era scomparso. Renata d’Este non aveva lasciato nessun neofito a
Ferrara, e Barbara, la moglie del duca Alfonso, favoreggiava i gesuiti.
Il romanesimo aveva vinto, e non c’era più alcuno che non piegasse il
collo al giogo del Concilio di Trento. Anzi una specie di entusiasmo
religioso effimero in fondo, ma vivissimo sotto l’impressione del
pericolo, si era destato dopo la battaglia di Lepanto. Il Tasso
era cattolicissimo, che tanto la sua intransigenza religiosa aveva
suscitato difficoltà alla missione del cardinale d’Este in Francia,
ed era stato costretto a ritornare a Ferrara. «Torquato, dice il
Lamartine, era sinceramente e teneramente religioso, e si sentiva
spinto verso quel soggetto non solo dalla musa, ma anche dalla pietà.
Egli era il _crociato_ del genio poetico che aspirava a raggiungere,
colla gloria e la santità dei suoi canti, i crociati della lancia
ch’egli voleva celebrare. I nomi di tutte le famiglie nobili e sovrane
di occidente dovevano rivivere in questo catalogo epico delle loro
prodezze e meritare all’autore la riconoscenza ed il favore dei
castelli e delle Corti. Le crociate erano il _nobiliario_ dell’Europa,
ed il poeta si faceva l’arbitro ed il dispensatore dell’immortalità
ai discendenti delle vecchie famiglie... Finalmente il poeta era nel
tempo stesso cavaliere ed un nobile sangue gli scorreva nelle vene.
Celebrare gesta guerresche gli pareva unire il nome suo a quello degli
eroi che le avevano compite sui campi di battaglia, e la religione, la
cavalleria, la poesia, la gloria del cielo, quella della terra e della
posterità si univano per consigliargli quell’opera».
Il poema cristiano per eccellenza era ormai condotto al fine quando
il Tasso fece l’_Aminta_. La favola boschereccia, l’idillio un po’
artificioso, ma fresco e tranquillo, nacque accanto alla severa epopea.
Molti furono gli imitatori dell’_Aminta_, ma nessuno raggiunse la
splendida serenità dell’originale. Lo stesso _Pastor Fido_ del Guarini,
sia composto a competizione coll’_Aminta_, o sia opera precedente e
scevra d’imitazione come pare voglia l’autore, se in molti luoghi vince
di forza e di efficacia la favola del Tasso, è però troppo tronfia e
barocca per poterle contendere il vanto. Il tempo in cui l’_Aminta_ fu
composta e venne alla luce segna il più alto e più felice punto della
fortuna del Tasso. Di poi ruinò di sventura in sventura.
Finita la _Gerusalemme_, prima di stamparla volle sottoporla al
giudizio altrui. Cattolico fervente e convinto, benchè lo studio della
filosofia gli avesse lasciato addosso un po’ di quel platonismo, male
cristiano, in cui vissero e scrissero il Ficino e Pico della Mirandola,
era tormentato da dubbi di coscienza, da scrupoli di ortodossia
delicatissimi. Ora, in quel tempo di reazione contro la Riforma, quando
i gesuiti e l’inquisizione si contendevano il dominio delle coscienze,
l’intolleranza de’ giudizi ecclesiastici era cieca e importuna sino
al ridicolo. Silvio Antoniano, uno dei giudici invocati dal Tasso,
dichiarava che l’autore non doveva mirare a piacere ai cavalieri, ma
ai frati. Di qui tormenti intimi e terribili nell’anima del povero
poeta, finchè il poema cominciò ad uscire alla luce abusivamente, preso
da copie manoscritte che già circolavano. Se ne dolse senza frutto il
poeta; protestò il duca colla stessa energia con cui avrebbe protestato
se gli avessero invaso gli Stati; ma oramai il poema era di pubblico
dominio.
