Il Ruffini, nato in quella gloriosa riviera cui la patria deve Mazzini

e Garibaldi, deve aver avuto anch’egli la dolcezza di carattere quasi

delicatamente femminea che distinse la vita intima dei due grandi che

ho nominato. Una profonda bontà traspare nei suoi scritti, una bontà di

cuore che dispone agli affetti miti, alla vita tranquilla e modesta.

Si direbbe che la sua parte di cospiratore e di esiliato contrasti

profondamente colla calma del suo temperamento, inclinato piuttosto

alla sentimentalità che all’eroismo. I suoi libri, dove ora la pace

polemica non ci colpisce più sono ben lontani dalle esagerazioni

convulsionarie cui andò soggetta la letteratura politica del suo

tempo. Chi lesse quei romanzi a quei tempi, di nascosto e col pericolo

imminente della polizia e del carcere, dovette trovarvi certo quel

che noi non sappiamo più vedervi, una energia, un’audacia grande. Il

solo fatto dell’averli scritti era già una prova di forza, e le minime

frasi, che a noi appaiono ora scolorite, dovettero a quell’epoca parere

proteste sdegnose, colpi che passano da parte a parte. Ma a noi, che

leggiamo senza passione, l’energia non appare più.

Basta ricordare il Guerrazzi per accorgersi subito della sentimentalità

calma del Ruffini. Il Guerrazzi rugge come i contemporanei suoi. Le

proteste, gli sdegni ora eloquenti, ora retorici, ora sublimi, ora

affettati, si succedono in quelle pagine infocate, vero specchio

dell’anima della gioventù di quel tempo. Ivi l’energia è cercata,

spesso raggiunta, qualche volta troppo evidentemente artificiale: ma

insomma il Guerrazzi è energico, e quando non lo è, tenta di esserlo.

Paragonate ora il _Dott. Antonio_ alla _Battaglia di Benevento_.

Il libro del livornese sì leva spesso più in alto che la forma di

romanzo non comporti, diventa lirico, qualche volta anzi frugoniano.

Il libro del Ruffini invece comincia calmo come un idillio e finisce

sentimentalmente triste come una elegìa. La diversità dei temperamenti

non può essere più spiccata. L’uno cerca nella storia i suoi argomenti,

poichè la vita quotidiana e la società presente gli paion troppo umili

e basse per le sue apostrofi eloquenti, pei suoi sdegni epici. L’altro

non cerca e non tenta le altezze sublimi, e il suo tempo, la sua città

gli paiono sufficienti all’altre; spesso il romanzo assume l’aspetto

dell’autobiografia. Di più non ci vuole per convincersi della modestia,

della bontà, della calma che distinguono il carattere artistico del

Ruffini.

Senza dubbio, al fondo naturale dell’autore si aggiunge l’influenza

inglese. La correttezza, la serietà esteriore, la misura spesso

convenzionale che si adopera in tutto, anche nell’ilarità, valsero

a calmare ogni effervescenza latina che per avventura fosse rimasta

nel sangue dell’esule scrittore. Il _Dott. Antonio_ è scritto sotto

l’influenza della moda creata dagli epigoni di Walter Scott, e il

romanzo, quantunque si riferisca ad avvenimenti che sarebbero accaduti

nel 1840, altro non è in fondo che la riproduzione travestita del

vecchio dato romantico: il paggio innamorato della castellana. Al

vecchio sedimento di _sensiblerie_ laghista si mesce un elemento più

giovane e più caldo, la lotta per la patria: ma il fondo è sempre

quello, e il nuovo elemento lo modifica, ma non lo trasforma. Si può

seguirne attentamente la trama e si vedranno i personaggi tali e quali,

e si troverà il castellano tiranno in sir John, il nemico in Aubrey,

insomma tutto quell’ordito bell’e fatto, quella specie di maschere

della commedia dell’arte romantica che vegeta ancora nei libretti

d’opera, dove il tecnicismo impone la distribuzione delle parti e fissa

anticipatamente i caratteri del soprano, del tenore e del basso.

