Non già che io creda che la donna in genere abbia una triste influenza

sulla politica. Credo invece che le donne viziose, che arrivano a

dominare appunto in causa dei vizi, siano la rovina delle rovine per

gli Stati. Confesso di non essere stitico in simili cose, ma credo

fermamente che le bagasce, o siano plebee come la Dubarry, o divote

come la Maintenon, o nobili come la Montespan, avrebbero a esser

bollate colla loro brava patente. Rivediamo pure le leggi sulla

prostituzione, ma anche contro queste eccellentissime signore.

Un punto curioso dell’epistolario è là dove il Mérimée (nel secondo

volume) descrive le cordiali accoglienze fatte in corte al Bismarck,

le simpatie che ei seppe destare, tanto che tutti e lo stesso Mérimée

lo ammiravano e lo amavano. A poco a poco, nelle seguenti lettere,

l’entusiasmo si raffredda e finisce coll’odio cieco del 1870. Allora

tutte le illusioni del secondo impero spariscono dolorosamente. La

dinastia, il governo, l’esercito, tutto quel che brillava il dì prima

di tanta luce, si spegne ad un tratto, lasciando un odore non grato

come un fuoco artificiale. E artificiale era tutto, fino l’entusiasmo!

Proprio quello fu l’impero della bugia.

Venne l’espiazione, poi la redenzione. Quante cose vedemmo noi e quante

ne vedranno i nostri figli!

PANDOLFO COLLENUCCIO

Non è una monografia estesa ed analitica quella che il signor

Carlo Cinelli ha stampato in Pesaro presso il Federici, intorno al

Collenuccio: ma piuttosto un compendio, dove sono specialmente curate

le cose che riguardano la storia cittadina. Tuttavia non mancano le

notizie importanti ed i documenti nuovi o rarissimi, che sono oggi

indispensabili a chi vuole scrivere di storia. La smania dell’inedito

si è impadronita di tutti gli scrittori e, a dir vero, non si

saprebbero trovare ragioni per biasimarla, visto i vantaggi grandi che

ha fruttato ne’ campi della storia; e per questo il Cinelli rovistò

nella biblioteca Oliveriana pesarese, negli archivi bolognesi, estensi,

fiorentini e veneti ed altrove: del che gli va tenuto buon conto.

Se c’è un argomento che possa tentare uno dei mille scrittori di

monografie moderni, certo è la vita del Collenuccio, che dal 1444

al 1504 fu mescolato alle agitazioni italiane come uomo politico,

e fu in contatto cogli illustri del Rinascimento come letterato.

Egli appartenne a quella generazione piena di attività febbrile, che

un frenologo avrebbe giudicata sviluppatissima nell’organo della

_combattività_. Nel secolo XV tutti combattono, ed i letterati stessi

furono dal Nisard battezzati _gladiatori letterari_. Quel che i

condottieri fanno, lo fanno anche gli umanisti; e lo Sforza, Braccio

da Montone, Gattamelata e il resto portano per le campagne italiane le

violenze, le brutalità che il Valla, il Filelfo, il Poggio portavano

nelle dispute letterarie. L’umanista pare che prima di trovare un

argomento cercasse un nemico, proprio come il condottiero cercava un

paese dove si combattesse.

Eppure quanta vitalità in questa era di battaglia! Sembra che

l’energia, compressa nel medio evo dalla religione e dalla barbarie,

si sfoghi ad un tratto e scoppi violenta dappertutto. La cerchia

del piccolo comune chiusa agli estranei si allarga, ed i signorotti

preludono alla formazione di maggiori Stati. La cerchia delle piccole

cognizioni scolastiche è infranta, e la sete insaziabile di sapere

spinge gli umanisti a tentare nuove vie, a imparare, idiomi nuovi,

a cercare in Platone un avversario ad Aristotele, nel paganesimo

dei costumi e della coltura una consolazione alle frigidità, alle

tirannie di un cattolicismo secco, intollerante, oppressivo. La coltura

avidamente cercata minaccia l’ortodossia che regna per l’ignoranza,

e non è lontano il tempo che la chiesa dovrà respingerla da sè come

velenosa e lasciarla emigrare con Erasmo o maledirla con gli Etienne,

per martirizzarla poi in Galileo o bruciarla in Giordano Bruno. Nasce

un nuovo ordine di cose.