L’irritabilità del poeta si accrebbe e la sua stessa condotta cominciò
a dar segni di mutamento. Sensibilissimo alla critica, tanto che pochi
come lui hanno perduto tanto tempo nella polemica, soffriva delle
contrarietà che l’invidia gli sollevava contro, e appunto allora
la malignità dei cortigiani offuscati dal suo splendore lo prese a
bersaglio. Sia che gli amori più o meno platonici colle sorelle del
duca, sia che un suo tentativo di lasciare la Corte di Ferrara per
quella dei Medici gli alienasse l’animo d’Alfonso, il fatto è che
s’accorse ben presto d’essere in disgrazia, e i suoi nemici trionfanti
glielo facevano amaramente sentire. Il suo carattere si alterò. Divenne
cupo e violento. Schiaffeggiò in pubblico un amico infedele, il quale
per vendicarsi dell’oltraggio cercò di farlo assassinare. Il saper
pubblicato il suo poema senza le correzioni che avrebbe voluto farvi
nell’interesse dell’ortodossia, ridestò i suoi scrupoli, e si credette
scomunicato e dannato. Insomma la sua ragione diede un crollo, fu preso
dal delirio della persecuzione, ed un giorno, nell’appartamento di
Lucrezia, s’immaginò che un servo fosse un nemico e trasse il pugnale
per ucciderlo. Fu chiuso in un annesso del palazzo ducale in via di
precauzione.
Scrisse al duca domandando perdono e fu liberato. Partì per la
campagna, tornò, tormentò di nuovo il duca colle sue lettere di
lipemaniaco, fu rinchiuso nel convento di San Francesco di dove fuggì
di notte senza denaro e quasi senza vesti. Si recò povero, malato,
perseguitato, a Sorrento dalla sorella Cornelia, dove guarirono le
infermità del corpo, ma non quelle della mente.
Impetrato di nuovo perdono dal duca, tornò a Ferrara; ma poichè gli
parve che Alfonso fosse raffreddato verso di lui, fuggì di nuovo ed
errò per l’Italia superiore finchè lacero e cadente giunse a Torino.
Ivi si fermò alquanto, ma, attratto dalla sua rovina come coloro che
affacciandosi a un precipizio si sentono tratti a gettarvisi dentro,
tornò a Ferrara.
La prima volta era entrato nella città e nella Corte degli Estensi
quando il duca Alfonso sposava Barbara, figlia dell’imperatore
Ferdinando. Vi tornava ora l’ultima volta, e vi tornava in mezzo
alle feste magnifiche per le seconde nozze del duca con Margherita
Gonzaga. Ma quale differenza! Egli non era più il giovane bello,
pieno di speranze, d’ingegno, cercato e accarezzato dalle dame e dai
gentiluomini.
Tutti invece ora lo sfuggivano come un lebbroso, sorridevano di lui e
lo additavano allo scherno pubblico. Il duca, le sue sorelle, tutta la
Corte gli fecero sentire che egli non era più il Tasso di una volta.
Irruppe in minaccie, in contumelie di delirante, diventò furibondo e fu
chiuso nello spedale dei pazzi in Sant’Anna.
In un tempo non molto lontano, in cui la critica si faceva per simpatia
e non per criteri positivi e scientifici, pareva eresia il credere che
il Tasso fosse veramente maniaco. Si voleva vedere in lui la vittima o
de’ suoi amori, o de’ suoi nemici.
La sua prigionia in Sant’Anna era messa a debito della tirannia di
Alfonso, ed una pietosa leggenda s’era formata, per la quale il
Tasso non era che un martire. Ma queste sentimentalità romantiche
sbagliatissime, poichè la fama del poeta non è sminuita in nulla
dalla sua malattia, hanno ceduto alle indagini scientifiche, ed i
medici lo dichiarano affetto di lipemania. Il Giacomazzi, il Verga, il
Cardona, il Corradi convengono in questo e ne desumono le prove dalla
vita, dalle opere e specialmente dalle lettere del poeta. Lo stesso
Girolami ed il Rothe, benchè cerchino di attenuare l’entità del male,
pure convengono nell’ammetterlo: che anzi, oramai è provata anche
l’influenza dell’eredità sullo stato morboso di Torquato, poichè è noto
che la madre fu oltremodo sensibile ed eccitabile, mentre il padre
in varie circostanze della vita offrì accessi ben caratterizzati di
_melancolia_.
