A metà d’agosto del 1845, Silvio Pellico parte da Torino per Roma.

Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi

non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la

fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni.

Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia è ricevuto

dal console del suo paese e si loda dell’accoglienza perchè il console

è _amico devoto dei gesuiti_. A Roma è ricevuto a braccia aperte al

_Gesù_, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode

vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira

rispetto e simpatia, e non può saziarsi di guardarlo e d’ascoltarlo.

È un santo! È così nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e

degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre

generale è tutto carità! Ecco le prime impressioni di un artista, di un

poeta a Roma! I padri sono già tutti amici suoi ed al _Gesù_ ci sono

molte messe!

Non c’è più nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una

religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione

ed alla volontà. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di

San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle

sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bontà

del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione. Egli

sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi

gesuita, ed ha ragione. Perchè si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo

era già abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l’anima sua; il

corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero.

Avevano spremuto il succo dell’arancia e non sapevano che fare della

buccia.

Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre

versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla

sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle

rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con

piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver

saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le

chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che

gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e

moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero

Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.

Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido

intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è

morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone

di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da

Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini

c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano

impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi. Il papa mandò

alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo».

L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo

Spielberg per sbaglio.

Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando

descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere

per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un

venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo

Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità

nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve

divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un

cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei

perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare

per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere,

egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo

vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua

benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a

lui.

Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’

d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa

ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto

abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti

a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona

accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del

Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli

che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero

diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere

la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla

e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero

che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un

altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale

Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo

fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del

bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di

papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto

nemmeno per la pietà.

L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle

funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia

della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il

nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto

così buona scelta.

A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era

giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in

lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa

sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga

che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe

il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e

quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio

corto di testa.

Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai

abbastanza.

LETTERE AD ANTONIO PANIZZI

È un libro troppo importante quello che uscì or ora con questo titolo

dalla tipografia Barbèra, per passare senza ricordarlo. Importante per

la storia italiana, poichè vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli

uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere,

scritte senza il sospetto della pubblicità, si ritrova nudo e vero il

carattere degli scrittori.

Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli

stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in

contumacia. Rifugiato in Inghilterra, campò in principio insegnando la

lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, salì al grado insigne

di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo

arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato

agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato,

diventò l’avvocato influente degli interessi italiani presso il governo

inglese. Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all’apice della

carriera di bibliotecario con quattromila lire l’anno, lorde dalla

ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e

così s’intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di

noi quel che sono.

La prima lettera è di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823;

e l’ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo

Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo,

Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli,

Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di

capitale importanza nella storia italiana di questo secolo. Troviamo

l’uomo d’azione accanto al cospiratore, l’ingenua _suffisance_ del

Massari che si dichiara altamente impensierito degli affari dei

principati danubiani, accanto all’attività del Bertani che cerca di

far scappar Settembrini dall’ergastolo di Santo Stefano. Le lettere

del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d’Azeglio, il quale

nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il

cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una

satira.

Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua

vita, ma riguardano però quel disgraziato periodo del quale ci restano

minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte

pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita.

Giorni angosciosi ne’ quali l’illustre scrittore di tante opere lodate

era costretto a combattere co’ librai, cogli editori, coi copisti e

cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai

creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle

lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze

e di sfoghi veramente singolari. L’editore Pickering è trattato da

mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle

sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del

povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi,

la grande edizione del Dante, l’Iliade, i tre romanzi, le lettere ai

Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto.

Il Foscolo morì nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell’esser

sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una

nazione tanto diversa da quella che egli sognò.

Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli

avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un

ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero

in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli è sempre

eguale a sè stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo

del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone

intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libertà del suo paese.

Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859

sono le più vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di

più. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e là per l’Europa,

si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi

dati convegno in queste pagine per dirci l’ultima loro parola. È una

generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri

lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio

questo libro che le pompose _Notti romane_ del Verri, dove i vecchi

quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano un gergo

oratorio e filosofico senza sincerità e senza verisimiglianza. Qui i

morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci

dicono la verità del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i

falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.

