Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli
durante il 1768 che cerca i costumi della società d’allora e i piccoli
scandali e i piccoli aneddoti, troviamo però, se non notizie nuove e
grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle
speranze, delle ansietà che accompagnarono e seguirono la cacciata
dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro
Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto
ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare
persino l’esistenza del papato egli capì che chi aveva paura non era
il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica
lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso
a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma
pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai
liberali per ridere, che lo spirituale non c’entrava nella faccenda
e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validità
o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da
un’altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non
osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano
a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli
ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche
come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico,
non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:—O si crede
o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se non si crede,
si vada all’inferno.—Davanti al _non possumus_ ed alle minacce
dell’inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano,
cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda
immobilità del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava più
logica la condotta del papa e più che sciocca quella delle corti
borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di
pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare
all’ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire
come se Roma non fosse città di questo mondo e il papa non fosse altro
che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma
bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo
dell’interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli
avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l’antifona
di un suo predecessore, _super aspidem et basislicum ambulabo_.
Ma i Borboni erano cattolici. Più che cattolici, erano giunti a
quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe
clericalismo.
S’ha un bell’avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura
del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai
peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa
Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa,
come una _balossada_. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva
duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso,
ma si levava con tutta l’alterigia romana davanti all’indecisione dei
bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti,
ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato
abbiamo esempi così recenti, che non spiegasi come i nostri politici
non l’abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che
tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell’inferno, è
probabile: ma ci par strano che l’abbiano ora.
Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perchè più
disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non
avrebbe poi tutti i torti.
Ma lasciamo questo discorso, poichè ci vorrebbe un altro volume a dire
i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere, è bene venire
più giù a dare un’occhiata alla parte esterna di una pubblicazione,
forse più curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde
alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof.
Domenico Gnoli nella _Nuova Antologia_, in parte accettandole per
buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia
gherardiniana, lasciamola lì. Sarà logica, sarà sicura, sarà tutto
quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si è scritto e
si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole,
fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l’etimologia e
l’analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d’esser molto
buffi. Ma anche questa è questione di lana caprina, ed è bene
discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e
giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.
Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un
po’ troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in
luogo dei nomi. Egli dice: «Con mio rincrescimento non posso soddisfar
l’altro suo desiderio (del Gnoli), cioè di non fare nelle lettere tanto
frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece,
quei punti che disturbano tanto la curiosità del signor Gnoli e del
lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza
vuole che io continui l’usanza mia».
Con la delicatezza intima di una persona non si può discutere, ma
bisogna rispettarla tale e quale è. Ma oltre che spesso, come dice il
Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perchè poi metterci in uzzolo
di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di
naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato
di qualche brutta cosa, quando quel nome è portato anche oggi da
qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar
scrivere a Pietro Verri: _Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni
sono_; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono
l’aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.
Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa è questa. Il Casati
finisce la sua prefazione così: «Queste reciproche, liberali e schiette
avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive
dell’Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del
Tevere». Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di
una persona non offesa e non adirata. E davvero l’esser offeso dalle
critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt’altro che offensive,
sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere
sincere e non ironiche le parole del Casati.
Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci
sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota così: «Mi
son provato a decifrare sì lunga filza di cifre, ma non venni a capo
di nulla: forse il copista errò nella trascrizione. _Ignaro affatto
degli intrighi polizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore
Domenico Gnoli di darne la spiegazione_». Dunque, nell’opinione del
signor Casati, il Gnoli è pratico d’intrighi polizieschi o, in lingua
povera, fa la spia.
Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla
gravità di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar giù una
pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poichè non si
spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.
Non si può ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli
possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una
ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si può credere assolutamente
che l’amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad
azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non è quindi il caso
di prender parte pel Gnoli, che è troppo superiore ad ogni calunnia
anche involontaria e che sorriderà certo a questo sproposito d’ironia.
Ma è il caso però di avvertire il Casati di por mente a quello che
scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria.
È una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore
milanese, siamo certi, la rettificherà subito e volentieri, magari
prendendosela con chi l’ha rilevata, il che poco importa.
Sbagliamo tutti; ma così, poi!
LE RICORDANZE DEL SETTEMBRINI
Non è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.
Non è molto, rendendo conto ai lettori delle _Memorie di un deportato_,
notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella
ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere
un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta
per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà
del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche
sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma
quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia
dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni
estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce.
Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati
più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del
professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro.
Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la
furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli
autobiografi.
Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sue _Ricordanze_,
che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un
libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste
tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere
qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano,
un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella
vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di
professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue
catene.
