È venuto alla luce il terzo volume delle lettere di Pietro e di

Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli

durante il 1768 che cerca i costumi della società d’allora e i piccoli

scandali e i piccoli aneddoti, troviamo però, se non notizie nuove e

grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle

speranze, delle ansietà che accompagnarono e seguirono la cacciata

dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro

Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto

ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare

persino l’esistenza del papato egli capì che chi aveva paura non era

il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica

lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso

a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma

pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai

liberali per ridere, che lo spirituale non c’entrava nella faccenda

e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validità

o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da

un’altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non

osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano

a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli

ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche

come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico,

non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:—O si crede

o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se non si crede,

si vada all’inferno.—Davanti al _non possumus_ ed alle minacce

dell’inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano,

cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda

immobilità del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava più

logica la condotta del papa e più che sciocca quella delle corti

borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di

pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare

all’ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire

come se Roma non fosse città di questo mondo e il papa non fosse altro

che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma

bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo

dell’interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli

avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l’antifona

di un suo predecessore, _super aspidem et basislicum ambulabo_.

Ma i Borboni erano cattolici. Più che cattolici, erano giunti a

quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe

clericalismo.

S’ha un bell’avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura

del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai

peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa

Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa,

come una _balossada_. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva

duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso,

ma si levava con tutta l’alterigia romana davanti all’indecisione dei

bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti,

ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato

abbiamo esempi così recenti, che non spiegasi come i nostri politici

non l’abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che

tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell’inferno, è

probabile: ma ci par strano che l’abbiano ora.

Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perchè più

disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non

avrebbe poi tutti i torti.

Ma lasciamo questo discorso, poichè ci vorrebbe un altro volume a dire

i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere, è bene venire

più giù a dare un’occhiata alla parte esterna di una pubblicazione,

forse più curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde

alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof.

Domenico Gnoli nella _Nuova Antologia_, in parte accettandole per

buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia

gherardiniana, lasciamola lì. Sarà logica, sarà sicura, sarà tutto

quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si è scritto e

si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole,

fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l’etimologia e

l’analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d’esser molto

buffi. Ma anche questa è questione di lana caprina, ed è bene

discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e

giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.

Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un

po’ troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in

luogo dei nomi. Egli dice: «Con mio rincrescimento non posso soddisfar

l’altro suo desiderio (del Gnoli), cioè di non fare nelle lettere tanto

frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece,

quei punti che disturbano tanto la curiosità del signor Gnoli e del

lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza

vuole che io continui l’usanza mia».

Con la delicatezza intima di una persona non si può discutere, ma

bisogna rispettarla tale e quale è. Ma oltre che spesso, come dice il

Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perchè poi metterci in uzzolo

di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di

naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato

di qualche brutta cosa, quando quel nome è portato anche oggi da

qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar

scrivere a Pietro Verri: _Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni

sono_; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono

l’aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.

Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa è questa. Il Casati

finisce la sua prefazione così: «Queste reciproche, liberali e schiette

avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive

dell’Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del

Tevere». Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di

una persona non offesa e non adirata. E davvero l’esser offeso dalle

critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt’altro che offensive,

sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere

sincere e non ironiche le parole del Casati.

Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci

sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota così: «Mi

son provato a decifrare sì lunga filza di cifre, ma non venni a capo

di nulla: forse il copista errò nella trascrizione. _Ignaro affatto

degli intrighi polizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore

Domenico Gnoli di darne la spiegazione_». Dunque, nell’opinione del

signor Casati, il Gnoli è pratico d’intrighi polizieschi o, in lingua

povera, fa la spia.

Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla

gravità di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar giù una

pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poichè non si

spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.

Non si può ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli

possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una

ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si può credere assolutamente

che l’amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad

azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non è quindi il caso

di prender parte pel Gnoli, che è troppo superiore ad ogni calunnia

anche involontaria e che sorriderà certo a questo sproposito d’ironia.

Ma è il caso però di avvertire il Casati di por mente a quello che

scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria.

È una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore

milanese, siamo certi, la rettificherà subito e volentieri, magari

prendendosela con chi l’ha rilevata, il che poco importa.

Sbagliamo tutti; ma così, poi!

LE RICORDANZE DEL SETTEMBRINI

Non è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.

Non è molto, rendendo conto ai lettori delle _Memorie di un deportato_,

notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella

ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere

un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta

per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà

del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche

sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma

quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia

dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni

estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce.

Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati

più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del

professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro.

Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la

furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli

autobiografi.

Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sue _Ricordanze_,

che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un

libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste

tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere

qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano,

un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella

vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di

professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue

catene.

