E a dirla in poche parole, l’impressione è che la Cronaca sia una

brutta cosa, vuoi come opera storica, vuoi come lavoro letterario.

Basterebbe già a farlo vedere l’enorme puntello di commenti che

richiesero i pochi fogli del testo. Tanti non ne richiese Dante che

non scrisse una storia. E lo stesso commentatore, versato quant’altri

mai in cose di storia fiorentina, e per di più, se non erro,

accademico della Crusca, molte volte ha dovuto pentirsi e correggersi

e racconciare e disfare e rifare. Le tracce sono palpabili nel libro e

l’istinto del bibliografo trova subito le carte soppresse e sostituite,

come a pagine 21, 49, 59 ecc. E per mediocre che questo istinto sia, fa

subito trovare il mal fatto che sta fra le pagine 50 e 51, dove nella

pag. 50, sostituita alla vecchia, la nota 19 finisce a piè di pagina,

mentre a pag. 51 seguita una nota vecchia che non potè essere soppressa

tutta, non solo, ma che è citata alla nota XII, 4. Questa erculea

fatica, spesso inane come le carte confessano, durata da un uomo come

il Del Lungo, fa manifestamente vedere che razza di pasticcio sia la

Cronaca così leggermente portata al cielo dal Giordani, abbagliato dal

falso luccicchìoì delle apostrofi generose e dello stile apocalittico.

A che pro, si aggiunga, rafforzare ogni parola del testo con un

quaderno di prove tratte dagli archivi o dalle cronache, quando di

certe cose nessuno dubita? Perchè la coscienza trae il commentatore a

provare, per esempio, che il gonfalone portava la croce rossa in campo

bianco, se non fosse che egli stesso sente come le affermazioni del

Compagni non hanno valore se non han prova? Direbbe il Fanfani il noto

adagio _excusatio non petita_, con quel che segue. Ma si potrebbe anco

dire che quanto più l’abbondanza delle glosse fa notare la precisione

dei punti non controversi, tanto più fa risaltare l’errore dove è

forza confessarlo. Come scusare, per esempio, l’inesplicabile silenzio

intorno alla guerra di Pisa, sulla quale pure Dino fu chiamato a

consulta? E non è strano il silenzio circa il tentativo dei Grandi

nel luglio 1295, fatto viemeglio risaltare dalla scusa addotta dal

commentatore, il quale ci dice che Dino in quel punto aveva fretta

di venire al suo argomento, mentre allora appunto si perde a narrare

storielle, come quella della lanterna del Pecora? Storielle che parvero

al Del Lungo dare una imagine _assai più vera che non il Villani_ dello

stato di Firenze dopo cacciato Giano della Bella. Ma i criteri di

questa verità relativa non possono desumersi che dalla fede che si ha

nell’autore, in quello stesso autore i cui errori debbono esser così

spesso confessati. Ed ecco come accade che tutto l’apparato difensivo,

allorchè si mostra e si confessa debole qualche punto, fa i leggitori

più severi, o almeno più dubitosi e non a torto.

