Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non è

conosciuto in Italia? Certo l’Italia in passato ebbe, in argomento

di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la

Francia, che di importazione; commercio che ora è affatto invertito,

per quanto l’Italia cominci lentamente a produrre del suo ed a

guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua,

di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al

tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non può spiegare

questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all’Apulejo moderno.

Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghi _du nouveau langage

françois italianizé_ ed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi

ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suo _escolier

Limousin_ qualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto.

Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle

letterature d’oltralpe, e più tardi, al tempo di Caterina de’ Medici,

gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino

Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in

Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare

nella _Cosmografia_ del viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro

frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d’insalata pel

suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu

certo quello d’importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo,

ci dice il Colletet, gli affidò importanti e delicatissimi affari;

e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse

nell’abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio

1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e

frequentare illustre persone e colte società. Come dunque, dopo la fama

a cui salì dappoi, nessuno a Roma si ricordò di lui, nessuno in Italia

seppe il suo nome? Come mai, di uno dei più grandi scrittori di una

principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle

lingue del settentrione, ed è appunto presso i popoli del mezzodì, ai

quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome è

poco meno che sconosciuto?

Prima di tutto non è paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais

coll’Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire

la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham

giudeo, il quale dai vizi de’ religiosi argomentò la virtù della

religione. Egli invece capì subito che cosa era questa ortodossia

cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Capì la

scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre

alle obiezioni della Riforma, e l’arte machiavellica che moveva

le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e

i sovrani alla difesa dell’arca santa del diritto divino. Vide lo

scadimento morale d’Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava

appunto allora, e sentì fermentarsi dentro quel lievito di ribellione

contro tutte le imbecillità degli umili e le bestialità dei grandi,

col quale impastò poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro

sentì il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla

gerarchia civile, l’odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che

non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (_Venite aposemus_—_Gargant._,

cap. 4), nemmeno le sacre carte (_Et germinavit radix Iesse_, capitolo

39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben

tristi impressioni in Italia e nella società che gli toccò frequentare,

dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti

di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l’ironico Rabelais di

quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare

un Ducato a Pier Luigi Farnese, la più oscena figura del suo secolo?

Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell’Italia

d’allora, fece sì che le allusioni italiane che si trovano nel suo

libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco

benevole. Non parliamo di tutto ciò che riguarda la Chiesa e la sua

gerarchia, poichè un terzo del libro si può dire che non riguardi ad

altro. Soltanto, sfogliando qua e là il Gargantua, si può capir subito,

come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere

stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa

di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero

scrivendo l’_Iliade_ e l’_Odissea_ pensasse mai alle allegorie che da

lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornuto _et

que d’iceux Politian a desrobé?_ Le cose del Giovio non erano ignote

al Rabelais, ed è strano che volendo dir male del Poliziano non abbia

riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone

X, che cioè il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di

Erodiano. Già il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole

per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se

crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta

proprio in scuola, il che mostra che si riferisce alla _prelezione_ e

non alle _Selve_ o più specialmente all’_Ambra_, come sembra credere il

Del Lungo. Il Budé invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle

sue annotazioni alle Pandette dell’opuscolo _de Homero_ attribuito

a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verità, ma non

troppo galantuomo, non arrossì di saccheggiare quell’opuscolo e di

darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non

cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un’altra accusa del Budé al

Poliziano, quella cioè di aver saccheggiato i versi di incerto autore

che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ciò nella lettera a Francesco

Ursino. Certo però allude al _Panepistemon_ allorchè lo accusa di

aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi

è questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama

appunto _Epistemon_, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro

del Poliziano.

Non è il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo

ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno

a queste accuse, chiamandole _turpissime ed accolte solo dal pessimo

volgo_. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli

stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili

asserzioni, preferì di accettare ciecamente l’accusa del suo amico

Budè, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.

E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro

libro: _Hypnerotomachia Poliphili_, del domenicano A. Colonna; libro

sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verità

dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola

dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come

autorità l’invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio.

Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra

gli _Hurtebise_, _Fasquin_, _Tropditeux_, _Gualehaut_, _Jehan le

Veu_, _de Billonio_, _Brelingandus et un tas d’autres_, c’è anche un

_Passavantus cum commento_ che non può essere se non lo Speccio _della

vera penitenza_ stampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere

la notissima _Epistola m. Benedicti Passavantii_ scritta da Th. de

Bèze contro il presidente Lyset, poichè la prima edizione è del 1553,

anno della morte del Rabelais. Nè forse meno ironicamente è ricordato

nel cap. 24 il dialogo di Nicolò Leoniceno: _Samnutus, sive de ludo

talario_.—Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella

edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell’Ambrosiana

c’è del Leoniceno una traduzione del—_de bello Gothorum_—di Procopio:

è piena d’ioditismi, sotto il nome di Nicolò da Lonigo, e dedicata al

duca Ercole di Ferrara. L’Argelati (_Bib. de’ Volg._, III, 297, nota

c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso).