Ma il Collenuccio se appartiene alla focosa schiera degli eruditi

battaglieri e dei collerici polemisti, se si gettò nella mischia colla

_Defensio Pliniana_ contro al Leoniceno, fu però distratto da altre

cure. Discepolo del celebre giurista Cipolla, se le lettere debbono

dargli la fama, la legge deve dargli il pane, e lo vediamo giudice a

Bologna, vicario generale di Costanzo Sforza in Pesaro, podestà di

Firenze e di Mantova, consigliere ed ambasciatore del duca di Ferrara.

A dirla crudamente, egli faceva il mestiere; anzi si mostrava più

sollecito del guadagno che ad un filosofo non convenisse. Certo a

Firenze dovette compiacersi dell’amicizia degli illustri cortigiani

del Magnifico, e ci restano testimonianze della sua intrinsichezza col

Poliziano; ma la carica che teneva non gli concesse senza dubbio di

darsi tutto a quell’entusiasmo di erudizione e di filosofismo che negli

orti Oricellari celebrava i parentali di Platone, odorando un poco di

eresia come l’academia romana di Pomponio Leto. Giureconsulto girovago,

gli accadeva quel che accade ai nostri giudici inamovibili, i quali,

arrivati in una città, nuova per loro, sono accolti festosamente in

tutte le riunioni, in tutti i _clubs_, in tutti i caffè, ma rimangono

sempre cittadini di un’altra città, forestieri e fuori dell’intimità

famigliare dei giudicabili. Era un prefetto accetto ed accarezzato, ma

era sempre un prefetto che non vive la vita degli amministrati.

Il Collenuccio doveva essere punito proprio là dove aveva peccato. Una

lite, nella quale egli difendeva con avara tenacità gli interessi suoi,

lo trasse a compromettere anche Giovanni Sforza, signore di Pesaro; il

quale, abusando della sua autorità, fece mettere il povero giurista

in una oscura prigione, dove dopo diciotto mesi, lo venne a cercare

l’intercessione di Ercole Bentivoglio che gli valse la libertà. Di qui

l’odio tra lo Sforza e il Collenuccio.

Il figlio di papa Alessandro VI, quel duca Valentino nel quale non si

può sapere se prevalesse la bollente energia o la fredda malvagità,

cominciò la sua impresa di Romagna, preludio, secondo il Machiavelli,

all’impresa d’Italia. Per poco le idee unitarie del bastardo del papa

non divennero realtà e il Cesare fratricida non divenne il fondatore di

una dinastia italiana. Ma i delitti stessi che spianarono la conquista

del nuovo ducato al Valentino, allontanarono da noi l’onta di una

gloriosa dinastia di Borgia che sarebbe ora lealmente costituzionale,

adorata dai cortigiani di mestiere e di vocazione, glorificata dai

giornali e dai giornalisti come la salute della nazione, come l’arca

dell’alleanza, come l’evangelio vivo del bene inseparabile. Intanto

il Valentino procedeva conquistando facilmente le città stanche delle

tirannie dei piccoli signori e certe che ogni cambiamento sarebbe

sempre stato in meglio. Anche Pesaro sentiva troppo il peso del governo

sforzesco, e temeva che le ire del Borgia contro l’antico cognato

non si riversassero sulla città innocente. Lo Sforza, marito già di

Lucrezia e sciolto per forza dai legami coniugali sotto il pretesto di

una impotenza che non gli impedì di aver figli con altre donne (che

bell’argomento in favore del divorzio!) minacciato più direttamente

e più implacabilmente dall’ira papale, cercò per un momento di

difendersi, ma il terreno gli mancò sotto.

L’aristocrazia pesarese, offesa spesso dal signore, il popolo tenuto

fermo sotto la sua prepotenza, aspettavano nel Valentino il nuovo

dominatore. Il Collenuccio scrisse un memoriale contro il vecchio

tiranno, augurando il nuovo, e, senza dimenticare i propri interessi

privati, portava all’invasore l’appoggio della sua discreta penna

d’umanista e la sua autorità d’ambasciatore del duca di Ferrara. Lo

Sforza intanto fuggiva, recando seco un tesoro di odii insoddisfatti,

di umiliazioni da vendicare, che un giorno dovevano trovar sfogo, e il

Borgia s’impadroniva di Pesaro senza colpo ferire.

