vanto che i libri miei abbiano incontrato il favore pubblico; non mi
vanto di vedermi oramai accettato nel coro degli eletti che sanno
leggere e scrivere, dopo che per alcuni anni fui sottoposto alla
interdizione dell’acqua e del fuoco dalla pudibondaggine scrofolosa
degli epigoni romantici; non mi vanto e non mi lodo vedendo che almeno
alcune delle idee che difesi sono pure entrate nel dominio universale,
e che, pur vituperando il _verismo_, tutti oramai l’hanno nell’ossa;
di una cosa sola mi vanto, mi lodo e mi glorio: di aver capito il
Carducci, la sua importanza e il suo avvenire, ornando al di fuori del
cerchio di pochi amici e di pochi studiosi egli era incognito agli
spaventi politici dei pizzicagnoli, ai furori isterici e prosodiaci dei
critichini illetterati.
Me ne vanto. Io era uno studentucolo svogliato che non gustava troppo
le arcane bellezze del Diritto canonico, e il Carducci era un modesto
professore che lavorava, come lavora, tutto il santo giorno, ed abitava
in un vicolo fuor di mano, senza frequentare il mondo e le sue pompe.
Gli scolari gli volevano bene, e noi, speranze del foro, davamo spesso
una capatina nella sua scuola dove si studiava e si studia. Il Carducci
non ha mai avuti nulla di quel cavadentismo per cui molti professori
potrebbero dar dei punti alla signorina Sara Bernhardt, e alla scuola
del professore girondino non si sente mai e poi mai una parola, nemmeno
di allusione, alla politica che altri incastra per sino nei logaritmi
e nella flebotomia. Egli stesso dice qual’è la sua scuola: «Un po’ di
filologia, un po’ di paleografia, un po’ di critica, qualche po’ più di
storia e ricerche, molte e faticose su molti codici, su molti libri». E
fatta la parte della modestia che dice _un poco_ dove ce n’è parecchio,
è vero che l’ideale del Carducci insegnante è quello, «di alzare col
metodo storico più severo la storia letteraria, al grado della storia
naturale». È il positivismo, lo sperimentalismo, tutto quel che volete,
ma è il metodo scientifico richiesto dal nostro momento storico,
è l’abbandono assoluto delle vecchie metafisicherie, dei vecchi
filosofemi retorici. Ora per fare una lezione sopra un secolo con le
antiche maniere, bastano alcuni luoghi comuni e un po’ di verbosità
meridionale: ma per farla come si fa la storia naturale, bisogna
avere studiato, studiare, far studiare; ci vuole un fondo di lavoro
grande e un ingegno potente per farlo fruttar bene. Poca apparenza e
molta sostanza, poche chiacchiere e molti fatti ci vogliono; e il
Carducci, lavorando e insegnando così, non attirava a sè le chiassose
dimostrazioni di entusiasmo sulle quali pur troppo si fonda la fama di
parecchi.
Quando uscì il _Levia Gravia_, pochi ne parlarono. Il libro si
allontanava troppo dalle solite torototelle che allora erano battezzate
poesie. C’entrava poca o punta politica, niente Dio, niente luna,
niente delle solite ciarpe romantiche ancora in moda. Le strofe non
erano manzoniane, e c’era in tutto un non so che di pagano che stonava
orribilmente col deismo delle maggioranze amiche ancora dei _mezzi
morali_. Il volume passò tranquillamente, senza togliere o aggiungere
fama all’autore. Si noti poi, che allora non era moda il parlare a
diritto o a rovescio di letteratura. Oggi ognuno crede sacro dovere
di cittadino e di contribuente spropositare intorno alla poesia sette
volte al giorno come l’uomo giusto; e l’analfabeta che la sera tra
una partita di biliardo e un poncino non giudicasse tutta la nostra
letteratura contemporanea, si crederebbe disonorato. Allora non c’era
questo bel costume, e tutt’al più degli autori in voga spropositavano i
giornali politici nelle appendici inserite per tappare i buchi. Non c’è
che dire; chi negherà il progresso?