È un libro senza retorica.

Poichè non è retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi

passò poi ad aiutante del re, là dove parlando della dimissione del

generale nel 1859 nell’Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto

un popolo leone ed altri farà un popolo pecora. Ci sembrano curiose

rivelazioni le seguenti:

«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu

un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di

dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè

Garibaldi si dimettesse.

«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini

colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare il _Rubicone_

(nota bene, d’accordo con Fanti ed _altri_) qualora fosse scoppiata

insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per

aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non

muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente.

Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo

subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli

la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà

in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in

via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse

un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi

regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di

generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il

generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’

più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale

e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso

che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che

in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà? D’Azeglio fu

quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu

almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo

galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va

dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo

stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel

che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto

la tenda; ma il resto?

Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono un prezioso

complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che

riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero

tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii,

che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle

di Felice Orsini sino alle _Memorie_ del Settembrini, sono una parte

della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri

autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali

soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente.

Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario,

anzi lo completa e lo illustra.

Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia

crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti,

e ne abbiamo bisogno.

MÉRIMÉE A PANIZZI

Vorrei andare all’esposizione di Milano; ma poichè per farlo ci

vogliono dei quattrini, m’ingegno e traduco per l’editore Zanichelli

le lettere del Mérimée al Panizzi; e per fare la debita _réclame_

all’editore, annuncio che il primo volume verrà alla luce nei primi del

mese prossimo.

Sono lettere curiosissime. Il Mérimée, che visse nell’intimità della

famiglia imperiale ed era in caso di conoscere bene tutti i segreti

che il volgo dei cortigiani ignora, scrivendo all’amico suo Panizzi

con tutta confidenza, con quell’estro francese che, come certe salse,

fa trovar buoni anche i cibi che non lo sono, e parla della storia

contemporanea nel modo con cui l’intendevano i pezzi grossi del secondo

impero.

Una cosa però mi ha colpito. Il Mérimée era un artista di gusto

finissimo, e _Colomba_, il _Teatro di Clara Gazul_, le novelle

squisite, piccole e preziose come gioielli, ne fanno fede. Ebbene,

quando parla e giudica dalle cose che accadono, non è altro che

un filisteo e parla come uno di quei droghieri che egli disprezza

superbamente. È un droghiere volterriano che motteggia sul papa, sui

cardinali e sulla Madonna, ed ha una paura convulsa e biliosa di tutto

quello che da vicino o da lontano rassomiglia alla rivoluzione.

Tutto gli fa paura, e Garibaldi lo spaventa orribilmente. Ogni passo

del generale eccita i nervi del povero borghese mal diventato artista,

che prorompe in ingiurie che il povero traduttore sua malgrado deve pur

lasciare tali e quali.

È un buon _chauvin_ ed anche un po’ _gascon_. L’esercito francese è per

lui invincibile come Achille, e l’imperatore il migliore dei generali

possibili ed impossibili; ma il più lontano pericolo di guerra gli dà i

brividi, come se avesse un negozio di candele esposte ai ribassi della

piazza; e mentre fa eccellenti augurii per l’unità, l’indipendenza e

la libertà d’Italia, si raccomanda con le mani in croce e per l’amor

di Dio, che si stia bonini, che non si faccia rumore, che si lasci

stare ogni cosa per paura che la Francia si trovi impegnata in una

nuova guerra. Il papa e la Chiesa eccitano i suoi frizzi irriverenti;

ma quando egli spera che cessi l’occupazione di Roma, non lo spera

tanto per veder crollare la baracca pontificia, quanto perchè cessi un

pericolo di complicazioni possibili.

E negli stessi frizzi contro al pontefice c’è un poco quella

ostentazione d’irreligiosità, che sembra piuttosto venire da una smania

di parere uno spirito forte e bizzarro, che dalla intima convinzione.

Il Mérimée morì improvvisamente, ma se fosse morto adagio adagio

potrebbe anche darsi che fosse spirato con tutti i conforti della

religione e il prete al capezzale.