Pochi mesi dopo, il ducato di Romagna era costituito in favore del

bastardo del papa.

L’Alvisi, in un libro che avrebbe destato gli entusiasmi italiani se

fosse stato scritto da uno straniero, ma che ha ottenuto gli elogi

dagli stranieri e l’indifferenza nostra perchè scritto da un italiano,

ci ha fatto conoscere la storia del governo del nuovo ducato. Il

Borgia fu un ottimo sovrano, per quanto i tempi lo comportavano, e

gli studi del Cinelli concordano colla esposizione dell’Alvisi. La

possibile dinastia Borgia avrebbe avuto forse un peccato originale

incancellabile, ma, sino dagli esordi, una tradizione di buon governo

da far sdilinquire nella più melliflua ammirazione i giornalisti

ufficiali ed i ministri dei Cesari venturi. Ma quella _Provvidenza_

che nelle storie del Massari governa, _Deus ex machina_, gli eventi

italiani, guastò il bel disegno, e il duca di Romagna, alla morte del

pontefice padre, perdette il ducato e il resto. I principi spodestati

con poca fatica riacquistarono i dominî perduti, ed ebbero agio di

vendicarsi.

Tra questi lo Sforza, ma il Collenuccio era al sicuro. Ci volle tutta

l’ingenuità del povero giurista e tutta la perfidia del tirannello

feroce, perchè lo scrittore del memoriale al Valentino si mettesse fra

le ugne dello Sforzesco. Ci volle l’avara avidità dell’umanista per

cadere in un tranello troppo facile ad essere evitato. L’antica lite

fece tornare il Collenuccio a Pesaro, assicurato dalle promesse del

principe, che non appena lo ebbe in mano lo fece strozzare.

Così morì il giureconsulto di ventura, il letterato di occasione che

non seppe resistere all’esca della ricchezza e non seppe dubitare della

furberia dei tiranni ammaestrati a loro spese dal Valentino. Il suo

testamento, scritto alla presenza del carnefice, può commuoverci, ma

non può mutare il nostro giudizio. Solo può farci desiderare che il

Cinelli rifaccia quel che il Tratt non fece benissimo, e che questo

saggio municipale diventi uno studio più ampio e più completo intorno

ad un uomo e ad un periodo isterico degni di opera più larga e più

profonda.

MARCO FOSCARINI

Quando un edificio minaccia rovina, accorrono i muratori e l’edificio

può essere salvato: ma quando rovina uno Stato, pare che non ci sia

rimedio alcuno, pare che nessuno uomo possa vincere il fato. Non

giovano nè ingegno nè virtù, nè valore, e gli ingenui, i quali credono

che gli uomini conducano gli avvenimenti a loro posta, rimangono

sorpresi e non possono capire come l’opera di poche virtù non abbia

superato l’opera di molti vizi.

Una evidente prova della inutilità degli sforzi isolati per arrestare

la comune rovina ce la dà il signor Emilio Morpurgo nella monografia

di Marco Foscarini edita dai successori Le Monnier. Il quarto ultimo

doge veneziano fu appunto di quegli uomini che nati in un Stato

fiorente ne accrescono la gloria e la potenza, ma che nati in uno Stato

corrotto non riescono ad arrestarne lo sfacelo di un’ora soltanto.

La fiacchezza, ci dice il Morpurgo, l’abbandono di ogni virile

proponimento, la impotenza rassegnata di coloro che non osono levare la

fronte contro l’avverso destino, furono le sole manifestazioni che il

Foscarini potè raccogliere da’ suoi concittadini. Egli sentì e disse

che il suo secolo doveva essere _terribile ai figli ed ai nipoti_, ma

la sua fede non vacillò, ma la tempra dell’animo suo non s’indebolì

mai. In tutti gli uffici che sostenne si mostrò un veneziano degli

antichi tempi e professò il culto delle memorie e pensò e previde

forse l’avvenire, mentre tutti attorno a lui non cercavano che l’oblìo

delle memorie e sfuggivano di pensare al futuro. È troppo chiaro

quindi, benchè il Morpurgo lo chiami un’enimma, è troppo chiaro che

il Foscarini non poteva avere nessuna influenza sul tempo suo. Le

ombre scappate dalla tomba non possono imprimere sulla terra l’orma

del loro passaggio, e la virtù, l’ingegno e la sapienza del Foscarini

restano necessariamente inutili. Egli rimane un pensatore che non

potrà mai diventare uomo d’azione, e lo stesso glorioso cieco che salì

primo le mura di Costantinopoli sarebbe stato impotente ed inutile ai

tempi del Foscarini. Nell’ammiraglio Emo c’era la stoffa del vecchio

Peloponnesiaco, ma a che cosa servirono le ardite imprese?

