Poichè bisogna pure ch’io lo dica, di una cosa sola mi vanto. Non mi

vanto che i libri miei abbiano incontrato il favore pubblico; non mi

vanto di vedermi oramai accettato nel coro degli eletti che sanno

leggere e scrivere, dopo che per alcuni anni fui sottoposto alla

interdizione dell’acqua e del fuoco dalla pudibondaggine scrofolosa

degli epigoni romantici; non mi vanto e non mi lodo vedendo che almeno

alcune delle idee che difesi sono pure entrate nel dominio universale,

e che, pur vituperando il _verismo_, tutti oramai l’hanno nell’ossa;

di una cosa sola mi vanto, mi lodo e mi glorio: di aver capito il

Carducci, la sua importanza e il suo avvenire, ornando al di fuori del

cerchio di pochi amici e di pochi studiosi egli era incognito agli

spaventi politici dei pizzicagnoli, ai furori isterici e prosodiaci dei

critichini illetterati.

Me ne vanto. Io era uno studentucolo svogliato che non gustava troppo

le arcane bellezze del Diritto canonico, e il Carducci era un modesto

professore che lavorava, come lavora, tutto il santo giorno, ed abitava

in un vicolo fuor di mano, senza frequentare il mondo e le sue pompe.

Gli scolari gli volevano bene, e noi, speranze del foro, davamo spesso

una capatina nella sua scuola dove si studiava e si studia. Il Carducci

non ha mai avuti nulla di quel cavadentismo per cui molti professori

potrebbero dar dei punti alla signorina Sara Bernhardt, e alla scuola

del professore girondino non si sente mai e poi mai una parola, nemmeno

di allusione, alla politica che altri incastra per sino nei logaritmi

e nella flebotomia. Egli stesso dice qual’è la sua scuola: «Un po’ di

filologia, un po’ di paleografia, un po’ di critica, qualche po’ più di

storia e ricerche, molte e faticose su molti codici, su molti libri». E

fatta la parte della modestia che dice _un poco_ dove ce n’è parecchio,

è vero che l’ideale del Carducci insegnante è quello, «di alzare col

metodo storico più severo la storia letteraria, al grado della storia

naturale». È il positivismo, lo sperimentalismo, tutto quel che volete,

ma è il metodo scientifico richiesto dal nostro momento storico,

è l’abbandono assoluto delle vecchie metafisicherie, dei vecchi

filosofemi retorici. Ora per fare una lezione sopra un secolo con le

antiche maniere, bastano alcuni luoghi comuni e un po’ di verbosità

meridionale: ma per farla come si fa la storia naturale, bisogna

avere studiato, studiare, far studiare; ci vuole un fondo di lavoro

grande e un ingegno potente per farlo fruttar bene. Poca apparenza e

molta sostanza, poche chiacchiere e molti fatti ci vogliono; e il

Carducci, lavorando e insegnando così, non attirava a sè le chiassose

dimostrazioni di entusiasmo sulle quali pur troppo si fonda la fama di

parecchi.

Quando uscì il _Levia Gravia_, pochi ne parlarono. Il libro si

allontanava troppo dalle solite torototelle che allora erano battezzate

poesie. C’entrava poca o punta politica, niente Dio, niente luna,

niente delle solite ciarpe romantiche ancora in moda. Le strofe non

erano manzoniane, e c’era in tutto un non so che di pagano che stonava

orribilmente col deismo delle maggioranze amiche ancora dei _mezzi

morali_. Il volume passò tranquillamente, senza togliere o aggiungere

fama all’autore. Si noti poi, che allora non era moda il parlare a

diritto o a rovescio di letteratura. Oggi ognuno crede sacro dovere

di cittadino e di contribuente spropositare intorno alla poesia sette

volte al giorno come l’uomo giusto; e l’analfabeta che la sera tra

una partita di biliardo e un poncino non giudicasse tutta la nostra

letteratura contemporanea, si crederebbe disonorato. Allora non c’era

questo bel costume, e tutt’al più degli autori in voga spropositavano i

giornali politici nelle appendici inserite per tappare i buchi. Non c’è

che dire; chi negherà il progresso?

