cadde sotto il peso dei propri peccati. Allora le risa diventarono
amarissime. Anzi, secondo il sofisma _post hoc ergo propter hoc_, ci
fu un momento che il povero Zini fu ritenuto quasi il solo autore
del brutto capitombolo del partito. Si volle fino far sospettare con
frasi a doppio taglio che lo Zini fosse al servizio dei vincitori, o
almeno che il libro fosse quasi un’offerta che lo scrittore facesse ai
nuovi governanti, come chi dicesse:—Sarò con voi, e se ne dubitaste
per cagione del mio passato, ecco qui un libro che mi compromette e
che mi sforza d’ora in avanti ad essere vostro istrumento.—E dietro
questa insinuazione venivano i commenti e le qualifiche appena velate
di fedifrago, di traditore, di pelle venduta e peggio. Tutto questo
maliziosamente e calunniosamente, poichè non ci voleva molto a capire
che se appunto la pubblicazione del libro fu sincrona alla caduta
della destra, evidentemente il libro doveva essere stato scritto
prima, cioè quando la destra imperava onnipossente. Non si scrivono in
quarantott’ore duecento pagine di riflessioni gravi e con uno stile
che ha appunto il difetto d’esser troppo limato.
Eppure anche a destra dovevano sapere che lo Zini può esser quello
che si vuole, ma è anche certo un galantuomo. Eppure l’accettare che
egli fece dal nuovo governo un posto di combattimento come quello
della prefettura di Palermo, doveva indicare che non si era venduto
per un canonicato. Ma nessuno volle pensare a questo, e le satire e le
insinuazioni seguitarono ad amareggiare il degno galantuomo, durante
quattr’anni.
Quand’ecco Nicola Zanichelli a Bologna stampa un nuovo volume di Luigi
Zini, _Dei criteri e dei modi di governo della sinistra nel regno
d’Italia_. Ed ecco la scena mutata.
Lo Zini ridiventa un galantuomo a destra, e a sinistra, se non
dubiteranno della sua onestà, metteranno in dubbio senza fallo il suo
intelletto. Le barzellette mediocri sopra lo stile dello scrittore
passano belle e fatte dai giornali di destra a quelli di sinistra; e i
fatti vergognosi ed autentici, raccolti nel primo libro dai sinistri a
vituperio dei destri, hanno un esatto riscontro nei fatti che i destri
raccolgono nel secondo libro a vituperio dei sinistri. La sinistra col
libro dello Zini in mano aveva già provato l’immoralità della destra;
ora la destra prova l’immoralità della sinistra. Due fanno il paio.
_Amen_.
E infatti c’è qualche cosa che fa riflettere, in questo bilancio di
fatti politicamente immorali e incontestati. Si può riflettere che sono
cambiate le persone, che sono saliti al potere uomini sulla moralità
dei quali sarebbe sacrilegio il fare la più innocente restrizione, e
che tuttavia il putrido c’è sempre in Danimarca, anzi tutti i giorni
cresce e rode questo povero corpo anemico della nazione. Ma se non sono
gli uomini, che cosa sarà dunque? Le leggi no, poichè sono là scritte e
nessuna sancisce le iniquità commesse a destra ed a sinistra. Che cosa
è dunque?... Si potrebbe dire il _sistema_, se prendersela col sistema
non fosse ora stimato per _retorica_.
Certo lo Zini non va fino dove noi potremmo andare; ma egli almeno,
quasi risposta alle indegne insinuazioni mosse sul conto suo, ha fatto
vedere d’essere critico imparziale così delle magagne dritte che delle
mancine: e questa volta è da credere che non lo accuseranno di aver
venduto la pelle al trionfatori. E neppure gli si può rimproverare un
voltafaccia od una contraddizione, poichè egli non ritira nessuno de’
biasimi fatti alla destra, anzi esplicitamente li conferma. A questo
modo i suoi due libri rimangono espressione fedele delle impressioni di
un galantuomo entrato suo malgrado dietro le scene del governo. Via,
mettete pure in canzonella i periodi togati e le parole antiquate
dello Zini, storcetevi pure tutti sotto le scottature, ma confessate
che i suoi due libri sono forse di una persona troppo ingenua, ma
altrettanto onesta.