A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse

la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi

dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui

rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle

ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere

che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria.

Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia.

Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato

di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra

che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico

accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!

Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la

coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena

non fu meno grave per l’uno che per l’altro.

Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta

in vantaggio del Settembrini!

Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una

religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si

accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per

sopportare il dolore.

Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.

Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno

sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di

Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio

futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura

avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù:

rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da

rassegnazione.

L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche

gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire,

certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è

virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.

Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito

dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze

attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia

della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il

cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.

Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel

modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle

pratiche superstiziose di una divozione volgare. Il suo dolore lo

portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era

prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella

sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non

bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle

sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò

mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè

in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e

nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, le _Ricordanze_, qualche

volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo

posto per fare quel ch’egli fece. Leggendo _Le mie prigioni_, si può

compiangere ma non invidiare.

S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al

Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non

aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza

ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della

famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso

doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la

moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia

borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere

paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale

e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che

sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua

disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede:

ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel

Pellico.

La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra

migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà

sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico.

La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi

far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso

finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso

con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure

quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo

di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad

ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche

cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in

quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che

interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno

che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne

accorge, diffida, perchè sa che gli storici che scrivono per sostenere

una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto

d’arte che nuoce all’effetto del libro.

Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia,

una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della

ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci

è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e

si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia

dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo

uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo

senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a

convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica

moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più

chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque

migliore di quella del Pellico.

Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti

di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del

Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori.

È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia

completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti,

possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il

futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per

un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il

continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince

più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di

logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.

NUOVA CORRISPONDENZA DI SAINTE-BEUVE

Non è molto, a proposito di un lavoro quasi puerile di Giacomo

Leopardi, dato in luce con la certezza che l’autore vivo ricorrerebbe

subito subito ai tribunali contro chi l’ha messo alla berlina, così,

esprimevo il dubbio che queste pubblicazioni giovassero a far conoscere

intimamente gli autori assai meno di quello che la nostra curiosità

vorrebbe farci credere per sua scusa. Potevo domandare che cosa abbiano

aggiunto di utile alle nostre cognizioni intorno al Sainte-Beuve quelle

pettegole pubblicazioni dell’anno passato che ricordiamo tutti. Che

importa alla critica se il vecchio senatore francese espiava i peccati

di gioventù sotto lo verula di qualche servaccia o tra le ugne delle

donnacce più grossolane e più vili di Francia? Le fine cesellature

dell’artista di gusto non si risentirono mai della volgarità degli

istinti del senatore. C’è un abisso tra l’uomo e il letterato, ed il

conoscere tutte le debolezze del primo non ci svela un punto, non ci

spiega un atomo del secondo.

Infatti molti, quasi tutti gli artisti d’ingegno e fantasia potente,

sembrano avere due anime in un corpo solo, due anime che non hanno

nulla di comune tra di loro. Il Machiavelli vecchio e relegato in

campagna, s’ingaglioffa, come dice lui, con un beccaio, un mugnaio e

due fornaciai, e giuoca con loro combattendo per un quattrino con urli

e parolacce da osteria; il Varchi nell’_Ercolano_ ci dice di più, che

il Segretario fiorentino all’intelligenza dei governi e delle cose

del mondo non seppe aggiungere la gravità della vita. Eppure, quando

il relegato sentiva d’essersi incanagliato abbastanza, tornava a

casa, rivestiva i panni curiali e la toga d’ambasciatore, e scriveva

il _Principe_ e le _Deche_. Sembra che egli avesse la facoltà di

sdoppiarsi, di cambiar l’anima come il vestito. Alfredo de Musset ebbe

la stessa facoltà. Da molti anni frequentava un caffè dove cedeva

alle tentazioni della sirena verde, l’assenzio; e bevendo lentamente,

osservava con interesse le mosse di due giocatori di scacchi. I

giocatori si erano abituati da molto tempo a questo osservatore muto,

che passava lunghe ore assorto nella contemplazione delle torri e dei

cavalli, quando un giorno, ad un colpo contestato, lo presero per

giudice e seppero con meraviglia che non conosceva nemmeno le mosse

delle pedine; non sapeva giocare, ed imparò soltanto negli ultimi anni

della sua vita. Il poeta, avvelenato dall’aria graveolente del caffè

e dall’alcool tinto di verde, tornava a casa con la testa pesante,

gli occhi torbidi, la lingua impacciata, e faceva accendere tutte le

candele nella sua camera, si vestiva come per andare a veglia, e così

vestito sentiva anch’egli l’anima che si sdoppiava, sentiva e scriveva

quei versi splendidi che sono una delle più belle glorie della Francia.