Ebbene; quando il volume del Carducci passava quasi non visto nella

crassa penombra della nostra ignoranza, io, scolaretto imberbe, lo

capii e lo ammirai, tanto che ora me ne tengo. Scrissi la mia brava

appendice, che fu stampata in un giornaletto ora dimenticato, e

naturalmente dissi chi sa che monte di strafalcioni. Ma non fa nulla:

ammiravo sinceramente quando gli altri passavano senza voltarsi

addietro; ed ora che tutti, volenti o nolenti, chinano il capo davanti

a chi fa onore al nostro paese ed all’arte nostra, sono superbo di

poter dire: io, bamboccio, ho inteso e applaudito quando voi altri

non c’eravate, cari critici nasuti e perspicaci! Avete aspettato che

il _Satana_ scombussolasse la testa ai dormienti e levasse rumore,

per capire e convertirvi! Io credo che il Carducci voglia poco bene a

quell’inno, appunto perchè fu per quello che cominciaste ad accorgervi

di lui!

Al rispetto che nutrivo un tempo pel Carducci, ora, nuova cagione de’

miei vanti, è succeduta una buona amicizia; ma il mio entusiasmo per

lui e per le cose sue è sempre lo stesso. L’ho seguito con gli occhi

lieti nella sua salita gloriosa, l’ho visto con gioia superare gli

ostacoli più forti o più maligni, mi par quasi che sia qualche cosa di

mio, qualche parte di me che trionfi con lui. Hanno voluto dire che i

veristi ebbero torto a rivendicarlo come loro capo, ma i veristi ebbero

ragione, come avrà ragione d’invocare il suo nome chiunque, verista

o no, penserà col suo cervello, porterà la scure sul vecchio tronco

dell’Arcadia e... scriverà senza spropositi.

Il Carducci infatti fu il primo che spezzò la tradizione romantica

e manzoniana, fu il primo che ad un’Italia bene o male rinnovata

fece intendere che bisognava lasciare la vecchia maniera, i vecchi

pregiudizi, e fare di nuovo. Per questo egli è il capo di ogni

ribellione contro la disciplina monastica che pesava non ha molto sulla

repubblica letteraria. Egli ha ogni ragione di sdegnarsi vedendo come

quelli che si gloriano di dirsi suoi discepoli siano così poco degni di

sì gran nome; ha diritto di corrucciarsi vedendo come i soldati siano

così impari al genio del capitano, e allora protesta e non riconosce

i suoi, e si duole che si dicano suoi, e proclama, come il Poeta, di

far parte da sè stesso. Ha ragione; ma, voglia o non voglia, dovrà pur

tollerare che i piccini facciano di cappello al babbo. Si volti pure

disingannato da un’altra parte; noi dobbiamo salutare e salutiamo.

Le _Nuove Odi Barbare_ non sono più una novità se non perchè sono

raccolte in volume; ma tuttavia così raccolte fanno tutt’altra

impressione che lette ad una ad una, ad intervalli, ne’ giornali.

Così riunite, l’orecchio del veterinario o del droghiere, per solito

duretto, le dovrebbe capire un po’ meglio che non staccate, isolate

tra un bozzetto o una polemica. Non spero molto negli orecchi dei

soprascritti signori, ma tutto è possibile, anche che si persuadano che

i versi del Carducci sono versi italiani. Chi sa? Dei miracoli se ne

vedono ancora... a Lourdes.

Comunque sia, poichè, come ripeto, il Carducci può piacere o no, ma da

chi non sia idiota non può più esser discusso come si discute il primo

poetucolo venuto, bisogna dunque rallegrarci con lui e con la patria

di questa sua balda virilità che gli permette di esser sempre il primo

all’assalto, il primo sulla breccia.

_Ad multos annos!_

GIUSEPPE REGALDI

È morto Giuseppe Regaldi.