Ingenua; poichè lo Zini è rimasto amaramente colpito dall’aspetto
del male, ma, visto che non poteva assolutamente indicare le persone
colpevoli, perchè in dolo non ce n’è nessuna, non ha saputo più
dove batter la testa e quasi incolperebbe di ogni cosa la divina
provvidenza. Eppure era facile vedere che c’è una fatalità superiore
che trascina certi ordini alla rovina. _Fata volentem ducunt, nolentem
trahunt_, diceva quello; e noi vediamo coi nostri occhi stessi come e
dove siano trascinati i nolenti.
Così è. Dall’equivoco dato come base, non può venire il giusto come
corollario; e noi brancoliamo nell’equivoco perpetuo e inevitabile, noi
che diciamo di avere per diritto primo il diritto plebiscitario e non
abbiamo che un suffragio ristretto; noi che abbiamo, nella raccolta
delle leggi, decreti firmati da re Carlo Alberto e controfirmati dal
Desambrois, che accettano l’annessione della clausola _sine qua non_
della Costituente, e siamo stimati cattivi cittadini e nemici sfidati
del presente disordine di cose se parliamo di Costituente.
L’equivoco è dappertutto: nella Camera dei deputati, dove gli eletti
si dicono rappresentanti della nazione e non lo sono, nel Senato,
dove i senatori, che dovrebbero esser nominati dal re, sono informati
dai ministri a seconda del bisogno che c’è d’approvare una legge; nel
Consiglio di Stato, dove si sa che i ministri passan sopra i consigli;
nella magistratura, dove si protesta il diritto di inamovibilità come
garanzia di indipendenza, per tramutare poi il magistrato che non
è comodo durante le elezioni; nell’esercito, che viene ogni giorno
ammonito a non s’interessare di politica, mentre poi si stimolano i
generali a dei piccoli pronunciamenti contro certi ministeri lodandoli
se non vi accettano portafogli. Equivoco dappertutto: in alto, in
basso, disopra e disotto, fino in questi artificiali terrori dello
spettro rosso che servono ottimamente a sviare l’attenzione dallo
spettro nero. E in questo regno dell’equivoco, in questa caricatura
di machiavellismo, in questo alternarsi di piccoli espedienti
contraddittorii, in questo mentire e smentire di tutti i giorni per
vent’anni, pur di tenere a galla qualche ora di più la barcaccia che
affonda, come volete trovare, o ingenui galantuomini, la immutabilità
del diritto, il rispetto profondo alla legge, la rettezza dei modi e
dei criteri di governo?
Il male c’è, ma non è nelle persone. Si potrebbe dire dov’è, se il
prendersela col _sistema_ non fosse ora stimato _retorica_.
IL LIBRO DI BORDO
Il buscherìo elettorale ha impedito senza dubbio ai giornali di
accorgersi che il quarto volume del _libro di bordo_ di Alfonso Karr è
importante anche come storia politica. L’autore parla della repubblica
del 1848 e un po’ del colpo di Stato.
Il Karr è ricco di spirito di buona lega ed è anche quel che gl’Inglesi
chiamano _an excentric man_. Le sue _Guêpes_, che non ebbero e non
potevano avere alcuna grande influenza politica, ottennero però quel
che i giornaloni ispirati dagli uomini importanti non cercarono mai di
ottenere; cioè l’abolizione di certi abusi grandi e piccini esercitati
dai banchieri e dai mercanti a spese del popolo. Valga per tutti
l’esempio delle ferrovie. In Francia, una volta, la terza classe era
scoperta, e i disgraziati rei di non avere i denari necessari per
passare alla classe superiore, soffrivano il sole d’agosto e la neve di
gennaio, a maggior gloria dei banchieri della società. Il Karr tanto
disse e tanto fece nel suo giornale, che le carrozze di terza classe
furono coperte. Non è più meritoria l’influenza esercitata contro un
abuso, che in favore di un candidato o di un prefetto?
