non averne. Per non dire altro, la questione suscitata da Emilio Zola
circa il romanzo sperimentale, ha fatto veder chiaro che molti ingegni,
i quali si credono e si proclamano liberi, hanno invece la ferrea palla
e la catena attaccata come i galeotti. Stranissimo poi è che certe
teorie trovino appunto i nemici più fieri là dove dovrebbero trovare
dei naturali alleati; dico nel campo dei repubblicani od almeno tra
coloro che senza militare attivamente nelle schiere repubblicana, vanno
un po’ più avanti che non sia lecito ad un sostenitore del presente
disordine di cose.
Per giustificare la loro avversione alla letteratura che cerca di
sostituire lo studio della verità alla fecondità della imaginazione,
ripetono quel che hanno ripetuto gli scrittori di teorie politiche ed i
seguaci di Nicolò Machiavelli, cioè che la repubblica non può esistere
che basata sulla virtù; ed aggiungo che la letteratura sperimentale
essendo necessariamente immorale, deve essere respinta da ogni convinto
e sincero repubblicano.
La repubblica deve esser basata sulla virtù? Questa affermazione mi
è sempre sembrata una di quelle magnifiche sciocchezze che proferiva
l’egregio signor Prudhomme, il faceto e maestoso personaggio inventato
da Enrico Monnier. Ma quale virtù? Fate solo questa innocente domanda,
_quale virtù?_ e la magnifica frase cade in rovina. Delle virtù che ne
sono di millanta tipi. C’è per esempio la virtù secondo i cattolici.
Vorremo esser virtuosi a quel modo e tendere la guancia sinistra a chi
ci schiaffeggiò la destra? Bella repubblica sarà quella che si fonda su
quella virtù! Direte che la virtù cattolica non è virtù, e sia.
Ma quale sarà dunque questa benedettissima qualità che deve servire di
fondamento a questa benedettissima repubblica? C’è per voi un assoluto,
una morale superiore alle evoluzioni civili e sociali? E se c’è,
qual’è? Non basta ripetere i due o tre assiomi del diritto romano, del
decalogo o della dichiarazione dei diritti dell’uomo. La condotta è
qualche cosa di troppo complesso perchè due o tre massime sante possano
valere a darci una norma sicura nelle mille contingenze della vita.
E stringendo le cose, e venendo alla conclusione, bisogna confessare
che questa virtù necessaria alla solidità della repubblica è la virtù
repubblicana. La quale, ch’io sappia, non ha mai imposto la esclusione
del romanzo sperimentale come pericolosa agli ordini civili, perchè
tra le altre cose, ha bisogno ancora di essere messa al mondo, povera
virtù, di crescere e di farsi capire. Non lanciamo dunque anatemi in
nome di un vangelo che non è stato ancora scritto.
Ma, si dice, il romanzo sperimentale è la stessa cosa della pornografia
e quindi ecc. ecc. Adagio! Chi ve l’ha detto? Per me, intanto, in
questa affermazione trovo o una ignoranza crassa o una malafede
cattolica. Io non capisco e non capirò mai che si dica, per esempio,
che la lirica è la laudazione di Madonna Laura perchè il Petrarca nel
suo canzoniere ha lodato madonna Laura.
C’è un romanzo realista che rasenta il pornografico? Ammettiamolo,
benchè i romanzi dello Zola non siano per me in quel caso. E che per
ciò? Direte che le novelle sono di necessità pornografiche perchè il
Boccaccio è di manica larga? Eppure ci sono le novelle del padre Cesari
che seccherebbero il mare a forza di pudicizia.
Qui si confonde una questione di metodo con una questione di tendenza;
qui si giudica tutto il poema cavalleresco dal solo canto di Fiammetta.
Siamo in buona fede, se è possibile. Quando mai i difensori del romanzo
sperimentale affermano che si debba esser pornografi? Quando mai fu
dimostrato che non si possa fare un romanzo sperimentale, che sia
morale?
Perchè dunque queste sentenze _a priori_ che si sentono tutti i
giorni schizzar fuori dalle caste bocche dei critici pudibondi contro
questo povero sperimentalismo? Eppure qual’è il canone primo degli
sperimentalisti nell’arte? Essi vi dicono: fino ad ora per esser buon
romanziere bisognava essere uomo di grande fantasia, di immaginazione
feconda. Ora queste facoltà sono stimabili, eccellenti, ma non è
per mezzo loro che ci avvicineremo alla verità. Le altre arti hanno
cominciato da un pezzo a studiare dal vero, e il romanzo non fa parte
anch’esso dell’arte rappresentativa? L’immaginazione è una bella
qualità, ma l’ideale del romanzo sarà dunque quello di Giulio Verne?