Era un poeta che per forza aveva dovuto vestir la toga di professore.

Era l’ultimo forse dei bardi (così si chiamavano tra loro) di un ciclo

quasi dimenticato, cui piacquero le sonorità ritmiche e l’abbondanza

degli improvvisatori. Negli ultimi suoi tempi si era dato ad una

certa maniera di poetare tra la didascalica e la descrittiva, che in

fondo era un ritorno alla maniera che gli valse la fama negli esordi

suoi, quando cantava l’Armeria di Torino. L’_Occhio_ e l’_Acqua_

sono perfezionamenti di quei suoi tentativi passati: più felici, più

scientifici, più meditati, ma tocchi sempre dal malore che ha ammazzato

la poesia didascalica.

E ci voleva l’esuberanza dell’estro, la potenza di fiorire col verso

anche i più aridi temi, la ricchezza feconda dell’ingegno del Regaldi,

per tradurre un catalogo di museo in un poema. In questo era egli

veramente mirabile, che dove gli altri stentano a rivestire le idee con

le parole e coi versi e lottano faticosamente con la musa per domarla

e rapirle l’ambrosia de’ baci concessi soltanto ai forti, egli vinceva

senza sforzi, poetava senza stento, come se la poesia fosse il suo

linguaggio materno e il verso non potesse avere ribellioni per lui.

Tale facilità veniva forse dal suo passato d’improvvisatore,

quando, invidiato per bellezza giovanile, passava di città in città

raccogliendo gli applausi degli uomini e i baci delle donne. Nessuna

sapeva resistere. Egli vinceva collo sguardo, rimastogli vivo sino agli

ultimi giorni; con quello sguardo azzurro, intenso, giovane sempre

anche sotto le ciglia bianche. Sapeva vincere e posava. A Napoli,

mentre il terribile Bomba era passato per pochi momenti in un’altra

sala, vinse una illustre dama di palazzo e le cortine del talamo reale

coprirono il suo ardimento.

Anche quando scriveva versi meditati, c’era nelle cose sue un resto

della tensione di chi improvvisa. Egli non tocca quasi mai certe corde

e mira sempre al sublime. Non scherza mai, non ride mai. La stessa

ironia tra le sue mani diventa imprecazione. Chi l’ha conosciuto

ricorda la sua bella voce di baritono, robusta e squillante, ed i suoi

versi paiono recitati sempre da quella voce più atta a cantar peana

che elegie, più facile a muovere al terrore od all’entusiasmo che alla

commozione o alle lacrime.

Questa vertigine intellettuale gli vietava di esser poeta lirico.

Parrà strano, ma è così. La lirica infatti, e le poetiche lo dicono,

cerca appunto l’impeto, l’intensità, e i voli pindarici sono

persino diventati un luogo comune. Ma bisogna notare che se l’arte

è indispensabile alla parte formale della lirica, altrettanto è

indispensabile che l’impeto e l’intensità non siano cosa d’arte,

ma siano davvero nell’intimo dell’animo del poeta. È la storia

dell’orazione _si vis me fiere_ ecc. Ora il Regaldi, e i parecchi

e meritamente lodati poeti della sua maniera, non cantano perchè

siano commossi, ma si commovono perchè cantano. Appena seggono sul

tripode come la Pizia, sono invasi dal dio e l’onda de’ versi sonanti

prorompe dal loro petto agitato. Questa sarà bella poesia, sarà anche

lirica quanto alla forma, ma sarà sempre qualche cosa di artefatto,

di voluto, che ripugna in fondo all’essenza della lirica. Si sente

troppo l’attore, troppo l’eccitazione artificiale, troppo il rullo dei

numeri che paion battere sempre la carica e il passo di corsa e fanno

sospettare che appunto il rumore si faccia per stordire chi ascolta e

chi canta. Allora le strofe ansano, si accavallano, si accaldano sempre

più, ma il fragore è di parole, l’entusiasmo di alcool, e il pubblico,

riscaldato un momento, finisce con l’accorgersi dell’artificio. Qui

non si nota più quel che amore spira, ma si scambiano gli effetti di

un afrodisiaco con l’amore, e si canta in conseguenza. L’eccitazione

vien dal di fuori e mette in moto le facoltà poetiche dell’artista là

dove dovrebbe prorompere dall’interno e stimolare invece le facoltà

ad espandere fuori l’intimo fuoco. E la lirica è espansione, non

assorbimento.

