L’Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch’egli.

Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l’Arrivabene

diventò liberale convinto e deciso, più per forza degli avvenimenti che

dei ragionamenti. Così fu tratto all’amicizia del Confalonieri, del

Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini,

e di tutti coloro che rappresentavano l’opposizione liberale al governo

austriaco. Il Borsieri, il Porro, il Breme, il Mompiani, accrebbero

presto il novero degli amici suoi.

Il povero Pellico pagò ben caro il diritto di abiurare, e quanto

sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero

ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai è fatta, e

chi l’ha fatta piena e completa è la setta clericale, rivendicando

interamente per sè quel che restò del cantore di Francesca dopo il

martirio dello Spielberg. Ma ciò non toglie il diritto della storia

di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ciò non toglie che

appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene

subisse la prima prigionia. _Absit iniuria_, ma la verità è questa.

Nel 1820 alla Zaita, villa dell’Arrivabene presso Mantova, erano il

Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un

giorno d’autunno Porro e i figli erano in giardino, e l’Arrivabene col

Pellico, seduti sopra un sofà, parlavano dell’Italia e del modo di

rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclamò:—Per rigenerare

l’Italia ci vogliono delle società segrete; bisogna farsi carbonaro;—e

l’Arrivabene rispose:—Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte

i carbonari, e poi si può giovare alla Italia senza immischiarsi

nelle sette.—Il dialogo fu interrotto e non più ripreso. Il Pellico

imprigionato narrò il colloquio, e l’Arrivabene fu subito arrestato e

condotto nelle carceri di Murano, dove faticò per sei mesi a difender

la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una

parola di più, anche l’Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.

Libero, cominciò a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre.

Si ricordò che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte,

aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia.

Aveva parlato sulle generali, perchè nessuno sapeva niente di preciso.

Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia

nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo,

si parlò di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri,

e nient’altro. Un po’ più tardi prestò mille lire per le faccende del

Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821

finì lì; ma, dopo l’esempio avuto, capì d’essere in pericolo. Una sera,

in un caffè di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati.

Vide il pericolo imminente e deliberò di fuggire.

Questa fuga è diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra

le _evasioni celebri_, con quelle del Cellini, del Latude, del barone

di Trenck, del Casanova, dell’Orsini e d’altri. L’Arrivabene la narra

minutamente e non è qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi

curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte

ad Edolo, trovarono nella cucina dell’osteria le uniformi dei gendarmi

poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al

confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il

primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.

Quando si leggono le _Addizioni_ del Maroncelli o le _Memorie_

dell’Andryane vien fatto d’immaginare il Salvotti come una iena

travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che

Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice

l’Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera

e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero

e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che

stranissima cosa! Eppure non c’è da dubitare. L’Arrivabene lo vide e lo

esaminò più da vicino che non avrebbe voluto.

Di tutto si potrà accusare l’Arrivabene, severo economista e

filantropo, fuorchè di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti

della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere,

soffrì anch’egli di quella nevrosi di cervello che, chi può, traduce

in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio.

Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere,

l’economista ritrova parole di verità, dipinge meglio che un letterato

di professione: «A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli

occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente,

od ai lontani monti o al più lontano cielo, riandavo col pensiero le

cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi

che il cuore più che la mente aveva dettati. Improvvisavo certi versi

sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene

inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di

contadini che ritornavano dalla città, i quali tutti, sempre, cantavano

una loro monotona ma non disaggradevole canzone:

Che bel cappel, Marianna,

Che bel cappel, Marianna.

Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva

sull’acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i

quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto

ciò cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche

e care». Non è mal detto, e sopratutto è sentito. Ricorda, senza

intenzione, il _Sant’Ambrogio_ del Giusti. Il luogo e l’ora ispiravano

poesia al prigioniero.

È inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei

tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il

martirio, nei quali l’Imperatore, che si dava del _clementissimo

da sè_, intendeva soltanto di aver fatti _attenti i suoi sudditi

sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana

notificazione 29 Agosto 1820_, nella quale si comminava la pena di

morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte

della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli

antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu

la semenza de’ cristiani, e questo è stato vero anche per l’Italia e

la sua fede. Ma ciò non toglie che il povero seminarista non rimanga

sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo

nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e

compresi di affettuosa venerazione pei confessori d’Italia, per le

vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.

Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c’era dato a buone opere civili.

Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una

invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli

si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al

primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e

quarantacinque anni d’esilio. Davvero, quando egli è mancato, possiamo

dire che è mancato l’ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la

nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione più

crudele.

Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte;

è dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento

al loro illustre concittadino. L’iscrizione è fatta, e si deve al

consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente

l’uno, segretario l’altro della I. R. Commissione speciale di prima

istanza, che sentenziava così in Milano il 21 gennaio 1824:

«Sugli atti dell’inquisizione criminale costrutti dalla Commissione

speciale di Milano pel delitto d’alto tradimento: ecc.

«Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di

giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:

«Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo

Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara,

Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno

marchese Bossi, Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere

Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni, _Giovanni conte Arrivabene_, e

gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese

Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone

Arese, _rei del delitto d’alto tradimento, e li ha condannati alla pena

di morte da eseguirsi colla forca_.»

Chi non invidierà l’Arrivabene? Chi non gli invidierà più che la lunga

ed onorata vita, i patimenti durati e l’onore di una simile lapide

sepolcrale?

DI SILVIO PELLICO

Il rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti

se non fortemente, almeno dignitosamente, vietò che delle cose di

Silvio Pellico si dèsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio

di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che

portò le catene dello Spielberg, e finchè i pochi versi all’Italia che

si trovano nella _Francesca_, furono proibiti, parvero sublimi. Nove

decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell’ambiente in

cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere

stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano,

povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si è fatto, e nel gran fiume

dell’oblio soprannuotano appena _Le mie prigioni_ come libro di premio

per le scuole cattoliche, e la _Francesca_, come vittima disgraziata

dei centomila filodrammatici italiani.

Una prova palpabile di questo si ha nell’epistolario intimo del

Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il

Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in

Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del

Leopardi si reputerebbe fortunato, e l’anno scorso fu menato grande

scalpore persino di quella cantica giovanile sull’_Appressamento della

morte_, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la

comica introduzione. Fino gli epistolari de’ mediocri sono cercati

ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male

isteriche dell’Aleardi. Ma dell’epistolario del Pellico chi tenne

parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l’anima di chi lo scrisse, e

il mondo passò, senza degnarlo d’uno sguardo. Tanto il nome di Silvio

Pellico è diventato indifferente se non antipatico.

E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei

seminari, l’antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel

carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta

come modello ai giovani di pietà e divozione profonda, e davvero c’è

da confonderlo con un libro divoto: nè pare che le _Filotee_ godano

oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi può resistere e

vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella

religiosità smascolinata, giunge ad aver pietà di un povero uomo cui

i patimenti troncarono più che i nervi, ma ogni fibra di virilità. È

doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e

gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi

nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in

tanta fiacchezza d’animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per

una domesticità concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi

agnelli nell’ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza

belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!

Così l’epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti

in questi anni _per nobiltà dì sentimenti religiosi_, è degno del

silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n’è della meglio, anche

nell’ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne’ seminari

stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero

inutile il presentare un modello di ravvedimento più che un modello di

letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio

da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria,

e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: «Ho veduto

troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene».

A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi

dell’anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva

portati i ferri del galeotto, per lui era diventato _il male_; la

fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo

glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.

Non bisogna irritarsene, ma compassionare.

La condanna del Pellico e l’aureola che quindi giustamente meritò

(poichè è inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne’ suoi

esami, come traspare dalle _Memorie_ dell’Arrivabene) furono uno dei

più strani errori dell’Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di

polizia nel suo barbaro italiano scriveva: «Tanto il Pellico quanto il

Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate,

per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie,

ma nessuno riconobbe mai in essi che due scioli, capaci a sostenere

con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad

un’impresa qualunque».

Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti:

«Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono

ai miei giudici». L’uomo era già domato e divenuto innocuo. Egli era

maturo per passare dalla domesticità carbonare del Porro a quella

gesuitica della marchesa di Barolo. Come l’acuto Salvotti non se ne

avvide?

Forse nocque a Silvio l’esser letterato, l’appartenere cioè a quella

classe di persone che dal governo d’allora era temutissima; e di

più l’esser romantico, poichè lo stesso Pellico aveva scritto al

Marchisio: «A Torino come nelle nostre città per dire un liberale

si dice un romantico: non si fa più differenza alcuna. E classico è

diventato sinonimo d’ultra, di spia e d’inquisitore». Forse così Silvio

pagava per tutto il _Conciliatore_, egli che era il meno solvibile

della compagnia. Forse gli pesarono sopra i versi patriottici della

_Francesca_, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo

che, all’_Italia mia_ del dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi

versi della Ricciarda: _Amor d’Italia? A basso intento è velo—Spesso

ecc._ Basso intento non era nel Pellico, poichè tale non può esser

detto il desiderio della facile fama; ma l’italianismo classico di

Ugo e l’italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue

conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico è più

grave la sventura, nel Foscolo è più seria la convinzione.

Il Pellico, anima dolce e ingenua, s’era dato al romanticismo ed al

carbonarismo sotto la influenza dell’ambiente in cui viveva. Gli uomini

del _Conciliatore_ lo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga

giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli

si gettò in quell’avventura non misurò le proprie forze per sapere se

bastassero ai pericoli. Andò avanti storditamente, ingenuamente: ma

quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu

vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio

Pallavicino: eppure capì che non avrebbe potuto indurre il Pellico

a disonorevoli confessioni, ma non capì (e questo è strano) che il

Pellico era già ravveduto e non più pericoloso.

Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe più potuto

tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell’Arrivabene, ma

colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto più

riprendere la penna con cui scrisse la _Francesca_ e l’_Eufemio_. Non

avrebbe abiurato in pubblico, ma di dentro l’abiura era già fatta.

Egli era già degno della pensione che Carlo Alberto gli largì quando

non attendeva ancora il suo astro.

Oramai la fama del Pellico non vive che per le _Prigioni_. Il suo

miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il libro

_vissuto_; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta

l’importanza. Non voleva mostrare altro che _si può essere religioso

senza servilità_, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non

era suo intento l’intenerire l’Europa sulle sciagure degli italiani

condannati. Lo strale passò il segno cui egli lo aveva diretto, tanto

che l’Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del

volume.

Che _Le mie prigioni_ non siano scritte con un intento politico,

ma religioso, è troppo chiaro perchè bisogni dimostrarlo. Bastano

le disapprovazioni di Silvio alle _Addizioni_ del Maroncelli, e il

poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. Le _Addizioni_

provano che il Pellico attenuò la verità, specialmente per quel che

riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l’ultimo volume

delle _Memorie d’oltre tomba_ dello Châteaubriand ci mostra la vera

Zanze. Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito

con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato

e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di

menzogna, non può tenersi dal dire: «Io ritengo dunque che la Zanze

delle _Mie prigioni_ sia la Zanze secondo le Muse, e quella di questa

_apologia_ la Zanze secondo la storia». Ora le attenuazioni e gli

abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si

vede che tale era la tesi del libro. Che se invece le _Prigioni_ ebbero

un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell’autore.

Tutto a quei tempi poteva parere un’arma contro ai dominatori, e

quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco

a trovare nel libro del Pellico l’intenzione di descrivere i martirii

de’ patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma è tanto vero che ciò fu

fatto lontanissimo da’ suoi propositi, che il libro, come ripeto, è

caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe

del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c’era un

intento patrio, non muoiono e non morranno.

La fama del Pellico venne appunto di là dove egli non la voleva. Il

libro durò finchè a dispetto dell’autore fu rivoluzionario. Quando

divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell’efficacia

della divozione nell’alleggerire i mali, cominciò a declinare. Una

fama così artificiale ha durato più del credibile in causa delle

sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano

in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano,

quella fama impallidisce e sfuma, poichè le manca il sale dell’arte,

quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall’oblio.

