libro. Fino da quel tempo leggevo molto e compravo quanti libri mi
consentiva il modestissimo peculio di studente. Duravo così tutto
l’anno a raccogliere una microscopica biblioteca, e la contemplavo
con quel matto entusiasmo per la carta stampata che non ho potuto mai
cavarmi dalle ossa, e che ha finito col farmi entrare al servizio
dello Stato in una pubblica Biblioteca. Ma tutti gli anni, a scadenze
determinate, si destava un uragano fierissimo che mi portava via i
libri e mi costringeva a tornar da capo. L’uragano si levava sempre
negli ultimi giorni di gennaio, o in febbraio; e si levava proprio
in via della Zecca e precisamente nel teatro Scribe. Ah, benedetti
veglioni di carnovale! È per loro che i miei libri finivano nei
panchetti dei rivenditori sotto i portici dell’Università; è per loro
che Gerolamo Pâturot contribuì per la sua parte ad una cena da Biffo,
dove una _pierrette_ di mia conoscenza mi scucì il vestito nella
schiena, dal colletto alle falde, e non me ne accorsi che la mattina
dopo dai rabbuffi del professore, alle paterne cure del quale la mia
famiglia m’aveva confidato.
Così finì il mio Pâturot, ma l’avevo letto: vi giuro che m’aveva
annoiato, ma l’avevo letto. In tempi più calmi, i libri perdettero la
brutta abitudine di abbandonarmi in carnovale, e l’edizione del Pâturot
che ora ho sott’occhio porta la data del 1875. Dopo l’accusa del mio
ammiratore ne ho riletto parecchi capitoli, dei meno soporifici, e
non mi pare di aver detto uno sproposito. Il Reybaud ha voluto far la
satira della borghesia, mettendo un tipo d’imbecille calzettaio in un
mare di borghesissime avventure; e di più ha fatto un libro per provare
che i calzettai non debbono occuparsi che di calzette: conclusione
questa che oltrepassa i limiti onesti e mediocri del borghesismo per
entrare in quelli della più ottusa asinità.
Parlo del Pâturot _alla ricerca di una posizione sociale_, poichè
l’altro _alla ricerca della migliore delle repubbliche_, non è che un
libro di politica, di maligna e disonesta politica, di cui qui non
tocca a me il parlare. E dico, e sostengo, e ripeto che tanto l’eroe
del libro, quanto l’autore considerato nell’opera sua, sono proprio
miserabilmente borghesi, come avevo detto e come dirò sempre, dovessi
anche perdere, con mio inestimabile rammarico, gli ammiratori e peggio
le ammiratrici.
Il libro fu scritto verso la fine del regno di Luigi Filippo, nel
1843 se non sbaglio: quando cioè erano passati tredici anni dalla
prima rappresentazione dell’_Ernani_ e la nuova scuola romantica aveva
mostrato, anzi oramai esaurito, la sua possente vitalità. Alfredo di
Musset oramai non scriveva più versi ed era prossimo ad essere ammesso
nell’Accademia francese, dove già Victor Hugo, il capo dei ribelli, era
stato accolto da qualche anno. La Sand scriveva i suoi romanzi per la
_Revue des deux Mondes_, rivista tutt’altro che scapigliata. Teofilo
Gautier aveva pubblicata da un pezzo le sue poesie, l’_Albertus_ e
_Mademoiselle Maupin_. Onorato Balzac era già grande, Mürger, Sue,
Dumas, Soulié, fino Paolo de Kock, aveva già oramai prodotto tutto, e
la faccia della letteratura francese era cambiata affatto. Eppure il
Reybaud comincia il libro, mettendo in caricatura i poeti capelluti,
rifriggendo le solite barzellette sulla prima rappresentazione
dell’_Ernani_. Questo non solo è borghesismo, ma borghesismo in
ritardo, miserabilmente barbogio.
