Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi
non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la
fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni.
Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia è ricevuto
dal console del suo paese e si loda dell’accoglienza perchè il console
è _amico devoto dei gesuiti_. A Roma è ricevuto a braccia aperte al
_Gesù_, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode
vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira
rispetto e simpatia, e non può saziarsi di guardarlo e d’ascoltarlo.
È un santo! È così nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e
degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre
generale è tutto carità! Ecco le prime impressioni di un artista, di un
poeta a Roma! I padri sono già tutti amici suoi ed al _Gesù_ ci sono
molte messe!
Non c’è più nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una
religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione
ed alla volontà. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di
San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle
sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bontà
del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione. Egli
sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi
gesuita, ed ha ragione. Perchè si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo
era già abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l’anima sua; il
corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero.
Avevano spremuto il succo dell’arancia e non sapevano che fare della
buccia.
Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre
versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla
sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle
rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con
piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver
saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le
chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che
gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e
moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero
Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.
Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido
intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è
morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone
di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da
Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini
c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano
impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi. Il papa mandò
alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo».
L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo
Spielberg per sbaglio.
Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando
descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere
per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un
venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo
Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità
nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve
divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un
cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei
perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare
per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere,
egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo
vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua
benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a
lui.
Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’
d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa
ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto
abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti
a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona
accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del
Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli
che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero
diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere
la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla
e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero
che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un
altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale
Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo
fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del
bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di
papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto
nemmeno per la pietà.
L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle
funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia
della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il
nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto
così buona scelta.
A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era
giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in
lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa
sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga
che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe
il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e
quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio
corto di testa.
Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai
abbastanza.
LETTERE AD ANTONIO PANIZZI
È un libro troppo importante quello che uscì or ora con questo titolo
dalla tipografia Barbèra, per passare senza ricordarlo. Importante per
la storia italiana, poichè vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli
uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere,
scritte senza il sospetto della pubblicità, si ritrova nudo e vero il
carattere degli scrittori.
Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli
stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in
contumacia. Rifugiato in Inghilterra, campò in principio insegnando la
lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, salì al grado insigne
di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo
arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato
agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato,
diventò l’avvocato influente degli interessi italiani presso il governo
inglese. Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all’apice della
carriera di bibliotecario con quattromila lire l’anno, lorde dalla
ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e
così s’intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di
noi quel che sono.
La prima lettera è di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823;
e l’ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo
Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo,
Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli,
Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di
capitale importanza nella storia italiana di questo secolo. Troviamo
l’uomo d’azione accanto al cospiratore, l’ingenua _suffisance_ del
Massari che si dichiara altamente impensierito degli affari dei
principati danubiani, accanto all’attività del Bertani che cerca di
far scappar Settembrini dall’ergastolo di Santo Stefano. Le lettere
del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d’Azeglio, il quale
nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il
cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una
satira.
Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua
vita, ma riguardano però quel disgraziato periodo del quale ci restano
minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte
pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita.
Giorni angosciosi ne’ quali l’illustre scrittore di tante opere lodate
era costretto a combattere co’ librai, cogli editori, coi copisti e
cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai
creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle
lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze
e di sfoghi veramente singolari. L’editore Pickering è trattato da
mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle
sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del
povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi,
la grande edizione del Dante, l’Iliade, i tre romanzi, le lettere ai
Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto.
Il Foscolo morì nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell’esser
sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una
nazione tanto diversa da quella che egli sognò.
Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli
avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un
ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero
in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli è sempre
eguale a sè stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo
del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone
intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libertà del suo paese.
Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859
sono le più vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di
più. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e là per l’Europa,
si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi
dati convegno in queste pagine per dirci l’ultima loro parola. È una
generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri
lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio
questo libro che le pompose _Notti romane_ del Verri, dove i vecchi
quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano un gergo
oratorio e filosofico senza sincerità e senza verisimiglianza. Qui i
morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci
dicono la verità del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i
falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.
È un libro senza retorica.
