sentenziarla losca, doppia e peggio, non importava questo epistolario.
Volevano il loro granduca e i tedeschi, e li fecero tornare in modo
da non poter nascondere, come avrebbero voluto, le loro simpatie.
L’avvocatuccio livornese inceppava l’opera e d’altra parte offendeva
l’amor proprio magnatizio dei nobiloni fiorentini: l’avvocatuccio fu
quindi soppresso. Tornato il granduca, bisognava dimostrare che la sua
fuga era stata giustificata dal pericolo, e si processò l’avvocatuccio
livornese. Ma non si trovò terreno molle. L’avvocato non era tale
per nulla, e si difese ed offese e strappò maschere e sbugiardò chi
lo accusava. Il conto non fu fatto bene, e chi salì la gogna non fu
l’accusato. Regnando il granduca, si poteva far tacere i pettegoli che
ciarlavano delle birberie passate e credere che i posteri si potessero
accontentare delle biliose menzogne del Gualterio battezzate per
storia. Ma venne il giorno in cui si potè parlare, venne il tempo in
cui si potè sfondare il muro di ferro e di ghiaccio che i conservatori
avevano costruito intorno alla verità, ed oggi oramai ognuno sarà
retribuito secondo le sue opere.
Che cosa non è stato detto del Guerrazzi? Segno di amore indomito e
d’odio inestinguibile, nessun adulazione nessuna calunnia gli furono
risparmiate. Il suo nemico peggiore, il suo detrattore più accanito e
crudele fu la setta moderata: non quella d’oggi, non quella italiana
che oggi platoneggia nelle associazioni costituzionali, ma quella che
provocò le restaurazioni, anzi specialmente quella toscana che mal
coprì il clericalismo taccagno con una ostentazione di scetticismo
macchiavellico spesso ridicolo e sempre maligno. A che cosa, in linea
politica, siano ridotte le classi dirigenti la Toscana e specialmente
a Firenze si vede pur troppo; e non ci vuoi molto a capire che quelle
morbose condizioni derivano appunto dall’indirizzo dato alla coscienza
politica del loro paese da questi moderati dalla coscienza elastica,
i quali per un vantaggio finanziario promesso alla loro città mutano
partito così facilmente come si muta vestito. Contro quei moderatucoli
imbevuti delle comode dottrine degli Scolopi, contro quei machiavellini
minuscoli che suscitarono una Vandea piccolina per restaurare i
lorenesi, combattè duramente il Guerrazzi e ne ricevè calunnie,
persecuzioni, prigionia, processi, esilio. E più tardi, nel 1861, nel
proemio alla sua difesa, il Guerrazzi gridava così:
«La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non
piegherà se prima gli eventi non l’acciuffino pel collo. Frattanto ella
ride, perchè a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca
degli stolti, e sè e la patria conduce al verde. Quando di passo in
passo, sua mercè, verrà precipitata alle condizioni in cui si trovò la
Francia nel secolo scorso, che farà ella? Come i fanciulli e le femmine
strillerà accusando uomini e Dei, sè perfidiosa scolpando, e speculando
il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.
«La setta, perduta l’Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla
dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi,
tenere l’ufficio di zecchiere dove non si coniano più le monete ed
i sopracciò agli studi dove non s’insegna nulla. Signore! barattaci
la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici
per giunta l’ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certo io
comprendo che la passione qui vince l’intelletto, ma io mi agito e
smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all’abisso.
La empia setta rovesciò nelle anime la maledizione della stupidità, nei
corpi la peste dell’inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, sè ad
altri avvelena coll’erba _sardoa_, donde la morte per riso sardonico.»
Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle
opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l’odio che
scorreva tra l’illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi
trascese nel giudizio e nell’invettiva in certi momenti di profonda
irritazione, ma non può negarsi che in somma non abbia dette di gran
verità.
Assodato così questo cardine dell’esistenza politica del Guerrazzi
dopo la restaurazione, colla scorta dell’epistolario si può studiare
il periodo d’incubazione di questa _rabies_ contro i moderati. Si può
vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l’indignazione
abbia scaldato l’arte. E se non vi dispiace, un’altra volta lo vedremo
assieme.
