Il Sainte-Beuve, che era passato per la Restaurazione, pel regno

degli Orléans e per la repubblica senza commoversi troppo, non

ebbe nessuna difficoltà a darsi all’Impero. Non aveva convinzioni

profonde e non aveva legami anteriori. Le sue stesse lettere al

Barbe, scritte le prime appena uscito dalla piccola città nativa ed

in piena Restaurazione, ci mostrano un giovane che di certe cose

non si occupa, che sfugge con eguale cura dalla conversazione e

dalla apostasia e, quando deve parlare di cose religiose coll’amico

sacerdote, si sente manifestamente seccato. Nella seconda lettera narra

abbastanza freddamente di trovar qualche conforto nella religione, ma

nella terza comincia già a ragionare sulla Rivoluzione. Egli leggeva

tutte le memorie contemporanee che narrano quel periodo di storia

francese, e sorpreso di trovare tante contraddizioni tra i testimoni

oculari di un medesimo fatto, domanda:—Ma se pei fatti pubblici ed

ostensibili c’è tanta oscurità, che sarà poi quando si tratta di

cause oscure e nascoste? Ed ecco i primi sintomi di quel criticismo

che trae a discutere tutto, a ragionare su tutto, e conduce poi alla

negazione degli eterodossi. Quando si comincia a discutere, la fede

è già scomparsa, e non c’è altro riposo che nella negazione assoluta

degli atei o nella indifferenza pigra che i dubbi intimi sono troppo

tormentosi e deliberò di non pensarci più. A questo modo, senza

negare, e senza credere, fuggendo accuratamente il pericolo di doversi

spiegare o cogli altri o colla propria coscienza, attraversò senza

scosse e senza seccature uno dei periodi più agitati per le coscienze

e navigò fra il Sansimonismo e Montelembert, in vista a tutti due,

ma senza toccarli e senza naufragarci sopra. Non c’era bisogno delle

ciniche rivelazioni del signor Pons (_Sainte-Beuve et ses inconnues_)

per capire che il carattere dell’illustre critico lasciava molto a

desiderare. Anche da quest’ultimo volume di lettere si capisce bene;

anche dalle prime lettere al Barbe. La facilità di accomodarsi al

carattere degli altri che l’amor proprio fa credere furberia e che nei

critici passa come facoltà di immedesimarsi con gli autori dei quali

si rende conto, fece già passare al Sainte-Beuve un brutto quarto

d’ora quando, a proposito del Ballanche, gli lasciò fare un articolo

codino. Egli ha scritto: «Scrivendo questo articolo e per essere più

sicuro di intendere come bisognava un autore eminente ma difficile,

avevo pensato prima di tutto a mettermi nel punto di vista dell’autore

stesso ed a considerarlo, come si dice oggi, nel suo ambiente. Per un

momento m’ero trasportato nella sua società, nella regione delle idee

e delle opinioni che egli aveva attraversato: m’ero come trasformato

in lui. Questo è sempre stato il mio metodo di critica... Ora,

facendo così pel Ballanche, avvenne, senza ch’io ci pensassi, di aver

violentemente urtato gli uomini che giudicavano il 1815, i Borboni,

la Convenzione e il regicidio da un altro punto di vista che il suo

e con sentimenti contrari[4]». Ebbene, tra questi che giudicavano la

rivoluzione e la reazione da un punto di vista diverso da quello del

Ballanche, c’era lo stesso Sainte-Beuve, il quale, per la facilità di

accomodarsi ai caratteri altrui e di trasformarsi quindi negli autori

di cui parlava, fece, senza avvedersene, come egli stesso confessa,

un articolo contrario alle proprie opinioni. Bisogna convenire che

questa facoltà di trasformazione intima, la quale fa scrivere così

ingenuamente la propria condanna e persuade ad un incredulo di scrivere

ad un prete lettere untuose e umide d’acqua santa per accomodarsi alle

convinzioni altrui, è una facoltà molto pericolosa e poco invidiabile.

Il Sainte-Beuve scrive all’amico Barbe: «Sento spesso un gran vuoto,

dei grandi sconforti d’anima, noie e desideri. Senza fallo c’entrano

per qualche cosa i dubbi religiosi e, benchè questo stato del mio

spirito dipenda da altre cause quasi impossibili ad analizzare,

le questioni grandi ed eterne c’entrano spesso». Le altre cause

impossibili ad analizzare erano le frequentatrici del Palais-Royal.

