Quella viva incarnazione d’amore che sorrideva inconscia della

sua potenza, turbò profondamente il povero Manardo, i cui doveri

dell’ospitalità imponevano di servire con le sue mani le pellegrine.

Invano abbassava gli occhi, poichè un piedino meraviglioso, serrato

in una fina e appuntata scarpetta di cuoio giallo, si affacciava

irrequieto all’orlo della veste come per prendere anch’egli la sua

parte nei turbamenti del giovane. Credeva ad una malìa di Satana e

tentava inutilmente di non vedere e di non sentire, rannicchiandosi nei

suoi divoti pensieri; ma la voce fresca e tranquilla di Elda veniva a

distrarlo. Sentiva ogni suo moto senza guardarla ed aveva la coscienza

di essere in pericolo senza aver la forza di sottrarvisi.

Berta tentava di tener vivo il discorso, ma si facevano dei lunghi

silenzi, durante i quali il giovane moveva le labbra, pregava.

A sera fu peggio.

I caldi tramonti di luglio non sono fatti per le meditazioni ascetiche.

Il sole che discende rosso dietro ai piani modenesi, saetta i raggi

orizzontali sui colli dalle forme curve, quasi muliebri, li veste di

un colore roseo che par di carne. Sembra che la terra intorpidita

dall’arsura diurna si risvegli come ad una nuova aurora e frema alla

carezza delle fresche aure serali. Le foglie immobili cominciano

ad agitarsi lente lente, e il fiume, già fulgido come uno specchio

d’acciaio, prende il color verde degli occhi delle ondine tentatrici.

Tutto si risveglia; anche il desiderio.

Le prime ore della notte, col tremulo bagliore delle stelle, con le

vampe tiepide e profumate che alitano per la valle, con quel mistero

della penombra dove s’indovina un fermento di amore e di fecondità,

dànno una molle sensazione che pare un principio d’ebbrezza. Ai

profondi silenzi succedono larghe vibrazioni di voluttà, e passano

le lucciole a sciami sulle stoppie nere, cantano gli usignuoli nelle

macchie, e il fiume mormora gli ineffabili epitalami della notte. Nelle

tenebre tiepide si compiono nozze misteriose, e l’amore palpita nel

grembo della terra come il sangue nelle arterie dell’uomo.

È allora che il pieno disco della luna si leva e sale diffondendo la

sua luce fredda sui campi deserti. Le ombre nere si allungano sui piani

argentei e il fiume risplende qua e là di pagliuzze d’oro. Tutto a poco

a poco si calma e riposa nella immensa solennità della notte.

Il povero Manardo sentiva i fiotti del sangue bollente salirgli alle

gote e dal cervello. Ebbe le vertigini di chi si affaccia all’abisso,

e chiese di nuovo la pace alla preghiera.

Proprio sull’ultima sponda del fiume, circondata da pochi salici e da

una siepe di carpini, era una sottile colonna di pietra che reggeva

una madonnina scolpita. Fu là che Manardo s’inginocchiò, chiedendo

la calma del sangue alla fresca brezza notturna e la pace dell’anima

alla Vergine sua protettrice. E stava chino umilmente, quasi prosteso

a terra, allorchè un suon di passi ed un fruscìo di vesti lo scosse.

Erano le donne. Lo sentì, e rabbrividì come ad un pericolo mortale,

ma subito fu colto da un gran disprezzo di sè medesimo e della sua

debolezza. Dunque egli era così poco avanti nella grazia, che una

tentazione delle più comuni lo poteva turbare sino alle midolla delle

ossa? Gli vennero in mente esempi di santi che avevano resistito a più

forti lusinghe, che avevano anzi sfidato il peccato, e per virtù della

fede erano usciti vincitori nella lotta da loro stessi cercata. Volle

esser forte, volle vincere l’interno nemico a forza di volontà e di

fede, volle castigare la propria fiacchezza condannandosi a rimaner lì,

inchiodato sulle ginocchia, finchè le donne non fossero partite.

Ma non partivano. Si erano fermate a pochi passi da lui dietro i

carpini. Udiva le loro parole, sentiva il fruscìo delle loro vesti su

rami bassi e capì... Si spogliavano per scendere nel fiume.