Ingiustissima poi è l’ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19,

dove è battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata di

_tapon_ o _tampon_, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto

stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un

contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne

era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuriò

il Pontano, al quale diede per di più del _poeta secolare_, che nel

gergo della Sorbona significava eterodosso, e lo citò come autorità

nella ridicolissima arringa di _Janotus de Bragmardo_.

Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo

Gargantua, suffragano abbastanza l’opinione nostra intorno alla poca

simpatia del Rabelais per l’Italia. Ma più che questi colpi di dente

e le allusioni ai veleni (_il craignoit ly bouconi de Lombard._, cap.

3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall’Italia abbia

contribuito la loro fama di dubbia cattolicità. Intendiamo dubbia per

gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre

Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a

sè il Rabelais, lo sconfessò altamente e lo trattò di ateo. L’amicizia

del frate sfratato col Dolet, col Despèriers, col Marot e con altri,

non giovò alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua

odissea monastica, l’odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per

le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci

che non rispettano nulla (_ad formam nasi_ etc., _Garg._ 40), gli

mossero contro tutti quei _cagots et papelards_, la razza de’ quali non

è ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere

nel 1545 per la stampa del terzo libro del _Pantagruel_; lotta nella

quale la Sorbona non si diè vinta che davanti all’intervento del re.

Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al

tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!

È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state

tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità

delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è

l’arcaismo gramaticale ed ortografico così _bhonomme_; ma così ostico

ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia.

Vediamo i _Contes drolatiques_ di Onorato Balzac conosciutissimi tra

noi, benchè arditi, benchè arcaici, mentre l’_Apologie pour Hérodote_

di Enrico Estienne e l’_Arte de parvenir_ di Beroaldo de Verville che

dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi.

L’Italia, nè allora nè poi, non fu paese dove un Filippo d’Orléans

potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del

Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in

Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese

dai pastori per evitare l’infezione del gregge, fino a che, sotto il

dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella

indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri

le argute fantasie del parroco di Meudon.

Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si

potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere. Ci pare che una

traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa

affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa serietà d’esposizione

che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua

e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche

esposte più sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione

avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominciò colle

minute purità del padre Cesari e finì colle melense pappolate del padre

Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si

provò a tradurre il Montaigne.

La traduzione però non verrà. Tutti coloro che hanno interesse a

conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo

conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e

buon pro faccia a tutti quanti.

UN AMLETO ITALIANO

Nel teatro Tron di San Cassano, l’anno 1705, fu rappresentato un

dramma per musica intitolato _Ambleto_ e stampato da Marino Rossetti

in Venezia, all’insegna della Pace. _Ambleto_ era il signor Nicolini

Grimaldi, cavaliere della Croce di San Marco e virtuoso di S. M.

Cattolica. _Veremonda_ (Ofelia) era la signora Maria Domenica Pini,

detta la Tilla, virtuosa di S. A. R. il Granduca di Toscana. _Fengane_

(il Re Claudio) era Lorenzo Santorini, virtuoso di S. A. Elettorale

Palatina. _Gerilde_ (la Regina Geltrude) era la signora Maria Maddalena

Bonavia, virtuosa bolognese. _Ildegarde_, _Valdemaro_, _Sifrido,

personaggi che non sono della tragedia inglese, erano la signora

Vittoria_ Costa bolognese, Pasqualino Betti, virtuoso di S. A. il

Duca d’Orléans, e il signor Domenico Fontani, virtuoso del Gran Duca.

Il Fétis ricorda solo il Grimaldi, _celebre_ basso ai suoi tempi, e

gli attribuisce il merito del libretto. Questo sproposito viene dal

Grimaldi stesso, il quale alla stampa dell’_Ambleto_ colla traduzione

inglese, fatta dal Tomhson a Londra nel 1712 pel teatro di Haymarket,

prepose una dedica al conte di Portland, dove, se non dice di aver

fatto il _libretto_, poco ci manca. Invece l’_Ambleto_ è, quanto alla

tessitura, di Apostolo Zeno e, quanto ai versi, del dottor Pietro

Pariati di Reggio. Veggasi il tomo nono delle Poesie drammatiche dello

Zeno, stampato dal Pasquali a Venezia nel 1744, vivente l’autore. E il

Fétis era anche in parecchie delle date che riporta, poichè il Grimaldi

cantò in Londra il _Lucio Vero_, il _Clearte_ ed il _Pirro_ nel 1716 e

17, come si vede nei libretti.