Ebbene; quando il volume del Carducci passava quasi non visto nella
crassa penombra della nostra ignoranza, io, scolaretto imberbe, lo
capii e lo ammirai, tanto che ora me ne tengo. Scrissi la mia brava
appendice, che fu stampata in un giornaletto ora dimenticato, e
naturalmente dissi chi sa che monte di strafalcioni. Ma non fa nulla:
ammiravo sinceramente quando gli altri passavano senza voltarsi
addietro; ed ora che tutti, volenti o nolenti, chinano il capo davanti
a chi fa onore al nostro paese ed all’arte nostra, sono superbo di
poter dire: io, bamboccio, ho inteso e applaudito quando voi altri
non c’eravate, cari critici nasuti e perspicaci! Avete aspettato che
il _Satana_ scombussolasse la testa ai dormienti e levasse rumore,
per capire e convertirvi! Io credo che il Carducci voglia poco bene a
quell’inno, appunto perchè fu per quello che cominciaste ad accorgervi
di lui!
Al rispetto che nutrivo un tempo pel Carducci, ora, nuova cagione de’
miei vanti, è succeduta una buona amicizia; ma il mio entusiasmo per
lui e per le cose sue è sempre lo stesso. L’ho seguito con gli occhi
lieti nella sua salita gloriosa, l’ho visto con gioia superare gli
ostacoli più forti o più maligni, mi par quasi che sia qualche cosa di
mio, qualche parte di me che trionfi con lui. Hanno voluto dire che i
veristi ebbero torto a rivendicarlo come loro capo, ma i veristi ebbero
ragione, come avrà ragione d’invocare il suo nome chiunque, verista
o no, penserà col suo cervello, porterà la scure sul vecchio tronco
dell’Arcadia e... scriverà senza spropositi.
Il Carducci infatti fu il primo che spezzò la tradizione romantica
e manzoniana, fu il primo che ad un’Italia bene o male rinnovata
fece intendere che bisognava lasciare la vecchia maniera, i vecchi
pregiudizi, e fare di nuovo. Per questo egli è il capo di ogni
ribellione contro la disciplina monastica che pesava non ha molto sulla
repubblica letteraria. Egli ha ogni ragione di sdegnarsi vedendo come
quelli che si gloriano di dirsi suoi discepoli siano così poco degni di
sì gran nome; ha diritto di corrucciarsi vedendo come i soldati siano
così impari al genio del capitano, e allora protesta e non riconosce
i suoi, e si duole che si dicano suoi, e proclama, come il Poeta, di
far parte da sè stesso. Ha ragione; ma, voglia o non voglia, dovrà pur
tollerare che i piccini facciano di cappello al babbo. Si volti pure
disingannato da un’altra parte; noi dobbiamo salutare e salutiamo.
Le _Nuove Odi Barbare_ non sono più una novità se non perchè sono
raccolte in volume; ma tuttavia così raccolte fanno tutt’altra
impressione che lette ad una ad una, ad intervalli, ne’ giornali.
Così riunite, l’orecchio del veterinario o del droghiere, per solito
duretto, le dovrebbe capire un po’ meglio che non staccate, isolate
tra un bozzetto o una polemica. Non spero molto negli orecchi dei
soprascritti signori, ma tutto è possibile, anche che si persuadano che
i versi del Carducci sono versi italiani. Chi sa? Dei miracoli se ne
vedono ancora... a Lourdes.
Comunque sia, poichè, come ripeto, il Carducci può piacere o no, ma da
chi non sia idiota non può più esser discusso come si discute il primo
poetucolo venuto, bisogna dunque rallegrarci con lui e con la patria
di questa sua balda virilità che gli permette di esser sempre il primo
all’assalto, il primo sulla breccia.
_Ad multos annos!_
GIUSEPPE REGALDI
È morto Giuseppe Regaldi.
Era un poeta che per forza aveva dovuto vestir la toga di professore.