A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse
la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi
dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui
rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle
ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere
che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria.
Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia.
Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato
di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra
che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico
accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!
Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la
coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena
non fu meno grave per l’uno che per l’altro.
Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta
in vantaggio del Settembrini!
Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una
religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si
accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per
sopportare il dolore.
Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.
Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno
sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di
Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio
futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura
avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù:
rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da
rassegnazione.
L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche
gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire,
certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è
virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.
Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito
dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze
attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia
della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il
cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.
Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel
modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle
pratiche superstiziose di una divozione volgare. Il suo dolore lo
portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era
prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella
sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non
bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle
sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò
mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè
in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e
nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, le _Ricordanze_, qualche
volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo
posto per fare quel ch’egli fece. Leggendo _Le mie prigioni_, si può
compiangere ma non invidiare.
S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al
Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non
aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza
ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della
famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso
doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la
moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia
borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere
paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale
e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che
sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua
disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede:
ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel
Pellico.
La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra
migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà
sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico.
La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi
far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso
finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso
con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure
quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo
di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad
ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche
cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in
quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che
interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno
che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne
accorge, diffida, perchè sa che gli storici che scrivono per sostenere
una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto
d’arte che nuoce all’effetto del libro.
Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia,
una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della
ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci
è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e
si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia
dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo
uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo
senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a
convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica
moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più
chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque
migliore di quella del Pellico.
Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti
di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del
Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori.
È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia
completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti,
possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il
futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per
un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il
continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince
più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di
logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.
NUOVA CORRISPONDENZA DI SAINTE-BEUVE
Non è molto, a proposito di un lavoro quasi puerile di Giacomo
Leopardi, dato in luce con la certezza che l’autore vivo ricorrerebbe
subito subito ai tribunali contro chi l’ha messo alla berlina, così,
esprimevo il dubbio che queste pubblicazioni giovassero a far conoscere
intimamente gli autori assai meno di quello che la nostra curiosità
vorrebbe farci credere per sua scusa. Potevo domandare che cosa abbiano
aggiunto di utile alle nostre cognizioni intorno al Sainte-Beuve quelle
pettegole pubblicazioni dell’anno passato che ricordiamo tutti. Che
importa alla critica se il vecchio senatore francese espiava i peccati
di gioventù sotto lo verula di qualche servaccia o tra le ugne delle
donnacce più grossolane e più vili di Francia? Le fine cesellature
dell’artista di gusto non si risentirono mai della volgarità degli
istinti del senatore. C’è un abisso tra l’uomo e il letterato, ed il
conoscere tutte le debolezze del primo non ci svela un punto, non ci
spiega un atomo del secondo.
Infatti molti, quasi tutti gli artisti d’ingegno e fantasia potente,
sembrano avere due anime in un corpo solo, due anime che non hanno
nulla di comune tra di loro. Il Machiavelli vecchio e relegato in
campagna, s’ingaglioffa, come dice lui, con un beccaio, un mugnaio e
due fornaciai, e giuoca con loro combattendo per un quattrino con urli
e parolacce da osteria; il Varchi nell’_Ercolano_ ci dice di più, che
il Segretario fiorentino all’intelligenza dei governi e delle cose
del mondo non seppe aggiungere la gravità della vita. Eppure, quando
il relegato sentiva d’essersi incanagliato abbastanza, tornava a
casa, rivestiva i panni curiali e la toga d’ambasciatore, e scriveva
il _Principe_ e le _Deche_. Sembra che egli avesse la facoltà di
sdoppiarsi, di cambiar l’anima come il vestito. Alfredo de Musset ebbe
la stessa facoltà. Da molti anni frequentava un caffè dove cedeva
alle tentazioni della sirena verde, l’assenzio; e bevendo lentamente,
osservava con interesse le mosse di due giocatori di scacchi. I
giocatori si erano abituati da molto tempo a questo osservatore muto,
che passava lunghe ore assorto nella contemplazione delle torri e dei
cavalli, quando un giorno, ad un colpo contestato, lo presero per
giudice e seppero con meraviglia che non conosceva nemmeno le mosse
delle pedine; non sapeva giocare, ed imparò soltanto negli ultimi anni
della sua vita. Il poeta, avvelenato dall’aria graveolente del caffè
e dall’alcool tinto di verde, tornava a casa con la testa pesante,
gli occhi torbidi, la lingua impacciata, e faceva accendere tutte le
candele nella sua camera, si vestiva come per andare a veglia, e così
vestito sentiva anch’egli l’anima che si sdoppiava, sentiva e scriveva
quei versi splendidi che sono una delle più belle glorie della Francia.