UOMINI E TEMPI
Uomini e tempi fu il titolo di un opuscolo che il deputato Giovanni
Bovio stampò alcuni mesi sono e che ora ristampa riveduto, ampliato
e diventato volume presso il Zanichelli di Bologna. Lasciamo a parte
la politica, della quale è inteso che chi si occupa di lettere non
deve parlar mai. Un ministro, amico mio, tutte le volte che tentavo
di mettere il discorso sulla politica m’interrompeva dicendo: _Fa’
dei sonetti!_ Ma che diavolo è dunque questa politica, alla quale non
debbono scendere nè le muse belle nè le brutte? È così sozza materia
da lordare i loro candidi calzari? Veramente oggi non è difficile
persuadersene.
Per fortuna il Bovio parla anche del linguaggio, dell’istruzione e
dell’arte. Si può dunque parlare del suo libro.
L’ipocrisia del linguaggio è diventata una buona qualità nell’oratore
parlamentare. Non solo certe idee, ma certe parole fanno sorridere
a Montecitorio. Si è trovato un nome che bolla tutte le nobili
aspirazioni, tutte le frasi calde, tutte le parole proprie, e se un
oratore accenna di allontanarsi dalle meschine considerazioni dei
_gruppi_ o dalla disciplina imposta dai capi papabili, gli si grida
dietro _retorica_! Parlare dei problemi che fanno paura, ricordarsi che
fuori dell’aula c’è qualcheduno o qualche cosa, è _retorica_. Tutta una
storia di generoso patriottismo è derisa coll’_elmo di Scipio_, forse
perchè l’autore dell’_elmo di Scipio_ è morto per la patria e non per
i _gruppi_. Un discorso di Mirabeau, il celebre grido _Catilina è alle
porte_, farebbe ridere gli onorevoli, anche se il cardinale Ruffo,
Mammone e Frà Diavolo fossero a porta San Giovanni.
Siamo giunti a questo, che in Parlamento la parola _patria_ provoca
l’_ilarità_. Bisogna dire _il paese_. Appena la Corona può permettersi
la parola _popolo_. Un deputato che la dicesse, richiamerebbe in mente
il _popppolo_ dei giornali umoristici. Perchè la Camera non scrosci di
risa, bisogna dire: _i contribuenti_.
Dolersi dove duole il basto, dire che ci sono degli affamati,
è retorica. Predicare la dispensa di minestre, far ballare le
donnine scollate a beneficio di qualche Comitato, è _filantropia_,
_generosità_, ecc. Così il dolore è retorica e lo scherno opera santa.
Questo non dice il Bovio, ma nota benissimo le applicazioni
ipocrite che si fecero delle parole repubblicanismo, socialismo,
internazionalismo, serietà, piazza, impopolarità, moderazione, ed
altre, che potrebbero fare un bel dizionario ad uso dell’oratore
parlamentare. E l’istruzione si è informata anch’essa a questa
artificiosità, che è il peccato originale delle istituzioni basate
sopra l’equivoco; e come prima era compito dei filosofi ufficiali
l’annacquare generosamente le teorie giobertiane, tanto che ispirassero
ai discepoli una noia ed una ripulsione salutare così poi si annacquò
ufficialmente l’hegelianismo, ed ora in tutte le scuole si cerca di
infondere nelle dottrine positive quel tanto di chiare, fresche e
dolci acque metafisiche che bastino a rendere Littrè e Darwin innocui
alle istituzioni ed alla santa religione cattolica. Non per nulla i
quattro quinti dei nostri professori di filosofia sono preti spretati,
frati sfratati od altri simili esempi di caratteri inflessibili e di
convinzioni profonde.
E l’arte? Si vede chiaro che il Bovio deplora quel che oggi si chiama
_verismo_, ma, più tranquillo nella sua fede filosofica che molti
nelle loro teologie letterarie, se lo spiega e ne intende la odierna
necessità. Pel Bovio non c’è solo una filosofia della storia, ma anche
una filosofia della storia letteraria, e nell’una e nell’altra egli
vede leggi certe che reggono le evoluzioni del pensiero e delle sue
forme artistiche. Più acuto osservatore e ragionatore di molti critici
di mestiere, egli ha inteso bene che la fortuna dell’_Assomoir_ è
un fatto da tenersi a calcolo e non da giudicare con indifferenza
allegando i soliti luoghi comuni della corruzione del gusto, della
imbecillità pecorile dei lettori tirati dallo scandalo.
