Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi

aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel

Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire

il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto

principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del

loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto

alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano

pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di

notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il

Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del

principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in

quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore;

per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso

per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi;

poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la

leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima

l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal

dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda

come finora fu narrata ed ammessa.

Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino,

quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi

è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è

scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non

fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della

relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe

ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Et _fu

ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello

napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette_, ma

un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino

conferma la _pubblica fama_ che attribuiva e attribuisce al Maramaldo

l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma

come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero

lo sdegnoso detto: «_Tu ammazzi un uomo morto_»? Tanto è vero, che il

Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse

la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione

dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente

contro.

Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel

che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico

accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente

un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la

frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e

scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere

in chiaro la cosa. Egli accusa _gli uomini del principe_, e quanto

alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo

come lo Sperino chiami _fanteria del principe_ quelle che erano sotto

gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti un _uomo del principe_

che comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la

versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli

o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli

uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della

morte del loro signore _o per qualsivoglia altra cagione_», dice chiaro

che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.

Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate

dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è

dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte,

esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente

il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta

dall’Alvisi sulla formazione della voce che sullo stesso campo di

battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che

corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da

Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non

era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di

persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e

in agosto in quell’ora ci si vede bene.

Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le

versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde

in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.

E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non

poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa

dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo

i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E

finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non

potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un

segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare

lettere che _Ferruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio_, senza

esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece

ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.

Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del

Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non

una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo

al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale:

Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario

del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella

del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice: _Fabritio

Maramao... lo amazzò_: quella degli Anziani di Lucca, che dicono

lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento

122, dove si dice: _Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio_: quella

del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano

nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto

fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda

nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e

la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia

a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e,

volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del

Nerli? Ahimè, a nulla!

E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in

battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva ucciso lui, o che bisogno aveva

di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?

Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma

costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le

stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal

Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì

l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria

del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo.

Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che

confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò,

variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre

quella, dal 1530 al 1552.

Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli

storici anche oggi, e i più valenti. Udite le varie versioni di un

atto, accettano quella che più soddisfa al loro criterio storico,

aggiungono quel che sanno di più, ragionano o anche sragionano sulle

cause e sulle conseguenze, ma, poichè la storia non s’inventa, dicono

quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verità.

Per me dunque il libro dell’Alvisi prova e riprova che il commissario

Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo

sulla piazza di Gavinana.

Questo, quanto alla tesi. Non bisogna però dimenticare le gravi

questioni storiche che zampillano da questo libro e che l’Alvisi

ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicità. La

questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro.

Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di

nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile

il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che

rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo è riconosciuta e

provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in

proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia

italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come

il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis, è ricchissima e

felice. Insomma, è un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni

letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.

Non si potrà dire che l’amicizia che porto all’Alvisi mi abbia fatto

velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d’essere stato anzi

severo come un procuratore del re. Sarò dunque creduto quando dico

che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico è

importante, ingegnosa e bella.

LES FEMMES QUI TUENT ET LES FEMMES QUI VOTENT[6]

L’insegnano anche ai bimbi della scoletta che lo struzzo inseguito

nasconde la testa sotto l’ala e crede così d’essere al sicuro. Noi,

che Linneo ascrisse alla specie _homo sapiens_ e che abbiamo tutte

le superbie di una potenza intellettiva senza confronti colle altre

specie d’animali, noi facciamo spesso come lo struzzo, e quando

un problema terribile c’insegue e ci sta sopra, poichè la nostra

imperfezione fisica ci privò delle ali, provvediamo colla massima di

_masto Raffaele_, quella del _non te ne incaricare_. Alcuni però, più

coraggiosi di tutti, non si ricusano ad esaminare da vicino questi

problemi e li esaminano minutamente e ci ragionano sopra con tutte le

formole della logica e magari con tutte le meticolosità della classica.

Questi sono gli audaci, i filosofi insubordinati, i pensatori avidi

di novità, gli artisti turbolenti e nemici sfidati della volgarità

borghese. Ma se domandate loro la conclusione di tanti studi e di

tanti ragionamenti, i nemici della volgarità rispondono per lo più

come un caposezione seccato da una pratica o da un sollecitatore:

rispondono—_Vedremo!_.... _ci penseremo!_..

Di questi problemi poi ce ne sono alcuni che, oltre a scottare come

gli altri, sono tanto delicati che non si sa per che verso prenderli.