Il Karr fu ed è buon repubblicano: ma di un repubblicanesimo
conservatore mescolato ad opinioni ed antipatie personali che lo
staccano affatto dai correligionari e lo conducono a far parte da sè
stesso. Il sentimentalismo politico del Lamartine sembra ancora il suo
sogno, ed il suo odio contro coloro che non sono repubblicani, anche
nei costumi, lo fa uscire in giudizi ed in paragoni giustissimi. Queste
parole, che egli scriveva, nel 1848, si possono utilmente rileggere
anche oggi.
«Chi è quest’uomo dal viso superbo, dalla parola secca, e che non vi
guarda mai in faccia? È un repubblicano. Ma gli si parla facilmente?
È egli benigno e conciliante? No! e dobbiamo confessare questo suo
difetto; è fiero e non soffre un’opinione opposta alla sua. Almeno ama
il povero e l’operaio? Non va con loro e non ha occasione di parlare
con nessuno di loro; ma sarebbe ingiustizia rimproverarlo a lui, che
nella sua stessa famiglia non permette un’opinione od un pensiero
che egli non abbia prescritto. Cerca, ama, aiuta gli uomini più
intelligenti e capaci? No, poichè non gli piacciono le superiorità;
pensa che basti la sua e gli piacciono meglio la docilità e l’ossequio.
Ma perchè queste domande? Perchè m’han detto che è repubblicano.
«Oh, di questo non si può dubitare! Lo è sempre stato; sotto la
restaurazione, come sotto Luigi Filippo!
«Ebbene, io vi dico invece, che costui non è repubblicano. Che! Per
aver detto dieci, venti, trenta anni addietro.—Io sono repubblicano—e
non esserci creduto obbligato a qualche cosa di meglio, uno si crede
repubblicano e gli imbecilli gridano: Egli è repubblicano; repubblicano
della vecchia razza! Che direste di uno che scrivesse a lettere
d’oro sulla sua bottega: Fornaio, e che non avesse pane in bottega,
ma balocchi, gingilli e conterìe? E se lì vicino fosse aperta una
bottega senza insegna, ma dalla quale uscisse un buon odore di pane
fresco e ben cotto, steso sui banchi a profusione, seguitereste voi
a correre dal primo? Io vi dico in verità, colui non è repubblicano.
La repubblica obbliga. Costui ha trovato i posti occupati nelle altre
aristocrazie che non l’avrebbero voluto. Egli è un aristocratico senza
impiego che si è fatto repubblicano, e che è aristocratico nella
repubblica. Vi basta che un liquido sia rosso per dirlo vino? Allora,
peggio per voi: bevetelo, e se non ha nè profumo, nè sapore, se non vi
da forza, se è una bevanda insipida e malsana, peggio per voi».
Parole più vere del Vangelo, poichè si può provare che le repubbliche
sono quasi sempre perdute dalla aristocrazia prepotente dei triumvirati
e dei direttorii. Quando un presidente ha una corte per sè e per la
presidentessa, il re è vicino. Enrico V era più vicino alla Francia
durante la presidenza Mac-Mahon che durante la presidenza Grévy.
Dopo la rivoluzione del 1848, a detta del Karr, c’erano in Francia
molti vecchi repubblicani che di repubblicano non avevano che il
nome, mentre molti repubblicani nuovi ne avevano la qualità. Certo
gli avvenimenti regolano le opinioni delle maggioranze, e molti che
oggi sono convinti unitari e fieri monarchici non cominciarono ad
esserlo che nel 1859. Così se domani il popolo italiano si convincesse
che la sua salute sta nella repubblica e nella federazione, molti
diverrebbero repubblicani convinti e federalisti accaniti. Questo
dipende dal non essere le forme di governo cose assolutamente buone o
assolutamente cattive, ma più o meno adatte a soddisfare gl’interessi
dei più, secondo esigono i bisogni che cambiano spesso. Non v’ha dubbio
che in questi casi molte conversioni sono figlie dell’ipocrisia,
dell’ambizione o della paura; ma questo non toglie che l’esser
repubblicano dalla nascita voglia dire esser buon repubblicano.
Alcune righe del Karr sembrano scritte apposta pei nostri progressisti
saliti al potere dopo quella che fu detta rivoluzione parlamentare.