Oramai tutti ne convengono, anche i critici, come recentemente il De
Sanctis, il D’Ovidio, il Canello; e ad ogni modo è facile vedere nelle
sue opere come le grandi qualità della mente siano annebbiate da una
forma morbosa, da cui vengono le sue stravaganze, le sue aberrazioni,
le sue sventure. Egli stesso chiama la sua vita _inesplicabile_, e
l’epistolario testimonia la contraddizione perpetua, l’eccitazione
morbosa del suo pensiero. Tuttavia la leggenda non è spenta, ed
Alfonso, che ha ben altri conti da rendere alla storia, è chiamato
anche a rispondere dei tormenti fatti subire al poeta. È giusto?
Ma il nome di Torquato era troppo chiaro perchè nessuno si commovesse
alle sue sventure. Il papa, i duchi di Toscana, di Urbino e di Mantova
intercedettero per lui, e dopo sette anni e due mesi di prigionia fu
libero. Alfonso gli rifiutò l’udienza di congedo chiesta e desiderata
ardentemente. Leonora era morta, Torquato Tasso usciva da Sant’Anna e
da Ferrara, ombra di sè stesso, rovina di un genio immortale.
Fu a Mantova, errò per l’Italia di nuovo e riposò a Napoli nel convento
di Monte Oliveto. Gli scrupoli religiosi lo avevano ripreso, e compose
la _Gerusalemme conquistata_ quasi ammenda della _Liberata_. Non
cercava più che la compagnia di persone religiose e domandava la pace
dell’anima esacerbata ed agitata al silenzio de’ chiostri. Infatti,
quando per intercessione del cardinale Cinzio Aldobrandini, cui egli
aveva dedicato la seconda _Gerusalemme_, fu chiamato a Roma dal
pontefice per essere incoronato in Campidoglio, ricoverò al convento
di Sant’Onofrio sul Gianicolo. Ivi, alla vigilia del suo trionfo, si
spense, accettando la morte come una desiderata fine dei suoi lunghi
dolori.
Morì il dì 25 aprile 1595. Aveva cinquantun anno. Fu sepolto, nella
chiesa stessa di Sant’Onofrio, e l’umile pietra che lo copre è visitata
assiduamente. Chi visita il sepolcro di Alfonso II?
Torquato Tasso, ingegno meraviglioso, personifica la seconda metà del
secolo XVI, come la prima è personificata dall’Ariosto. La reazione
cattolica, la dominazione snervatrice dei gesuiti, l’aria malsana di
una Corte bigotta al di fuori e corrotta al di dentro, possono aver
molto influito a indebolire in lui la fiamma del genio; ma sarebbe
ingiusto giudicare coi criteri dell’oggi una vita così infelice
trascinata pei triboli di tre secoli addietro. Ad ogni modo è da tener
conto maggiore dell’opera sublime a lui così afflitto dalla sventura e
dalla malattia. Egli è pur sempre uno de’ geni che onorano l’umanità, e
se in lui qualche cosa è da meno, bisognerà dire con Giacomo Leopardi:
«Io credo che il Tasso non per altra ragione sieda piuttosto sotto
che a fianco de’ tre sommi nostri poeti, se non perch’egli fu sempre
infelicissimo».
IL MONUMENTO A RABELAIS
Nel giorno 25 del passato luglio, a Tours, fu scoperto il monumento
dedicato a Francesco Rabelais. La statua, opera dello scultore Dumaige
rappresenta il buon curato di Meudon in piedi con alcuni fogli nella
sinistra e la penna nella destra. Sembra che pensi a qualcuno de’ suoi
matti personaggi e stia per scriverne qualche cosa, poichè nella faccia
energicamente modellata e più nelle labbra grosse, un po’ sensuali,
appare come un sorriso incominciato che vuol finire in una allegra
risata. Tranne una lontana reminiscenza delle notissime maschere de’
fauni pompeiani che si può sorprendere sui lineamenti della statua,
l’opera è riuscita e buona.
Lo zoccolo porta scritti i due versi che stanno avanti al prologo del
_Gargantua_:
_Mieulx est de ris que de larmes escripre
Pour ce que rire est propre de l’homme._
Nessun monumento fu meglio meritato in questi tempi così fertili di
monumenti. Il Rabelais infatti dotò la Francia di un genere letterario
che non ha riscontro in nessuna delle letterature moderne, poichè le
fantasie del Swift, che nella parte mitica vi si avvicinano di più
mancano affatto poi di quella gaiezza, di quella sana allegria che
stanno in fondo a tutti i capitoli del _Gargantua_ e del _Pantagruel_.