Era l’ultimo forse dei bardi (così si chiamavano tra loro) di un ciclo
quasi dimenticato, cui piacquero le sonorità ritmiche e l’abbondanza
degli improvvisatori. Negli ultimi suoi tempi si era dato ad una
certa maniera di poetare tra la didascalica e la descrittiva, che in
fondo era un ritorno alla maniera che gli valse la fama negli esordi
suoi, quando cantava l’Armeria di Torino. L’_Occhio_ e l’_Acqua_
sono perfezionamenti di quei suoi tentativi passati: più felici, più
scientifici, più meditati, ma tocchi sempre dal malore che ha ammazzato
la poesia didascalica.
E ci voleva l’esuberanza dell’estro, la potenza di fiorire col verso
anche i più aridi temi, la ricchezza feconda dell’ingegno del Regaldi,
per tradurre un catalogo di museo in un poema. In questo era egli
veramente mirabile, che dove gli altri stentano a rivestire le idee con
le parole e coi versi e lottano faticosamente con la musa per domarla
e rapirle l’ambrosia de’ baci concessi soltanto ai forti, egli vinceva
senza sforzi, poetava senza stento, come se la poesia fosse il suo
linguaggio materno e il verso non potesse avere ribellioni per lui.
Tale facilità veniva forse dal suo passato d’improvvisatore,
quando, invidiato per bellezza giovanile, passava di città in città
raccogliendo gli applausi degli uomini e i baci delle donne. Nessuna
sapeva resistere. Egli vinceva collo sguardo, rimastogli vivo sino agli
ultimi giorni; con quello sguardo azzurro, intenso, giovane sempre
anche sotto le ciglia bianche. Sapeva vincere e posava. A Napoli,
mentre il terribile Bomba era passato per pochi momenti in un’altra
sala, vinse una illustre dama di palazzo e le cortine del talamo reale
coprirono il suo ardimento.
Anche quando scriveva versi meditati, c’era nelle cose sue un resto
della tensione di chi improvvisa. Egli non tocca quasi mai certe corde
e mira sempre al sublime. Non scherza mai, non ride mai. La stessa
ironia tra le sue mani diventa imprecazione. Chi l’ha conosciuto
ricorda la sua bella voce di baritono, robusta e squillante, ed i suoi
versi paiono recitati sempre da quella voce più atta a cantar peana
che elegie, più facile a muovere al terrore od all’entusiasmo che alla
commozione o alle lacrime.
Questa vertigine intellettuale gli vietava di esser poeta lirico.
Parrà strano, ma è così. La lirica infatti, e le poetiche lo dicono,
cerca appunto l’impeto, l’intensità, e i voli pindarici sono
persino diventati un luogo comune. Ma bisogna notare che se l’arte
è indispensabile alla parte formale della lirica, altrettanto è
indispensabile che l’impeto e l’intensità non siano cosa d’arte,
ma siano davvero nell’intimo dell’animo del poeta. È la storia
dell’orazione _si vis me fiere_ ecc. Ora il Regaldi, e i parecchi
e meritamente lodati poeti della sua maniera, non cantano perchè
siano commossi, ma si commovono perchè cantano. Appena seggono sul
tripode come la Pizia, sono invasi dal dio e l’onda de’ versi sonanti
prorompe dal loro petto agitato. Questa sarà bella poesia, sarà anche
lirica quanto alla forma, ma sarà sempre qualche cosa di artefatto,
di voluto, che ripugna in fondo all’essenza della lirica. Si sente
troppo l’attore, troppo l’eccitazione artificiale, troppo il rullo dei
numeri che paion battere sempre la carica e il passo di corsa e fanno
sospettare che appunto il rumore si faccia per stordire chi ascolta e
chi canta. Allora le strofe ansano, si accavallano, si accaldano sempre
più, ma il fragore è di parole, l’entusiasmo di alcool, e il pubblico,
riscaldato un momento, finisce con l’accorgersi dell’artificio. Qui
non si nota più quel che amore spira, ma si scambiano gli effetti di
un afrodisiaco con l’amore, e si canta in conseguenza. L’eccitazione
vien dal di fuori e mette in moto le facoltà poetiche dell’artista là
dove dovrebbe prorompere dall’interno e stimolare invece le facoltà
ad espandere fuori l’intimo fuoco. E la lirica è espansione, non
assorbimento.