L’immaginazione non deve essere esclusa, s’intende. Dice il chimico
che sperimenta: come si comporterà il tale metallo immerso nell’acido
tale? E il romanziere: come si comporta il carattere tale quando si
trova nella tale circostanza? Come si vede, la fantasia non è esclusa,
poichè a lei spetta di cercare l’occasione, di trovare la circostanza
nella quale mettere a sperimento un carattere.
Ma il carattere, l’occasione e le relazioni intermedie non spettano
più alla fantasia, che deve limitarsi a metterle in presenza tra loro.
Devono esser desunti dal vero, e non può essere lecito in questa forma
letteraria, d’inventare carattere e modo di condursi di una persona
imaginaria in faccia ad avvenimenti inventati. Si tratta insomma di
mettere la fantasia al posto che le spetta. Non si faccia la storia
nuda e cruda, ma non si facciano nemmeno i racconti delle fate.
Che cosa ci sia di scandaloso e di pornografico in queste massime,
davvero non saprei vedere. Ma è necessario, pare, per la letteratura
virtuosa che il protagonista sia un eroe, lo donna un angelo, il
tiranno un mostro d’iniquità e così via. È il sistema del teatro a
soggetto, dove il carattere di Arlecchino, di Pantalone e di Brighella
era già fatto e stabilito. Invece, nella verità, non si è che in
rarissime eccezioni completamente virtuosi o completamente birbanti.
In generale, si vive oscillando tra le azioni indifferenti, e quando
arriva qualche avvenimento critico dove bisogna decidersi o per la
soluzione retta o per la curva, pochissimi sono quelli che non abbiano
un quarto d’ora, un minuto d’esitazione. Perchè dunque gli eroi
dovranno sempiternamente essere l’eccezione? Perchè dunque non staremo
un poco alla verità, lasciando in pace i tipi imaginari platonicamente
perfetti? È pornografia questa?
Chi è senza peccato tiri la prima pietra, diceva quello. Il giusto cade
sette volte al giorno, diceva quell’altro. E ci ostineremo a imaginare
eroi che non peccano e non cadono mai? In questo caso i romanzi
diventano pericolosi come se fossero pornografici.
Una gentile signora, dice il Mérimée, se non sbaglio, visitando lo
studio di un illustre scultore, guardava le Veneri e le altre splendide
nudità marmoree con occhio poco benigno e disse finalmente che gli
uomini fanno male a guardare e tenere in casa simili statue. La loro
imaginazione si sregola, si guasta, e pretendono poi dalle povere
donne quel che non possono avere, una bellezza che si avvicini alla
perfezione. La signora diceva bene. Facciamo un po’ degli eroi meno
meravigliosi, perchè le ragazze, queste ragazze che stanno tanto a
cuore ai critici virtuosi, non si guastino la testa.
IL CENTENARIO DEL METASTASIO
Quanti monumenti! Quanti centenari!
Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte,
qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle
spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese.
Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poichè
in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si
spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche
volta pur troppo anche dell’uomo politico che nacque all’ombra del
campanile. Nessun proprietario è sicuro che l’autorità municipale non
venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della
casa col suo bravo _qui nacque o qui dimorò o qui morì l’illustre
tal de’ tali_. Comincia a diventare un incomodo, una servitù da
tenere a calcolo nel contratto d’affitto. Vedremo degli avvisi
così: _Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina.
Acqua dell’acquedotto: vista del giardino: non v’è morto alcun uomo
illustre_. Ma gli appartamenti in condizioni così felici saranno pochi.
Qual’è la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un
uomo celebre?
Ora è la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il
centenario mercoledì scorso. Sono già in vista molte altre consimili
solennità, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll’aiuto di Dio
e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora
e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha più diritto di
tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!
Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l’Offenbach
italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del 1870 la Francia, con un
acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle
operette dell’allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l’Italia, dai
disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta
che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio
Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva così duramente calcata la sua
forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E
poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa
qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana
all’imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del
povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli
esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato
dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d’infamia come
l’Aretino. Invece gli fanno il centenario!