Si è voluto, specialmente dal Brunet, fare il Teofilo Folengo il padre
legittimo del Rabelais, ma l’originalità di questo si rifiuta alle
ipotesi di una paternità troppo discutibile. È ben vero che i due
autori erano due frati sfratati per odio della vita claustrale, ma il
mantovano cercava nella libertà l’amore di quella donna che troviamo
quasi deificata nel _Caos del tri per uno_, mentre il francese cercava
la scienza esclusa da quei chiostri dove studiare il greco era segno
d’eresia.
Certo il Rabelais conosceva le opere del Folengo e le cita e ne toglie
qualche episodio, come quello notissimo dei _moutons_ de _Panurge_. Con
molti arguti ragionamenti si può supporre che il Fracassus dell’uno
sia il prototipo del Gargantua dell’altro e che Panurgio sia figlio
putativo di Cingar; ma la condotta generale, l’intento, l’esecuzione
delle due opere differiscono tanto, che la pretesa analogia non può
esistere altro che per coloro i quali leggono spensieratamente i
libri di cui sentenziano. Eppure, solo a badarci, si vede che, mentre
l’italiano cerca il ridicolo nella forma, nella parodia classica
esteriore, il francese lo cerca invece nella sostanza, nella satira,
nell’ironia acuta, affettando appunto una forma facile, quasi
famigliare. Quando si trovano a sfogarsi contro i loro nemici i frati,
Merlino declama con tutta la solennità retorica degli esametri sonanti,
ingiuria, apostrofa, grida: mentre Alcofribas sogghigna raccontando
freddamente come se non fosse fatto suo, scherza e ride come se non
sapesse che le sue argute barzellette sono avvelenate. Le due satire
sono diverse in tutto, come la satira classica e declamatoria di
Salvator Rosa è diversa dalla satira moderna e fina di Giuseppe Giusti.
Se il piovano Arlotto ne’ suoi scherzi avesse avuto un perchè, se non
si fosse contentato di far la burla per la burla, ma avesse usato
utilmente del suo bizzarro ingegno, il curato di Meudon avrebbe trovato
un rivale nel curato di San Cresei. Ma la fortuna nostra nol volle,
ed invece di un libro che rinchiuda in sè qualche cosa, come l’_os
médullaire_ del Rabelais, abbiamo una insulsa raccolta di facezie così
così.
Francesco Rabelais visse in un momento critico della storia moderna
e fiorì in quella prima metà del secolo XVI che vide compiersi
il Rinascimento e principiare la Riforma. Nei giorni del grande
sforzo della Chiesa e del concilio Tridentino si elaborava infatti
una rivoluzione nello spirito umano ed una crisi generale nel
cristianesimo, ma in Italia pochi o nessuno seppero prender parte o
profittare della Battaglia. Pur troppo il Rinascimento si arrestò
presso di noi alla parte formale, estrinseca. Gli umanisti avevano
scossi tanti pregiudizi, sfidate tante scomuniche, per contentarsi,
i più audaci, di un platonismo alessandrino, per adagiarsi in uno
scetticismo morbido ed indifferente, mascherato di paganesimo.
L’Italia mancò allora di forza e cercò negli antichi l’ispirazione e
l’educazione del proprio genio artistico, cercò e raggiunse l’eleganza,
la correttezza plastica, il gusto squisito: ma per amore della sua
tranquillità epicurea non osò abbandonare la ricerca della bellezza
per la ricerca della verità. Per questo i pochi italiani, che come
eccezione confermano la regola e ardiscono entrare nel campo temuto,
odiano questa indifferenza degli umanisti che vuol parere stoica a
forza di ingegnosi filosofemi, ma che in fondo rimane spesso cinica;
per questo i pensatori italiani di quell’epoca protestano contro
un’arte scettica che prodiga i suoi sorrisi al papa e all’imperatore,
che offre le proprie carezze a chi la sa meglio lodare e pagare; per
questo, frate Girolamo Savonarola brucia pubblicamente come vanità i
quadri, le statue ed i libri neo-pagani. Il Rinascimento da noi mancò
di virilità, come di morale.