Non importava certo confessarlo all’amico sacerdote, ma non importava

nemmeno adattarsi tanto al suo carattere di canzonarlo a quel modo,

dandogli a credere che nelle noie e nei desideri del giovinotto vizioso

c’entrassero anche le questioni grandi ed eterne.

È strano che mentre la morte aggiunge sempre alla fama dei grandi

scrittori, il Sainte-Beuve, che fu veramente uno de’ principali

scrittori di quest’epoca, abbia avuto dalla morte piuttosto

detrimento che vantaggio. E il detrimento lo ha avuto appunto da

queste pubblicazioni e rivelazioni postume, che lo hanno fatto vedere

troppo da vicino ed hanno fatto conoscere a tutti le sue debolezze di

carattere, qualche volta odiose. Le aspirazioni malaticce di Joseph

Delorme sono apparse sotto un brutto aspetto dopo gli scandali del

Livre d’amour, contro il quale alzò giustamente la voce irritata

Alfonso Karr. È già delitto insidiare la moglie dell’amico, ma il

Sainte-Beuve fece peggio pubblicando un disonore, infamando una donna,

senza nessuna ragione, pel solo gusto di stampare un centinaio di

sonetti che il Karr battezza mediocri. La qualità della persona offesa

e la bruttezza dell’atto peseranno sempre sulla memoria del critico. I

rivelatori, i pubblicatori di brandelli di carta strappata hanno appeso

alle Gemonie la fama dello scrittore e ci rimarrà finchè il nome di

Sainte-Beuve sarà vivo nella storia letteraria.

Ma se le pubblicazioni pettegole hanno nociuto alla fama del

Sainte-Beuve, che cosa ci abbiamo guadagnato noi, pei quali si fanno

queste pubblicazioni? Che conferma ha avuto l’assioma che si bandisce

dai tetti a scusa delle indiscrezioni, che cioè bisogna conoscer gli

uomini grandi in tutto, anche nelle minime azioni della vita, anche

nelle loro debolezze, per intenderli bene? Il Sainte-Beuve, egoista

raffinato, scettico e qualche volta cinico, fa una critica che porta

senza dubbio un suggello di originalità, ma nella quale l’io, la

personalità superba di chi ha coscienza delle proprie forze, scompare

affatto. Lo scettico scrive degli articoli come quello pel Ballanche;

e il cinico, che razzola i suoi piaceri giù nelle sozzure del fango,

fa l’apoteosi del rigido giansenismo nella storia di _Port-Royal_,

scrive alcuni volumi di versi dove forse la raffinatezza del gusto

nuoce alla forza che ha sempre in sè qualche cosa di ruvido. L’epicureo

incorreggibile dai gusti volgari scrive il romanzo _Volupté_, dove

la parola più arrischiata è appunto il titolo, dove c’è uno sforzo

continuo di sublimare, di vaporizzare la passione tanto che non rimanga

più nulla in lei di fisico e di materiale. Il sibarita grossolano,

che per non sentire una piega nel letto di rose dormiva in cucina e

ruzzolava da Margherita Devaquez alla Manchotte, il pigro che non

avrebbe rinunciato ad un’ora d’ozio o ad un quarto d’ora di piacere

per la corona di Francia, l’incredulo che non sapeva rispondere ai

tentativi di conversione se non con la ironia e con l’equivoco, ci

dipinge un eroe delicatissimo: pronto al sacrificio e pieno di fede

sino a finir missionario dopo un disinganno. L’autore non è l’uomo, ed

ecco un altro caso di anima doppia, dove i fatti della vita esterna non

solo non spiegano le opere dell’ingegno, ma le oscurano e le sfigurano.

Il Pons cominciava le sue indiscrezioni dicendo: «Per chi vuol

conoscere a fondo un uomo, ogni cosa è fonte di errore e di inganno:

le apparenze, le abitudini, le opinioni, i discorsi, le azioni stesse

che sono spesso in senso inverso del mobile loro. Solo una cosa non

inganna, ed è la scienza della passione padrone e dominante, quando si

è arrivati ad afferrare la molla segreta che muove ciascuno». Ebbene,

che cosa ha spiegato la scienza delle passionacce di Sainte-Beuve?