Ammetto che le vibrazioni della corda patriottica coprono spesso il

convenzionalismo delle vecchie cabalette. So benissimo che il libro

insegna ad amar la patria ed a sagrificarsi per lei senza ostentazioni

e ciarlatanerie, ma in riga d’arte ripeto che quel romanzo è più

vecchio del suo tempo. Un giovane misterioso e perfetto salva una

fanciulla melanconica e perfettissima. S’innamorano inutilmente, e

la giovane muore poichè l’innamorato, combattendo per la patria, fu

fatto prigioniero. È la vecchia tela, con la sola differenza che un

romanziere più scapigliato avrebbe ammazzato tutti senza misericordia.

Confesso il vero che sembrerà eresia; quel che più mi piace nelle cose

del Ruffini e tutto ciò che pare od è autobiografia. La parte veramente

vissuta de’ suoi romanzi mi sembra la migliore. Per esempio, nella

prima metà del _Lorenzo Benoni_, tutta quella descrizione della vita di

collegio che riempie dodici capitoli mi pare ben altrimenti efficace

e vera che non siano gli amori incompresi del _Dottor Antonio_. Chi

per sua disgrazia passò l’infanzia sotto la ferula di abbatacci asini

e malcreati in un collegio di preti, può attestare la verità di quel

che dico. Tutti gli amori sono suscettivi di ridicolo fuori che l’amor

materno, e nessun umorista, avesse pure il carattere bilioso e cattivo

del Swift, osò mai di metterlo in caricatura. Ed è appunto quest’amore

che manca alle povere vittime dei collegi, quest’amore la cui mancanza

nell’infanzia si fa dolorosamente sentire poi per tutta la vita. In

quei primi capitoli del _Benoni_ si sente il dolore dell’assenza

dell’affetto materno, quello strazio che fu narrato con più forza

dal Dickens nel _Copperfield_ e meglio ancora dalla Currer Bell in

_Jane Eyre_; è narrato un martirio che vige ancora in Italia, dove le

condizioni di molte famiglie possono render necessari i collegi, ma non

mai quegli ergastoli del corpo e dell’anima che sono i convitti dei

preti e dei frati. Lo dico per esperienza.

Certo a chi ebbe la fortuna di crescere nel nido della famiglia sotto

le ali morbide della madre, quelle pagine parranno noiose. A me invece

paiono le più belle che il Ruffini abbia scritto. Ne’ suoi libri si

volle vedere l’autobiografia un po’ dappertutto, ma qui c’è senza

dubbio; anzi tutto il _Benoni_ è vissuto veramente, a differenza

del _Dottor Antonio_, dove l’artificio logoro salta agli occhi. Nel

_Benoni_ dunque deve esser cercato non solo il Ruffini uomo, ma il

Ruffini artista, poichè ivi soltanto si mostra senza l’artificiosità

di una tecnica antiquata. E nel _Benoni_ appunto spicca il suo

temperamento artistico quale mi provai di definirlo.

Era dunque troppo naturale che quei romanzi onesti, tranquilli, pieni

di bonarietà e di rettitudine, cessata che fosse la scomunica che

pesava sulle aspirazioni patriottiche, dovessero diventare adattissimi

all’adolescenza. Così, da un pubblico di cospiratori che aveva prima,

il buon romanziere, si è trovato improvvisamente ad avere un pubblico

di scolaretti. Eppure, il _Benoni_ specialmente, non dovrebbe esser

trascurato da quelli che vogliono farsi un idea esatta di quel che

fosse la società italiana e piemontese al tempo di Carlo Felice. Il

libro ha la sua importanza grande anche come contributo alla storia dei

costumi e dei sentimenti di un’epoca e, per questo, verrà il giorno

della sua resurrezione. Intanto... _habent sua fata libelli_.