Per questo il Regaldi non mi par lirico insigne. Non si creda che o

voglia sminuire in nulla i suoi meriti, che non furono pochi; solo

mi preme di chiarire il concetto mio intorno ad un modo di poetare

che ha seguaci ancora e che vive ancora nelle nostre scuole, dove

si impone ai discepoli di versificare un tema dato, di sentirlo e di

riscaldarsene. Questa invece è piuttosto arte descrittiva, didascalica,

che lirica. Così si fanno le georgiche, ma non le odi. Per questo il

Regaldi riusciva meglio ad adornare un argomento a lui dato o da lui

scelto, che ad esprimere impressioni o sentimenti intimi ed individuali.

La sua stessa prosa lo mostra. Dov’è nelle sue descrizioni e ne’ suoi

racconti l’impressione sua, il segno del suo temperamento di scrittore?

Egli narra, infiora, abbellisce, incanta, ma non è mai il sentire suo

che scalda le pagine, è il sentire di tutti che appena le intiepidisce.

Le immagini vive, gli squarci eloquenti vi abbarbagliano, ma dietro

loro non c’è mai una persona; c’è soltanto un bravo scrittore.

L’impronta personale, il segno dell’ugna possente che incide in

un’opera il _quia nominar leo_, non c’è mai. L’arte ha ucciso l’artista.

Ma l’arte era in lui mirabile. Egli poteva descrivere la fusione di

un cannone, i meccanismi complicati di un orologio con la più grande

abbondanza di modi e di imagini, senza mai abbassare la tonalità della

sua poesia, senza parer mai freddo o stentato.

Uno spettacolo naturale, un fatto meraviglioso, una cascata d’acqua o

l’impresa dei Mille, non trovano in lui che le frasi usuali con cui si

esprimono e descrivono di solito dalle persone colte, più l’adattamento

alla forma poetica e l’impeto del parlare.

Ma le altre difficoltà invece lo eccitano, lo accendono e, conscio

della propria forza, quasi le cerca e le vince. Sono _tours de force_,

e il gusto felice dell’artista riesce a mascherare la faticosità

dell’impresa. Le frondosità delle immagini e del verso coprono la

miseria della sostanza e c’è sempre qualche cosa del teatrale in

quei carmi. Le belle vedute sono dipinte magistralmente su carta di

straccio, le armature scintillanti sono di cartone dorato, i capelli

biondi e le guancie rosate sono parrucche e belletto.

Chi non lo crede abbia la pazienza di leggere se non altro i principii

delle sue poesie. Vedrà che i processi più ordinari al Regaldi

sono appunto i più teatrali, i più declamatorii: l’apostrofe e

l’interrogazione. _Salve, o materna terra lombarda_ ecc.—_Salve, o

poeta_ ecc.—_Salve, o diletta sede natìa_ ecc.—E poi: _Dove son le

corone e gli scettri?_ ecc. _Che mi rechi, errante nuvola?_ ecc.—C_hi

è colui che giù scende dal monte?_—E poi: _Garzoni e donzelle, cantate

e sonate_—_Sorgi, Sesostri, lèvati_—_O gloriosa Modena_, e via quasi

sempre così. Aggiungendo che questa intonazione declamatoria non è solo

ne’ capiversi, ma dura sempre e per quasi tutte le poesie, così che si

può dire l’unico segno della personalità, del temperamento dell’autore.