La musica dell’_Ambleto_ nel 1705 era del Gasparini, e Giuseppe

Vignola, organista della Real Cappella, l’accomodò a Napoli nel 1711

per l’onomastico di Carlo III. Lo Scarlatti la rifece pel teatro

Capranica di Roma nel 1715, e il libretto si vendeva a «_Pasquino_,

nella libreria di Pietro Leone all’insegna di San Giovanni di Dio». Il

lettore curioso troverà che il signor Domenico Genovesi rappresentava

_Veremonda_; Innocenze Baldini era _Gerilde_, e Antonio Natili

_Ildegarde_. E alla pagina 6 stanno gli _imprimatur_ che santificano

questa castroneria e vien subito in mente l’avventura del Casanova di

Seingalt col finto Bellino.

Non bisogna però credere che la tragedia dello Shakespeare fosse

conosciuta ed applaudita sui teatri italiani centosettantott’anni

sono, poichè l’opera dello Zeno non ha che fare con quella del tragico

inglese. Derivano tutte e due dallo stesso ciclo di leggende, ma se

sono dello stesso popolo non sono della stessa famiglia. L’origine

prima e comune è la _Historia Danica_ di quel Saxo Grammaticus che

morì poco dopo al 1203, e origine dei primi dieci libri di questa

storia sono le tradizioni ed i canti degli Scaldi. Lo Shakespeare,

che non era forte nel latino, trasse l’argomento e le fioriture dai

racconti tragici che il Belleforest cavò dalla Storia di Saxo. Lo Zeno

invece salì alla fonte direttamente e vide le compilazioni successive

del Meursio, di Giovanni Isacco Fontano e d’altri. Dati dunque i due

diversi punti di partenza e dati i due differenti ingegni, si capisce

come le due opere siano in fondo assai dissimili.

Non possiamo riferire la tradizione danese di Saxo, prima perchè troppo

lunga, poi perchè (povera Ofelia!) troppo sboccata. Ma in fondo è

questa: Fengo ha ucciso il suo fratello e re Orvendillo di Gerut e si

finge pazzo per fuggire il pericolo di morte, e il re insospettito lo

mette a tre prove. La prima è di fargli trovare in un bosco una ragazza

vestita della sua sola bellezza, e pare che allora si stimassero i

pazzi incapaci di cedere alla tentazione. Amleto, che sa di essere

sorvegliato e di dover far quell’incontro, cavalca al rovescio come

Bertoldo, e fugge così il pericolo di vedere e di cadere. Per la

seconda prova, il re fa nascondere una spia nella camera della regina

per sapere ciò che dicono; ed Amleto, che se ne accorge, ammazza la

spia, dando così origine all’episodio di Polonio e dalla celebre

esclamazione _how now! a rat?_ che lo Shakespeare tolse dal racconto

del Belleforest. Finalmente Fengo manda Amleto in Inghilterra per

farlo uccidere da quel re, ed Amleto in viaggio ubbriaca i custodi ed

alterando le lettere missive le fa uccidere in sua vece. Seguono poi

altre avventure che non han che fare col dramma.

La tessitura della tragedia inglese è conosciuta, anche nel primo

abbozzo stampato nel 1603, e non ne parliamo. Vediamo la tessitura del

dramma italiano, per la quale bisogna sapere che Veremonda principessa

fatta prigioniera in guerra da Valdemaro, e Ildegarde principessa

danese, sono innamorate di Amleto, mentre Amleto, il re e Valdemaro

spasimano per Veremonda. Lasciando i minuti episodi, diremo che nel

primo atto il re mette alla prova Amleto facendogli trovar sola (benchè

vestita) Veremonda nel bosco. Ma costei scrive con un dardo sulla

sabbia: _il re ti ascolta_, ed Amleto si frena. In questo atto si

trova il trionfo di Valdemaro che chiede la liberazione di Veremonda,

e una moltitudine di dichiarazioni di amore d’Ildegarde, di Fengone

e di tutti. Gerilde fa sapere a Fengone, salvandolo dai sicari di

Siffrido, che lo salva perchè moglie sua e non per altro. Nel secondo

atto seguono le mutue dichiarazioni. Ildegarde rifiuta Valdemaro per

marito e Valdemaro rapisce Veremonda. Amleto uccide la spia nella

camera materna, poichè Siffrido lo aveva avvisato del tranello, e corre

a salvare Veremonda. Mentre Valdemaro cede alle parole ed alla autorità

di Amleto che gli fa vedere di non essere pazzo, sopraggiunge Fengone

che dà una gran lavata di capo a tutti e dice che Veremonda deve

esser sua. Nell’ultimo atto Fengone fa la corte a Veremonda e ripudia

Gerilde. Valdemaro sposa Ildegarde e promette di imprigionare Fengone.

In una festa nella quale Fengone vuoi celebrare le nozze con Veremonda,

accade fra lui ed Amleto il noto scambio delle tazze, ed il tiranno

alloppiato è incatenato da Valdemaro. Fengone canta il suo _rondò colle

catene_ e tutto si accomoda pel meglio.