Il Ruffini è morto onorato e compianto a ragione.

Noi gli dobbiamo di aver fatto rispettare il nome italiano in terra

straniera in tempi tristissimi, quando il nome nostro destava in Europa

l’idea del pugnale e del tradimento. Egli fece onore alla patria: è

giusto che la patria faccia onore anche a lui.

TOMMASO CARLYLE

È morto Carlyle, scrittore o profondamente disprezzato o immensamente

amato in Inghilterra; ma a ogni modo celeberrimo in patria e fuori,

salvo in Italia, dove è forse affatto sconosciuto. Noi disgraziatamente

o siamo ignoranti come zucche, o, se sappiamo qualche cosa, un

pregiudizio classico ci vieta poi di conoscer bene le cose straniere;

tutt’al più leggiamo i romanzi che fanno più rumore a Parigi o

applaudiamo le commedie mal tradotte dal francese. E anche questo lo

facciamo più per moda che per persuasione.

L’odio allo straniero, che ci condusse all’indipendenza, lo portammo

anche nella letteratura. I puristi c’insegnarono a disprezzare quel

che viene di fuori; e questo _chauvinisme_ letterario miseramente

orgoglioso, se può aver avuto un’azione buona sulle tendenze nazionali

ed unitarie, se ebbe forza di salvarci almeno la italianità della

lingua, ci lasciò tuttavia parecchi pregiudizi nelle ossa, e ci sono

tuttavia moltissimi i quali si credono ancora ai tempi di Augusto

quando solo in Italia si sapeva leggere e scrivere, o scherniscono

amaramente tutto quello che viene dal _settentrional vedovo sito_,

o, se dal settentrione ci vengono busse o capolavori, si consolano

brontolando: «Gino, eravamo grandi—E là non eran nati». Bel gusto!

Intanto, ne’ licei e nelle università, una mandra di preti mal spretati

imbottisce la testa dei ragazzi con tutte le vacuità della metafisica e

dell’ontologia e scarica una _foedissima ventris proluvies_ di teorie

semicattoliche e di sistemi mal digeriti, rubando il tempo ai discepoli

e le paghe allo Stato. Di quel che accade al di là de’ confini non si

sa nulla in quei ritrovi che pretendono d’esser scuole, o tutt’al più

ci s’imparano le confutazioni barocche male imparate dai chiarissimi

sulle traduzioni delle traduzioni. E poichè quelli che insegnano

scienze meno imbecilli, poichè gli sperimentatori ed i veri scienziati

dovettero pure studiare anche quel che fu studiato al di là dell’Alpi,

le rozze arpie se ne dolgono e, ferite nella loro ignoranza, strillano

ferocemente, vituperano tutto quello che non è italiano, scomunicano

quel che non sanno e, non potendo far altro, vogliono che il loro odio

ebete alla scienza straniera sembri patriottismo. Così una vergognosa

schiera di ciarloni cento volte apostati e mille volte ignoranti si

sforzano a mantener vivi i pregiudizi più meschini e dannosi alla

coltura nazionale: così i giovani delle nostre scuole conoscono tutti

i più cretini filosofastri del bel paese e non conoscono nemmeno per

sentita a dire Schopenhauer, Bain od Hartmann: così in Italia pochi

conoscono la storia di Federico II del Broglio e nessuno quella del

Carlyle.

Oh, se invece di insegnare ai poveri martiri dei licei le teoriche

dell’assoluto e, dopo Kant, le dimostrazioni dell’esistenza di Dio,

si insegnasse loro a leggere e ad intendere le lingue straniere! Se

invece di questi sistemi trascendentali che nascono e rinascono da

Talete in qua, per essere confutati e distrutti il giorno dopo; se

invece di tante scempiate inanità che entrano da un orecchio per

uscire dall’altro, si mettessero i giovani in grado di studiare da

loro se ne avranno voglia; se, invece di pretendere di fornire ai

ragazzi il lavoro, bell’è fatto, si dessero loro invece gli strumenti

per lavorare, non sarebbe meglio? Io mi rivolgo alla coscienza di

tutti quelli che studiarono nei nostri licei e chieggo che mi dicano

sinceramente a che giovò loro la metafisica imparata con tanta fatica?

