascorsa. Ad ogni modo poteva esser poco; e pensava:
--Appena sarà Natale andrò all'ospedale a prendere il nonno. La monaca
ha detto che il Bambino lo farà guarire. Torneremo a casa insieme,
faremo il nostro pranzo, e saremo contenti come prima.
Ma intanto cominciava ad aver fame, e, malgrado la sua ostilità contro
la Margherita, la buona scodella di polenta che doveva esserci sulla
tavola a quell'ora, lo consigliava a tornare verso casa.
Era appunto in quella perplessità, quando si sentì urtare, e riconobbe
un suo compagno, che aveva frequentata la scuola in novembre, e poi era
scomparso.
--Perchè non vieni più a scuola? domandò Carlo.
--Siamo andati ad abitare fuori di Porta Romana, e vado alle scuole di
laggiù.
Carlo gli narrò i casi suoi, ed il suo desiderio di non restituirsi a
domicilio prima di Natale, per aspettare il nonno.
--Non so dove stare intanto, concluse un po' scoraggiato.
--Vieni a casa mia, propose ospitalmente il compagno. Mio padre lavora
fuori di Milano, e torna a casa soltanto la sera del sabato. Domani sera
verrà perchè è la vigilia di Natale; ma oggi non c'è.
--E la tua mamma? domandò Carlo, a cui la Margherita aveva destato in
cuore una grande paura delle massaie.
--La mia mamma va a servire in città, e sta fuori anche lei tutto il
giorno.
--Ma io ho fame; osservò il piccolo fuggiasco impensierito.
--Quando saremo a casa ti darò metà della mia colazione: poi giocheremo
tutto il giorno, e vedremo passare il _tram_, e andremo alla Certosa di
Chiaravalle, dove si sale sul campanile per una scaletta in aria, che fa
paura, ed è facile cader giù...
Carlo seguì il compagno, sedotto da quella prospettiva; ed i fanciulli
passarono delle buone ore insieme.
Ma quando cominciò a farsi buio, si trovarono imbarazzati. La mamma
stava per tornare, e pare che non fosse molto indulgente, perchè il suo
figliolo si metteva in grave pensiero.
--Se ti vede qui mi sgrida; diceva.
D'altra parte Carlo, dopo essere stato assente tutta la giornata, si
sentiva meno disposto che mai a riaffrontare solo la Margherita: e le
strade buie gli mettevano paura.
A lungo pensare, il suo ospite trovò un ripiego: in fondo al casamento
c'era un piccolo fienile.
--Dormirai nel fieno, disse a Carlo. È bello, sai! Ora ti rimpiatti
lassù; ed appena avrò la mia minestra, salirò anch'io e mangeremo
insieme. La mamma non s'accorgerà di nulla.
La cosa andò benissimo. Carlo s'addormentò, o quasi, prima che il suo
compagno lo lasciasse, e tirò via a dormire fino al mattino. L'altro,
che si divertiva di quella novità d'aver un ospite, e che desiderava di
farlo sgattaiolare prima che il padrone del fienile potesse scoprirlo e
denunciarlo alla sua mamma, era già accanto all'amico quando questi si
destò.
Lo fece scendere subito, e traverso i campi, lo ricondusse sulla strada,
dividendo con lui un pezzo di polenta fredda ed una cipolla, che sua
madre gli aveva dato per colazione. Prima di lasciar Carlo, gli disse:
--Vai sempre dritto: poi volta a destra e troverai l'ospedale. Oggi è la
vigilia di Natale, ti lasceranno entrare. Dacchè il tuo nonno deve
uscire domani, è segno che sta bene, e potrà anche venire con te questa
sera.
Carlo approvò quel facile accomodamento, e s'avviò col cuore leggero.
Ma, appena ebbe passato il dazio, ricominciarono le difficoltà. Quando
doveva voltare a destra? Alla prima contrada? Alla seconda?
Per non sbagliare, voltò alla prima; prese i bastioni, ed arrivò fino a
Porta Venezia. Ma non s'imbattè in nessuna costruzione che gli
ricordasse l'ospedale. Allora entrò in città, e si diede a camminare di
su, di giù, distraendosi a guardare le botteghe, poi ripigliando la sua
strada, poi fermandosi di nuovo.