Così l’Italia, che aveva dischiuse le porte di una nuova civiltà al
resto del mondo, si fermò sulla soglia. S’era avvicinata all’antichità
piuttosto per entusiasmo che per freddo ragionamento, ed era stata
guidata da una profonda passione per la bellezza, piuttosto che dalla
sete di critica e di scienza. Così aveva prodotto una miriade gloriosa
di letterati, d’artisti e di poeti, e molto minor numero di veri
eruditi e di filosofi originali. Gli umanisti di Francia, di Germania
e dei Paesi Bassi, discepoli dei nostri, proseguirono invece l’opera
appena abbozzata da Pico della Mirandola e, seppero conciliare il
Rinascimento alla Riforma, almeno fino a che le rigidezze iconoclaste
del calvinismo non infransero l’opera loro. Reuchlin, Erasmo, Budè,
Melantone, de Bèze, Ramus, gli Stefani, i Froben, Hutten, Lutero
stesso, Calvino stesso, provengono direttamente dal Rinascimento
italiano, ne traggono la loro forza principale, lo trascinano alla
battaglia e vincono nel segno suo. A che giovano i sublimi artisti
della corte di Leone X contro i polemisti d’oltralpe? A che giova
Raffaello contro Lutero? Se i papi vorranno salvare il cattolicismo
dovranno pure accorgersi che l’umanesimo italiano non resce a nulla,
fermato com’è alla forma, e dovranno ricorrere all’ultima ragione
della guerra od al colpo di Stato del concilio Tridentino. Così le
_maccheronee_ del Folengo che hanno toccato forse l’estremo della
bizzarria e del ridicolo formale, rimangono ben vuote, bene inani,
davanti specialmente agli ultimi libri del _Pantagruel_.
Se le fantasie dello Swift hanno qualche somiglianza esteriore con
quelle del Rabelais, il concetto dell’opera, l’ispirazione, la condotta
e la conclusione sono così dissimili, che è forza abbandonare subito
ogni tentativo di confronto tra il bilioso denigratore del genere umano
e l’allegro difensore del buon senso e del senso comune. Plutarco
stesso, maestro di arzigogoli da far parallelismi biografici, non ci
potrebbe riuscire. Ma c’è un libro immortale, cui ricorre subito il
pensiero in questo genere di fantasie, ed è il _Don Chisciotte_; altro
_os médullaire_ che sotto la scorza delle bizzarrie esterne racchiude
la polpa di un intento letterario.
Però, a guardarci bene, l’esame, invece di confermare l’analogia,
convince del contrario. Don Chisciotte pare un tipo del Rabelais
rovesciato. Pantagruel ed i suoi giocondi compagni sono tante
personificazioni del buon senso che compiono un viaggio attraverso
le fallacie del mondo esterno e le riducono al loro vero valore
giudicandole serenamente o mettendole argutamente in canzone. Nel
cavaliere mancego accade invece l’opposto. La menzogna è dentro di
lui poichè egli è pazzo, e il buon Sancio glielo dice spesso ed egli
medesimo confessa _loco soy, loco he da ser_. La fallacia qui non è
più oggettiva, ma completamente soggettiva, poichè mentre i bravi
pantagruelisti, sani di spirito, si muovono in un mondo fantastico, il
cavaliere dalla Triste Figura porta a spasso i fantasmi della sua mente
nel mondo reale e contemporaneo. Mentre _les nobles champions_ tagliano
a pezzi sorridendo giganti ariostei e fecondi indigeni di Utopia, e
compiono ironiche prodezze contro vanità che paiono persone, il povero
Don Chisciotte trasforma invece nella sua mente malata i mulini a vento
in cavalieri, le osterie in castelli e le serve in damigelle. Il punto
di partenza è dunque affatto opposto.