Poichè non è retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi
passò poi ad aiutante del re, là dove parlando della dimissione del
generale nel 1859 nell’Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto
un popolo leone ed altri farà un popolo pecora. Ci sembrano curiose
rivelazioni le seguenti:
«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu
un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di
dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè
Garibaldi si dimettesse.
«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini
colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare il _Rubicone_
(nota bene, d’accordo con Fanti ed _altri_) qualora fosse scoppiata
insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per
aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non
muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente.
Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo
subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli
la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà
in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in
via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse
un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi
regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di
generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il
generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’
più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale
e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso
che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che
in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà? D’Azeglio fu
quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu
almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo
galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va
dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo
stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel
che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto
la tenda; ma il resto?
Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono un prezioso
complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che
riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero
tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii,
che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle
di Felice Orsini sino alle _Memorie_ del Settembrini, sono una parte
della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri
autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali
soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente.
Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario,
anzi lo completa e lo illustra.
Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia
crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti,
e ne abbiamo bisogno.
MÉRIMÉE A PANIZZI
Vorrei andare all’esposizione di Milano; ma poichè per farlo ci
vogliono dei quattrini, m’ingegno e traduco per l’editore Zanichelli
le lettere del Mérimée al Panizzi; e per fare la debita _réclame_
all’editore, annuncio che il primo volume verrà alla luce nei primi del
mese prossimo.
Sono lettere curiosissime. Il Mérimée, che visse nell’intimità della
famiglia imperiale ed era in caso di conoscere bene tutti i segreti
che il volgo dei cortigiani ignora, scrivendo all’amico suo Panizzi
con tutta confidenza, con quell’estro francese che, come certe salse,
fa trovar buoni anche i cibi che non lo sono, e parla della storia
contemporanea nel modo con cui l’intendevano i pezzi grossi del secondo
impero.
Una cosa però mi ha colpito. Il Mérimée era un artista di gusto
finissimo, e _Colomba_, il _Teatro di Clara Gazul_, le novelle
squisite, piccole e preziose come gioielli, ne fanno fede. Ebbene,
quando parla e giudica dalle cose che accadono, non è altro che
un filisteo e parla come uno di quei droghieri che egli disprezza
superbamente. È un droghiere volterriano che motteggia sul papa, sui
cardinali e sulla Madonna, ed ha una paura convulsa e biliosa di tutto
quello che da vicino o da lontano rassomiglia alla rivoluzione.
Tutto gli fa paura, e Garibaldi lo spaventa orribilmente. Ogni passo
del generale eccita i nervi del povero borghese mal diventato artista,
che prorompe in ingiurie che il povero traduttore sua malgrado deve pur
lasciare tali e quali.
È un buon _chauvin_ ed anche un po’ _gascon_. L’esercito francese è per
lui invincibile come Achille, e l’imperatore il migliore dei generali
possibili ed impossibili; ma il più lontano pericolo di guerra gli dà i
brividi, come se avesse un negozio di candele esposte ai ribassi della
piazza; e mentre fa eccellenti augurii per l’unità, l’indipendenza e
la libertà d’Italia, si raccomanda con le mani in croce e per l’amor
di Dio, che si stia bonini, che non si faccia rumore, che si lasci
stare ogni cosa per paura che la Francia si trovi impegnata in una
nuova guerra. Il papa e la Chiesa eccitano i suoi frizzi irriverenti;
ma quando egli spera che cessi l’occupazione di Roma, non lo spera
tanto per veder crollare la baracca pontificia, quanto perchè cessi un
pericolo di complicazioni possibili.
E negli stessi frizzi contro al pontefice c’è un poco quella
ostentazione d’irreligiosità, che sembra piuttosto venire da una smania
di parere uno spirito forte e bizzarro, che dalla intima convinzione.
Il Mérimée morì improvvisamente, ma se fosse morto adagio adagio
potrebbe anche darsi che fosse spirato con tutti i conforti della
religione e il prete al capezzale.