Egli è che l’Italia si è ricreduta di molti giudizi che in altri
tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era
necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo
era stato servitore di chi poi ci oppresse così duramente: oggi non
più. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di
chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi
accettasse, un po’ per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto
democratizzare perfino la nostra Corte, un po’ pel resto delle vecchie
idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i
popoli si lasciano trascinare all’entusiasmo ed al martirio e che,
esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono così meschine.
Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo
a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in sè, dalle
quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.
Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr’arte, per la nostra
nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi,
vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un
professore che sia chiamato a insegnare di là dai monti ci par sempre
tanto più bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a
Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri
libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne
di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo
insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o
ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo
giro all’estero, se non viene di là con la laurea straniera. Mi pare
dunque che si finirebbe a gloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni
ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene
ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimproverò mai allo
Spontini, al Cherubini, al Rossini, l’aver occupato cariche onorifiche
sotto governi e sotto re stranieri.
Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue
freddo, si può vedere che l’esser poeta cesareo nel 1730, non implicava
quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent’anni
addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilità di quella
posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di
antipatia che l’Italia abbia fin qui avuto verso l’abate Metastasio,
e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel
centenario.
Ma resta l’accusa alfieriana. La poesia del Metastasio è di latte e
rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti,
non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate.
Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!
Lasciamo andare l’idea _proudhoniana_ dell’arte utile e miglioratrice,
poichè oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto
sèguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto
che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto
che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli
scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo
Tacito; perchè negare il suo al Metastasio. come se si temesse di
mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?
L’arte del Metastasio è molle e sfibratrice? Ma è l’arte del suo tempo!
Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l’autore dall’età sua,
dimenticando l’ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una
data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l’Alighieri possa
vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli
abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava
così, si sentiva così, e il Metastasio cantava necessariamente a quel
modo. Si può deplorare che l’Italia della prima metà del secolo passato
non sia stata la Grecia che debellò Serse, o la Francia rivoluzionaria
che vinse l’Europa conservatrice: ma poichè l’Italia era così l’arte
sua non poteva essere altro che così. La colpa non è del Metastasio,
il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria
Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene
di Maria Antonietta di Francia o di Carolina di Napoli che furono
sue discepole, non ha avuto nè poteva avere alcuna influenza sui
contemporanei perchè l’arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli
serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a
quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi
criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo
tempo. La storia non c’è per nulla? Credete che la causa di Sedan sia
nelle _Belle Hélène?_ Via, mettiamo le cose al loro posto.
Arte molle? Certo, dopo quella dell’Alfieri; ma al suo tempo, no.
Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi
che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori
mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di
museo nel _Giorno_ del Parini? A loro doveva apparire più che forte il
poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare
gli fa proferire la parola romana,
altrove
Portatemi a morir!...
L’_Attilio Regolo_ ha dei punti in cui c’è forza anche per noi che
veniamo dopo all’Alfieri. L’ultima scena vi par molle?
Romani, addio! Siano i congedi estremi
Degni di noi. Lode agli Dei, vi lascio,
E vi lascio Romani. Ah, conservate
Illibato il gran nome e voi sarete
Gli arbitri della terra, e il mondo intero
Roman diventerà. Numi custodi
Di quest’almo terren, Dee protettrici
Della stirpe d’Enea, confido a voi
Questo popol d’eroi. Sian vostra cura
Questo suol, questi tetti e queste mura.
Fate che sempre in esse
La costanza, la fe’, la gloria alberghi,
La giustizia e il valore. E se giammai
Minaccia al Campidoglio
Alcun astro maligno influssi rei,
Ecco Regolo, o Dei! Regolo solo
Sia la vittima vostra, e si consumi
Tutta l’ira del ciel sul capo mio:
Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!
Vi ricordate l’esclamazione del povero Leopardi:
L’armi, qua l’armi! Io solo
Combatterò, procomberò sol io!
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl’italici petti il sangue mio!
E’ mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei
drammi, ma dei libretti d’opera: ricordate che noi, i quali un secolo
dopo gli rimproveriamo l’arte sua, gli contendiamo la gloria che gli
spetta, tolleriamo il _raggio lunar di miele_, _l’orma dei passi
spietati_ ed altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate
che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l’accusa
alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer
troppo forte, ruvido anche, ed è ingiusto considerarlo fuori del
suo tempo. Certo non è modello da proporsi; ma lasciando anche che
oramai modelli non se ne propongono più, chi proporrebbe da imitare il
Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.