Così accadde che questo veneziano arrivò al dogato per mezzo della

corruzione degli elettori. Non giovavano più i diversi ed intricati

gradi di scrutinio, la complicazione de’ quali teneva quasi della

cabala, chè le guarentigie del voto erano scomparse. Invano gli

inquisitori cercavano di provvedere minacciando, chè i colpevoli

sanno troppo bene che le minacce non saranno seguite da effetti, e

continuano il mercato de’ suffragi. La rovina de’ commerci aveva oramai

impoverito questa aristocrazia che sola governava, e la povertà,

triste consigliera aveva distrutto le virtù antiche, il disinteresse,

l’abnegazione, la fierezza. Il Doge, servo una volta dei sospetti de’

nobili e delle _promissioni_ giurate, ora diveniva affatto una finzione

costituzionale, una bestia rara conservata in gabbia, come la lupa del

Campidoglio. Se il culto delle antiche tradizioni non si fosse opposto,

si sarebbe potuto benissimo mutare il dogato di elettivo in ereditario.

Infatti si attribuisce un troppo grave importanza alla diversità

di questi due modi di successione. Gl’inglesi, per esempio, che in

materia costituzionale se ne intendono, stimano leggera la differenza.

Il Bagehot, ch’è entusiasta della forma costituzionale ereditaria,

confessa che le moltitudini disadatte in Inghilterra a far funzionare

un governo elettivo, sarebbero spaventate se sapessero quanto sono

vicine ad una tal forma di successione. La repubblica, egli scrive è

già penetrata tra di noi con le apparenze esterne della monarchia. Ed

un altro pensatore esce in queste parole, le quali non si potrebbero

usare parlando della costituzione italiana che tanto spesso invoca

l’esempio della inglese: «Il Parlamento britannico non ha mai ceduto

il suo diritto eterno di regolare la successione monarchica a propria

volontà. Se si vedesse la necessità di mutare la legge che disciplina

ora siffatta successione sarebbe altrettanto agevole di farlo quanto lo

fu ai tempi di Sigebert o di Etereld, di Riccardo II o di Enrico VI.

Re di diritto divino non ci furono mai. Forse avviene da ciò che i re

nostri son tali anche per la grazia di Dio, ma in Italia bisognerebbe

ricorrere a ben altri argomenti per modificare quel che ci fosse

d’invecchiato o di sbagliato nella carta costituzionale.»

Ma il Doge veneto non saliva alla dignità principale dello Stato per

grazia di Dio. Non c’era bisogno di incomodare la divinità per esaltare

un principe che in fondo era la prima vittima dello Stato. Nelle carte

di _promissione_ gli si faceva giurare di lasciarsi congedare se alla

Signoria fosse piaciuto di deporlo, e del potere non gli si lasciava

che la pompa. Il Foscarini, che con tutta la sua virtù ed il suo sapere

fu piuttosto il difensore che il correttore dello Stato, diventato

Doge trovò cresciuti gli ostacoli ad operare il bene. Alla inerzia

invincibile del malato si unì la necessaria impotenza del medico.

Libero non aveva potuto operare nulla: il prigioniero ora nel sontuoso

palazzo ducale, bendato, imbavagliato, incatenato dai sospetti dei

grandi e dalla severità della costituzione, passò come tutti gli altri

Dogi, senza infamia e senza lode, prova provata che gli avvenimenti o

guidano o sopprimono anche gli uomini migliori.