Soltanto a dare un saggio delle osservazioni possibili, dei dubbi

non risolti, degli errori confessati, ci vorrebbe troppo più che un

volume. Scorrete solo le prime cento pagine, ed ecco alcune delle

cose che si potrebbero dire: Pag. 8. _Fiume di acqua dolce_. Fiumi

d’acqua salata non ce n’è, e non suffraga l’esempio addotto dei «Fatti

di Cesare», che dice _fiumi di dolce acque_. Questo è il _chiare,

fresche e dolci acque_ del Petrarca, che a trasmutarle in _acque

dolci_ si vede subito quello che diventano.—Pag. 14. Dice Dino che

il Buondelmonti doveva sposare una Giantruffetti, ed invece era una

Amidei. Il commentatore nota che ad ogni modo l’Amidei aveva per zio

un Giantruffetti e «la differenza è di _poco momento_». Da padre a zio

ci corre!—Pag. 19. La parentesi che interclude le nozze di m. Forese

è correzione del commentatore. Potrebbe essere impugnata, notando che

i _montò_, _riguardò_, _diè_ ecc., sono passati perfetti tanto quanto

i _concordarono_ e gli _ordinarono_ che vengon dopo, nè segnan quindi

un tempo speciale pel periodo intercluso.—Pag. 28. La storia del

Lucchese Priore di Arezzo morto in una cisterna non resta di esser

contraddetta da quel L. Aretino detto alla pagina seguente di maggiore

autorità che non il Vilani, come quello che narra fatti della città

sua nativa.—Pag. 29. La questione circa il Vescovo di Arezzo, che era

degli libertini mentre Dino lo vuoi de’ Pazzi, rimane tal quale. Il

Del Lungo confessa l’errore, cercandone la giustificazione nell’errore

simile di un cronista più recente e nella parentela fra le due

famiglie. Ed errore sia.—Pag. 30. È confessato errore quel che Dino

afferma circa il castello di Poggio S. Cecilia, che non era del Vescovo

ma dei Sanesi; e sia errore.—È riconosciuta alterata, almeno nelle

date, la storia dell’arbitrato fiorentino; e sia.—È confessata errata

la data della _terza guerra dei fiorentini in Toscana_; e sia.—Pagine

38, 39. La famosa descrizione della Battaglia di Campaldino resta

sempre buja. _Missono i feditori alla frontiera della schiera... e

i palesi furono attelati dinanzi_. Dinanzi a chi? Alla schiera? Ma

c’erano i feditori. Dinanzi ai feditori? Ma come allora questi erano

alla fronte della schiera? Annota il Del Lungo: _in prima linea...

di fianco_. Ma Dino dice: _dinanzi_ e non _di fianco_, che non è

lo stesso. E il resto della battaglia lasciamolo stare.—Pag. 50.

_Ventiquattro_ arti per _ventuna_ è confessato errore. Grave, poichè

al tempo di cui si parla e nel tempo in cui si scrive dallo storico,

le arti non furono mai ventiquattro. Un ex-priore e gonfaloniere non

lo sapeva? Ma errore sia.—Pag. 52, 53. L’imbroglio dei Galigai! Dice

Dino: «Pochi malefici si nascondeano che dagli avversari non fussimo

ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. I primi che vi

caddono furono i Galigai, perchè un di costoro ferì un Benivieni in

Francia, e io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniero di giustizia nel

1293, andai alle loro case e de’ loro consorti e quelle feci disfare

secondo la legge». È parlar chiaro. Resta solo che il Benivieni fu

ucciso da uno dei Galli e che la esecuzione relativa prima in data fu

opera di Baldo Ruffoli. Il commentatore ripiega così: Dino non dice

di essere stato il primo ad eseguire la legge, ma il primo a punire

il maleficio già nascosto, poi dagli avversari scoperto. Il ripiego

è ben sottile e veramente Dino dice che _molti furono puniti secondo

la legge_ e primi i Galigai, ma lasciamo stare. Resta però che il

Galigai sarebbe reo dell’assassinio del Benivieni, secondo Dino, mentre

risulta che il reo fu invece uno dei Galli. Ed ecco il commentatore

ricorre ad una ipotesi. Il Galigai era complice dei Galli: questi fu

scoperto subito e l’esecuzione fu fatta dal Ruffoli; quegli più tardi e

l’esecuzione fu opera di Dino. Siamo nel campo delle ipotesi ed è qui

che ci sarebbe voluto qualcuno di quei documenti tanto inutili altrove,

ed è ben lecito non fidarsi di uno storico che per essere capito ha

bisogno di _potrebbe essere_. Ma come accade poi che Dino continua

subito: «Questo principio seguitò ecc.?» Ci pare che questo principio

significhi che la esecuzione fu la prima in data. Dino non può aver

parlato in generale dei principii di un ordine di fatti riferendosi

ad un fatto solo, speciale e determinato. Annota il Del Lungo: «A

questi esempi di rigore tenne dietro ecc.». No; il fatto è sol uno e

doveva dirsi: «A questo esempio». Dunque? Dunque Dino dice una bugia

e la dice apposta. Dunque come fidarci di questo storico?—Pag. 69.