Parlarne senza offendere qualche convinzione, qualche interesse,

qualche verecondia vera o copiata dal vero, è quasi impossibile;

e anche questo contribuisce a far tacere la gente quando invece

bisognerebbe parlare, intendersi e provvedere. Ci si mette poi di

mezzo la caricatura, uno dei peggio spauracchi per gli onesti e

tranquilli bottegai che pure, tra le frutta e il caffè, consentirebbero

a riformare il mondo, od a lasciarlo riformare piano piano, purchè non

si danneggiasse il commercio e calassero le tasse. Li hanno tanto messi

in cano nella questi gloriosi avanzi della guardia nazionale, che il

solo pensiero di essere caricaturabili ancora, li mette in furia come

tanti tori davanti ad un drappo rosso. La paura del ridicolo aiuta il

silenzio. Un povero marito che parli del divorzio, una moglie che ne

ciarli, fanno strizzar l’occhio e sorridere: così il marito e la moglie

stanno zitti, e Dio sa se ci sono persone più competenti di loro a

parlare di certe cose!

Ma Alessandro Dumas figlio è uno dei pochissimi (si contano sulle dita)

che non abbia paura di parlare di queste certe cose, e quando ne parla,

non ha pelo sulla lingua. Da noi a proposito di donne che ammazzano,

di donne che vogliono votare, di divorzio, insomma a proposito di

quistioni femminili, non si sente nessun rumore; solo qua e là salta

fuori qualche voce stonata che si perde nel silenzio universale; e sia

che le donne in Italia siano troppo avanti o che siano troppo indietro,

a vedere le cose così a fior d’acqua, pare d’esser nell’Eden prima del

pomo, salvo la divisa. Sotto l’acqua non direi che tutto vada come nel

migliore degli Eden possibili, ma insomma il problema femminile non ci

sta così pericolosamente addosso come ai nostri vicini di Francia. Là

sono costretti a pensarci sul serio, per quanto in riga di soluzione

si mantengono ancora al _vedremo_ e ci _penseremo_. Il Dumas, poi, che

passa per uno dei più profondi conoscitori del cuore, del cervello

e del cervelletto _de ces dames_, dal _Monsieur Alphonse_, dalla

_Princesse Georges_ in qua, sgobba assiduamente sull’eterno problema;

e dal _tuez-la_ è passato al divorzio, per venire oggi all’ammissione

del suffragio civico femminile. C’è in Francia, anzi sopratutto in

Francia dove si ride spesso e volentieri, chi sogghigna e mette in

caricatura il divorzio, il voto, Dumas, le donne e tutto. Mi ricordo di

uno sgorbio del povero _Cham_, che rappresentava il signor Prudhomme

sorpreso dalla moglie in atto di affiggere un manifesto in favore

del divorzio, e la testa dell’illustre allievo di Brard e Saint-Omer

faceva ridere di cuore. Ma il riso non è una risposta e tanto meno

una soluzione. Ora poi, dopo certi strani fatti, dopo la ripetuta

applicazione dell’acido solforico per uso esterno contro i tradimenti

amatorii e coniugali, a dispetto delle caricature, ci si comincia a

pensare davvero. E badate che non è soltanto l’acido solforico che

dia da pensare, ma è la soluzione ormai normale di questi drammi

scandalosi e sanguinosi, cioè l’impunità e spesso il trionfo del

delitto riconosciuto ed assolto dai giurati, approvato ed applaudito

dal pubblico. Perchè si arrivi a far di questi dispetti al codice,

bisogna proprio che ci sia qualche bestia più grossa del topo nelle

viscere della montagna gravida. La ricetta di _masto Raffaele_ comincia

a diventare più che ridicola, criminosa.

La prima parte del libro del Dumas, quella che riguarda le donne che

ammazzano, lasciamola stare. L’argomento è scabroso, e di cose di

questo genere in Italia non se ne può parlare senza che tutti i calvi

protestino che son cose da far drizzare i capelli. Siamo intesi che da

noi i casi di Maria Bière, di Virginia Dumaine, della signora de Tilly

sono impossibili; anzi la critica ha fatto bene a mettere il barbazzale

a certi poledri mal domi, richiamandoli allo studio degli esemplari più

puri dell’arte nostra, alla impeccabilità di Francesca da Rimini e di

Parisina, alla purezza greca di Mirra, Clitennestra, e così sia. Dunque

mettiamoci sopra una pietra, lodiamo il cielo di averci fatto nascere

in questa terra privilegiata dove Sant’Orso la centuplicherebbe in

un’ora il numero delle sue compagne, e tiriamo dritto.