Certo la satira è fatta con moltissimo spirito: anzi le staffilate sono
distribuite con tanta generosità, che a prima vista non si capisce bene
se l’autore metta in ridicolo il suo calzettaio o la società con la
quale si trova a contatto: non si capisce chi dei due sia a preferenza
canzonato, tanto sono tutti messi in caricatura. Enrico Monnier aveva
già trovato il suo Prudhomme, e il Pâturot gli somiglia un poco ne’
discorsi pretensiosi, benchè abbia il cervello meno rammollito e
l’osservazione più acuta; e non può negarsi che sia una caricatura,
come tutto è caricatura nel libro. Ora se Pâturot che cerca di uscire
dalla borghesia è messo in ridicolo; e se tutto quello ch’ fuori
della borghesia, tranne Dio ed il re, è pure messo in ridicolo, che
cosa resta? Resta una satira senza scopo, uno sfoggio di barzellette
più o meno che proveranno lo spirito dell’autore, ma non ne provano
l’ingegno. Chiuso il libro, ci ripetiamo la frase di Figaro: _Qui
trom-pe-t-on ici?_ È la borghesia che è ridicola, o coloro che si
vogliono sollevare sopra di lei? Si beffa il Pâturot perchè vuol essere
romantico, o si beffano i romantici? Chi lo sa!
A scegliere qualche brano, qualche frase qua e là, si può concludere
in un modo o in un altro, secondo si vuole: ma il complesso dell’opera
sarà sempre questo: che la società, la borghesia, i romantici, i
sansimoniani, i giornalisti, i filosofi, le guardie nazionali,
i deputati, e finalmente lo stesso Pâturot, sono tutti ridicoli
o birboni: tutti senza eccezione, poichè nel libro non v’ha un
personaggio che non sia o imbecille o furfante. Ora questo che cosa
prova?
Era facile mettere in canzonella la guardia nazionale. Noi italiani
che nel 1848 abbiamo fatto una rivoluzione per ottenerla, l’abbiamo
poi sepolta sonandole la marcia funebre a scrosci di risa. Ma siamo
poi ben sicuri che sia morta bene, e che, dopo esserci rovinati con
gli eserciti stanziali, non tocchi ai nostri figli di risuscitare il
povero _palladio_, per sfogare la crescente voglia di bastonate?
Ci voleva poco a beffare i sansimoniani e il padre Enfantin e gli
involontari digiuni del chiostro di Mênilmontant, ed a scoppiar di risa
sopra la massima inscritta nella bandiera dei nuovi credenti: _Empêcher
l’exploitation de l’homme par l’homme_. Ma siamo ben sicuri che la
massima sia proprio ridicola? Oramai lo vediamo, e le grasse risa della
borghesia accennano a finir male. I sansimoniani furono ammazzati dal
ridicolo, ma ecco venuti i _nichilisti_, e il povero Pâturot ha capito
che non è più tempo di ridere.
Non c’è dunque nulla di più meschino che questo perpetuo riso col
quale si perseguitano tutte le nuove forme con cui i nuovi bisogni
sociali si manifestano. Così i romani debbono aver riso dei cristiani
che adoravano un uomo appeso alla croce; così i nobili a Versaglia
ridevano vedendo passare i rappresentanti del terzo stato, senza
piume e colle scarpe senza fibbie. Così insomma il passato canzona
volentieri l’avvenire, salvo poi a pentirsene amaramente. A Milano,
fu seppellito il _Mefistofele_ del Boito tra i fischi e le risate;
ma risorse a Bologna, trionfò dappertutto ed ora Milano sta per fare
ammenda onorevole. Il Reybaud, se allora se ne fosse parlato, non
avrebbe mancato di fare del suo Pâturot un campione della _musica
dell’avvenire_, e di riderci sopra saporitamente. Avrebbe così aggiunto
una miserabilità borghese di più al suo libro che già ne rigurgita, per
giunger poi a capire che a poco a poco l’avvenire diventa il presente.
Ed è appunto questo aver la veduta corta d’una spanna, questo adagiarsi
nel presente senza guardar più in là della propria bottega o del
proprio ufficio, questo egoismo ironico e piccino, che costituiscono
il maggior difetto della borghesia; quel difetto che le farà rovinare
malamente. Ma il male è che questa povera borghesia ridanciona non
viene più combattuta colle sue armi, col ridicolo; si fa ben di peggio!