«Speriamo che questa non sarà soltanto una rivoluzione politica, ma
altresì sociale; cioè che non consista soltanto nel mandare a casa
cento impipati grassi per nominare cento di magri che ingrasseranno
alla loro volta a nostre spese. Speriamo che abbia una influenza
sui costumi e che distruggerà il funesto effetto della massima così
profondamente immorale del Guizot: Arricchitevi.» Ma purtroppo è
inutile sperare: l’affarismo santificato dal Guizot noi l’abbiamo
portato tanto tanto in alto, che presto ci cadrà addosso. Chi morrà
sotto le rovine è facile prevederlo.
Il libro del Karr, che non è in fondo che una autobiografia
aneddotica, non parla di politica che per incidente. Il più ed il
meglio riguarda le relazioni dell’autore coi più illustri letterati
francesi contemporanei, e diventerà un giorno una sorgente inesausta di
curiosità biografiche. Quel che può interessare noi italiani, in questo
volume, sta nelle battaglie tra il Karr e la signora Solms, vedova
Rattazzi. La signora c’è dipinta tutta, e nessun pudico scrupolo vola
le relazioni della cugina dell’imperatore col Ponsard e col Sue. Un
curioso plagio della dama letterata ritorna a galla e, poichè non c’è
ragione di dubitare di quel che il Karr afferma di una persona vivente
e che può rispondere, bisogna confessare che la signora non ci fa una
bella figura.
Il libro non ha nessuna pretensione e non è che una lunga _causerie_
interrotta da parentesi, da chiacchere, da frizzi arguti che tolgono
monotonia al racconto. Per tre quarti del volume, l’_io_, l’inevitabile
_io_ di questa sorta di lavori, sa nascondersi tanto nelle disgressioni
e negli incidenti, da allontanare quel non so che di antipatico che
destano sempre i discorsi ed i libri troppo personali. Non già che
questo sia un esempio di autobiografia ben fatta; ma tra la pesantezza
dei ricordi del Bufalini, l’aridità di quelli del Pacini, la poca
chiarezza di quelli, lodati troppo, dell’Arrivabene, pare che potrebbe,
anche tra noi, entrare quel fare spigliato, ameno, piacevole, che
Massimo d’Azeglio aveva indovinato. Un libro di ricordi non è un
trattato, non è un manuale di storia, ma deve farsi leggere da molti,
anche da quelli che leggono per passatempo. Non si leggono questi libri
per acquistare cognizioni varie e profonde, ma per conoscere un uomo;
ed un uomo si conosce meglio dalle chiacchere in veste da camera, che
dalle orazioni in toga.
Ma c’è una difficoltà. Per giudicare senza passione della vita e degli
avvenimenti trascorsi, bisogna esser lontani dalle battaglie politiche
e letterarie, bisogna insomma esser vecchi e pochi sanno conservare
nella vecchiaia quel brio giovanile che si fa leggere volentieri. Il
vecchio vuol essere grave, vuol insegnare, diventa pesante e pedante, e
sbaglia quindi spesso la propria autobiografia, che, come si vede, non
è lavoro per tutti.
Speriamo almeno che i molti uomini saliti in alto in quest’ultimo
ventennio e mescolati alle vicende italiane gloriose e dolorose,
vogliano e sappiano darci molte di queste curiose storie, di queste
utili rivelazioni, di queste narrazioni di ciò che accade tra le
quinte, necessario a sapersi quanto ciò che accade sul palcoscenico.
L’EVASO
L’Evaso (_l’Evadé_) è un nuovo romanzo di Enrico Rochefort; di quel
Rochefort che anche ieri fece parlare di sè mezza Europa pel suo duello
col signor Koechlin.
Il duello ha fatto più rumore del libro. Infatti quello scontro
sanguinoso pareva concludere una vita piena di turbolenze, una vita di
_bohémien_ politico delle più arrischiate.