Ma senza ricorrere a questi e ad altri celebri esempi, chi è lo
scrittore che nell’atto di pensare e di tradurre il pensiero in parole,
non si senta diverso dal solito, non provi il sentimento della presenza
di qualche cosa di nuovo, di strano? Durante questa eccitazione
d’ingegno, l’artista si sente un altro uomo, ed i suoi pensieri si
ricollegano, non già con quelli più recenti della vita normale, ma
con quelli più lontani dell’ultima eccitazione simile. C’è un uomo
nell’uomo, una vita nella vita, e le operazioni dell’ingegno e della
coscienza nei due differenti stati sono completamente indipendenti per
conoscere quindi con precisione quel che ha fatto il Sainte-Beuve la
domenica, non serve affatto a spiegare quel che ha scritto il lunedì.
Certo non dico questo in senso assoluto, ma tuttavia si può affermare
che la metà delle ricerche biografiche sono inutili e solo buone a
contentare la nostra curiosità. Ammetto, anzi invoco la stampa degli
epistolari, ma fatta con criterio e non ciecamente; ammetto che si
stampino le lettere di qualche importanza, non tutti i brandelli di
carta scritta che si trovano nel cestino. Guardate l’ultimo volume
della corrispondenza appunto del Sainte-Beuve, stampato dal Lèvy, e
dite se non ho ragione. Quattrocento cinquanta pagine potrebbero esser
ridotte a cento: e forse cento sarebbero troppe. Che cosa giovano anche
alla biografia del celebre critico tutte quelle insulse lettere di
ringraziamento per l’invio di libercoli, di articoli e di volumi? Non è
carta sciupata a stamparle e tempo perso a leggerle? Ma no; de’ grandi
uomini bisogna conoscer tutto, anche quello che non importa; ecco la
perpetua scusa dei pubblicatori di inanità e di sgorbi.
Tra le poche lettere importanti sono da leggere le prime, dirette
all’abate Barbe. Si è voluto dire che Sainte-Beuve fosse un ateo
della più bell’acqua, e tutti ricordano le alte grida, le chiacchere
maligne e le bugie dalle gambe corte a proposito dei pranzi del venerdì
santo. Si è saputo poi, che mentre a Losanna lo volevano convertire al
calvinismo, dal fondo della sua provincia nativa e da carissime persone
gli venivano esortazioni vivissime per una conversione al cattolicismo.
Il critico si difese con molto spirito dalle accuse e dai tentativi, ma
tutte le volte che fu costretto a parlare di queste gravi questioni,
disse e non disse, motteggiò, girò alla larga, e nessuno seppe con
certezza quali fossero le convinzioni della sua coscienza. Nelle
lettere al Barbe troviamo, se non la spiegazione evidente dell’enimma,
almeno una luce sufficiente per vedere qualche cosa nel buio di
quell’anima chiusa. Il Sainte-Beuve non fu che un epicureo.
Il secondo Impero, che ha avuto tanti nemici letterari e grandissimi,
non giunse a metter dalla sua che i tre più noti epicurei dell’epoca,
il Sainte-Beuve, il Mérimée e Teofilo Gautier. Tutti gli artisti che
si sentivano dentro un po’ di fede, una credenza qualunque, furono di
quella opposizione letteraria che cominciò dai _Châtiments_ e finì alla
_Lanterne_, contribuendo non poco alla catastrofe dei Napoleonidi.
L’Impero aveva la coscienza di questo suo isolamento letterario e
faceva di quando in quando dei tentativi, come la commissione del
_Songe d’Auguste_ data ad Alfredo de Musset; ma le feste di Compiègne,
se poterono tentare qualche amatore della vita dorata, se poterono
far vestire l’abito di Corte a qualche letterato curioso e facile,
non riuscirono a fermare nell’orbita imperiale nessun uomo d’ingegno
grande, al di fuori dei tre epicurei ricordati. Era proprio una
fatalità che perseguitava l’Impero, una labe di peccato originale che
non si poteva cancellare, come la macchia nelle mani di lady Macbeth.
Inutilmente si sostenevano coll’opra e col consiglio le idee più
grandi, le imprese più simpatiche, inutilmente, contro la fiumana della
corruzione si cercavano ripari in un cattolicismo stretto, in una
protezione pericolosa del Papa, in una rigidità spagnuola di pratiche
religiose: tutti diffidavano, e i letterati più di tutti. Così l’Impero
non poteva offrire ai suoi se non le soddisfazioni che sono procurate
dall’agiatezza, e con i soli epicurei cedevano alla tentazione e
varcavano la porta del Senato.