È la critica storica dei clericali, che non sa dire altro che
_pervertimento_ e fulminare scomuniche, mentre il mondo va per la sua
strada fatale. Dice il Bovio:—Chiaro è dunque che chi resta indietro
maledica e chi va innanzi non curi; così muovesi la storia perchè così
va il pensiero—e dice benissimo.
L’arte è sempre quale la domanda la società, e se questa è corrotta,
lo è anche quella. I popoli hanno l’arte che si meritano: gli artisti
non ci hanno colpa.
Certo può accadere, ed accade, che un’anima sdegnosa passi attraverso
una folla briaca; ma le sue parole ed i suoi libri non fanno passare
l’ubbriachezza a nessuno. La Divina Commedia non ebbe alcun effetto sul
suo tempo, come Cassandra non convertì nessuno. Anzi si potrebbe dire
che non ci fu anima sdegnosa che si opponesse al male di tutti, che un
poco di quel male non guadagnasse anche lei; tanto difficile sottrarsi
alle necessità del proprio tempo. Dante potè ben flagellare il cieco
partigianismo dei suoi concittadini, ma non potè a meno di essere un
caldo partigiano, come molti nemici del verismo finiscono col tingersi
nella nostra pece.
Il filosofo giudica e prevede, ma non può ritardare un momento la
fatalità che ci trascina tutti.
L’ipocrisia del linguaggio e della istruzione, la veggente forza del
verismo avranno la loro catastrofe necessaria; ma non i filosofi, o i
poeti, o le leggi potranno dominarla.
Le premesse del sillogismo sono poste, e la conclusione non può essere
cambiata da forza o da ingegno umano. Sarà quello che deve essere.
Nel libro del Bovio la soluzione si travede, ma gli uomini che odiano
la retorica sorrideranno. Sono uomini troppo pratici per credere quel
che loro non torna conto.
DI UN GIORNALE ANNUO
Veramente se _giornale_ vien da giorno, sbagliano gli editori che
stampano, per esempio, _giornale settimanale_; e il periodico che esce
alla luce una volta all’anno dovrebbe dirsi _annuario_. Ma oramai
_annuario_ ha assunto un significato così determinato di volume dove
sono inscritti i fatti accaduti nell’anno, scientifici, statistico,
ecc.; e d’altra parte la parola _giornale_ ha preso nell’uso comune un
significato tanto largo, che non c’è nulla da dire sopra un _giornale_
che esce una volta all’anno.
Questo, di cui parliamo, è un giornale monarchico-costituzionale che
deve uscire alla luce tutti gli anni nel giorno dello Statuto, a
maggior gloria ed onore di tutti i suoi articoli, anche del primo;
e s’intitola _Italia e Casa Savoia_. Chi proprio volesse dire che
l’editore Zanichelli con quel fascicoletto annuo convertirà molti alla
fede ortodossa dello Statuto, direbbe certo uno sproposito. È inutile:
la coccarda azzurra che lo Statuto dichiara nazionale, non la porteremo
più. E nemmeno da un periodo che porta quel titolo bisogna aspettarsi
più di quel che promette, in riga di opinioni. È troppo facile capire
che non è suo compito sostenere il suffragio universale.
Eppure, poichè bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande;
quello cioè di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in
quelle scimunite cortigianerìe che ad altri avrebbero fatto compilare
un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al
bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica
e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o
riprodotti dall’autografo; quindi è bene che se ne possa trarre una
utilità non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla
canonizzazione di una Carta male interpretata e peggio eseguita,
servono invece ad impinguare l’archivio storico-nazionale.
Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante,
contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli
autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la
serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia,
diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c’era sangue di casa
Savoia, non c’era nulla d’italiano, e finì anzi col diventare francese
affatto d’anima e di sensi, anche contro l’interesse della famiglia
dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, benchè fosse
madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza
ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le
sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di
peculato che mandò il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il
tradimento del conestabile di Borbone, così dannoso alla Francia, si
deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L’amore
sviscerato che portò piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da
lei, che alla felicità dei figli, non basta ad assolverla.
Miglior figura è il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la
firma a’ piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di
Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia.
Questa almeno è faccia d’uomo, e d’uomo forte; questo almeno è un
carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe
vinto un vecchio condottiero, cioè per interesse e non per fede, non
poteva essere il modello de’ principi, se pure per costoro c’è modello
diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei può
dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota
teorica che, bene applicata, riuscì ad imbandire il carciofo intero
alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominciò
ad avere influenza sull’Italia e ad agognare quegli ingrandimenti
successivi che lo condussero al trionfo. E quel che più vale, almeno
la lettera di questo soldato di ventura è umana più di quelle di molti
principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.
Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sognò, a profitto proprio,
l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma la santa parola non fu udita in
questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non
avevano più orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un
principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma
l’Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva
insegnato la storia di _messire Renart_ e delle sue astuzie, ed ella se
ne ricordava troppo bene.
Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte
di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della
bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma.
Nessun compiacente biografo l’ha potuta, non che scolpare, scusare. Con
lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta
insensata e testarda.
La sua memoria è ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si
conserva l’originale dell’importante lettera riprodotta nel periodico
di cui parliamo.
Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue
con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria.
Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di
complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del
quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l’autografo più
curioso di tutta la raccolta è forse quello di Eugenio di Savoia.
Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed è peccato
che l’ingegno suo fosse al servizio di casa d’Austria. Parve che non
avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosi _Eugenio von
Savoje_. Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza
di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il
suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll’essere
un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi XIV, che
a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sentì chiedere servizio
nell’esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo
trovò contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo
tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per
capire.
Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna,
e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne
non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la
curiosità, null’altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.
La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l’invasione di
alcuni croati ubriachi entro i confini, è già conosciuta. L’ufficiale
austriaco è accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non
sapremo se un po’ dello stesso peccato non guasti la lettera.
Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna
del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare
la grammatica degli altissimi scritti. Ce n’era bisogno, a quanto pare.
Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone III a Vittorio
Emanuele.
Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione
è utile assai per la storia e fatta bene. Di più offre il campo a
molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto,
quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell’altezza che
era follia sperare: cioè la pieghevolezza pensata e misurata in tutto
quel che riguarda la sovranità ed i suoi diritti, purchè giovi alla
dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo
l’autorità suprema che non tengono in alto de’ loro pensieri e che non
tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel
che perdono nella sovranità.
Così Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli
storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, là dove Pio
IX scappa a Gaeta. Così Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si
ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A
questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce
il suffragio universale, là dove Luigi XVI, convinto della sua sacra
autorità, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.
Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano
fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto
i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare
burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla
quale certuni preferiscono l’immobilità ed il domma.
NOTERELLE D’UNO DEI MILLE
Non si scrivono più epopee, ma per fortuna se ne fanno ancora; e
l’impresa dei _Mille_ non ha nulla da invidiare alla conquista del
Lazio od al trionfo delle _armi pietose_.
Il povero Nievo, che doveva narrarci la gloriosa storia, naufragò
miseramente, e tra i _Mille_, se non erro, di veramente artista non
c’era che lui. Ma ecco un piccolo libro che sotto il modesto titolo
di _noterelle_ ci conduce dalla spiaggia di Quarto alle barricate
di Palermo; ecco un documento, personale se volete, ma autentico e
ben redatto, di un momento storico intorno al quale i posteri nostri
cercheranno avidamente testimonianze che spetta a noi lasciare
incontestate, sicure, provate.
Chi scrive, cerca di farlo senza cadere nel sospetto di volgare
_réclame_; ma questa volta non può fare a meno si sospetti quel che
si vuole, di raccomandare le _Noterelle di uno dei Mille, edite
dopo vent’anni da G. C. Abba_ e stampate a Bologna or ora da Nicola
Zanichelli. E’ un bel libro; e la certezza che i lettori saranno tutti
dello stesso parere, mette in pace la coscienza di chi raccomanda
e loda. Così capitassero spesso le occasioni di lodare senza esser
sospettato!
Non è storia, ma un libro di memorie personali, intime, scritte
veramente da uno dei _Mille_. La storia ufficiale, diplomatica o
militare, oramai la conosciamo; quel che ci mancava era appunto la
storia intima che il Dumas aveva romanticamente gonfiato, il diario
del campo, l’impressione del volontario che segue il capitano senza
saper dove si vada e galoppa alla carica ignorando se eseguisca un
assalto o protegga una ritirata. Volevamo sapere gli affetti ed i
pensieri di quella gagliarda gioventù italiana, che pur nata sotto
leggi oppressive e corruttrici, si svegliò un bel mattino in piena
guerra d’indipendenza e seppe trovare in sè il patriottismo e l’energia
necessaria per scuotere il torpore insegnato e incoraggiato, prender
l’armi lasciando ogni cosa più caramente diletta, gettarsi nelle
battaglie della patria. I fatti li conoscevamo; dobbiamo ora conoscere
gli uomini che compirono i fatti.