Per questo il Regaldi non mi par lirico insigne. Non si creda che o
voglia sminuire in nulla i suoi meriti, che non furono pochi; solo
mi preme di chiarire il concetto mio intorno ad un modo di poetare
che ha seguaci ancora e che vive ancora nelle nostre scuole, dove
si impone ai discepoli di versificare un tema dato, di sentirlo e di
riscaldarsene. Questa invece è piuttosto arte descrittiva, didascalica,
che lirica. Così si fanno le georgiche, ma non le odi. Per questo il
Regaldi riusciva meglio ad adornare un argomento a lui dato o da lui
scelto, che ad esprimere impressioni o sentimenti intimi ed individuali.
La sua stessa prosa lo mostra. Dov’è nelle sue descrizioni e ne’ suoi
racconti l’impressione sua, il segno del suo temperamento di scrittore?
Egli narra, infiora, abbellisce, incanta, ma non è mai il sentire suo
che scalda le pagine, è il sentire di tutti che appena le intiepidisce.
Le immagini vive, gli squarci eloquenti vi abbarbagliano, ma dietro
loro non c’è mai una persona; c’è soltanto un bravo scrittore.
L’impronta personale, il segno dell’ugna possente che incide in
un’opera il _quia nominar leo_, non c’è mai. L’arte ha ucciso l’artista.
Ma l’arte era in lui mirabile. Egli poteva descrivere la fusione di
un cannone, i meccanismi complicati di un orologio con la più grande
abbondanza di modi e di imagini, senza mai abbassare la tonalità della
sua poesia, senza parer mai freddo o stentato.
Uno spettacolo naturale, un fatto meraviglioso, una cascata d’acqua o
l’impresa dei Mille, non trovano in lui che le frasi usuali con cui si
esprimono e descrivono di solito dalle persone colte, più l’adattamento
alla forma poetica e l’impeto del parlare.
Ma le altre difficoltà invece lo eccitano, lo accendono e, conscio
della propria forza, quasi le cerca e le vince. Sono _tours de force_,
e il gusto felice dell’artista riesce a mascherare la faticosità
dell’impresa. Le frondosità delle immagini e del verso coprono la
miseria della sostanza e c’è sempre qualche cosa del teatrale in
quei carmi. Le belle vedute sono dipinte magistralmente su carta di
straccio, le armature scintillanti sono di cartone dorato, i capelli
biondi e le guancie rosate sono parrucche e belletto.
Chi non lo crede abbia la pazienza di leggere se non altro i principii
delle sue poesie. Vedrà che i processi più ordinari al Regaldi
sono appunto i più teatrali, i più declamatorii: l’apostrofe e
l’interrogazione. _Salve, o materna terra lombarda_ ecc.—_Salve, o
poeta_ ecc.—_Salve, o diletta sede natìa_ ecc.—E poi: _Dove son le
corone e gli scettri?_ ecc. _Che mi rechi, errante nuvola?_ ecc.—C_hi
è colui che giù scende dal monte?_—E poi: _Garzoni e donzelle, cantate
e sonate_—_Sorgi, Sesostri, lèvati_—_O gloriosa Modena_, e via quasi
sempre così. Aggiungendo che questa intonazione declamatoria non è solo
ne’ capiversi, ma dura sempre e per quasi tutte le poesie, così che si
può dire l’unico segno della personalità, del temperamento dell’autore.