Si batteva i fianchi, si spronava da sè stesso, si stordiva coi propri

clamori. Gli stessi metri, decasillabi, quinari e senari accoppiati; le

stesse strofe tumultuose ansanti e con lo scoppio del tronco in ultimo

crescono questa sonorità artificiata, questa ebreità di furor sacro

per cui al lettore par sempre di vedere il bardo sulla scena, sudante,

convulso, ruggente davanti ad un pubblico che ha pagato per applaudire

un fenomeno che è la _great attraction_ del momento, come annunciano i

manifesti.

E questo quarantottare poetico del Regaldi non era in lui barnumismo

volgare, ma una seconda natura contratta per abito, come quella

dell’adorazione fisica dell’eterno femminino rimastagli quando anche

l’adorazione non giovava più a nulla. Egli era così, intendeva l’arte

così, e sinceramente manifestava la sua fede. Ne è da credere che con

questo si voglia esprimere un biasimo. Se oggi l’arte usa altri mezzi

e va per altre vie a commuovere il pubblico, non vuol dire che i mezzi

e le vie di prima, considerate nel loro tempo, nel momento storico

della loro massima vitalità, fossero biasimevoli. Così a torto il

quarantottismo è diventato termine irrisorio, quando io credo almeno

che il prorompere di quegli entusiasmi debba essere se non altro

invidiato, oggi che l’entusiasmo non lo conosciamo più nemmeno di vista.

E il Regaldi è rimasto sempre un po’ quarantottista ne’ suoi versi,

che in cima all’albero genealogico hanno le romanze del Berchet. Il

romanticismo si provava in lui di diventar liberale ed a ogni modo

diventava unitario. Quei benedetti romantici erano troppo invischiati

nelle teorie del Rosmini o del Gioberti per spingere le loro

aspirazioni al di là dell’indipendenza dallo straniero, e se hanno dato

nomi gloriosi al martirologio nazionale, furono subito oltrepassati

negli intenti dalla generazione che li seguì. Rimasero sempre un po’

troppo per aria e quando ne scendevano non sapevano evitare il Salvotti

o il Bolza. Comunque sia, il Regaldi, che fu liberale in pubblico, da

giovane o da vecchio, che osò dire il nome d’Italia quando il dirlo

era delitto, avrà forse, nelle sue peregrinazioni, recapitato qualche

lettera pericolosa, ma non cospirò mai. Non c’era in lui la stoffa del

martire. C’era però quella del galantuomo e, a questi chiari di luna,

non è poco.

Del resto nell’età sua più valida, ebbe gli istinti del nomade e finì

con l’essere attratto da quell’Oriente luminoso e sensuale che tornava

ad ogni momento nei versi e nei discorsi suoi. Le sue lezioni di storia

non trattavano che dell’Egitto. Venerava Sesostri ed amava il kedive

Ismail. Il suo temperamento sensuale si era appagato del clima e dei

costumi egiziani, ed in questi suoi ultimi e dolorosi giorni aveva

degli slanci di desiderio, delle malinconie e dei rimpianti amarissimi

quando il suo luminoso Egitto gli porgeva occasione di discorso.

L’occhio gli si accendeva delle fiamme giovanili, e la parola gli

sgorgava calda e colorita dalle labbra. Tutto quel po’ di fuoco che era

rimasto sotto la cenere degli anni e de’ guai, bruciava ancora, e non

giurerei che i salmi recitati a’ piedi del suo letto di moribondo non

l’abbiano indotto nell’ultima tentazione di poeta e di innamorato. _In

exitu Israel de Ægypto!_

Come professore valeva poco. Non insegnava, ma era sempre in

rappresentazione. I colleghi e gli scolari però rispettavano in lui il

galantuomo. Non si reggeva più e si faceva trascinare a braccia sulla

cattedra, scrupolosissimo com’era nell’adempimento de’ suoi doveri. Non

credo che abbia mancato una volta ai suoi obblighi d’insegnante ed è

rimasto in casa solo quando la paralisi l’ha fulminato.

Lascia un bel nome, lascia un dolore a quelli che lo conobbero. Morì

povero, rispettato, onorato. Pace all’ultimo bardo!