Tutti li sentiamo i primi buffi di vento che precedono la burrasca:
tutti, poichè tutti siamo un po’ borghesi, anche noi letterati che
professiamo un odio feroce contro i _filistei_. Gli abbominiamo
infatti, ma scriviamo per loro e siam ben contenti quando ci lasciano
dire qualche dura verità. Dal principio del secolo, si può dire, questa
borghesia regna e governa, ed allevati nel suo grasso seno, cresciuti
nella sua tepida casa, educati ai suoi comodi ammaestramenti, non
possiamo a meno di ritrarre sempre da lei qualche cosa. Un po’ borghesi
siamo dunque tutti, noi che viviamo in una società e di una società
borghese. Solo c’è questo, che noi, sentendo i buffi del vento gelato
che viene dal settentrione, leviamo la testa, scrutiamo l’orizzonte, e
ci domandiamo se la burrasca porterà una pioggia benefica o diserterà
i campi. Gerolamo Pâturot invece, si tappa in casa, sorride e crede
d’esser sicuro perchè il tetto è nuovo. Resta a vedere se la burrasca
non scoperchierà la casa e se le mura saranno abbastanza forti da
resistere all’impeto della tramontana. Noi ci pensiamo, e Gerolamo
Pâturot ride di noi; questa è la differenza.
Oh, come è facile ridere quando si ha digerito bene! Io mi ricordo
il tempo nel quale a sentir uno dire _sono socialista_, si udivano
scoppi di risa e le grida _utopia! utopia!_ Ora a sentire la stessa
confessione non si ride più, parecchi rabbrividiscono ed alcuni corrono
alla Questura. Or bene, nel libro del Reybaud simili risate ricorrono
ad ogni pagina, grasse, sonore, sincere risate di borghese che ha
digerito benissimo: ma io domando al mio ammiratore se oggi si può più
ridere a quel modo, se si può aver la vista più corta, e se Metternich
non sia stato anche più miope di Gerolamo Pâturot.
Perchè proprio Sua Altezza, per quanto principe e gran cancelliere,
è borghese sino nell’intima midolla. Gli manca solo quello spolvero
di volterianismo che tanti calzettai affettano oggi, per chiamare
poi subito il confessore appena si trovino ad avere un patereccio.
Lo stesso egoismo chiuso nel presente, la stessa freddezza di cuore,
la stessa mancanza d’ogni facoltà per capire il bello. Così, poichè
un principe come lui deve pure affettar qualche senso e qualche
intelligenza d’arte, egli guarda nella Guida quel che bisogna ammirare
e chiede al _cicerone_ quando si debba commuovere. Egli passeggia pei
Musei ruminando note diplomatiche, come un droghiere calcola quanti
chilogrammi di olio ci siano voluti per dipingere quella roba. Il suo
cuore è incartapecorito nell’egoismo e il suo intelletto chiuso ad ogni
impressione che non sia del suo mestiere. Almeno Pâturot aveva la buona
ma infelice volontà di tentare; almeno s’era provato a fare un sonetto
di monosillabi. Il Metternich no, ed in questo il Pâturot è superiore a
Sua Altezza.
Sia dunque come si voglia. O il Pâturot è la caricatura di un borghese
spostato, e il mio paragone calza: o l’autore è un borghese per
eccellenza, e i conti tornano lo stesso. E se i conti tornano, perchè
il mio ammiratore dice che non ho letto il libro? Da che lo deduce?
E con questo lo lascio in pace; pregandolo però, come segno della sua
educazione, a non volermi più dare del _voi_. Per un ammiratore è
trattarmi po’ troppo superbamente: tanto più che la cartolina viene da
Torino, dove fino le cuoche si danno del _madama_ a vicenda.
UNA FAMIGLIA ARISTOCRATICA
Che l’Italia sia un paese democratico l’hanno scritto tante volte
ne’ libri e nei giornali, l’hanno detto tanto in Parlamento e
fuori, che ormai lo crediamo; e sarà anche vero. Io e Lei poi, che
non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo
qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libertà e
la democrazia possibile: ma appunto perchè abbiamo tutti e due il
certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri,
e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste
della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed
illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione
si trasmettono l’intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia
ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di
intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti
gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili
senza uscire dall’archivio della propria famiglia, senza che la storia
generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di
casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo più volentieri l’alterigia
che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che
l’arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al
ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o
Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno è dei
Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.