Non è in contraddizione anch’essa con l’opera del critico, come

le apparenze, le abitudini e le azioni? Che cosa ha giovato alla

conoscenza intima dell’ingegno del critico, alla conoscenza dei modi di

agire della sua intelligenza, questa pubblicazione ultima di biglietti

senza importanza, scritti per obbligo di educazione, col pensiero

altrove e brontolando forse contro la seccatura.

Mi pare quindi che il magnifico assioma che pretende di scusare tante

pubblicazioni indiscrete o di giustificarne tante altre inutilissime,

sia da guardare un po’ più da vicino. Se questo stato di curiosità

morbosa non cessa, i poveri letterati saranno ridotti a scriver

lettere come Cicerone e i Ciceroniani, vale a dire pesando i termini e

limitando le frasi di un invito a pranzo come le terzine di un sonetto.

E se questo accade, chi è da compiangere non sono i letterati, ma il

pubblico.

LA TOSCANA E L’ORIENTE

Non mancano romanzi ed appendici di giornali a coloro che nella lettura

cercano una distrazione. Pochi sono che non rabbrividiscono alla vista

di un volume in quarto, a due colonne in più che cinquecento pagine

fitte di documenti. Eccovi uno di quei volumi, ma non rabbrividite.

Sono i documenti delle relazioni tra le città toscane e l’Oriente,

raccolti da Giuseppe Müller e splendidamente impressi dai Cellini di

Firenze.

Le Crociate! Che slancio di fede, che rifioritura della speranza

nel martirio! Entrarono in parossismo tutti gli istinti cattolici e

cavallereschi del medio evo, e Pietro l’Eremita e Goffredo di Buglione

desiderarono morire per la Croce. Le istituzioni feudali trovarono quel

che cominciava a mancare, uno sbocco per gli entusiasmi, un dominio pei

cadetti. _Dio lo vuole!_ e i cavalieri s’imbarcano sulle galee pisane,

venete, genovesi, e la febbre cristiana per la conquista del Sepolcro

riceve più tardi la sanzione della poesia. I Pisani recano sulle

galee tanto delle terra benedetta da poterci seppellir sotto i loro

morti ed edificar sopra il meraviglioso Camposanto. Tutta quell’epoca

nella tradizione, e nella storia, secondo il Cantù, sembra una nuova

primavera della fede.

Sembra. I documenti toscani sono proprio il rovescio della _Gerusalemme

liberata_.

Certo le repubbliche italiane erano profondamente religiose. Le

istituzioni, gli edifici, la storia ce lo attestano. Ma erano religiose

all’italiana, con un pizzico di scetticismo di quando in quando, e con

molte impertinenze pei preti e pei frati. Si poteva esser cattolici e

guelfi come i fiorentini, e metter la briglia ai chierici e domarli

se recalcitranti, come nei molti Consigli dal 1281 in poi. Si poteva

essere cattolici e ghibellini come Dante, e lodar Dio dicendo corna

del Papa. Il Boccaccio mostra più intimo questo miscuglio di religione

e d’irriverenza, che nei letterati finì poi in una rinnovazione

artificiale del paganesimo. Certo le repubbliche italiane erano

religiose, ma erano anche repubbliche di mercanti. Le Crociate erano

certo una santa e meritoria impresa, ma se non fosse tornato conto il

prestar le galee ai ferventi cavalieri, i repubblicani, religiosi ma

furbi, non ne avrebbero prestato nemmeno una. Tutto il contegno di

costoro dice che essi veggono come liberando il Sepolcro si possano

stabilire fattorie in Siria e sia possibile acquistare il paradiso

all’altro mondo facendo masserizie in questo. Così adunano flotte e

combattono a Tolemaide, a Tiro, a Giaffa, dappertutto dove c’è un porto

da aprire alla religione di Cristo ed alla ragione del commercio loro.