_Scesono col gonfaloniere in piazza_. Non dice così il Villani. Chi

ha ragione?—Pag. 74. Non furono _ventimila_ i fiorini pagati allo

Chalons. Si confessa l’errore, e sia.—Pag. 81. _Molti furono che

cercono i malefici si trovassino che ne furono malcontenti per essere

colpevoli_. Questa curiosa strambezza è così annotata: _Molti i

quali... si erano creduti di assicurarsi col mostrare zelo e così di

ricoprire i loro malefizi, si trovarono a vederseli scoperti_. Ma non

dice il testo che fingessero a quel modo per coprirsi; dice solamente

e sinceramente, _cercorno i malefici si trovassino_. La spiegazione è

ingegnosa, ma rinchiude in sè la affermazione di un fatto del quale

non si trova traccia nell’autore, e quando uno storico ha bisogno di

puntelli simili può andare a riporsi.—Pag. 90. Guido Cavalcanti era

forse gentile verso il 1300, ma non giovane come dice Dino. Dato che

avesse almeno vent’anni quando nel 1267 sposò la figlia di Farinata

degli Uberti, nel 1300 passava la cinquantina. Dice il Del Lungo che

la inimicizia tra Corso Donati e Guido era antica forse, e che agli

esordi di quella si riferisce la parola _giovane_. Ma Dino narra un

fatto vicino al 1300. Non sarebbe strano il discorso di chi dicesse:

Adolfo Thiers, valente giovane, che s’era occupato di studi storici e

politici, fu fatto presidente della repubblica? Thiers si occupò di

storia da giovane e Guido può aver odiato Corso da giovane. Ma quello

fu fatto presidente da vecchio e questi da vecchio avrebbe lanciato il

dardo a Corso, poco giovane anch’egli. Che stranezze dunque dice lo

storico? E per finire? sono belli doti di uno scrittore, e specialmente

di storia, quelle continue anticipazioni e retrocessioni nel racconto,

fatte senza che lo si annunzi, e che in certi luoghi, come nel racconto

delle prime divisioni de’ Cerchi e de’ Donati, vogliono una data ad

ogni frase? E la storiella dell’Acciajuoli, che venne poi, con che

criterio cronologico è incastrata in quella del potestà Monfiorito da

Padova, che non era da Padova ma di Treviso? E tutto l’andirivieni

di fatti o più recenti o più vecchi che fanno un labirinto intorno

alla legazione del Cardinale d’Acquasparta? Ma che storico è questo

che ha bisogno di tanto commento dove si dice al lettore ad ogni

tratto: bada, questo accade prima, questo poi, qui torna un passo

indietro come nelle favole, qui fa un passo avanti come i profeti? Ma

fermiamoci a queste prime cento pagine e solo a quello che salta agli

occhi ad una prima lettura. Chi vuol seguire troverà di peggio, e se

ci si raccapezza in quell’indovinello del terzo libro, anche dopo le

note e i rabberciamenti, è bravo. E mi fermo, poichè solo da queste

cento pagine sembra giustificata la mia impressione prima, che cioè

il Compagni, come scrittore e come storico, non meriti il chiasso che

se ne fece. Il commento del Del Lungo è opera grave e magistrale che

diverrà una miniera aperta di documenti e di prove storiche, ma non

potrà far mai bello quel che non è, e sicuro quel che è provato falso

tanto spesso. Questo sembra oramai provato dallo stesso commento.

Resta ora, e prenderà nuove forze e nuovi aspetti, la quistione della

contraffazione, o almeno dell’alterazione; ma spetta ora la parola ai

maestri. Parlino dunque.—

IN SARDEGNA

Un italiano ha scoperto l’America, ma resta agli italiani di scoprire

la Sardegna.