Del resto poi l’arte del Metastasio è arte italiana, arte indigena,
e non dobbiamo respingerla come una scomunicata. Sia il giudizio
nostro quale si voglia, anche lontanissimo dagli entusiasmi del La
Harpe e dello Schlegel, non dobbiamo disconoscere il nostro sangue.
Il Metastasio scende in diritta linea dal Guarini: il _Pastor Fido_
recitato alla corte di Ferrara è il babbo dell’_Olimpiade_ recitata
alla corte di Vienna. È arte nostra, che si può discutere che si può
non amare, ma alla quale non si può negar posto senza esser ingiusti o
ignoranti.
Celebrare il centenario del Metastasio mostra la nostra voglia di
divertirci; di far dei discorsi per l’inaugurazione dei busti e delle
lapidi; di far dei comitati, delle commissioni, dei presidenti, dei
parlamentini che finiscono in un pranzo. Ma nello stesso tempo che il
vecchio pregiudizio se ne va, che la tesi giacobina tende ad uscire
dalla critica e dalla storia letteraria.
Buon viaggio!
ELZEVIR
L’Italia ridiventa la terra dei carmi.
Per fortuna c’è della gente che abbomina i libri stampati bene e certi
critici spiritosi hanno messo alla moda le lamentazioni dolorose contro
la fiumana degli elzeviri. Se questo non fosse, il governo avrebbe già
inventato una nuova tassa sui volumi di lusso e si può star sicuri che
la tassa renderebbe molto.
Perchè poi questi libriccini siano stati battezzati elzeviriani è
un mistero. Quei caratteri tondi sono italianissimi ed il formato
è cosmopolita. Il Lemerre a Parigi li mise per primo alla moda, e
il Casanova di Torino, poi io Zanichelli di Bologna, dopo avere in
principio imitato, si misere a gareggiare di perfezione e di gusto.
Oramai non c’è villaggio in Italia dove non si possan trovare le
simpatiche copertine _acqua di mare_ del Casanova o le aristocratiche
_guanti gialli_ dello Zanichelli, e non c’è nessuno di quei critici,
che maledicono per abitudine gli elzeviri, che perpetrando una birberia
in versi eterodossi, non corra a farsela stampare in versi elzeviriani.
Lasciamo stare quel che c’è dentro agli eleganti libriccini: ma il di
fuori non è bello? Non è almeno da preferirsi a quei libracci sgarbati
impressi in carta straccia con capocchie di chiodi, dove i nostri
babbi deponevano le loro rime? Vedete la serietà dei critici! Perchè
le poesie che si stampano ora non hanno la fortuna di contentarli,
gridano, piangono, sospirano anche contro il modo di stamparle, che
almeno è un progresso bello e buono. Ma di questa serietà dei critici
non c’è da aversene a male, poichè è una delle poche gioie degli
autori. I critici credono spesso di aver messo un povero autore nel
banco degli asini e di avergli inflitto un amarissimo castigo: ma se
vedessero molte volte l’ilarità dell’autore punito, e se sentissero
i commenti, non del colto pubblico, ma del pubblico colto, alle loro
articolesse, qualche volta si accorgerebbero della loro impertinente
pedanteria e sempre poi rimarrebbero sorpresi dell’umoristico effetto
delle parole loro!
Perchè la critica è una bella e santa cosa, ma fatta come la facciamo
ora in Italia, fa pietà davvero. Critichiamo così a orecchio, o, come
si dice, a impressioni. Se abbiamo fatto colazione bene, se il sigaro
è buono, se nel caffè non c’è troppa cicoria, l’impressione sarà buona
ed i giudizi benigni. Se piove, se ci fa male un dente, se dobbiamo
saldare il conto del calzolaio, l’impressione sarà pessima e taglieremo
a pezzi il povero autore. Si fa la critica come la giustizia in Italia.
Se il vento tira di qua, si trovano le circostanze attenuanti per
l’omicida e la forza irresistibile pel parricida. Se il vento tira di
là, si condanna il Fratti per aver usato i dovuti riguardi ai birri
e si promuove il giudice che lo condanna. Così vuole il progresso, e
non c’è che dire. Ma intanto c’è chi giudica i critici e i giudici.
Certi libri lodati muoiono di anemia e certi parricidi assolti debbono
emigrare. Certi libri vituperati si ristampano e i birri rimangono
sempre birri nella stima di tutti. Anzi ci si guadagna questo, che
qualche volta i giudici si confondono coi birri.