E di qui viene anche la grande diversità d’intonazione dell’opera
intera, poichè mentre nel romanzo spagnuolo domina una certa malinconia
desolata, nel francese ride un’allegria inesausta e piena che vi
accompagna dal primo all’ultimo capitolo. Il povero soldato di Lepanto,
che aveva vissuto una vita di miserie e disillusioni, che cominciava
in carcere il suo capolavoro, assistendo alla decadenza della patria,
non poteva abbandonarsi spontaneamente alla ilarità del francese del
Rinascimento, che anche nelle traversie proprie e della patria poteva
conservare inconcussa la speranza, nell’avvenire e la fede nel trionfo
della ragione. Don Chisciotte non ci fa ridere, ma ci fa pietà; appena
desta un sorriso che lascia la bocca amara, e ci vogliono quasi
persuadere d’aver sott’occhio un libello letterario contro i romanzi
cavallereschi, invece di una satira profonda contro l’amore della
gloria e l’entusiasmo della generosità. Il povero pazzo cade sotto
l’ultimo disinganno, e non può sopravvivere ai fantasmi splendidi che
avevano consolato le sue tribolazioni. Egli chiude gli occhi per
sempre quando gli vengono meno le due grandi forze della vita, la fede
e l’amore; e la sua morte chiude dolorosamente la melanconia odissea,
dove il sorriso non è che pianto represso. Pantagruel ci conduce invece
allegramente con lui sino all’oracolo della diva bottiglia, il cui
bacchico responso conclude il libro come un sonoro scoppio di risa.
Così, a dispetto di certe analogie esteriori che condussero il Gervinus
fino a metter il Mendoza e Quevedo de Villegas accanto al Rabelais come
inventori del romanzo comico, si può concludere che i confronti tentati
da molti, dal Montaigne in qua, peccano, non solo di precisione, ma
di fondamento, e che il curato di Meudon è solo e grande in un genere
letterario non tentato dallo stesso Cervantes.
Certo mancano poi al Rabelais parecchie qualità estrinseche, le
quali mancarono a quasi tutti gli umanisti non italiani. Il gusto
in lui specialmente non è molto fino, ed i suoi scherzi grassi, le
sue allusioni poco pulite peccherebbero mortalmente di volgarità
se alla _gauloiserie_ sboccata il tempo non avesse dato quella
vernice d’arcaismo che copre molte magagne. I nostri scrittori del
Rinascimento, eccettuati gli schiettamente pornografici come l’Aretino
e il Franco, quando si trovano in faccia ad una particolarità scabrosa
cercano di mascherare la volgarità coll’argutezza, e ci troviamo così
ricchissimi di motti, di proverbi, di frasi che paiono scherzi e in
fondo sono vere oscenità. Il Rabelais invece, come poi Beroaldo di
Verville, il Despériers e gli altri _conteurs gaulois_, non rifuggono
dalla parola propria, dalla frase tecnica, e narrano con tranquilla
fronte i loro aneddoti scatologici.
Così il _Gargantua_ ed il _Pantagruel_, che potrebbero quasi dirsi
libri di educazione, debbono esser tenuti lontani dagli adolescenti
curiosi. È ben vero che questo turpiloquio sta nel libro come il pepe
in certe vivande e ne aguzza il sapore. È vero che adoperando sul
Rabelais le forbici dei correttori del Boccaccio si cincischierebbe
il libro intero e si ridurrebbe ad un insulso racconto da bimbi: ma è
doloroso che sia così, poichè il _cant_ italiano, ben più ipocrita in
certe cose di quello degli inglesi, ci ha impedito finora di avere la
traduzione di un’opera insigne, come l’hanno altre nazioni europee che
non sono per questo nè più immorali nè più sboccate di noi.
L’anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio:
quest’anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli
scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche
per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste
inaugurazioni siano un sintomo buono.
RABELAIS IN ITALIA
Pur troppo Francesco Rabelais è quasi sconosciuto in Italia. Gl’Inglesi
hanno la traduzione dell’Urchard che è reputato il miglior lavoro
possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave
valsero a far conoscere l’originale anche a coloro che hanno poca
famigliarità colla lingua francese del secolo XVI. I Tedeschi,
oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di
Gottlob Regis, molto più recente, e ricca di un lavoro pazientissimo
di riproduzioni, varianti, confronti e note, che può parer pesante
a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L’Olanda ha la
traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per
errore, chiama Gabitalo. L’Italia invece non solo non ha traduzione
alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra
e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico
IV, non ci è dato di rinvenire presso nessun autore il nome del
Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglierò, ma fuori di
queste parole:—Cominciò a voltare, quando la vita del francese
Gargantuasso—che si trovano nelle _Piacevoli et ridicolose facetie di
M. Poncino della Torre_, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia
46), non c’è da trovare altro. E forse questa allusione non è diretta
all’opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli
lavorò il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.