Il libro del Morpurgo, utilissimo ragguaglio di un tempo così vicino

a noi e pure così dimenticato, sembrerebbe quasi darragione a quella

specie di fatalità che regge i popoli secondo la filosofia di Giuseppe

Ferrari, a quella inevitabile legge di preparazione, di rivoluzione,

di sosta e di regresso, che, se diventa discutibile spinta alla

minuzia del calcolo delle epoche diviene evidente considerata più

largamente, fatta più comprensiva. Alla sosta dell’oggi accenna già

di voler succedere domani il regresso che darà agio alla preparazione

del cambiamento fondamentale. I fati conducono i volenti, trascinano

i nolenti, quella legge storica inflessibile che nei discorsi della

corona si chiama a sproposito della Divina Provvidenza.

TORQUATO TASSO

Nella storia dello svolgimento intellettuale dei popoli, non meno che

nella storia de’ fatti, s’incontrano uomini che riassumono interamente

in sè tutto un momento dell’evoluzione. A questi esseri privilegiati

noi diamo ora il nome di _geni_ e speso sogliamo chiamare tutto un

periodo di tempo col loro nome. Esso infatti lo riempirono della loro

vitalità, gli impressero il loro suggello e si mostrarono il tipo più

completo e perfetto di ciò che poteva produrre il clima storico in cui

fiorirono.

Torquato Tasso rappresenta evidentemente il tramonto del Rinascimento,

la fine di un secolo di gloria e l’avvento di un secolo di pazzia

letteraria. Egli è il tipo più squisito di quella maturità di una

generazione d’ingegni cui tarda poco a seguire la putrefazione.

Fate conto che la fine del secolo XVI sia come un banchetto di

allegri gentiluomi sul punto di terminare. I convitati hanno già

quell’esaltazione che precede l’ebbrezza, quella facondia elegante

e concitata che ingrandisce le minuzie, dispone alla discussione

calda ma poco utile, e mostra che l’equilibrio del cervello comincia

a pericolare per troppa tensione. La ricca ma vuota eleganza del

Cinquecento sta per cadere nelle follie del barocco, appunto come il

genio del Tasso sta per cadere nella lipemania.

Bernardo Tasso (n. 1493; m. 1569) padre di Torquato, fu letterato di

gran conto, e la sua fama sarebbe forse maggiore se la gloria del

figlio non avesse eclissata la sua. Cortigiano nel senso migliore della

parola, come allora s’intendevano i gentiluomini e ne scriveva il

Castiglione, servì Guido Rangone, Renata d’Este e Ferrante Sanseverino

principe di Salerno. Caduto quest’ultimo in disgrazia di Carlo V,

Bernardo esulò, fu in Francia e, ritornato, i duchi d’Urbino e di

Mantova si servirono di lui. Morì governatore di Ostiglia.

Torquato nacque (1544) in un momento di calma per l’agitata vita di

Bernardo; nacque a Sorrento tra le magnifiche più splendide della

natura, in primavera, frutto di un amore vivisimo ed invidibile. Tutto

gli sorrideva dalla culla e nessuno avrebbe profetato al felice bimbo

una delle esistenze più travagliate che si possono trascinare al mondo.

Vissuto colla madre sino ai dieci anni non potè comprendere quanto

vi fosse di doloroso nell’assenza del padre allora esule: nè certo

l’istruzione che riceveva da’ gesuiti doveva turbar molto la serenità

di una infanzia fortunata.

Ma a dieci anni gli convenne lasciare il dolce e tranquillo nido di

Sorrento per recarsi a Roma presso al padre. Oramai pel povero Torquato

non spunterà più una giornata di calma come quelle che gli sorrisero

sotto gli aranci fioriti e in faccia alla marina azzurra del suo luogo

natìo. Porzia de’ Rossi, la madre amantissima che fino a quel giorno

era stata il suo buon angelo, lo salutò piangendo e, presaga in cuor

suo di non dover più rivedere nè il marito, nè il figlio, si ritirò in

un convento a piangere e ad aspettare la morte. Da quel giorno cominciò

la sventura a pesare sopra Torquato. Gli mancò la felicità dal giorno

in cui gli mancò il sorriso materno.