Ma senza ricorrere a questi e ad altri celebri esempi, chi è lo

scrittore che nell’atto di pensare e di tradurre il pensiero in parole,

non si senta diverso dal solito, non provi il sentimento della presenza

di qualche cosa di nuovo, di strano? Durante questa eccitazione

d’ingegno, l’artista si sente un altro uomo, ed i suoi pensieri si

ricollegano, non già con quelli più recenti della vita normale, ma

con quelli più lontani dell’ultima eccitazione simile. C’è un uomo

nell’uomo, una vita nella vita, e le operazioni dell’ingegno e della

coscienza nei due differenti stati sono completamente indipendenti per

conoscere quindi con precisione quel che ha fatto il Sainte-Beuve la

domenica, non serve affatto a spiegare quel che ha scritto il lunedì.

Certo non dico questo in senso assoluto, ma tuttavia si può affermare

che la metà delle ricerche biografiche sono inutili e solo buone a

contentare la nostra curiosità. Ammetto, anzi invoco la stampa degli

epistolari, ma fatta con criterio e non ciecamente; ammetto che si

stampino le lettere di qualche importanza, non tutti i brandelli di

carta scritta che si trovano nel cestino. Guardate l’ultimo volume

della corrispondenza appunto del Sainte-Beuve, stampato dal Lèvy, e

dite se non ho ragione. Quattrocento cinquanta pagine potrebbero esser

ridotte a cento: e forse cento sarebbero troppe. Che cosa giovano anche

alla biografia del celebre critico tutte quelle insulse lettere di

ringraziamento per l’invio di libercoli, di articoli e di volumi? Non è

carta sciupata a stamparle e tempo perso a leggerle? Ma no; de’ grandi

uomini bisogna conoscer tutto, anche quello che non importa; ecco la

perpetua scusa dei pubblicatori di inanità e di sgorbi.

Tra le poche lettere importanti sono da leggere le prime, dirette

all’abate Barbe. Si è voluto dire che Sainte-Beuve fosse un ateo

della più bell’acqua, e tutti ricordano le alte grida, le chiacchere

maligne e le bugie dalle gambe corte a proposito dei pranzi del venerdì

santo. Si è saputo poi, che mentre a Losanna lo volevano convertire al

calvinismo, dal fondo della sua provincia nativa e da carissime persone

gli venivano esortazioni vivissime per una conversione al cattolicismo.

Il critico si difese con molto spirito dalle accuse e dai tentativi, ma

tutte le volte che fu costretto a parlare di queste gravi questioni,

disse e non disse, motteggiò, girò alla larga, e nessuno seppe con

certezza quali fossero le convinzioni della sua coscienza. Nelle

lettere al Barbe troviamo, se non la spiegazione evidente dell’enimma,

almeno una luce sufficiente per vedere qualche cosa nel buio di

quell’anima chiusa. Il Sainte-Beuve non fu che un epicureo.

Il secondo Impero, che ha avuto tanti nemici letterari e grandissimi,

non giunse a metter dalla sua che i tre più noti epicurei dell’epoca,

il Sainte-Beuve, il Mérimée e Teofilo Gautier. Tutti gli artisti che

si sentivano dentro un po’ di fede, una credenza qualunque, furono di

quella opposizione letteraria che cominciò dai _Châtiments_ e finì alla

_Lanterne_, contribuendo non poco alla catastrofe dei Napoleonidi.

L’Impero aveva la coscienza di questo suo isolamento letterario e

faceva di quando in quando dei tentativi, come la commissione del

_Songe d’Auguste_ data ad Alfredo de Musset; ma le feste di Compiègne,

se poterono tentare qualche amatore della vita dorata, se poterono

far vestire l’abito di Corte a qualche letterato curioso e facile,

non riuscirono a fermare nell’orbita imperiale nessun uomo d’ingegno

grande, al di fuori dei tre epicurei ricordati. Era proprio una

fatalità che perseguitava l’Impero, una labe di peccato originale che

non si poteva cancellare, come la macchia nelle mani di lady Macbeth.

Inutilmente si sostenevano coll’opra e col consiglio le idee più

grandi, le imprese più simpatiche, inutilmente, contro la fiumana della

corruzione si cercavano ripari in un cattolicismo stretto, in una

protezione pericolosa del Papa, in una rigidità spagnuola di pratiche

religiose: tutti diffidavano, e i letterati più di tutti. Così l’Impero

non poteva offrire ai suoi se non le soddisfazioni che sono procurate

dall’agiatezza, e con i soli epicurei cedevano alla tentazione e

varcavano la porta del Senato.

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