La sua condizione diventava terribile, ma tuttavia si ostinò a non

muoversi, come se al di là della siepe non ci fosse nessuno. Si teneva

il capo stretto tra le mani invocando il soccorso divino, ma un

pensiero attraversava le sue preghiere:—_Se guardassi?_ Lo scacciava

inorridendo; ma ritornava, e gli dava la febbre. Appoggiava la fronte

alla colonna per sentire il refrigerio di quel freddo, sentiva

distintamente coll’orecchio le pulsazioni frettolose del cuore.

Sentiva le donne parlare sottovoce, ed ogni parola rivelatrice era

un nuovo assalto. Sentiva sciogliere i cordoni, e le vesti cader

sordamente a terra, ed egli si chiamava vile perchè gli veniva l’idea

di turarsi le orecchie. La sabbia scricchiolò sotto un piede ignudo che

scendeva al fiume, e a un tratto la voce argentina di Elda vibrò nel

silenzio, dicendo:—Ah, come è fredda!

La madre dietro ai carpini rispose:—Avanti! avanti!

Il fiume non è profondo, ma dopo alcuni passi fatti con l’acqua sino

alla caviglia, si trova improvvisamente uno scalino giù dal quale si

da un tuffo alla cintola. Manardo ascoltava suo malgrado il rumore del

piedino di Elda nell’acqua, allorchè la giovinetta gittò un grido di

spavento. Egli si trovò ritto senza saper come, e...... guardò!

Elda aveva gridato dando il tuffo sino alla cintola nell’acqua fredda.

Non era nulla ed ora rideva; ma... era il plenilunio!

A quella fascinatrice rivelazione della bellezza, Manardo rimase con

gli occhi sbarrati, coi nervi tesi e il singhiozzo nella gola riarsa.

La fanciulla, ignorando di esser vista, concedeva tutto il candore

delle forme agli sguardi del giovane. Rideva, e le divine curve del

torso emergevano dall’acqua che le aveva abbracciate con una carezza

fosforescente. E ritta sulle anche, sotto i baci della bianca luna,

levò le braccia e le portò indietro per sciogliersi i capelli,

lasciando ingenuamente trionfare tutta la gloria della sua virginea e

superba nudità.

Manardo si sentì soffocare. Gli mancò la vista e cadde rovescio con un

rantolo disperato.

Rinvenne disteso sull’erba, e le due donne, appena rivestite, lo

soccorrevano. Berta sorrise vedendolo aprir gli occhi, mentre Elda si

allontanava arrossendo.

Non so se le nozze fossero celebrate dal sacerdote Medulano, che

dovette intenderla male. Certo il castello rimase per allora ai

Ghibellini, e i Bolognesi, per dispetto, d’allora in poi lo chiamarono

_Castel Debole_.

IL QUARTO SACRAMENTO

Quando ci alzammo da tavola, il colonnello era di buon umore.

Un po’ di epicureismo inteso bene spianerebbe le rughe in fronte anche

al profeta Geremia, quello delle lamentazioni; figuratevi se non ci

sentivamo allegri noi, facendo cerchio intorno al fuoco e aiutando il

chilo con un ponce squisito. Fu allora che il colonnello, tra le altre

storielle, ci narrò questa.

• • • • • • • • • • • • •

Una volta, ho commesso un’azione poco delicata, e siccome le birberie

si tirano una coll’altra come le ciliege, fodero l’indelicatezza con

una indiscrezione. Capirete però, che almeno i nomi non li dico.

Prima del 1859, e pur troppo anche ora, le nostre famiglie tenevano in

casa un prete che faceva da pedagogo e da maestro ai ragazzi. Il prete

di casa mia, un tal don Paterniano, non aveva nulla che lo distinguesse

da’ suoi colleghi. Era asino come loro, ghiotto e sudicio quanto

impongono i canoni e la consuetudine; ma non era cattivo, e quando, nel

1860, scappai di casa per andare in Sicilia, il pensiero di lasciare il

mio pedagogo non mi affliggeva certo, ma nemmeno mi rallegrava.

Dal 1860 al 66, accaddero tante cose che non giova raccontare. Basta

che tornai capitano e mi trovai solo. Anche lo zio, l’unico parente

che portasse il mio nome, era morto proprio il giorno dopo alla

battaglia di Sadowa. Tornai con un permesso di sei mesi, per guarire la

lussazione che avevo riportato a Custoza, ma in verità la lussazione

più grave l’aveva dentro.