In fondo non c’è altro che quell’epicureismo piccino e pauroso che

distingue gli scrittori imperialisti da quelli dell’opposizione.

Anzi, due soli furono gli scrittori del secondo impero che aderirono

alla fortuna dei napoleonidi: il Mérimée ed il Sainte-Beuve, senatori

ed epicurei tutti e due, irreligiosi e conservatori tutti e due. Il

Mérimée, più delicato nei suoi gusti, è anche un po’ più ristretto

nelle idee; il Sainte-Beuve, più grossolano nel vivere e nel godere,

è più critico invece, e meno nicchio nella vita intellettuale. L’uno

ama i piccoli e delicati godimenti, le novelle di poche pagine

finissimamente lavorate, il frizzo di poche parole che sfiora la pelle

ma non ferisce; l’altro invece si tuffa nei piaceri volgari, in una

intera appendice, cercando prove, confronti, testimonianze. Artisti

tutti e due, epicurei, borghesi, imperialisti, volterriani, sono le

uniche glorie letterarie che il secondo impero possa vantare; e le

vanta forse soltanto per questo, che dall’epicureismo al cinismo c’è

poca strada, e quando si trovano dei caratteri tali, non ci vuol molto

a tirarseli dietro.

Comunque sia, il Mérimée non cessa di essere un artista eccellente, ed

uno dei più arguti scrittori di questo tempo, anche in queste lettere,

buttate giù spessissimo in tanta fretta che ricordano la scucitura di

un discorso famigliare fatto accanto al fuoco con un bicchiere di buon

vino accanto. È che il Mérimée, se aveva il carattere da borghese,

aveva però l’ingegno d’artista; e l’ingegno molte volte nelle cose

scritte riesce a velare il carattere, come talvolta nella vita riesce

a modificarlo. S’aggiunga poi, che quel volterianismo tra lo scettico

e il cinico, e quella tendenza _frondéuse_ che un po’ più un po’ meno

hanno nel sangue tutti i francesi, qualche volta lo muovono a certe

aspirazioni di indipendenza, a una specie di opposizione contenuta,

curiosissime a notarsi.

Del resto, sotto il governo personale ed assoluto di Napoleone

III, questi scatti di opposizione erano inevitabili anche nei più

profondamente affezionati alla dinastia. In verità si soffocava: solo

quando non si poteva tirare il fiato, si dava la colpa ai ministri,

come se essi non fossero altro che gli strumenti ciechi nelle mani di

Cesare. Il quale tanto voleva assorbire tutto nella sua volontà, che

il congegno stabilito di governo non gli bastava, ed aveva bisogno di

un’azione personale e secreta al di fuori dei modi ufficiali, ed aveva

una polizia ed una diplomazia fuori del governo. Lo testimoniano queste

lettere, che spesso sono dispacci diplomatici di Napoleone a Gladstone

passati per gli intermediarii Mérimée e Panizzi. E il Mérimée per amore

alla dinastia che lo beneficava, e il Panizzi per amore antico alla

causa italiana, si prestavano volentieri a questo ufficio, non dirò di

portalettere, ma di portaidee.

Certo non è come un epistolario scritto in senso democratico.

Tutt’altro! La democrazia e gli uomini suoi principali vi sono trattati

come cani. Ma le ingiurie di un morto non feriscono più, ed il guadagno

che fa la storia contemporanea in queste pubblicazioni è tanto grande,

che ci sarebbe piuttosto da augurarsi che piovessero fitte più che

non facciano i romanzi scimuniti che imbestialiscono i lettori delle

appendici de’ giornali.

Chi approva, alzi la mano.

MÉRIMÉE A PANIZZI

II.

L’epistolario non potrebbe essere più curioso o come si dice,

interessante.

Il Mérimée aveva conosciuto intimamente la contessa di Montijo e, si

può dire, tenuto sulle ginocchia quella Eugenia di Teba che fu poi

l’imperatrice dei francesi. Era rimasta quindi una profonda affezione

tra il senatore e la sua sovrana; affezione reverente da parte del

senatore, e graziosamente protettrice da parte della sovrana. E il

Mérimée era invitato alle feste più pompose come alle più intime,

accarezzato, onorato quanto mai si possa essere in Corte.