I documenti toscani non potevano far meglio vedere questa doppia

direzione delle repubbliche italiane in quei tempi. Nei trattati dei

Pisani specialmente, ritroviamo un curioso ed ingenuo miscuglio di cose

sacre e profane, una specie di identità tra la religione e l’interesse,

da far venire la pelle d’oca a tutti quelli uomini buoni ed a quei

poeti romantici che credono alla ideale purità della fede d’una

volta. Gli imperatori di Costantinopoli, cristiani della fede loro,

cominciarono ad essere seccati da tutti questi paladini della fede che

passavano sulle loro terre o navigavano lungo le loro coste. Di qui

una serie di battaglie e di piraterie tra i successori di Costantino

e i benedetti dai pontefici, che finirono secondo il solito, cioè con

la sconfitta di chi ha meno forza, se non meno ragione. Dopo una di

queste lotte, i Pisani, nel 1111, fecero un trattato coll’imperatore

Alessio Comneno, dove si vede chiaro il pasticcio tra la religione e

l’interesse; dove si trovano insieme donazioni alle chiese, esenzioni

d’imposte, libertà di trasportare pellegrini o mercanzie, godimenti

di posti distinti in S. Sofia o nell’Ippodromo, e simili curiose

mescolanze. Chi tiene il primo posto in questi trattati e nella

direzione generale della politica repubblicana? Queste città libere

sono più religiose che commercianti, o più commercianti che religiose?

Veramente, se si bada ai documenti, pare che la religione non fosse la

più favorita. I Crociati, figli di una società feudale, conquistando la

Siria vi trapiantarono le istituzioni loro. Ogni città, ogni castello

ebbe il suo signore con diritto di alta e bassa giustizia, soggetto

soltanto al re in teoria. Qua e là però, qualche barone più forte,

qualche re più ambizioso, rompevano l’equilibrio dei piccoli feudi

e cercavano di dominare. Naturalmente le colonie repubblicane non

trovavano il loro conto in questo concentramento di potere e reagivano

con poco gusto della religione. Nel 1197 i Pisani, in una di queste

turbolenze, assalgono e feriscono persino i pellegrini. Resistono

tenacemente anche i vescovi intinti di rapacità feudale e lottano senza

scrupoli contro quello di Accone (Tolomaide) pei privilegi di una loro

chiesa. Contro alla potenza guelfa sono sempre ghibellini, contro la

prepotenza feudale sono sempre repubblicani. E nello stesso tempo che

si dibattono contro la pressione del fisco regio o imperiale e lottano

con tutti i mezzi contro ai dazi ed alle tariffe per la conservazione

dei loro privilegi sociali, continuano le battaglie per la fede, cedono

uomini, armi e navi contro i Saraceni. Sbaglieremo, ma ci sembra quasi

di vedere che quei vecchi repubblicani cercassero la loro stessa

coscienza e, combattendo pel loro Dio e la loro fede, cercassero quasi

di scusare, di legittimare, di assolvere l’avidità commerciale.

Ad ogni modo, se non si vuoi convenire con noi, bisognerà confessare

che sono un curioso fenomeno quei crociati che nel 1203 e nel 1204 in

nome di Cristo assalgono Costantinopoli e bruciano anche le chiese.

Ma se gli scrupoli religiosi tacevano spesso in faccia al lucro così

accadrà di quella religione di partito, vivissima in quei tempi e

in quegli uomini, incorruttibile anche in faccia agli aperti tesori

della Siria. Questa è la disgraziata fede che ebbe tanti martiri nel

medio evo, che fece ogni città nemica alla città vicina, di ogni casa

una fortezza contro la casa in faccia. Delle battaglie di Legnano

non ce n’è che una nella nostra storia, poichè Fornovo non conta; ed

anche quei pochi giorni di concordia italica furono contristati da

fratricidi ferocissimi. In Oriente ogni repubblica aveva le sue torri

come i baroni, ed i quartieri erano divisi da mura e fortificati l’uno

contro l’altro. Non solo per ragioni di traffico si osteggiavano,

ma le rivalità avevano ragioni moltissime di antipatie, di odii, di

precedenti. Le paci si fanno e si disfanno, ma la tenacità nel partito,

rimane contro qualunque disfatta, contro ogni tentazione.

Nel 1228 i Pisani, ghibellini, fedeli, lottano per la fortuna di

Federico II e si mantengono fanaticamente svevi contro i Genovesi,

anche quando c’era tutto da perdere. E l’ira contro Genova, che doveva

poi così dolorosamente smorzarsi nelle acque della Meloria, persiste

sempre viva, sempre cieca.

Rovinava il debole regno fondato dai crociati, rovinava sotto gli

sforzi dei maomettani; ma i due combattenti dimenticarono tutto, e

sotto il tetto che crollava non pensarono che a combattersi. Dopo

rovinata la casa, uscirono pesti e malconci dalle macerie e, senza

guardarsi attorno, seguitarono la battaglia.

Sono questi i tempi feroci che un romanticismo linfatico ci dipinse

come l’età dell’oro, della fede, dell’onore e della giustizia. L’epoca

fu gloriosa per l’Italia, ma non fu certamente bella per la società.