Così è da invidiare il conte Giovanni Gozzadini, senatore del regno,
il quale può scrivere la storia del suo paese senza uscire di casa
sua. La sua famiglia, dal mille in qua, è una delle più illustri
d’Italia, e pochi sono gli avvenimenti ai quali un Gozzadini non si
trovi mescolato. Milano ebbe un Beno de’ Gozzadini a potestà, come
un ramo della famiglia trapiantato in Oriente ebbe per tre secoli la
signoria di parecchie isole. Guerrieri, giureconsulti, magistrati,
diplomatici, banchieri, cardinali, c’è di tutto in questa famiglia;
persino la tradizione poetica di Betisia che nel secolo XIII avrebbe
insegnato legge nello _Studio_, col viso velato per non distrarre di
scolari con la splendida bellezza. Nello stesso conte Giovanni, ultimo
rampollo di una famiglia che ad un tempo contò sino a novantacinque
maschi in casa, c’è sempre la energica originalità della sua razza.
Ci vuole infatti qualche cosa che non è in tutti per vivere sino ai
vent’anni la vita del _giovin signore_ del Parini, e poi ad un tratto
chiudersi nello studio ostinato e severo, e diventare senza contrasto
uno dei più insigni archeologi storici contemporanei. Queste illustre
genealogie non vogliono chiudersi senza aver dato un ultimo sprazzo
di luce. I Cavour, i d’Azeglio, i Lamarmora, i Balbo, i Ricasoli,
i Capponi, i Gozzadini non lasciano discendenza maschile. Pare che
queste gloriose famiglie, sdegnose della mediocrità e della volgarità
dominante, si drappeggino un’ultima volta nelle loro toghe senatorie
per morir bene come i romani della repubblica, legando il loro esempio
come un rimprovero alla età della guardia nazionale, dei bozzetti
borghesi e dei quadretti di genere. Siamo democratici, via, ma possiamo
ben cavarci il cappello.
Il Conte Gozzadini, dopo alcuni celebri lavori di archeologia,
specialmente intorno alle tombe etrusche di Marzabotto nella valle
del Reno; dopo alcuni lavori di lunga lena intorno alla storia della
sua città, come quello delle _Torri gentilizie_ che nel tempo degli
articoli lunghi una spanna ricorda le più pazienti imprese del secolo
passato; dopo una lunga serie di memorie e di opere, le quali condotte
con rara coscienza ed erudizione resero illustre l’autore oltre monti
ed in patria, si è dato ad una serie di lavori che egli modestamente
intitola racconti storici, ma che sono vere, proprie e complete
monografie di un personaggio o di un periodo. Già sino dagli esordi
della sua carriera di storico aveva accennato a queste illustrazioni
speciali di fatti e di uomini colle _Memorie storiche di Armaciotto
de’ Romazzotti_ (1835) colle _Memorie per la vita di Giovanni II
Bentivoglio_ (1839) e colla _Cronaca di Ronzano e le memorie intorno al
frate gaudente Loderingo degli Andalò_ (1851). Ora, al sommo della sua
via, ha ripreso con miglior lena e con miglior metodo questo sistema
delle monografie storiche, nelle quali l’abbondanza delle notizie,
la novità delle ricerche, lo studio dei documenti non escludono
l’interesse del dramma e il diletto del lettore. Non è necessario per
fare un libro di storia fare un libro noioso, e il _Giovanni Pepoli e
Sisto V_ stampato l’anno scorso, narrando le imprese del brigantaggio
e la cecità della repressione al finire del secolo XVI, ha pagine che
paiono di romanzo, se non che i documenti le mostrano consone alla
verità. Quest’anno il _Nanne Gozzadini e Baldassare Cossa_[7] ci mostra
con non minore evidenza e sicurezza storica l’agonia delle libertà
bolognesi e la fallacia delle carezze clericali; e l’interesse del
racconto non vien meno sino all’ultima pagina, dove, se il racconto
vi paresse troppo accarezzato, trovate ogni giusticazione in dugento
pagine di documenti nuovi e curiosi. Infatti la storia, raccontata
bene, non ha minori attrattive del romanzo; e se il _Nanne Gozzadini_
per la vastità del quadro si presta meno alla descrizione minuta
dei costumi privati, ci fa però veder benissimo i pubblici, come il
_Giovanni Pepoli_ è una pittura viva e vera dello stato interno di una
provincia in un anno determinato, è la narrazione completa dei guai di
una famiglia processata e condannata a Bologna nel 1585.