Si batteva i fianchi, si spronava da sè stesso, si stordiva coi propri
clamori. Gli stessi metri, decasillabi, quinari e senari accoppiati; le
stesse strofe tumultuose ansanti e con lo scoppio del tronco in ultimo
crescono questa sonorità artificiata, questa ebreità di furor sacro
per cui al lettore par sempre di vedere il bardo sulla scena, sudante,
convulso, ruggente davanti ad un pubblico che ha pagato per applaudire
un fenomeno che è la _great attraction_ del momento, come annunciano i
manifesti.
E questo quarantottare poetico del Regaldi non era in lui barnumismo
volgare, ma una seconda natura contratta per abito, come quella
dell’adorazione fisica dell’eterno femminino rimastagli quando anche
l’adorazione non giovava più a nulla. Egli era così, intendeva l’arte
così, e sinceramente manifestava la sua fede. Ne è da credere che con
questo si voglia esprimere un biasimo. Se oggi l’arte usa altri mezzi
e va per altre vie a commuovere il pubblico, non vuol dire che i mezzi
e le vie di prima, considerate nel loro tempo, nel momento storico
della loro massima vitalità, fossero biasimevoli. Così a torto il
quarantottismo è diventato termine irrisorio, quando io credo almeno
che il prorompere di quegli entusiasmi debba essere se non altro
invidiato, oggi che l’entusiasmo non lo conosciamo più nemmeno di vista.
E il Regaldi è rimasto sempre un po’ quarantottista ne’ suoi versi,
che in cima all’albero genealogico hanno le romanze del Berchet. Il
romanticismo si provava in lui di diventar liberale ed a ogni modo
diventava unitario. Quei benedetti romantici erano troppo invischiati
nelle teorie del Rosmini o del Gioberti per spingere le loro
aspirazioni al di là dell’indipendenza dallo straniero, e se hanno dato
nomi gloriosi al martirologio nazionale, furono subito oltrepassati
negli intenti dalla generazione che li seguì. Rimasero sempre un po’
troppo per aria e quando ne scendevano non sapevano evitare il Salvotti
o il Bolza. Comunque sia, il Regaldi, che fu liberale in pubblico, da
giovane o da vecchio, che osò dire il nome d’Italia quando il dirlo
era delitto, avrà forse, nelle sue peregrinazioni, recapitato qualche
lettera pericolosa, ma non cospirò mai. Non c’era in lui la stoffa del
martire. C’era però quella del galantuomo e, a questi chiari di luna,
non è poco.
Del resto nell’età sua più valida, ebbe gli istinti del nomade e finì
con l’essere attratto da quell’Oriente luminoso e sensuale che tornava
ad ogni momento nei versi e nei discorsi suoi. Le sue lezioni di storia
non trattavano che dell’Egitto. Venerava Sesostri ed amava il kedive
Ismail. Il suo temperamento sensuale si era appagato del clima e dei
costumi egiziani, ed in questi suoi ultimi e dolorosi giorni aveva
degli slanci di desiderio, delle malinconie e dei rimpianti amarissimi
quando il suo luminoso Egitto gli porgeva occasione di discorso.
L’occhio gli si accendeva delle fiamme giovanili, e la parola gli
sgorgava calda e colorita dalle labbra. Tutto quel po’ di fuoco che era
rimasto sotto la cenere degli anni e de’ guai, bruciava ancora, e non
giurerei che i salmi recitati a’ piedi del suo letto di moribondo non
l’abbiano indotto nell’ultima tentazione di poeta e di innamorato. _In
exitu Israel de Ægypto!_
Come professore valeva poco. Non insegnava, ma era sempre in
rappresentazione. I colleghi e gli scolari però rispettavano in lui il
galantuomo. Non si reggeva più e si faceva trascinare a braccia sulla
cattedra, scrupolosissimo com’era nell’adempimento de’ suoi doveri. Non
credo che abbia mancato una volta ai suoi obblighi d’insegnante ed è
rimasto in casa solo quando la paralisi l’ha fulminato.
Lascia un bel nome, lascia un dolore a quelli che lo conobbero. Morì
povero, rispettato, onorato. Pace all’ultimo bardo!