Bisogna però fermarci a sentire alcune parole che sembrano staccate da

un libro italiano, tanto calzano bene alle nostre quistioni letterarie

interne. «Quando si dice ad una società—bada! se continui nei tali

e tali errori, provocherai la tale e la tal’altra catastrofe—per

questa società che non vuol riconoscere i suoi torti, si diventa

la stessa causa della catastrofe nel giorno in cui si produce. La

Chiesa cattolica seguita a dirci che sono le passioni abbominevoli

e i detestabili consigli di Lutero che han fatto tanto male al

cattolicismo, e scorda di ricordarsi o di cercare le cause che

produssero Lutero e resero necessaria la Riforma. I difensori della

monarchia di diritto divino e delle tradizioni feudali ci dicono che

lo spirito diabolico di Voltaire o degli Enciclopedisti produsse la

rivoluzione e gli eccessi del secolo XVIII, ma si guardano bene di

riconoscere e di confessare i fatti che suscitarono gli attacchi di

Voltaire e della Enciclopedia. Lo stesso avviene in letteratura. Sono

gli scrittori che scrivono contro i costumi scostumati del loro tempo,

che demoralizzano il tempo loro. Si comincia dal pretendere che il

male di cui parlano non esiste: poi, quando è conosciuto, si dice che

l’hanno fatto nascere i loro scritti e finalmente, quando cresce a

vista d’occhio, si conclude che è meglio tacere».

E più avanti: «Non ammettiamo, come tutti quelli che se la prendono con

gli effetti invece di prenderla con la cause, non ammettiamo dunque

che la letteratura abbia il menomo effetto sui costumi. Mentre la

corruzione del secolo XVIII è dipinta in _Manon Lescaut_, il bisogno

d’ideali, che domina tutte le società, qualunque sia il numero del

secolo, si traduce in _Paolo e Virginia_. Si piange per Manon, si

piange per Virginia, ma non si diventa nè migliori nè peggiori. Si

hanno due termini di confronto e due capilavori di più; ecco la verità,

ecco il beneficio per l’umanità che pensa. Tuttavia, se la letteratura

dei drammi e dei romanzi è incapace di produrre un movimento d’idee o

di farle nascere, è capace però, con la maggiore o minore commozione

che produce trattando certi soggetti, di far vedere e di constatare

dove siano arrivate le idee nel loro movimento naturale, e la via

percorsa fin da una data epoca, e l’imminenza di certi pericoli,

e la necessità di certe preoccupazioni, di certi studi, di certi

sforzi....»—Oh! ben ruggito, leone!

Ma s’è detto di metterci una pietra sopra, e mettiamocela.

La quistione del voto femminile non è nuova. Quattrocento dodici

anni prima di Cristo, Lisistrata, Calonice, Mirrina e Lampito, in

pieno teatro, nella civile Atene, ed in una scabrosissima commedia

d’Aristofane, congiuravano già per strappare le redini dello Stato

dalle mani dei mariti. Degli anni ne son passati parecchi, il mondo

crede di aver progredito tanto, che la commedia, che allora si recitava

in pubblico, si legge ora a porte chiuse; eppure la quistione non ha

fatto un passo, le donne non hanno troppa fretta e i giornali che

fanno propaganda gridano con Lisistrata disillusi e scontenti: «Ah, se

fossero state invece invitate alla festa di Bacco, di Pane, di Venere

Coliade o delle genetillidi, le vie sarebbero ingombre!»—E perchè? Il

Dumas ce lo dice. Prima di tutto, ci sono le donne felici e soddisfatte

del presente organismo sociale e civile, che non hanno nessun desiderio

di cambiare. Poi ci sono le astute, che sanno girare gli ostacoli e

menar gli uomini pel naso meglio col sorriso che col voto. C’è la massa

delle donne abbrutite nel lavoro della campagna o della città, che ha

ben altro da pensare che al deputato. Ci sono le donne devote e pie,

per le quali tutti questi ingranaggi costituzionali sono invenzioni

diaboliche. Ci sono le timide, le scoraggiate, le rassegnate, tutta

gente che non cura o sfugge l’agitazione, teme il ridicolo, vive più

volentieri all’ombra che al sole. Restano poche donne a far chiasso pel

voto, e siccome le donne, anche in poche, sanno far chiasso per molte,

paiono un esercito e non sono che un gruppo di tamburi e di trombe. Il

che vuol dire che l’invocato voto delle signore è ancora lontano; i

deputati brutti possono per ora dormire tranquilli.

Senza dubbio, la legislazione, in quel che riguarda i rapporti della

donna coll’uomo e collo Stato, è destinata a molti cambiamenti futuri,

prossimi o remoti. Senza dubbio la signora libertina Auclert ha mille

ragioni quando protesta che pagando le tasse ha anche il diritto di

intervenir per mezzo di rappresentante alla votazione dei bilanci nella

quale si dispone del denaro suo. Votano tanti imbecilli; perchè le

donne, che possono aver più giudizio, non voteranno e meglio? Tanto gli

esempi di illuminata saggezza fornitici dagli elettori non sono tali

che le nostre donne non ne possono dare dei migliori!