Col _Nanne Gozzadini_ ci troviamo invece alla fine del secolo XIV e
ne’ primi anni del seguente, in quel periodo che segnò il principio
della rovina dei comuni liberi e il principio della potenza dei
signori. Ci troviamo proprio in quel tempo curioso nel quale i
condottieri passavano da un campo a un altro, imponendosi ai signori
ed alle città e cominciavano già a ruminare idee di signoria. I comuni
rimasti ancora liberi, non solo erano continuamente minacciati al di
fuori, fino al punto che il conte di Virtù per poco non si fece re
d’Italia, ma erano più ferocemente lacerati dalle parti interne che
rincrudelivano. E in riga di parti Bologna non era da meno delle altre
città sorelle: basti il dire che nel 1274 fu combattuta nelle sue
strade una guerra fratricida che durò quaranta giorni e quaranta notti
senza nemmeno un’ora di tregua per seppellire i morti, e al lume degli
incendi notturni le stesse donne, diventate ferocissime combattevano
disperatamente. E pensare che ci sono dei fanatici del medio evo!
Già Taddeo Pepoli aveva signoreggiato per qualche tempo la sua città
nativa, poi Carlo Zambeccari aveva tentato anch’egli di diventar
padrone, come lo divenne poi il primo Giovanni Bentivoglio; e tutte
queste signorie effimere, spente nel sangue o nella vergogna, trovarono
avversari decisi ed energici ne’ Gozzadini. Quel Nanne che fornisce
argomento al libro di cui si parla, era un buon banchiere occupato
negli affari suoi, quando ad un tratto, trovatasi la città in pericolo,
diventò magistrato e guerriero, sino a contrastare con Jacopo dal
Verme, uno de’ più celebri condottieri del tempo, e farlo ritirare
dal territorio. Da quel tempo sino alla sua morte gli affari pubblici
ebbero il primo posto ed al banco attesero più assiduamente i figli.
In quell’epoca turbolenta le discordie intestine fomentate dalle
famiglie potenti per brama di signoria finivano sempre nel sangue.
Un partito congiurava di rovesciare l’ordine di cose esistente, si
armava ed occupava gli sbocchi della piazza, l’unico luogo di dove
potesse venire la repressione. Intanto si correva per la città gridando
_popolo_, si assediavano le case degli avversari, e quando, dopo
disperata difesa, si arrivava a prenderle, si scannavano quelli che
c’erano dentro e non si lasciava pietra sopra pietra. Gli avversari
intanto si armavano, si ordinavano, e, gridando _popolo_ anche loro,
correvano alle offese. Così la città diventava un campo di battaglia,
e le strade rimbombavano di urli selvaggi, di grida strazianti, e il
sangue correva pei rigagnoli, e le case incendiate scrosciavano, e
dalle finestre grandinavano proiettili scagliati da donne e da ragazzi:
insomma, il finimondo. A poco a poco il rumore chetava. Un partito
cominciava a ritirarsi. Decisa la zuffa spesso a notte tarda, per le
vie non rimanevano che i cadaveri illuminati sinistramente dagli ultimi
riflessi degli incendi e i cani erranti a lambire il sangue. La città
riposava nel terrore e il nuovo sole illuminava poi una fila di forche
circondate dai berrovieri. I trionfatori facevano giustizia.
Nanne Gozzadini aveva piantato il banco per cacciarsi a capo fitto
in questi gorghi di iniquità e di sangue, ma vi si era cacciato con
ottime intenzioni. Gli pareva strano che tutti i partiti gridassero
_popolo e libertà_, tumultuando per fare un signore. Egli voleva
che il grido esprimesse il vero, e spese tutta l’attività della sua
tempra virile nei tentativi di allontanare dalla patria la peste
dei tiranni. Ricorse fino a Giangaleazzo Visconti per scacciare da
Bologna Giovanni Bentivoglio, e il Duca milanese, che non desiderava
di meglio, sotto colore di liberare la città dal tiranno prestò un
esercito al Gozzadini; il quale, per venuto al suo intento, si avvide
dell’errore commesso. L’esercito liberatore non si mosse più dalla
città liberata, anzi, per starci sicuro, si fabbricò una fortezza. Lo
storico fa un merito a Nanne dell’aver rifiutata la signoria di Bologna
offertagli dal vincitore, rifiutò confermando da tutte le narrazioni
contemporanee: ma, a dir vero, non sembra che questo merito sia così
grande come appare a prima vista. Nanne era furbo, e non importava
essere indovino per capire che il Visconti, una volta in Bologna, non
se ne sarebbe andato più. La signoria offerta non poteva essere che
una luogotenenza effimera e pericolosa, e Nanne non diede prova di
grande e magnanimo disinteresse rifiutandola.