Questi repubblicani erano buoni cattolici, ma spesso, e forse per

questo, erano anche buoni corsari. Predavano indifferentemente greci

e saraceni, e sapevano prepotere sui deboli. Tra questi era l’impero

di Costantinopoli, caduto nelle mollezze della teologia e dei sofismi

precursori della scolastica. Sul finire del secolo XII i corsari pisani

spazzano il Bosforo, giungono quasi ad affamare la capitale e spingono

la sfrontatezza fino a spedire propri ambasciatori all’imperatore

Isacco. E le repubbliche tutte fanno a gara per imporre all’Impero

infemminato patti di privilegi e umiliazioni di scuse, proprio come

oggi le potenze europee al turco. Così finiva la vana epopea delle

crociate. Ci guadagnò la borsa, ma ci perdettero la religione e i

costumi.

È noto infatti come i reduci guerrieri della Croce portassero in Europa

la luce delle mollezze orientali. E quanto il contatto coll’Oriente

fosse pernicioso ad una società non ancora uscita dalla barbarie, lo

dice la vergognosa istituzione della schiavitù, propagata anche fra di

noi e durata per qualche secolo. Il cristianesimo, dopo le sue vittorie

sulla società romana, s’era addormentato nel sonno della barbarie, e

nel dormiveglia del ridestarsi non ricordava più i precetti umani e

santi che non erano stati ultima causa della sua vittoria. A Firenze,

a Lucca, a Siena erano molte schiave, per lo più tartare, e venute

dalle colonie genovesi in Crimea. A Venezia era il mercato principale,

ma in Ancona anche qualche mercante fiorentino attendeva all’ignobile

traffico. Solo nel 1364 in Firenze si sentì il bisogno di regolare

questo immorale commercio e di rimediare allo scandalo che ne veniva,

ordinando che i figli delle schiave seguissero le condizioni paterne,

e fossero liberi. Tutti potevano introdurre e possedere schiavi e

schiave. Si poteva venderli, donarli come bestie, e la legge ne

guarentiva la proprietà. Tra il 1366 e il 1397 le compre di schiave che

si possono constatare in Firenze, sono 389. Dante aveva troppa ragione

di inveire contro i costumi della sua patria, e noi non saremo lontani

dal vero attribuendo in parte al contatto coll’Oriente la corruttela

della _madre di poco amore_.

Con la caduta di Pisa in mano dei Fiorentini cessano in Oriente le

liti sostenute con l’armi in pugno. L’astuzia e la politica accorta

si sostituiscono alla rozza prepotenza dei marinai, quasi corsari.

Firenze è cattolica e guelfissima, ma i sogni delle crociate la fanno

sorridere. Tutto il suo ingegno e la sua furberia si volgono a vivere

in pace col Gran Turco ed a spillarne quel più che si può di privilegi

e di quattrini. La raccolta dei documenti, così bene illustrata dal

Müller, giunge fino al 1531. Se arrivasse fino al 1880 ci sarebbe da

rallegrarsi o da vergognarsi pel nostro paese?

LA MORTE DEL FERRUCCIO

Fu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte

del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e

letterari. Ferdinando Martini nel _Fanfulla della Domenica_ annunziava

che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri

storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano,

avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo

meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne

seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che

il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse

dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e

bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori

in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate

a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato

non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e

sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta.

Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di

Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna.

Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del

Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu

italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per

forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i

poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati,

si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità

delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria,

scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.

Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese

meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la

discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli

finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della

pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].

Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come

molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a

credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato

provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono

inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la

sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un

ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo

l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere

il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi

ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta

una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto

col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari

del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere

il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le

illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve

ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta

pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre

della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare

i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita

dell’orologio che alla perdita della serietà.

E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè

l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni

fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva

quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo

e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il

suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un

po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con

una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo

in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi

personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto

in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio

fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto;

anzi, fino a prova contraria, mi fa credere che la _leggenda_ abbia

proprio ragione.

L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano

l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti

particolari nelle _Historiae sui temporis_, uscite alla luce 22

anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera,

attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del

Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia

di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna

persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la

racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino

Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato

Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni,

prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse

alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli

storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne

ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare

uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da

due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di

qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal

Giovio e copiato dagli storici fiorentini.

Brandelli · 第 29 / 34 段