Seguì il padre nelle sue peregrinazioni, da Roma a Bergamo, a Urbino,

a Pesaro, a Venezia. In questa ultima città, dove allora venivano alla

luce i tre quarti dei libri che si stampavano in Italia e dove per

questo convenivano gli uomini più colti di tutta la penisola, Bernardo

Tasso dava alla luce il suo _Amadigi_ e si faceva aiutare dal figlio

a copiare ed a correggere. L’ambiente e le occupazioni svilupparono

ben presto in Torquato l’amore alla poesia ma il padre, che dalle Muse

non aveva cavato altro frutto che di dolori, contrastò alla vocazione

del figlio e lo mandò a Padova a studiare giurisprudenza. Torquato

ubbidiente andò, e dopo un anno aveva fatto... un poema epico.

Il padre prima si adirò di questa non rispondenza del figlio ai propri

desidèri; poi compiacendosi dell’ingegno che del poema traluceva e

sapendo per prova che il mal di poesia una volta contratto non si

guarisce più, perdonò e lasciò stampare il _Rinaldo_.

Da Padova Torquato andò a Bologna, di dove partì ben tosto per

dispiaceri avuti in seguito ad una satira che gli fu attribuita.

Tornato a Padova, si diede a studi di filosofia e concepì l’idea di

cantare le crociate. Il _Goffredo_, aurora della _Gerusalemme_, data

da quel tempo. Ben presto però il cardinal d’Este, cui egli aveva

dedicato il _Rinaldo_, lo chiamò a Ferrara, gentiluomo della sua Corte.

Giovane di ventun anno, bello d’aspetto, piacevole e veramente

gentiluomo negli atti e nel discorso, già in bella fama di poeta,

Torquato si trovò in una delle più splendide Corti d’Italia, in un

ambiente propizio alle lettere ed alla decorosa calma che si conviene

agli studi. Invece egli trovò in quella Corte la sua gloria, se si

vuole, ma anche la sua sventura.

Al tempo di Alfonso II la magnificenza della Corte di Ferrara era

veramente meravigliosa. Il solo cardinale Luigi aveva un seguito di

cinquecento gentiluomini. Le feste succedevano alle feste, gli studi

erano incoraggiati dal duca e le poesie e gli amori dalle belle donne.

Ferrara conserva ancora, per quanto scaduta, il tipo delle sue belle

gentildonne del Cinquecento, dalla opulenta leggiadria veneziana,

un po’ molle come in tutte le razze che vivono in climi umidi e

tiepidi, ma meno languida. Le splendide gentildonne che portavano

meravigliosamente nomi gloriosi e beltà superbe, sorridevano volentieri

al poeta gentiluomo anche esso, nè reputavano che un omaggio di poesia

macchiasse i blasoni storici o le vesti di broccato d’oro. Del resto i

costumi assai facili in quel secolo erano facilissimi in quella Corte,

e solo si chiedeva ai fortunati la discrezione. Indarno già in Ferrara

Lucrezia Borgia aveva portato la severità della convertita, e Renata la

rigidezza ugonotta. Che fare in una Corte ricca, oziosa e raffinata, se

non amare?

Le belle gentildonne come Claudia Rangoni, le duchesse di Scandiano, di

Sala e di Lodrone, Livia d’Arco, Tarquinia Molza, Leonora Sanvitale e

molte altre si contendevano la palma della leggiadria, ed il poeta si

trovava come nell’incantato giardino di Armida. Egli filosofava d’amore

nell’accademia ferrarese, scriveva per sè e per gli altri sonetti

d’amore, viveva insomma in un’atmosfera satura d’amore e propizia

alle ebbrezze dei sensi ed alla sovraeccitazione degli affetti. Amò

Lucrezia Bendidio, amò Laura Peperara, amò forse anche qualche bella

cameriera di Corte (_che non disdegno signoria d’ancella_), finchè in

questa tensione, in questo caldo che lo struggeva, osò levare in alto

occhi fino alle sorelle del duca, Lucrezia ed Eleonora. Un mistero

copre ancora questi amori, che non si sa quanto fossero o fin dove

corrisposti. Pare tuttavia che egli le corteggiasse tutte e due; che la

maggiore, Lucrezia, che poi andò sposa al duca d’Urbino, lo amasse; e

che la minore, Eleonora, la Sofronia

Vergin... di già matura

Verginità, d’alti pensieri e regi,

D’alta beltà...

si lasciasse corteggiare per sventura del poeta, ma non corrispondesse

al suo affetto.

In questo stato d’animo il poeta pose mano al poema immortale, alla

_Gerusalemme_.

Brandelli · 第 22 / 34 段