Quando il Gozzadini s’avvide che invece di liberare la patria le
aveva imposto un giogo più pesante, tornò ai vecchi pensieri, e colse
l’opportunità per strappare Bologna agli eredi del Duca. Ma tornò anche
al vecchio errore di chiedere aiuto ai più possenti di lui. L’esempio
dell’aiuto visconteo non l’aveva abbastanza ammaestrato e, come uomo di
poche lettere, non conosceva la favola del leone che va a caccia con
gli altri animali. Baldassare Cossa, allora legato pontificio e poi
papa, uomo rotto ad ogni vizio, ad ogni ribalderia, ad ogni delitto,
obbrobrio della Chiesa e della umanità, fu l’alleato dell’irrequieto
banchiere, e Bologna fu liberata un’altra volta alla solita maniera,
cioè proclamandovi la signoria della Chiesa. Però il Cossa, ghermita
la signoria, si accorse che il Gozzadini sarebbe sempre stato un
pericolo e, o tirasse il banchiere in un tranello, o che veramente
costui macchinasse qualche cosa contro il nuovo Stato, prese e fece
giustiziare Bonifacio fratello e Gabione figlio di Nanne, esiliò
tutti i Gozzadini che aveano più di quattordici anni, ne confiscò le
sostanze, ne demolì le case e mise a prezzo la testa di Nanne e di
altri suoi congiunti ed amici. Nanne, chiuso nel castello di Cento,
resisteva, e lo scellerato cardinale mandò fino sulle porte il povero
Gabione prima d’ammazzarlo, cercando d’indurre il padre alla resa
per pietà del figlio. Il Gozzadini vinse i propri affetti, si difese
fino all’ultimo e, riuscito a mettersi in salvo, morì nella povertà e
nell’amarezza dell’esilio.
Questo è l’uomo del quale il conte Giovanni Gozzadini tesse la storia,
intimamente connessa, non che con la storia bolognese, con l’italiana.
Egli ha studiato con cura e forse un po’ accarezzato la figura di
questo suo illustre antenato, stando tuttavia lontano dai facili
entusiasmi che nel suo caso sarebbero stati abbastanza sospetti. La
raccolta dei documenti, benchè sia piuttosto fatta per gli eruditi che
pei comuni lettori, contiene pure alcune curiosissime cose, come, per
esempio, l’inventario dell’armamento del Comune in tre diversi anni;
dove si vede come l’artiglieria, sino dal finire del XIV, tenesse già
un posto tutt’altro che minimo negli arsenali e nei combattimenti.
Insomma, lasciando stare il gusto che può dare all’autore un’opera
riuscita bene, è da invidiare al Gozzadini la soddisfazione di poter
narrare la storia di grandi azioni e di grandi uomini stando nella
propria casa, nel proprio archivio, nella propria famiglia. Sicuro: la
nostra democrazia ci permette d’invidiarlo!
UN LIBRO DI LUIGI ZINI
Vi ricordate tutto il fracasso che fu fatto sette anni sono a proposito
del libro di Luigi Zini _Dei criteri e dei modi di Governo nel Regno
d’Italia_? I fatti che lo Zini raccontava non potevano essere smentiti
ed erano terribili capi d’accusa per la fazione che da lungo tempo
governava o vigilava alla conservazione del presente disordine di cose.
La persona che li riferiva e li commentava non poteva essere tocca
da nessuna calunnia, e nessun libellista crocesignato avrebbe potuto
morderlo, per quanto la cassa del fondo dei rettili avesse spalancato
gli sportelli.
Non si potè altro che canzonare lo stile troppo attilato dello
scrittore, non si potè che mettere alla berlina il suo modo di
scrivere, fingendo di prendere sotto gamba il resto. Ripetendo
maliziosamente sino alla sazietà qualche disgraziata frase dello Zini,
si destarono le risa grasse dei lettori compiacenti e in mancanza di
meglio si dovette star contenti a queste risa.