Se i suoi istinti borghesi lo facevano l’uomo più conservatore e

pauroso dell’impero, l’educazione artistica gli dava una certa

scioltezza, e tra un accesso di paura e l’altro lo vediamo spettatore

freddo e relatore arguto delle piccole tempeste della famiglia

imperiale.

L’imperatrice a Biarritz si mette in capo di girare attorno alla Spagna

col suo _yacht_ l’Aigle, e il Mérimée è subito preso dalla tremarella

pensando che il viaggio può far nascere disordini a Cadice od a

Siviglia. La paura gli dà coraggio, ed eccolo tentare di dissuadere

la sovrana con tutti gli argomenti più cornuti che sia possibile,

discutere e perorare, lo dice egli stesso, con vivacità maggiore che il

rispetto non comporti. Passato l’accesso, torna scettico e finissimo

osservatore, seccato della Corte e dei _cocodés_ che la compongono,

smanioso di libertà e di argutissime barzellette che qualche volta

giungono fino al trono. Strana contraddizione tra l’istinto e

l’educazione!

E l’importanza di queste relazioni su quel che accadeva dietro le

scene del teatro imperiale, cresce se si pone mente ai piccoli

pettegolezzi che nascondono spesso un segreto poco bello. Napoleone

III, lo dice lo stesso Mérimée, amava troppo le donne e troppo si

lasciava guidare da loro. Lasciando quel che a tutti è noto della

influenza dell’imperatrice sulle più importanti quistioni del tempo

e sulle decisioni più gravi del governo francese, troviamo per

esempio in questo epistolario il segreto della fortuna politica del

Walewski, fortuna così superiore ai suoi meriti. E il segreto sta nella

compiacenza della signora Walewski pel capo dello Stato.

Il velo delle iniziali e dei puntini col quale gli editori vollero

coprire le narrazioni del Mérimée, è troppo trasparente; il senatore,

l’intimo amico della imperatrice, lascia trapelare il suo odio e il

suo disprezzo per simili azioni, e narra con compiacenza un aneddoto

sboccato, una insolenza triviale detta da un maresciallo alla

compiacente ministressa.

Davvero pare che in Corte si stesse un po’ troppo allegri, poichè

quel Mérimée che narra di aver preso parte, nel dì della festa

dell’imperatrice, ad una sciarada un po’ troppo scollacciata, si lagna

poi che i padroni di casa lascino fare un po’ più di quel che richieda

il decoro perchè i giovani si divertano. Ho letto, non so dove, che

una signorina d’illustre famiglia, dovendo recitare sul teatrino di

Corte, diceva: «La commedia è noiosa, ma noi mostreremo le gambe e

si divertiranno». E questa frase dipinge a pennello la Corte del

secondo impero, dove l’_arbiter elegantiarum_ era quel duca di Morny

eccellentissimo in tutti i vizi e tutte le birberie.

Questo epistolario rincara la dose e chiuderà la bocca ai postumi

campioni del vizio elegante e del regno delle sottane troppo corte.

Certo la polemica clandestina di quei tempi esagerò le cose e volle far

parere un Tiberio o un Nerone colui che non aveva nè le grandi qualità

nè i grandi vizi di quei successori di Cesare.

Il muto imperatore nascondeva spesso, sotto un’apparente concentrazione

di pensiero, sotto uno studio di serietà silenziosa, una vacuità di

mente che negli ultimi tempi non era più un mistero per nessuno. Lungi

dalle robuste galanterie di Vittorio Emanuele che poco più chiedeva

all’altro sesso delle soddisfazioni fisiche, l’imperatore nervoso,

debole, floscio, cadeva facilmente sotto l’impero delle donne. Gli

amori di Vittorio Emanuele avranno fatto, tutt’al più, nominare qualche

impiegatuccio o qualche usciere; ma gli amori di Napoleone III facevano

nominare i ministri. Quando Luigi XIV cadde sotto il dominio delle

donne, il gran regno volse a precipitosa rovina.

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