Se c’è infatti una parte del nostro paese che sia poco conosciuta è

questa antica Ichnusa della quale ci ricordiamo solo quando si debbono

levare i coscritti o riscuoter le tasse. Dal 1848 in qua udiamo

sciogliere inni sonori al patriottismo, alla fermezza del Piemonte;

inni meritati senza dubbio, ma ingiusti in quanto dimenticano quella

disgraziata Sardegna che pure ebbe comuni col Piemonte i sacrifizi

grandi e la tenacità dei propositi. E destino, è triste destino della

Sardegna l’essere dimenticata. Sul continente se ne ricordano appena

coloro che vi furono a domicilio coatto.

Per molto tempo è stata tenuta come un luogo di punizione, una Nuova

Caledonia italiana. Quando non si sapeva dove ficcare un impiegato o

un maestro perchè tutti protestavano contro la sua morale o la sua

intelligenza, lo mandavano in Sardegna; così che la povera isola

serviva di immondezzaio alla spazzatura della burocrazia italiana.

I sardi se ne dolevano amaramente e con ragione, ma i loro _gridi

di dolore_ non arrivavano di là dal mare, o se ci arrivavano erano

inutili. Trattata da figliastra, colla peggior polizia e la peggiore

istruzione possibile, la Sardegna aveva poi il gusto di sentirsi

rimproverare l’ignoranza de’ suoi montanari e la poca sicurezza delle

sue montagne; come se quello stato anormale di cose non fosse appunto

colpa di coloro che la trattavano a quel modo.

E, pare impossibile! i viaggiatori che ormai non sanno più trovare

un luogo che non sia descritto per lungo e per largo dalle guide

del Murray e del Baedeker, che dalle regioni del polo a quelle

dell’equatore hanno visto tutto, illustrato ogni sasso, raccontato

ogni uso, non pensano a scoprire questa incognita Sardegna; ed i

lettori di viaggi e di descrizioni facili ed amene sono ridotti alle

leziose imbecillità svesciate dal padre Bresciani in un ridicolissimo

zibaldone che passa tuttavia per la migliore delle sue opere. I libri

più gravi che pure sono stati scritti intorno all’isola, o per il loro

intento scientifico o per qualche altra ragione sono lettera morta pei

continentali, e la Sardegna per noi rimane misteriosa come le sorgenti

del Nilo.

Eppure se c’è un paese originale è la Sardegna. Originale in tutto,

dal dialetto alla flora, dai costumi all’aspetto. Certo, a fermarsi a

Cagliari, la nota originale non si trova; ma chi è viaggiatore vero

e non volgare visitatore di alberghi, procede, s’interna nei boschi

inesplorati e sale ai villaggi annidati sui monti. Là si trova,

in seno ad una natura selvaggia, una vita rigogliosa e strana che

non ha riscontro in nessuna altra provincia italiana. Lasciamo al

padre Bresciani le sue pappolate colle quali vuol mostrare ai gonzi

l’identità dei costumi sardi con quelli orientali antichi, ma studiamo

un poco queste singolarità degne di studio.

Un libro che ha questo intento è quello di Ottone Bacaredda intitolato

_Bozzetti Sardi_ e stampato dal Sommaruga. Sono dieci narrazioni

curiose che tutte riguardano qualche singolarità delle costumanze

sarde. C’è del patriarcale nella prima, _La porchetta del mio

figlioccio_, che ci mostra l’interno di una brava famiglia popolana e

le feste del puerperio un po’ messe in soggezione dall’intervento di

un _cittadino_. Il buon cuore di questo popolo rude, ma migliore della

sua fama, è ben dipinto nel secondo bozzetto, _Filemone e Bauci_, dove

due vecchi senza prole adottano una povera creaturina trovatella che

rinvengono abbandonata sul loro uscio, e la fanno loro _filla de anima_

e la chiamano _Baròra_ di comune accordo, col nome della prima moglie

del buon Filemone. Tranquillità di coscienza, placidità di affetti che

ha qualche cosa di antico, della imperturbabile pacatezza della virtù.

Ma il bozzetto che dà più a pensare è il terzo, _Silvone_.