Nel Rochefort c’è tutto il carattere del parigino ribelle ad ogni
autorità, canzonatore argutissimo e spietato, scettico nella buona
fortuna e stoico nella cattiva. Solo la civiltà europea, anzi,
latina, può produrre questi strani e magnifici tipi che da loro soli
intraprendono una lotta contro un impero e lo uccidono a forza di
spirito, di epigrammi, di punture di spillo. E quando l’Impero è a
terra e la canea affamata gli irrompe addosso per mordere impunemente e
strappare il brandello di carne viva, quando la tromba suona la _curée_
immortale dei giambi del Barbier e i vili si pascono nelle stragi
dei forti, il satirico ostinato, l’epigrammista inesauribile volge
le spalle ai magri che accorrono ad ingrassare, sdegna di sferrare
il calcio del’asino al nemico morto, e cerca un’altra causa da far
trionfare coi frizzi, un altro trionfatore da fischiare in pubblico, un
altro nemico da esasperare senza misericordia.
Così il Rochefort si trovò dalla parte della Comune, senza per questo
risparmiare le frustate agli inetti ed ai birbanti. Ci fu anzi un
momento in cui sarebbe stato più sicuro a Versaglia nelle carceri
della repubblica conservatrice. Ma, nel giorno della repressione
cieca, quando un tenentino uscito allora di collegio faceva fucilare
senza opposizione chi gli capitava davanti senza le mani lavate, e le
commissioni militari, preparando le rivincite dell’avvenire, mandavano
i vinti al palo di Satory, anche Rochefort fu cacciato in una barcaccia
ed inviato alla Nuova Caledonia. Egli non potè essere mai co’ vincitori.
Lo memorie del Mayer ci narrano che cosa sia la deportazione alla
Nuova Caledonia. Caienna e Lambessa, le due vergogne del secondo
impero, furon più miti soggiorni, ed almeno le commissioni militari
che designavano e condannavano le vittime del colpo di Stato non
si coprivano ironicamente dell’autorità popolare e repubblicana, ma
agivano scopertamente in nome di una persona e di un padrone. Erano
soldati che condannavano secondo la consegna data dal superiore,
non erano repubblicani che infierivano nella reazione in nome della
libertà. I famosi _interessi conservatori_ ispirarono ben male i
loro neofiti quando il fecero seminare tali odii che vogliono essere
soddisfatti, tante oppressioni che vogliono esser vendicate. L’uomo non
cambia, e se Blanqui non fu potuto eleggere a Lione, non per questo i
vinti d’oggi non saranno i vincitori di domani. Sarà un male o sarà un
bene? Qui ciascuno potrà rispondere secondo le proprie convinzioni.
Intanto la repubblica conservatrice, quella repubblica che apertamente
spianava la via al ritorno di Enrico V, cacciò il Rochefort a Numea.
A traverso di quante avventure romanzesche sia egli passato nella sua
fuga, non è qui luogo a narrare, basta che un giorno la repubblica
conservatrice, seppe, tutta spaventata, che non Enrico V, ma Enrico
Rochefort ritornava. Egli era già in Svizzera e stampava quella
_Lanterne_ che aveva scottato tanto i Napoleonidi. Ed eccolo oggi con
questo suo romanzo, dove senza dubbio non mancano le osservazioni
personali e gli studi dal vero.
Il Rochefort cominciò ad entrare nella letteratura per la porta del
teatro, e di lui furono applauditissimi alcuni _vaudevilles_ ricchi
di spirito. Ma, strano a dirsi, per uno che ha cominciato coll’essere
autore comico, mentre lo spirito abbonda nel suo romanzo, l’invenzione
non si alza dal livello del comune. Che anzi lo spirito sembra un po’
inacidito. Non è più l’umore caustico della vecchia _Lanterne_, che con
una goccia levava la pelle, ma qualche cosa che sa di fiele, che sembra
bile. C’è in ogni bizzarra frase un fondo di amarezza che non vi lascia
bene, e mentre una volta egli si compiaceva di scudisciare i nemici in
pubblico con lo scopo ultimo di muovere le grasse risa degli spettatori
che perdevano così la venerazione, la paura ed il rispetto ai frustati,
ora sembra voler ferire, non frustare; sembra che non si contenti più
d’infliggere il ridicolo, ma che voglia eseguire un’opera di giustizia,
una repressione quasi fisica e qualche volta brutale.
Ma non per questo cessa il Rochefort d’essere uno dei più spiccati
rappresentanti dell’arguzia francese e parigina. Tutto il primo
capitolo, tutta la descrizione sarcastica dell’isola di Numea, e la
narrazione di quella infame tratta di selvaggi che viene esercitata da
svergognati corsari senza repressione del governo, è forse la parte più
arguta del libro. Ma la favola, come dicemmo, lascia da desiderare. Si
può riassumere in poche parole.