Partono in diciassette da Parma, di nascosto, come se andassero a
commettere un delitto, e vanno forse a morire per una santa idea.
Sembra che il mistero delle congiure sia necessario per dare il sangue
alla patria; sembra che la notte non sia abbastanza oscura per compiere
un atto di eroica generosità. E quel ch’è peggio, tutti conoscono il
segreto della congiura, tutti gli occhi ne parlano, tutti i gesti lo
tradiscono; ma la ipocrisia che governa vuol che se non è segreto,
almeno paia. Se la cosa va bene, si dirà che non solo il mistero era
conosciuto, ma che fu sottomano promosso od aiutato; se la cosa va
male, si rinnegheranno i filibustieri, e il capitano dell’impresa
andrà in carcere al Varignano un po’ prima del tempo. Poichè i _Mille_
partono sapendo che la loro ricompensa sarà soltanto nella coscienza di
un sacrificio tranquillamente compito, è ben giusto che il sacrificio
profitti a qualcheduno. Anche questa è la teoria del carciofo.
«Biancheggiava una casina di là da un gran cancello in un bosco oscuro,
nella cui profondità, pei viali, si movevano uomini affaccendati.
Dinnanzi sulla strada che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un
bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Ecco!
No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che
scendeva al mare o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci
la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui.
«Attraversò la strada, e per un vano del muricciolo, rimpetto al
cancello della villa, seguito da pochi discese franco giù per gli
scogli. Allora cominciarono i commiati... La barca sulla quale mi toccò
montare, dondolava straccarica. I barcaioli, per farci stare che non
si capovolgesse, ci pregavano di guardare verso Genova le luci verdi
e rosse che splendevano nella notte, come se fossimo bambini. Verso
le undici, da una barca già in alto, udimmo una voce limpida e bella
chiamare: «La Masa!» e un’altra voce rispondere: «Generale!» Poi non
s’udì più nulla.
«Intanto le ore passavano; eravamo cullati dall’onda e mi addormentai.
All’alba fui destato e vidi due navi maestose, lì ferme dinnanzi a
noi. Tutte le barche furono spinte verso quelle. Mi volsi addietro.
Genova e la riviera apparivano laggiù incerte, in un velo vaporoso: ma
i miei monti esultavano alti e puri dominando la scena. Una brezzolina
increspava le acque: sulle navi si faceva un gran vociare; era una
tempesta di chiamate, di apostrofi ed anche di sagrati che lasciavano
il segno nell’aria come le saette. Fu una mezz’ora di gran furia a chi
facesse più presto ad imbarcarsi, e anch’io potei finalmente agguantare
una gomena e salire».
La storia dice tutto questo con una frase sola:—Garibaldi e mille
volontari s’imbarcarono a Quarto per la Sicilia nella notte del 5
maggio 1860.—Lo storico più diffuso potrà aggiungere che il 5 maggio
è l’anniversario della morte di Napoleone primo e ricordare l’inno
del Manzoni; ma in verità non è da dolersi che sopra le aride date
della storia vengano a sovrapporsi queste impressioni dal vero, queste
testimonianze _de visu_ le quali ci fanno assistere alla scena,
solenne, ci dicono tutto il dramma della partenza per l’ignoto, pel
martirio forse. Così si comprende meglio il sacrificio eroico di coloro
che furono poi compensati con cento lire al mese, lorde dalla ricchezza
mobile, in pagamento adeguato dell’aver dato al Re di Sardegna la
corona di Italia.
«M’ero fitto in mente che questo capitano del _Lombardo_ fosse un
francese. L’aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo
che in sè ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta
sul castello come se schiacciasse un nemico. L’occhio fulmina da per
tutto: si vede che sa far tutto da sè. Fosse in mezzo all’oceano,
abbandonato su questa nave, egli solo basterebbe a cavarsela. Il suo
profilo taglia, come una sciabola: se aggrotta le ciglia, uno cerca di
farsi piccino: visto di fronte, non si regge al suo sguardo. Eppure
a tratti gli si esprime in faccia una grande bontà. Che capriccio fu
quello di chiamarlo Nino?—_Bixio!_ Ecco il nome che gli sta: almeno
rende qualcosa, come un guizzo di folgore...