In fondo non c’è altro che quell’epicureismo piccino e pauroso che
distingue gli scrittori imperialisti da quelli dell’opposizione.
Anzi, due soli furono gli scrittori del secondo impero che aderirono
alla fortuna dei napoleonidi: il Mérimée ed il Sainte-Beuve, senatori
ed epicurei tutti e due, irreligiosi e conservatori tutti e due. Il
Mérimée, più delicato nei suoi gusti, è anche un po’ più ristretto
nelle idee; il Sainte-Beuve, più grossolano nel vivere e nel godere,
è più critico invece, e meno nicchio nella vita intellettuale. L’uno
ama i piccoli e delicati godimenti, le novelle di poche pagine
finissimamente lavorate, il frizzo di poche parole che sfiora la pelle
ma non ferisce; l’altro invece si tuffa nei piaceri volgari, in una
intera appendice, cercando prove, confronti, testimonianze. Artisti
tutti e due, epicurei, borghesi, imperialisti, volterriani, sono le
uniche glorie letterarie che il secondo impero possa vantare; e le
vanta forse soltanto per questo, che dall’epicureismo al cinismo c’è
poca strada, e quando si trovano dei caratteri tali, non ci vuol molto
a tirarseli dietro.
Comunque sia, il Mérimée non cessa di essere un artista eccellente, ed
uno dei più arguti scrittori di questo tempo, anche in queste lettere,
buttate giù spessissimo in tanta fretta che ricordano la scucitura di
un discorso famigliare fatto accanto al fuoco con un bicchiere di buon
vino accanto. È che il Mérimée, se aveva il carattere da borghese,
aveva però l’ingegno d’artista; e l’ingegno molte volte nelle cose
scritte riesce a velare il carattere, come talvolta nella vita riesce
a modificarlo. S’aggiunga poi, che quel volterianismo tra lo scettico
e il cinico, e quella tendenza _frondéuse_ che un po’ più un po’ meno
hanno nel sangue tutti i francesi, qualche volta lo muovono a certe
aspirazioni di indipendenza, a una specie di opposizione contenuta,
curiosissime a notarsi.
Del resto, sotto il governo personale ed assoluto di Napoleone
III, questi scatti di opposizione erano inevitabili anche nei più
profondamente affezionati alla dinastia. In verità si soffocava: solo
quando non si poteva tirare il fiato, si dava la colpa ai ministri,
come se essi non fossero altro che gli strumenti ciechi nelle mani di
Cesare. Il quale tanto voleva assorbire tutto nella sua volontà, che
il congegno stabilito di governo non gli bastava, ed aveva bisogno di
un’azione personale e secreta al di fuori dei modi ufficiali, ed aveva
una polizia ed una diplomazia fuori del governo. Lo testimoniano queste
lettere, che spesso sono dispacci diplomatici di Napoleone a Gladstone
passati per gli intermediarii Mérimée e Panizzi. E il Mérimée per amore
alla dinastia che lo beneficava, e il Panizzi per amore antico alla
causa italiana, si prestavano volentieri a questo ufficio, non dirò di
portalettere, ma di portaidee.
Certo non è come un epistolario scritto in senso democratico.
Tutt’altro! La democrazia e gli uomini suoi principali vi sono trattati
come cani. Ma le ingiurie di un morto non feriscono più, ed il guadagno
che fa la storia contemporanea in queste pubblicazioni è tanto grande,
che ci sarebbe piuttosto da augurarsi che piovessero fitte più che
non facciano i romanzi scimuniti che imbestialiscono i lettori delle
appendici de’ giornali.
Chi approva, alzi la mano.
MÉRIMÉE A PANIZZI
II.
L’epistolario non potrebbe essere più curioso o come si dice,
interessante.
Il Mérimée aveva conosciuto intimamente la contessa di Montijo e, si
può dire, tenuto sulle ginocchia quella Eugenia di Teba che fu poi
l’imperatrice dei francesi. Era rimasta quindi una profonda affezione
tra il senatore e la sua sovrana; affezione reverente da parte del
senatore, e graziosamente protettrice da parte della sovrana. E il
Mérimée era invitato alle feste più pompose come alle più intime,
accarezzato, onorato quanto mai si possa essere in Corte.