Come si vede da questi pochi cenni, salvo l’uccisione della spia e

lo scambio delle tazze, non c’è nulla che ricordi lo Shakespeare,

e l’_Amleto_ dello Zeno è uno di quei drammi come ne fece tanti il

Metastasio, le cui situazioni consistono tutte in un pasticcio di

amori intrecciati e fuori del naturale che arrivano ad accomodarsi

alla meglio nelle ultime scene. La Veremonda è centomila miglia dalla

candida Ofelia e odora di polvere di cipria che fa spavento. A guardar

bene, pare quasi che il matto sia Fengone e non Amleto, e l’unica

situazione che si allontani un poco da quelle che allora si trovavano

in tutti i drammi è quella in cui Veremonda avvisa Amleto che lo

si ascolta. È curioso poi vedere come la stessa, o quasi la stessa

situazione abbia inspirato allo Shakespeare il famoso monologo _to be,

or not to be_ ed al dottor Pietro Pariati questi versi

Stelle, voi che dei regnanti

Le fortune in ciel reggete,

Proteggete la mia speme, ecc.

e questi altri:

Quando io torni, voi vedrete,

Che il baleno, il lampo, il folgore

Meco in terra io porterò.

Le tempeste, le comete,

Il terror, la strage, il fulmine

E la morte in pugno avrò.

Le famose invettive d’Amleto contro la madre finiscono così nel dramma

italiano:

Della vendetta il fulmine

Sopra di te cadrà.

Regina senza regno,

Consorte senza sposo,

Non so se a riso o a sdegno

Ognun t’additerà.

Chi volesse fare uno studio comparativo più largo, badando alle

differenze delle sorgenti, dei tempi, degli ingegni e delle tendenze

letterarie nazionali, potrebbe trovar molto da lavorare. A noi basti lo

avere accennato la bizzarra figura dell’_Amleto_ italiano a coloro che

si dilettano di curiosità letterarie.

LA CRONACA DI DINO COMPAGNI[3]

I dubbi nati sull’autenticità della Cronaca del Compagni misero a

rumore pochi anni sono il campo letterario ed erudito. Il povero

Fanfani, con un impeto che oltrepassò spesso i giusti confini, fu il

campione della _contraffazione_. Il signor Isidoro Del Lungo, con un

riserbo che in lui e nella sua parte parve spesso sfiducia, era ed è il

campione dell’autenticità. Da molto tempo era annunciato ed aspettato

un grave commento del signor Del Lungo alla Cronaca, commento che

avrebbe sciolto ogni dubbio e rischiarato ogni oscurità; ed eccolo,

morto appena da pochi mesi il più tenace avversario, eccolo alla luce

con un volume di proemio al quale presto farà seguito un secondo.

Sono sciolti ora i dubbi? Per dare una sentenza ci vuole uno studio

profondo della lingua e della storia fiorentina ne’ primi anni del

secolo decimoquarto, e, quanto a me, confesso candidamente di non

essere giudice competente. Lascio quindi la toga e la bilancia a chi

per lungo studio e grande amore sia giunto in autorità di sentenziare,

ed aspetto almeno le risposte della parte avversa. Però avendo seguito

con attenzione curiosa le fasi di questo processo, non posso resistere

alla tentazione di esprimere l’effetto che ha prodotto in me il

poderoso lavoro del Del Lungo, e lo faccio volentieri, pensando che

spesso il parere dei minimi è utile come segno dell’impressione de’

più, e che la leggenda d’ella serva del Molière non è da sprezzare.

Intanto l’autenticità lasciamola da parte. Il Del Lungo in questi due

volumi non ne parla, che anzi l’ammette a _priori_, sino a correggere

col Compagni il Villani (p. 35, nota 13 ecc.). La seconda parte del

primo volume, che è sotto i torchi, dovendo ragionare delle vicende

del testo, credo ne parlerà, benchè l’indice già pubblicato non ne

lasci che poca speranza. Che se tacesse, sarebbe peccato, poichè

tacere non è il miglior modo di aver ragione. È vero che questa

eterna questione fa capolino da per tutto, dal facsimile del codice

Ashburnham sino quasi alle minime glosse. È evidente un continuo

sforzo di combattere senza averne le apparenze, di confutare fingendo

di sprezzare le obbiezioni, tacendone gli autori. Ma poichè al Del

Lungo sembra profanazione il dubitare di cosa da lui ammessa con così

profonda e sincera convinzione, e poichè non è mia intenzione fare una

polemica dove voglio soltanto esporre impressioni; rimanendo tuttavia

nel mio scetticismo (non soddisfatto nè pro, nè contro, anche dopo

il codice trovato), lascerò da parte, come ho detto, la questione

dell’autenticità, e la irrequieta ombra del Fanfani ce lo perdoni.

Brandelli · 第 24 / 34 段