Infatti, oramai si può dire senza incorrere nella taccia di

presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste

versificatore; di rado si innalzò fino alla mediocrità. Ebbe un momento

di ispirazione a’ tempi del suo carbonarismo annacquato, allorchè il

calorico dell’ambiente in cui viveva scaldò il suo frigido ingegno

fino all’eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non

capì nemmeno quale fosse la nota che trascina all’applauso in quella

tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della

maniera. I due ultimi atti dell’_Eufemio da Messina_, pensati e scritti

poco dopo alla _Francesca_, non sono che la esagerazione dell’eretismo

artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon

successo; non sono che un cumulo di atrocità grottesche e paralitiche,

che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il

cuore tenero in quell’età dell’oro della tragedia, quando Atreo, Medea

e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re.

Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda

del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave

dell’amicizia nell’occhio quando lo proclamò il _primo drammaturgo

d’Italia_. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa.

Non c’è bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrità delle

sorelle di _Francesca_. Chi non sorride a metà del _Tommaso Moro?_ Chi

non sonnecchia alla fine?

Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza le _Cantiche_,

efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo,

come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d’essere, così

come azione che come reazione. Ma è bravo chi può capire il perchè

del romanticismo delle _Cantiche!_ Servirsene come mezzo era giusto;

tenerlo come fine è ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria,

ci sono questi poveri di spirito che cambiano l’istrumento col lavoro

da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la

spada per pavoneggiarsene e non per servirsene. Ora il Pellico fu

appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda,

la superficialità del vestito e del gergo. Cantò trovatori e castelli,

perchè prima si cantavano eroi e templi: vestì i suoi cavalieri di

elmetti e pose mano al liuto senza saperne il perchè, come prima gli

ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira

invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato

originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel

rimasero suggellati. Ma nel _Carmagnola_ e nell’_Adelchi_ c’è un po’

più che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio

classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo

che non è più il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perchè.

Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente

i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente

un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non

è ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica?

Gli mancò il giudizio per capire la ridicolezza de’ suoi trovatori: gli

mancò l’ingegno per farli almeno cantar bene.

E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.

Per mostrare quanto siano al disotto della più meschina mediocrità,

basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte.

Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.

Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.

Povero Pellico! Chi più sventurato di lui? In vita soffrì il martirio,

e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano più

che non paresse.

Che terribile giudice, il tempo!

SILVIO PELLICO A ROMA

Gli epistolari degli uomini celebri sono sempre stati cercati e letti

avidamente, ma le _Lettere famigliari_ del Pellico, pubblicate dal

Durando nell’anno scorso a Milano, presso il Guigoni, chi le ha lette?

E davvero non è da meravigliare se la pubblicazione fu accolta con

qualche lode dai giornali cattolici, senza però riuscire a farsi posto

tra le cose importanti o soltanto curiose, venute fuori in questi

ultimi tempi. L’epistolario è edificante, ma seccante. Non è in fondo

che una collezione di giaculatorie, di pie aspirazioni, di bigotterie

piccine piccine da far dormire in piedi. Così doveva finire l’autore

della _Francesca_!

Anche come arma, come libro di predicazione cattolica, vai poco. Vuoto,

insipido catalogo di tutte le messe ascoltate e delle indulgenze

lucrate, non solo non convertirà nessuno, ma allontanerà qualche

animo delicato da una conversione di quel genere. Anche una persona

d’ingegno può credere ad un tratto, ma non può cadere in una divozione

così volgare, così cretina, sotto pena di non essere più un uomo

d’ingegno, ma un’oca. E i catecumeni che conservano appunto un po’

d’ingegno, non possono a meno di vacillare, fosse pure per un momento,

davanti ad un esempio così sconfortante. La fede del Châteaubriand può

tentare qualcuno, ma la fede del Pellico, la fede gozzuta dei pifferari

irragionevoli tenterà pochi. Per questo ci pare che, anche come libro

cattolico, l’epistolario del Pellico, sia sbagliato.

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