Ma il ridicolo è là che impedisce all’idea di progredire e di farsi

largo tra le interessante. Vedete voi le elettrici accusate di

preferire il deputato bruno al biondo, il consigliere magro al grasso,

il sindaco bello al sindaco brutto? Le donne, che sanno adoperare tanto

bene il ridicolo, ne hanno poi una paura terribile, e gli uomini, che

lo sanno, se ne giovano. Quando le donne voteranno, non è da credere

che cessino i colpi di revolver o gli spruzzi di acido solforico, ma

è da sperar bene di loro, perchè avranno avuto tanta forza d’animo

da superare il timore della canzonatura, e di noi, perchè nel votare

adopreremo più giudizio. Ma per ora..., via, noi non abbiamo abbastanza

serietà e le donne non hanno abbastanza coraggio.

Il peggio è che questa riforma elettorale non si può fare col metodo

italiano, così alla chetichella, sotto la cappa e fingendo di chiudere

un occhio, come abbiamo fatto in altri imbrogli. Il signor Laveleye,

illustre economista belga, era in Italia nel 1878 e 79 a studiare

parecchie cose, fra le quali l’ordinamento scolastico. A Bologna

vide tre ragazze all’Università e seppe che studiavano medicina o

letteratura. Egli chiese allora quali leggi esistessero in proposito, e

con meraviglia sentì rispondersi nessuna. Quelle brave ragazze avevano

percorso gli altri stadi d’insegnamento prescritti dalla legge per

essere ammessi all’Università, erano in regola, e non c’era ragione di

respingerle per la sola ragione che portano le gonnelle e non i calzoni.

Il Laveleye stupiva allora dello spirito pratico di noi italiani che

senza chiasso e senza leggi nuove avevamo risolto un problema intorno

al quale nel Belgio si suda da molto tempo, si chiacchera, si grida e

non si risolve niente. A dir vero, il nostro merito non è forse così

grande come parve al bravo economista, e la pigrizia a provvedere o

la paura di stuzzicare un vespaio possono aver contribuito molto a

lasciar fare come se nulla fosse: ma il voto alle donne non si può dare

a questo modo, il chiasso ci deve essere, le satire, le caricature,

le canzonette, le farse e le commedie non possono mancare; ed è questa

paura di scandali che terrà indietro per un buon pezzo il coronamento

dei voti dell’onorevole Salvatore Morelli.

Per ora dunque, in questa parte, il libro del Dumas avrà poco

effetto, ed il signor Giuseppe Prudhomme, l’illustre allievo di

Brard e Saint-Omer, sogghignerà compassionevolmente e dirà:—_Oh, i

paradossi!_—Oh, ben ragliato, Prudhomme!

GEROLAMO PATUROT E LA BORGHESIA

Qualche tempo fa, chiaccherando intorno alle _Memorie_ del principe di

Metternich, accusai Sua Altezza d’esser più miserabilmente borghese

di un Gerolamo Pâturot qualunque. Poco dopo, ricevetti da Torino una

cartolina postale con questa laconica frase:—Voi non avete mai letto

Jerôme Pâturot.—Un vostro ammiratore.

Se gli autori hanno gli ammiratori che si meritano, povero me! I

miei hanno una deplorabile abilità di pescar granchi; anzi i miei

amici sostengono che senza questa abilità non potrebbero essere miei

ammiratori. Vorrei che quest’ultima affermazione potesse essere

imputata a quella maligna maldicenza che è uno dei pregi più belli

delle intime amicizie; ma purtroppo non si può, e debbo confessare

che in gran parte gli amici miei hanno ragione. Così anche questo mio

anonimo ammiratore ha pescato il granchio che ci voleva per essere

ammesso nel mio tempio ad adorarmi, e sia il benvenuto.

Ho il vago sospetto che sia invece l’ammiratore quello che non

conosce le filaccicose storielle di Luigi Reybaud, poichè almeno

l’accento circonflesso che corona il cognome del protagonista nella

sua cartolina, lascia trapelare una conoscenza non molto intima della

lingua francese. Comunque sia, è mio diritto imboccare la tromba della

fama ed urlare a iquattro punti cardinali, che non cambieranno di

posto per questa importante rivelazione: _primo_, che non ho purtroppo

l’utilissima abitudine di parlar dei libri che non ho letto; _secondo_,

che tanto il Pâturot _alla ricerca di una posizione sociale_, quanto

il Pâturot _alla ricerca della migliore delle repubbliche_, li lessi

fino dal 1864 e li comprai precisamente dal libraio Ryced che stava

sotto i portici della Fiera in piazza Castello a Torino. Pagai in

contanti e non mi feci rilasciare la ricevuta: del che mi dolgo, perchè

la stamperei come documento importantissimo ai futuri storici della

letteratura; certo gli storici presenti ne stampano dei più insulsi.

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