Dicano se non dimenticarono perfino la prima parola!

Tommaso Carlyle è morto; e quando i giornali hanno annunziato il caso,

si può scommettere che quasi tutti coloro che uscirono dai licei e

dalle università con diplomi, lodi e premi, si rivolsero la comica

domanda di Don Abbondio: «Carneade? Chi era Carneade?»

Eppure in Inghilterra pochi nomi furono celebri come il suo; eppure

in Germania e in Francia, egli fu conosciuto più che non siano da noi

Ponson du Terrail o Fortunato di Boisgobey. Ma noi conosciamo troupe

bene _Rocambole_ o _Monsieur Lecoq_ per conoscere il _Sartor resartus_

e le _Letture sugli eroi_. Dicono che nel _Sartor resartus_ egli si

ricordò molto di Gian Paolo Ritcher; ma chi era costui? Era l’autore

del _Titan_ e del _Levana_; un altro Carneade che fuori di qui è

stimato un gigante: ma noi abbiamo studiato troppo la metafisica per

saperlo.

Del resto, se Tomaso Carlyle fosse nato in Italia, o sarebbe rimasto

sempre nel suo villaggio a far l’agricoltore come il padre, o, se

avesse osato di scrivere come scrisse, l’avrebbero stimato matto e

magari canzonato come un Tito Livio Cianchettini mal riuscito. Poichè

in lui c’era qualche cosa di apocalittico che scattava fuori da uno

strano miscuglio di puritanismo scozzese, di democratismo francese,

di misticismo tedesco. Se non nella _Vita di Federico II_, certo

nelle altre sue opere lo stile è spesso oscuro, spesso eccitato,

quasi isterico, e qualche volta, in interi periodi che mancano del

verbo, in parentesi interminabili, tra le apostrofi, le allegorie, le

prosopopee, saltano fuori incomprensibili astrazioni miste di _truisms_

volgarissimi ed eloquenti. Guai a lui se fosse stato italiano, colla

sua moltitudine di barbarismi, di neologismi e di solecismi! Il suo

nome sarebbe rimasto nelle scuole a perpetuo esempio, come alla gogna,

insieme ai nomi dell’Achillini e del Preti che sono proposti al

vituperio dei discepoli dai maestri che non lesserò mai nè i sonetti

dell’uno, nè i madrigali dell’altro. Un Carlyle italiano non si può

immaginare.

E perchè? Perchè noi cerchiamo piuttosto la correzione che

l’originalità, mentre in Inghilterra an _excentric man_ è sempre il

bene arrivato. Rabelais, Swift, Gian Paolo Richter non potrebbero avere

scritto qui, dove l’_umorismo_ si ferma ad una parodia letteraria—_La

Secchia rapita_, dove l’imitazione fu sempre il canone più osservato

della stilistica, dove dopo il Petrarca vengono centomila petrarchisti

che riempiono un secolo intero, dove l’Arcadia può fondare una colonia

per ogni città con leggi fisse di poetica e i voti monastici della

povertà, della castità e della obbedienza. Non biasimo; constato

solo un fatto innegabile; noto solo che, Dante in fuori, gli ingegni

profondamente originali da noi si contano sulle dita e che le

innovazioni letterarie del Trecento in qua sono piuttosto formali che

altro. Galileo, ingegno tanto singolare nella scienza ed innovatore

grandissimo, nelle cose letterarie abborre l’originalità e scomunica il

Tasso che gli pare troppo rivoluzionario. Il nuovo ci fa sempre paura

e, ieri ancora, l’abate Zanella inorridiva nella _Nuova Antologia_ pei

tentativi di introdurre nuovi metri nella prosodia italiana, poichè,

secondo lui, ne riceverebbe detrimento la nostra _lingua poetica_.