_Silvone_ in dialetto significa cinghiale. Innamorato e non corrisposto

si fa soldato, ma è riformato per ipertrofia di cuore. Torna a casa, e

il padre morente gli _lascia in eredità_ Basilio Manca, il sindaco del

natìo comune.

In questo _lascia in eredità_ c’è qualche cosa del côrso, anzi in fondo

non ci si trova che la celebre _bindetta_, la vendetta famosa che il

Mérimée analizzò così bene nella _Colomba_; il moribondo insomma

legava al figlio quell’omicidio che egli non aveva potuto compiere.

Silvone si reca dalla innamorata antica, trova che il marito le è stato

assassinato e la sente offrirgli la mano al prezzo di una _vendetta_

sullo stesso Basilio. Silvone accetta, ma il sindaco, che sta

sull’avviso, approfitta del primo furto commesso in paese per accusarne

l’uomo dal quale ha tutto da temere e che deve così gettarsi alla

macchia, bandito.

La soluzione del dramma è troppo facile ad indovinare. Un bel giorno

Silvone ammazza il sindaco, ma cade nelle mani dei carabinieri per

passare dalla Corte d’Assise alla galera. L’autore ci dice che il

suo eroe espia in un bagno i suoi falli e quelli del destino, ma il

destino, molto probabilmente, ci ha minor colpa di coloro che hanno

finora tenuto il seggio e battuta la solfa nel governo.

Li sentirete compiangere questi disgraziati paesi dove regnano

ancora tanti atroci pregiudizi, ma a chi domandasse loro che cosa

abbiano fatto per estirparli, non saprebbero rispondere, o al più

risponderebbero che hanno mandato i carabinieri. Bella risposta! E

iniquo il paese che imputa l’ignoranza e la ferocia ad una provincia,

quando poi ha fatto tutto il possibile per mantenerla nell’ignoranza e

nella ferocia.

_Il suicidio di Costantino_—_In procinto di pigliar moglie_—_Un

delegato straordinario_, sono calme pitture di costumi, come _Funerali

e nozze_—_Il ballotondo_, lo sono di usanze singolari. _Zio Daniele_

e _Federica_ appartengono invece ad una maniera più oscura, più

drammatica, pur tuttavia non distaccandosi dalla fisonomia generale di

questi studi paesani.

Il signor Bacaredda, che dal nome almeno sembra sardo, dovrebbe egli

scoprirci il suo paese. Dal continente ci si va qualche volta per

qualche inaugurazione, a far dei discorsi e de’ pranzi. Egli che è

in casa sua e ne conosce quindi i segreti più intimi che sfuggono ai

viaggiatori d’un’ora, egli ha il debito di dirci intera la verità sulla

sua patria, anche se scottasse le labbra.

Sarà pur sempre un bene cogliere i governanti in flagrante delitto

almeno di negligenza. Impareremo.

NELLA LOTTA

Ai tempi d’una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.

Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano

in fila, l’uno dietro l’altro, i canti sempiterni, tutti colla loro

brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si

contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche più brevi del

Boccaccio, e l’uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si

mantenne l’uso dei poemi lunghi fino all’arcilunghissimo _Cicerone_ del

Passeroni ed al _Poeta di Teatro_ del Pananti.

Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete

che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona

misura, Balzac si può quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e

lunghissimo col ciclo della _Commedia umana_. Nel genere narrativo

tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro ai _Tre

moschettieri_, poichè appunto è questo genere di romanzi che surroga i

poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali o _intimi_ hanno

lasciato le lungaggini di _Clarissa Harlowe_, ma quelli di avventure

sono sempre lunghi e me ne appello all’ombra lunghissima di Ponson

du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie

brevissime, dei _lieder_ di tre strofe che contengono una novella

d’amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia.

Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe

dell’_Excelsior_, Zola invece diluisce una novella intima nei molti

volumi dei _Rougon-Macquart_. Insomma, dove una volta si andava per le

lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si va per le lunghissime

in prosa e per le cortissime in versi.