GIOVANNI RUFFINI

Certo non si può dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla

propria gloria, ma non si può nascondere che da parecchio tempo la

memoria delle opere sue s’era un po’ indebolita. Non ricordo che,

oltre un bell’articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei

anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno

aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto

in questo consenso universale di lodi per l’uomo e per l’opera, la

sua gloria s’era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di

qualche cagnuolo l’avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la

ridestò fu la morte. L’uomo s’addormì nel sonno che non ha risveglio,

ma l’opera sua scosse il glorioso sudario in cui l’aveva avvolta la

nostra indifferenza e tornò viva e bella nella memoria nostra.

Tornò viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta

l’eco de’ discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche

dei giornali, oramai s’è rifatto il silenzio di prima. I romanzi del

Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori dà ragione del

poco chiasso che si fa intorno al nome dell’autore. Quei libri infatti

sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano

le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano

battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti,

diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli

dell’adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio.

Vengono in mente _Le mie Prigioni_ del Pellico, che, dopo aver turbato

i sonni dell’imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo

nelle scuole clericali.

Le passioni, infatti, le lotte di cinquant’anni addietro, sono

entrate nel dominio della storia e non accendono più le discussioni

contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono più

di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non

ci tocca più della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneità

storica per noi si spinge appena al di là del 1848, e i tempi

anteriori non possiamo conoscerli più che sui libri, poichè chi ai

tempi dell’elezione di Pio X era in età di portare il fucile, oggi ha

passato i sessant’anni. Al di là del 1848 ci appare un’epoca eroica

di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla

venerazione, ma che è fuori della nostra vita e delle nostre passioni.

Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della

nostra redenzione; ma, poichè la santa epopea è chiusa da un pezzo,

sentiamo troppo bene che l’età è mutata, e spesso per intendere ci è

forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell’immaginazione.

Così i libri polemici di quell’epoca, cessando di esser pericolosi ai

persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero

innocui, ma non furon più vivi.

Chi sente oggi più tutta quella straziante poesia dell’esilio che ha

fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare

oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono più esuli?

Il poeta, col magistero dell’arte, può commuoverci ancora per le

sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perchè

repressi, dovettero destare que’ versi, ne’ quali oggi cerchiamo

l’artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure

della patria? Noi non possiamo più sentire a quel modo, poichè il

clima storico è mutato, ed a quei libri mancò l’ambiente nel quale

erano stati concetti. Tanto è vero, che divennero innocue persino le

invettive di _Clarina_, contro Carlo Alberto, precisamente come lo

divennero i sofismi reazionari del De Maistre, così pericolosi al tempo

della Ristorazione.

Ai romanzi politici del Ruffini mancò dunque molto, quando le idee,

da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all’onor degli

altari. I libri che si fondano sull’opportunità rovinano quando

l’opportunità è scomparsa e solo si reggono se in loro v’ha tal potenza

di arte o tale evidenza di realtà da renderli superiori alle necessità

delle lotte d’un anno a d’un giorno.

Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno

un’abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono.

Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti.

Chi legge il _Gesuita moderno_, già venduto a ruba e letto con tanta

avidità? Chi riapre quei libri che furono pure il vangelo della

rivoluzione del 48? Mancò loro l’arte, che è il sale che preserva dalla

corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei

mille ed un prete mal spretati, che credono d’insegnare filosofia nei

disgraziati Licei del Regno.

Ora l’arte del Ruffini, l’arte che il suo temperamento gli consentì, fu

appunto quale era necessaria perchè i suoi libri, cessate le battaglie,

divenissero appropriati all’adolescenza.

Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo;

tutt’altro. Rispetto profondamente tutto ciò che viene da una

intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si può

discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere

in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, il

_Robinson Svizzero_ a _Clarissa Harlowe_, Giulio Verne a Saverio di

Montépin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati

dominio della letteratura per l’adolescenza, non pretendo di censurare,

ma di constatare un fatto.

Brandelli · 第 18 / 34 段