Per chi nol sapesse, questa intangibile _lingua poetica_ è quella

degli antichi, o dei moderni che parlano ancora come il Petrarca;

consiste nel chiamar _lampa_ una lanterna, _salma_ il corpo e _lira_

la chitarra. Ora, se le piccole novità di forma, se quasi minime

differenze verbali mettono in pensiero gli uomini còlti e d’ingegno,

immaginiamoci che spavento farebbe l’originalità ardita e sprezzante

di uno scrittore come Carlyle. Fuori di qui, perchè l’originalità sia

tollerata e applaudita, ci vuole molto ingegno, direi quasi genio; ma

da noi forse non basterebbe.

Nel _Sartor resartus_ domina una curiosa figura, quella del dottor

Teufelsdreck (la lingua poetica non può aiutarmi, bisogna ricorrere al

latino: il nome del dottore significa _excrementum diaboli_), dipinta

con un _humor_ stravagante, ma pieno d’estro nella satira e che si

mantiene tale e quale sino in fondo al libro. Si può non convenire

col Carlyle, che nel suo puritanismo ha degli slanci di entusiasmo

religioso più da sacerdote che da laico. Da giovane era stato tirato

su per lo stato ecclesiastico, e poichè il detto _Semel abbas semper

abbas_ è una verità sacrosanta, così di quando in quando sotto allo

scrittore troviamo il predicatore. Per esempio, il _Sartor resartus_,

che può parere, a chi non bada, una bizzarria satirica senza tesi,

non è invece che lo sviluppo della massima di Fichte, che tutte le

cose nell’universo visibile, noi stessi e gli uomini tutti, non

siamo che una specie di veste sotto la quale si nasconde la realtà

assoluta; che l’universo intero non è che una delle forme dell’eterno

spirito di Dio; che il tempo e lo spazio sono soltanto modi dei

nostri sensi imperfetti, così che il _dove_ e il _quando_, benchè in

apparenza inseparabili dal nostro pensiero, non aderiscono altro che

superficialmente al pensiero stesso; che noi dobbiamo concepire Dio

come abitante un _quid_ universale, un _adesso_ perpetuo, e considerare

la natura come la veste ch’egli porta per rendersi visibile agli occhi

nostri. Vedete un po’ che razza di sogni possono sognare questi fuchi

dell’intelligenza, i filosofi trascendentali!

Or bene, questo era il sistema filosofico del Carlyle. Secondo lui i

fenomeni della nostra vita sociale, gli aspetti esterni, le modalità

di questo mondo non sono che vesti dello spirito umano, utili e

convenienti fin che servono, ma che si logorano presto e debbono essere

gettati. Per un puritano è già un sistema assai libero e che, lasciando

intatto l’assoluto, rende possibile nella pratica l’evoluzione delle

idee e della morale, staccandosi affatto dall’ortodossia vecchia sulla

immobilità eterna delle leggi del bene e del male. Su questo dato

filosofico ricamò curiosamente il Carlyle, e gli strani commentari e

le riflessioni bizzarre del dottor Teufelsdreck non fanno perdere di

vista l’idea fondamentale del libro. Questa inimitabile figura di un

solitario filosofo tedesco, dicono i signori Elia Régnault e Ulisse

Barot, colla sua immensa erudizione, le sue stravaganti avventure, lo

stoicismo sublime che lo fa volare a cento miglia in alto sopra questo

mondo, la bontà inalterabile, la pietà, il coraggio, la lingua mezzo

mistica e mezzo plebea, è una _trovata_, uno dei tipi più curiosi che

si conoscano. Ed è vero. Benchè il Teufelsdreck ricordi un po’ troppo

il dottor Schopp del _Titan_ di Gian Paolo, è una delle figure più

bizzarre e indimenticabili della letteratura contemporanea.