Pare quasi che col crescere della coltura scemi l’importanza della

poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia

un linguaggio primitivo, il segno della prima età letteraria delle

nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi

meno colte preferiscono anche oggi i _Ruggeri_ del molo di Napoli ai

_Promessi Sposi_, che restano intelligibili, nella intima bellezza

loro, soltanto alle classi più colte. Il che spiegherebbe la ricchezza

della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette

a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall’altro lato il

crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste

conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi

sembrano però forti in gamba, poichè non è facile ammettere che i

romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso

di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia di _Mastrilli_ e un

romanzo di Boisgobey, è meglio quest’ultimo e segna un passo avanti:

ma il progresso è così tenue, da credere proprio che noi ci siamo

allontanati molto dalla età letteraria primitiva e preistorica. I Zulù

saranno più addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto

avanti.

C’è però romanzo e romanzo. C’è quello commerciale e quello letterario;

come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la

camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che

sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le

due stoffe al contatto dell’epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per

cavarsi questo gusto. Si vendono più camicie di cotone e se ne vendono

anzi di quelle che dopo un giorno d’uso diventano frangia. Si smercia

più paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell’ordine naturale

delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un

progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di

tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere

del consumo dei romanzi letterari, cioè fatti con un intento artistico,

trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando

le carte del _Pickwick Club_ avranno più lettori del _Rocambole_,

allora veramente il termometro della coltura generale avrà lasciato le

temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e

poi di quella estate che matura i frutti.

Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella

Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti

di teatro.

Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni

predicozzo che ci faceva dall’altare, cascava a parlare dei romanzi,

dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le

immoralità. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l’anima e il

corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini

del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva

avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non

avrebbe certo parlato diversamente.

È vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo

de Kock sotto ai banchi, ma l’avversione o la paura che le classi

dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno,

si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d’Italia,

fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto,

era condannata ad una sterilità coatta, ed i lettori o si inebetivano

sui romanzacci di contrabbando o s’addormentavano sulle minchionerie

del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e

il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei

romanzi è rimasta quindi a quelle regioni d’Italia che più vi si erano

potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad

impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione

o di morale. I cataloghi de’ librai milanesi o torinesi riboccano di

romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.

Così la novità di questa stagione di bagni e di acque è il romanzo di

Enrico Castelnuovo intitolato _Nella Lotta_ e stampato dal Treves in

Milano.

Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di

avvelenatori, di duelli e di processi. Non è uno di quei pasticci

che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti

dalle donne isteriche. È un lavoro d’arte, un romanzo letterario che,

per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi

e nelle _bosinade_, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due

massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non è degna di essere

stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perchè è bella ed

onesta.

Quest’ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo è. Non

basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l’energia

e la serietà necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le

quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro

che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e

le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli

uomini deboli che cascano nelle reti loro, imbecilliti dalle moine che

vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono.

Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e

non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e più dell’uomo!

Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga

una triste necessità quando per tante donne l’ideale della vita sta

nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa

certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita

com’è, non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia.

Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a

ricordarsi il racconto di La Fontaine _Le pâté d’anguille_ e il detto

volgare _toujours perdrix_. Ma quando la moglie prende parte anch’essa

alla lotta quotidiana, quando è la confidente e la consigliera del

marito e sa combattere e vincere anch’essa, ridiventa la nostra costola

e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma

dico la verità.

Quanto poi all’arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto

disegnatore che coloritore. Il suo romanzo è come un quadro della

vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente

anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non

plastico. Più che dagli oggetti esterni, più che dalla scena, egli è

colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non

descrive, racconta. Così egli si accosta ai romanzieri della _Revue

des deux mondes_, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non

ha l’arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola,

che può essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa

dire, ma che rimane però sempre un artista forte ed originale. Nel

Castelnuovo c’è sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non

fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe

nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi

per riuscire, tranne la lingua.

La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.

Silenzio.

IL ROMANZO SPERIMENTALE

Brandelli · 第 25 / 34 段