Tutto questo lavoro di arte e di critica è un bene o un male? Non si
può negare che fra i volumetti che vengono fuori c’è qualche volta
certa roba da fare schifo ad un professore di anatomia patologica. Ma
da quando in qua si deve stampare solo la roba bella? Dal Guttenberg
allo Zanichelli si stampa la roba buona e la cattiva. Scelgano i
lettori secondo il loro gusto; l’editore non ha nessuna missione
religiosa, sociale o politica. Il lanificio Sella fabbrica senza
dubbio anche i drappi rossi e i turchini, senza che il padrone pensi
a tormentarsi la coscienza sull’avvenire de’ suoi drappi; che possono
diventare una bandiera repubblicana o una nappina di guardia di
pubblica sicurezza. Si pensa solo a produrre: e quando si produce molto
è perchè si consuma molto. E questo è buon segno.
È segno che oramai si comincia a capire che la coltura è indispensabile
a tutti, anche all’uomo politico. Si capisce che non è più lecito
scrivere _Italia_ col _g_, e che il Massari commette la più gigantesca
imprudenza, rivelando che il conte di Cavour non era forte in
grammatica e dava a correggere i discorsi della Corona precisamente al
Massari! Si può dire che Teodorico re d’Italia era buon politico e non
sapeva scrivere; ma si può rispondere che Teodorico regnava la bellezza
di mille e quasi quattrocento anni addietro, e regnava sui Goti e su
certi italiani che valevano meno dei Goti. Oggi bisogna saper molto per
far qualche cosa, e i giovani che ne sono persuasi, studiano. Cascano,
è vero, nel peccato di stampar troppo presto, ma ad ogni modo lavorano.
Meglio lavorar male che non far nulla. Meglio stampare un volume di
versi sbagliati, come si fa ora, che diventar matti per la Essler, come
si faceva una volta. Almeno l’arte della stampa ci guadagna. Dunque se
la energia della gioventù prorompe in cattivi versi piuttosto che in
cattive azioni, tanto meglio.
E la fioritura dei versi continua. Tutti gli stampatori sono occupati
intorno a canzonieri nuovi: tutti gli editori mettono in vendita
nuovi volumi di versi. La fortuna dei giornali a numero unico che dal
gennaio in mia vengono a galla, è un altro sintomo della voglia di cose
d’arte che s’è impadronita del pubblico italiano. È vero che i critici
piangono sempre, ma è vero altresì che si comincia a legger molto e da
molti. Alcuni editori fanno fortuna. Qualche anno fa in Italia c’erano
Le Monnier e Barbèra soltanto. Ora quanti sono! Via, lasciamo piangere
i critici.
Una parola tira l’altra e chiaccherando si finisce a non trovar più
il modo di tornare all’argomento. Tutte queste chiacchere infatti non
lasciano più che lo spazio di un annunzio, mentre il titolo faceva
sperar meglio. Pazienza. Ecco l’annunzio.
Prima di tutto ecco una nuova edizione e completa dei _Juvenilia_ di
Giosuè Carducci. La prefazione fu inserita in questo giornale domenica
scorsa. Una prefazione di combattimento trovava il suo posto naturale
in un giornale di combattimento, e le sciabolate erano ben dirette e la
sciabola taglia troppo bene perchè si debba qui ritornare sui colpi.
Chi ha avuto, ha avuto. Pensino gli sciabolati a trovare il rimedio, se
pur se ne trova e noi, per quanto possa dolere alla _Civiltà Cattolica_
che da qualche mese l’ha col Carducci, e per quanto dolga agli altri
gesuiti in borghese, salutiamo il maestro.
Seguono i _Nuovi versi_ del Betteloni, ai quali il Carducci fece la
prefazione; la seconda edizione, quasi raddoppiata, delle _Lacrymae_
del Chiarini; i _Miei canti_ di Corrado Ricci e le _Poesie_ di Enrico
Nencioni. Tutto questo ci da un editore solo, lo Zanichelli, tutto ad
un tratto.
Tempo fa, tanti versi non si stampavano in un anno. E non si dica
che la roba che si stampava allora era meglio di questa, perchè per
rispondere basterebbe domandare dove quella roba sia andata a finire.
Si scrive dunque e si legge molto più che non si leggesse o stampasse
una volta.