Ricorderete tutti i terribili disinganni che ci colpirono allora: i

disinganni della guerra e quelli della pace successiva. Ma per noi

militari, l’amarezza era più grave. Ci pareva di esser responsabili

verso alla nazione dell’accaduto, e a tutti i dolori si aggiungeva un

penoso sentimento quasi di vergogna immeritata che ci faceva sospettare

un accusatore in ogni conoscente che rivedevamo. Io, poi, che tornavo

con una volgare lussazione già mezzo guarita! Altri almeno poteva

mostrare con orgoglio le cicatrici del proprio dovere; io ritornavo a

casa ingrassato!

E la mia casa era deserta! La custodiva solo il portinaio che non

conoscevo, e passando per quelle ampie sale silenziose non sentivo

altro che il rumore de’ miei passi, di cui si meravigliavano i ritratti

dei vecchi di casa, i quali mi seguivano con gli occhi come se fossi

un estraneo. Finii presto le faccende che avevo da mettere in regola

col notaio, e mi trovai con la bella prospettiva di cinque mesi di noia

futura. Che fare?

Nel rovistare le carte della successione, avevo trovato alcune lettere

di don Paterniano, nelle quali comunicava al mio povero zio la sua

promozione a superiore del convento di Monte Stella vicino a X***.

Infatti il mio antico pedagogo si era fatto frate camaldolese e si

chiamava ora padre Romualdo.

A leggere quelle lettere, mi venne la matta idea di farmi frate

provvisoriamente e di gustare la pace profonda del monastero.

Ero tanto angustiato di quel ch’era accaduto, ero tanto annoiato di

quella solitudine in cui mi trovavo per forza, che pensai a farmi

solitario sul serio per qualche mese, sperando di riprendere forze

morali e nuova capacità di illusioni e d’entusiasmi.

Scrissi dunque a padre Romualdo chiedendogli se mi accettasse come

frate dilettante, obbligandomi a pagare il mio mantenimento e a non

turbare per nulla le consuetudini e gli scrupoli dei suoi frati.

Il padre mi rispose lietissimo, dicendomi che mi aspettava a braccia

aperte: mi chiedeva quanti metri e centimetri fossi alto, per farmi

fare la tonaca subito; mi avvertiva di lasciar crescere la barba, e

nella poscritta insinuava che quanto a vitto starei bene, ma quanto

a bere avrei agito prudentemente cercando di portar meco qualche

bottiglia, poichè la cantina del convento era vuota, imponendo la

regola di bere acqua pura.

Questa raccomandazione mi fece ridere, poichè mi ricordai che padre

Romualdo, quando era don Paterniano, beveva spesso e volentieri,

preferendo il vino buono a qualunque altro liquido.

Il convento di Monte Stella è sopra un colle che domina la città e

il mare. A mezzodì si apre larga e verde una valle, dove il fiume di

querce e di castagne, digradano in colore fino a divenire azzurri

all’orizzonte. È uno di quei luoghi come i frati hanno sempre saputo

scegliere, vicino alle città, vale a dire un luogo incantevole.

Il convento, ceduto al municipio dal governo, non è fatto per la vita

in comune, ma composto di tante piccole casette, una per ogni frate.

Così vuol la regola. Ogni casetta ha tre camere e un piccolo giardino

chiuso da un alto muro; ma quella che mi fu assegnata guardava la

valle, e da quel lato non era chiusa che da un parapetto, sotto al

quale il monte scendeva a picco. Le case fanno corona alla chiesa,

dietro cui sta un magnifico bosco. Tutto questo villaggio religioso è

circondato da un muro, e non si può entrare se il frate portinaio non

apre il cancello.

Padre Romualdo mi accolse proprio come aveva annunciato; a braccia

aperte. Giunsi la notte ed egli mi condusse subito alla casetta che

m’aveva destinato. Volle che mi vestissi subito da frate, mi pregò

di parlar poco con gli altri frati (erano tre in tutto e addetti ai

servizi umili umili come la loro intelligenza: il cuore però sapeva

profondamente l’arte sua), di farmi servire da loro senza riguardi,

e altre raccomandazioni dalle quali credetti di capire che il padre

m’avesse fatto passare per un pezzo grosso dell’ordine, venuto in

incognito. S’informò dei miei bagagli, che dovevano venire al mattino,

e io l’avvertii di far scaricare con giudizio le casse per non rompere

le bottiglie. Mi dette la buona notte e io, dopo aver fumato un sigaro

nel giardinetto, mi coricai sul lettuccio monastico, che mi concesse un

sonno beato.