Se i suoi istinti borghesi lo facevano l’uomo più conservatore e
pauroso dell’impero, l’educazione artistica gli dava una certa
scioltezza, e tra un accesso di paura e l’altro lo vediamo spettatore
freddo e relatore arguto delle piccole tempeste della famiglia
imperiale.
L’imperatrice a Biarritz si mette in capo di girare attorno alla Spagna
col suo _yacht_ l’Aigle, e il Mérimée è subito preso dalla tremarella
pensando che il viaggio può far nascere disordini a Cadice od a
Siviglia. La paura gli dà coraggio, ed eccolo tentare di dissuadere
la sovrana con tutti gli argomenti più cornuti che sia possibile,
discutere e perorare, lo dice egli stesso, con vivacità maggiore che il
rispetto non comporti. Passato l’accesso, torna scettico e finissimo
osservatore, seccato della Corte e dei _cocodés_ che la compongono,
smanioso di libertà e di argutissime barzellette che qualche volta
giungono fino al trono. Strana contraddizione tra l’istinto e
l’educazione!
E l’importanza di queste relazioni su quel che accadeva dietro le
scene del teatro imperiale, cresce se si pone mente ai piccoli
pettegolezzi che nascondono spesso un segreto poco bello. Napoleone
III, lo dice lo stesso Mérimée, amava troppo le donne e troppo si
lasciava guidare da loro. Lasciando quel che a tutti è noto della
influenza dell’imperatrice sulle più importanti quistioni del tempo
e sulle decisioni più gravi del governo francese, troviamo per
esempio in questo epistolario il segreto della fortuna politica del
Walewski, fortuna così superiore ai suoi meriti. E il segreto sta nella
compiacenza della signora Walewski pel capo dello Stato.
Il velo delle iniziali e dei puntini col quale gli editori vollero
coprire le narrazioni del Mérimée, è troppo trasparente; il senatore,
l’intimo amico della imperatrice, lascia trapelare il suo odio e il
suo disprezzo per simili azioni, e narra con compiacenza un aneddoto
sboccato, una insolenza triviale detta da un maresciallo alla
compiacente ministressa.
Davvero pare che in Corte si stesse un po’ troppo allegri, poichè
quel Mérimée che narra di aver preso parte, nel dì della festa
dell’imperatrice, ad una sciarada un po’ troppo scollacciata, si lagna
poi che i padroni di casa lascino fare un po’ più di quel che richieda
il decoro perchè i giovani si divertano. Ho letto, non so dove, che
una signorina d’illustre famiglia, dovendo recitare sul teatrino di
Corte, diceva: «La commedia è noiosa, ma noi mostreremo le gambe e
si divertiranno». E questa frase dipinge a pennello la Corte del
secondo impero, dove l’_arbiter elegantiarum_ era quel duca di Morny
eccellentissimo in tutti i vizi e tutte le birberie.
Questo epistolario rincara la dose e chiuderà la bocca ai postumi
campioni del vizio elegante e del regno delle sottane troppo corte.
Certo la polemica clandestina di quei tempi esagerò le cose e volle far
parere un Tiberio o un Nerone colui che non aveva nè le grandi qualità
nè i grandi vizi di quei successori di Cesare.
Il muto imperatore nascondeva spesso, sotto un’apparente concentrazione
di pensiero, sotto uno studio di serietà silenziosa, una vacuità di
mente che negli ultimi tempi non era più un mistero per nessuno. Lungi
dalle robuste galanterie di Vittorio Emanuele che poco più chiedeva
all’altro sesso delle soddisfazioni fisiche, l’imperatore nervoso,
debole, floscio, cadeva facilmente sotto l’impero delle donne. Gli
amori di Vittorio Emanuele avranno fatto, tutt’al più, nominare qualche
impiegatuccio o qualche usciere; ma gli amori di Napoleone III facevano
nominare i ministri. Quando Luigi XIV cadde sotto il dominio delle
donne, il gran regno volse a precipitosa rovina.