Una fanciulla, che ha il padre deportato, viene a convivere con lui e
s’innamora di un giovane anch’egli confinato nella penisola Ducos. Un
agente di polizia circuisce la fanciulla e trova occupazione a lei ed
al padre per essere informato di quel che si trama dai deportati, ma la
giovane se ne accorge e lo inganna con relazioni false, all’insaputa di
tutti. Una fuga per mare, alla quale la fanciulla con suo padre debbono
rinunciare all’ultimo momento, non riesce, e l’amante dell’eroina è
incarcerato. Dal processo risultano le relazioni della fanciulla con la
spia, e l’amante sospetta di lei.
Ella non si smarrisce d’animo e macchina per liberarlo di carcere.
Entra in relazione coi selvaggi ribellati, e, profittando dei loro
tentativi per liberare un capo incarcerato e dell’amore da lei
inspirato ad un povero coscritto, riesce nell’intento. La fuga spiega
tutto e riconcilia gli amanti, che partono per l’Australia, quindi per
l’Europa. Questa è la tela del romanzo.
Come si vede non è gran cosa, tanto più che il Rochefort tende
piuttosto alla polemica che all’arte. Emilio Zola ed uno scrittore
della scuola sua troverebbero forse questa tela troppo complicata,
essi che cercano di dipingere piuttosto che di polemizzare, di
scolpire piuttosto che di combattere. Il Rochefort cerca di cattivarsi
il lettore col sistema stesso col quale l’autore comico cerca di
tener desto il pubblico, cioè tenendolo sospeso agli avvenimenti che
si risolvono poi nella catastrofe: sistema, questo, portato fino
agli estremi limiti nei romanzi giudizari del Gaboriau, e al di là
dei limiti, fino quasi alla parodia, dal Ponson du Terrail. Ma il
Rochefort, che ha scritto il romanzo suo con un intento, ha dimenticato
egualmenten l’arte squisita dello Zola nel rendere i luoghi, gli
ambienti e le persone, e l’ingegnosità degli scrittori di romanzi di
avventure, figli fecondi del fecondissimo Dumas padre. Ci sono dei
punti nei quali l’autore si compiace della situazione immaginata e
trovata, e per un poco ridiventa artista, e cerca o il cuore o la
curiosità del lettore. Ma presto la tesi ricompare, e davanti a lei si
ecclissa l’artista.
Non si dice con questo che il Rochefort abbia fatto un brutto libro;
si vuoi dire soltanto che, tolta l’arguzia, tolta l’ironia, tolto il
sale che l’autore sa mettere nelle cosa sue, il romanzo, come tale, non
si stacca dalla comune dei romanzi che stampa il Dentu a quattro per
volta. Si direbbe un lavoro tirato via, pensato in frotta e scritto in
furia per qualche appendice di giornale.
Per questo, il romanzo del celebre agitatore ha fatto meno rumore del
duello.
LETTERE DI E. D. GUERRAZZI
Il primo volume dell’epistolario del Guerrazzi, curato dal Carducci
ed edito dal Vigo a Livorno, oltre ad essere uno splendido documento
letterario è altresì un interessante libro politico.
Sono calde ancora le ceneri del Ricasoli e non è spenta l’eco delle
orazioni elogiastiche declamate sul suo sepolcro. S’era detto che il
Ricasoli non era stato un buon cattolico; ed ecco, alla sua morte, i
giornali conservatori hanno svelato al mondo, che non se ne importava,
gli atti della sua profonda religiosità, ed in Santa Croce i sacerdoti
hanno largito al catafalco del fiero barone l’acqua santa e l’incenso
benedetto. Nè bastava, poichè l’epistolario del Guerrazzi viene
anch’esso a turbare la solennità dell’apoteosi, rimescolando quei fatti
poco belli che iniziarono e compirono la restaurazione toscana del 1849
e dei quali il barone fu, più che parte, attore principale. Così, un
giorno dopo la morte, cominciano già a prodursi i documenti sui quali
la storia giudicherà gli uomini e le azioni loro.