«I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che

non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini;

insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti

trimestrali.»

«Ci schiacciavano sotto il peso d’innumerevoli parole morte, e

questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della gioventù. Come mai

un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale

sarà fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del

cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto

più dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa

pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potrà dare luce e

fiamma colui, l’anima del quale è un focolare spento, pieno di ceneri

agghiacciate? I professori d’Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua

poetica, ma _hinterschalg_ vuol dire sculacciata) conoscevano benissimo

la sintassi; e quanto all’anima umana, sapevano solo che c’era in lei

una facoltà chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando

con un nerbo i tessuti muscolari e l’epidermide».

Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma più; ma dei

professori d’Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i

loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non

conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo

tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo

della fede trascendentale, le opinioni più incredibili espresse colla

massima gravità, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste,

illustrate dagli esempi più grotteschi ed espresse in un linguaggio

caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure,

sotto la scorza dell’eroicomico, circola la linfa della verità. Certe

pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della

apparizione del _Sartor resartus_. Le amare satire alla società inglese

d’allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale

e di Persio, e la posterità senza dubbio confermerà il soprannome _di

great censor of age_ che i contemporanei decretarono al Carlyle.

Ma il _Sartor resartus_ non può essere tradotto e meno poi inteso

in italiano: meglio sarebbe, per dare un’idea dell’ingegno strano e

grande del Carlyle, tradurre la _Storia della rivoluzione francese_,

specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i

gusti, ma che non può essere confuso tra le cose noiose e mediocri. È

vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle

nell’originale, hanno sentenziato ch’egli è intraducibile; ma se non la

fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua

immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.

Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se

traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. «Gino,

eravamo grandi.—E là non eran nati». Consoliamoci con questo.

GIOVANNI ARRIVABENE

Il senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente

compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe

una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno

popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse

l’ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la

vita modestamente operosa, l’animo buono, i patimenti sofferti e la

venerabile età, lo fecero tuttavia uno de’ personaggi più rispettabili

e rispettati del nuovo regno. Con lui si è spento forse l’ultimo

testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l’ultima

vittima del Salvotti.

L’Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbèra, e si è

detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che

conosciamo è appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per

le cose operate dall’autore. Ma, pur troppo, l’Arrivabene s’indusse

tardissimo a scriverle, credo più che novantenne; e per quanto l’età

grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro

c’è qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco

piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato

all’epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non

parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l’archetipo

delle autobiografie fosse venuto al mondo.

La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli

occhi alla critica. Forse parve crudeltà dire il vero ad un ottimo

vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora

che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla può

vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori alla

aspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo

storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.

Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821

attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi

di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non

conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte,

debole o traditore. Le _Mie Prigioni_ del Pellico aspettano ben altre

_Addizioni_ che quelle di Piero Maroncelli.

L’Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e

sorvolò quasi su quell’importante periodo storico cui assistette e nel

quale ebbe gran parte, altre volte, non così abbassato dalla vecchiaia,

aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni

alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda più un opuscolo da

lui fatto stampare presso l’Unione Tipografica di Torino nel 1860 col

titolo:—_Intorno ad un’epoca della mia vita_.—Ivi si trova accennato

quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il

giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto è

forse quel che di più importante ha scritto l’amico di Confalonieri e

del Pellico.

Quando Napoleone nel 1805 costituì il regno d’Italia l’Arrivabene aveva

diciott’anni. Nove ne durò il regno, ed anche quelli che in quell’epoca

avevano atteso più a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si

sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono

a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria,

che si può seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il

D’Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della

speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella

larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle

baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono;

ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o

indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero più bene. Si può pur

dire che il regno italico è il babbo vero del presente regno d’Italia.

Brandelli · 第 19 / 34 段