GIOVANNI RUFFINI
Certo non si può dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla
propria gloria, ma non si può nascondere che da parecchio tempo la
memoria delle opere sue s’era un po’ indebolita. Non ricordo che,
oltre un bell’articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei
anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno
aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto
in questo consenso universale di lodi per l’uomo e per l’opera, la
sua gloria s’era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di
qualche cagnuolo l’avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la
ridestò fu la morte. L’uomo s’addormì nel sonno che non ha risveglio,
ma l’opera sua scosse il glorioso sudario in cui l’aveva avvolta la
nostra indifferenza e tornò viva e bella nella memoria nostra.
Tornò viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta
l’eco de’ discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche
dei giornali, oramai s’è rifatto il silenzio di prima. I romanzi del
Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori dà ragione del
poco chiasso che si fa intorno al nome dell’autore. Quei libri infatti
sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano
le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano
battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti,
diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli
dell’adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio.
Vengono in mente _Le mie Prigioni_ del Pellico, che, dopo aver turbato
i sonni dell’imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo
nelle scuole clericali.
Le passioni, infatti, le lotte di cinquant’anni addietro, sono
entrate nel dominio della storia e non accendono più le discussioni
contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono più
di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non
ci tocca più della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneità
storica per noi si spinge appena al di là del 1848, e i tempi
anteriori non possiamo conoscerli più che sui libri, poichè chi ai
tempi dell’elezione di Pio X era in età di portare il fucile, oggi ha
passato i sessant’anni. Al di là del 1848 ci appare un’epoca eroica
di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla
venerazione, ma che è fuori della nostra vita e delle nostre passioni.
Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della
nostra redenzione; ma, poichè la santa epopea è chiusa da un pezzo,
sentiamo troppo bene che l’età è mutata, e spesso per intendere ci è
forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell’immaginazione.
Così i libri polemici di quell’epoca, cessando di esser pericolosi ai
persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero
innocui, ma non furon più vivi.
Chi sente oggi più tutta quella straziante poesia dell’esilio che ha
fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare
oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono più esuli?
Il poeta, col magistero dell’arte, può commuoverci ancora per le
sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perchè
repressi, dovettero destare que’ versi, ne’ quali oggi cerchiamo
l’artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure
della patria? Noi non possiamo più sentire a quel modo, poichè il
clima storico è mutato, ed a quei libri mancò l’ambiente nel quale
erano stati concetti. Tanto è vero, che divennero innocue persino le
invettive di _Clarina_, contro Carlo Alberto, precisamente come lo
divennero i sofismi reazionari del De Maistre, così pericolosi al tempo
della Ristorazione.
Ai romanzi politici del Ruffini mancò dunque molto, quando le idee,
da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all’onor degli
altari. I libri che si fondano sull’opportunità rovinano quando
l’opportunità è scomparsa e solo si reggono se in loro v’ha tal potenza
di arte o tale evidenza di realtà da renderli superiori alle necessità
delle lotte d’un anno a d’un giorno.
Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno
un’abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono.
Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti.
Chi legge il _Gesuita moderno_, già venduto a ruba e letto con tanta
avidità? Chi riapre quei libri che furono pure il vangelo della
rivoluzione del 48? Mancò loro l’arte, che è il sale che preserva dalla
corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei
mille ed un prete mal spretati, che credono d’insegnare filosofia nei
disgraziati Licei del Regno.
Ora l’arte del Ruffini, l’arte che il suo temperamento gli consentì, fu
appunto quale era necessaria perchè i suoi libri, cessate le battaglie,
divenissero appropriati all’adolescenza.
Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo;
tutt’altro. Rispetto profondamente tutto ciò che viene da una
intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si può
discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere
in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, il
_Robinson Svizzero_ a _Clarissa Harlowe_, Giulio Verne a Saverio di
Montépin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati
dominio della letteratura per l’adolescenza, non pretendo di censurare,
ma di constatare un fatto.