Forse in quei lunghi giri e rigiri passò anche dinanzi all'ospedale; ma
non lo riconobbe.
Avrebbe voluto domandare a qualcuno dov'era, ma non osava, e camminava
sempre, pensando che finirebbe per arrivarci.
Nelle prime ore del pomeriggio si trovò in piazza Cavour, all'ingresso
dei giardini pubblici. Andò fino al laghetto a vedere le anatre, poi più
in giù alla grande gabbia degli uccelli, poi tornò indietro, e si fermò
allo steccato, in cui s'aggiravano melanconicamente due cervi
freddolosi.
Addossati alle sbarre, parecchi bambini eleganti ben ravvoltolati nelle
pelliccie, porgevano delle chicche ai cervi, mentre le bambinaie
discorrevano coi loro conoscenti.
Un bambinello tutto vestito di bianco, che si reggeva appena, non
riesciva, per quanto allungasse il braccino minuscolo, ad attirare
l'attenzione d'un cervo sul suo pezzo di chicca. Carlo aveva fame, prese
pian piano dalla manina del bimbo quel dono trascurato dall'animale, e
si pose a mangiarlo.
L'infante rimase stupefatto a guardarlo coi ditini stesi nel suo guanto
bianco; aperse la bocca come per piangere; poi gli venne un'idea più
amena. Prese il resto della chicca che aveva nell'altra mano, e cominciò
a mangiare anche lui, sorridendo a Carlo con aria d'intelligenza.
Più tardi cominciò a cadere un nevischio gelido; scese la nebbia. Carlo
aveva ripreso ad errare per le contrade, ma il freddo gli penetrava
nelle ossa.
Avvezzo dal nonno a tutte le agiatezze, quell'umidità che gli gelava i
panni addosso, gli dava noia.
Si trovava in piazza del Duomo. Pensò che quel giorno non aveva pregato,
e che per questo non gli riusciva di trovar l'ospedale.
Entrò in chiesa.
Era un po' assonnato; non si rendeva ben conto di quanto farebbe dopo.
S'andò a rannicchiare in un angolo buio, nell'ultima cappella a sinistra
che era in riparazione. C'erano ponti da tutti i lati, travi, tele
distese, materiali da lavoro. Ma in quell'ora i lavori erano sospesi, ed
il fanciullo si trovò isolato nella massima tranquillità.
L'atmosfera interna era tepida; regnava una penombra scura, ma, lungo le
navate, un rumore incessante di passi, faceva sentire che c'era molta
gente in chiesa, e rassicurava il bambino. Da lontano, nel coro, s'udiva
un salmeggiare monotono che conciliava il sonno.
Carlo, stanco, assiderato, non potè sostenere a lungo l'attenzione alla
preghiera; chinò il capo verso la parete, e s'addormentò.
Fu risvegliato molte ore dopo, da una molestia allo stomaco. Non era un
dolore. Era uno stiramento, una nausea. Aveva fame.
Chiamò due o tre volte il nonno; era il nome che gli veniva alle labbra
ogni giorno al primo destarsi, dacchè sapeva parlare. Ma non udì la
buona voce del vecchio, e si ricordò vagamente la sua storia dolorosa.
Stese le braccia, e sentì che non era in letto. Si rizzò ingranchito,
confuso; fece alcuni passi, ed urtò negli attrezzi degli operai che
ingombravano la cappella. Non sapeva più dove fosse.
Si pose a camminare a tentoni nell'oscurità, urtando ad ogni tratto,
scansando un intoppo, impigliandosi in un altro; tremava tutto;
piagnucolava, ancora istupidito dal sonno. Finalmente non incontrò più
ostacoli, non trovò più appoggio da nessun lato, si sentì solo,
smarrito, nelle tenebre infinite, nel silenzio pauroso.
Atterrito cominciò a chiamare strillando; e le vôlte immense ripeterono
le sue grida con un suono cavernoso, che veniva da lontano, si
ripercoteva, si frangeva, si prolungava, e moriva lentamente nel buio e
nel silenzio di tomba. Allora la paura invase la mente del fanciullo
come un delirio. Egli si pose a correre nell'oscurità, urlando,
strillando, disperato, pazzo di terrore.