Al mattino, mi levai di buon umore, e mentre stavo odorando i fiori

del giardino e guardando giù l’immensa valle da cui salivano le nebbie

mattutine, sentii alcune voci dominate da quella di padre Romualdo.

Egli gridava:

—Piano! giudizio con quelle casse di libri!

Le casse di libri furono presto nel mio appartamento, e sapete già che

erano delle migliori edizioni di Bordeaux, di Broglio, di Barolo, di

Capri e di altre regioni propizie all’enologia.

Mi sentivo benissimo. La stranezza della mia posizione, la cucina

eccellente, la tranquillità intima, la stessa voluttà che provavo nelle

ore calde, sedendo sotto l’ombre fitte del bosco con la sola camicia

e la leggera tonaca di lana bianchissima, che si presta tanto bene

alle carezze intime delle brezze montane, tutto insomma contribuiva

a far di me un vero frate, insensibile a ogni seccatura del mondo

esterno, annichilito nella pace della vita animale. Padre Romualdo mi

prodigava le finezze e le attenzioni più delicate, e gli altri frati

mi rispettavano silenziosamente, facendomi certi profondi inchini

cui corrispondevo con un sorriso di degnazione. Un giorno feci un

complimento al cuoco, il quale, commosso, mi baciò la mano.

Dopo una settimana di quella vita beatamente epicurea, cominciai a

sentire che c’era pure qualche cosa che non andava. Quando mi alzavo

al mattino e nel mio giardinetto fumavo un sigaro contemplando la

valle, la città e il mare, avevo dei momenti grigi che tendevano

tutti i giorni a farsi più scuri, e provavo un senso di vuoto, di

insoddisfazione, che diventava sempre più nervoso e penoso. Mi

mancava l’eterno femminino. Quando sentivo un canto di villana salir

dalla valle al mio giardinetto, avevo già certi spasimi interni che

incominciavano a disgustarmi della vita contemplativa.

Padre Romualdo tutte le sere veniva nella mia casetta. Aveva preso

confidenza e fumava e beveva come se la regola glielo imponesse. Mi

raccontava alle volte certe storielle grassocce che lo facevano ridere

sino alle lagrime, e si rovesciava sul seggiolone tenendosi la pancia

e sgangherando le mascelle. Il buon padre si sentiva sovrano e padrone

di Monte Stella, e poichè i suoi tre fraticelli lo servivano come un

pascià, egli si era liberato sempre più dai lacci monastici, e ho il

sospetto che peccasse e si assolvesse da sè. Certo lassù, in quel

monastero venerato da tutta una regione, egli solo aveva facoltà di

confessare.

Una sera gli contai le mie nuove tribolazioni, che egli accolse con uno

scoppio di ilarità. Lascio i commenti aretineschi che vi fece sopra.

Egli era oramai giunto in età da non soffrire come soffrivo io; ma mi

narrò, con molta evidenza, le sue lotte passate, le sue vittorie contro

la tentazione, dove qua e là mi parve di scorgere qualche restrizione e

qualche bugia. La confessione era il suo tema prediletto, e mi narrava

le marachelle che aveva sentito dalle donne, i casi di coscienza che

aveva dovuto sciogliere, le sue soluzioni, e una filza di aneddoti

pornografici che lo facevano sussultare dalle risa sopra la scranna,

mentre io, senza volere, ogni volta più l’ascoltavo volentieri.

Una sera aveva bevuto più del solito e cominciava a perder l’_erre_.

Bussarono alla porta del giardino, e il padre dalla sua sedia chiese ad

alta voce:—Chi è?—Un fraticello rispose:—La contessa Y* che si vuol

confessare.—Il padre brontolò sottovoce alcuni spropositi grossi, poi

gridò che la introducessero in chiesa a far l’esame di coscienza, che

tra poco sarebbe venuto.

Tornò a spropositare. Erano ore quelle da venire a romper le tasche

a un povero servo di Dio? Benedette donne, che fanno i peccatacci

e seccano la gente a tutte l’ore, per farseli perdonare! E via di

questo passo. Io ebbi un’idea luminosa e gli dissi:—Vuoi che vada

io?—Prima credette che scherzassi, ma dopo che gli ebbi mesciuto un

bicchiere di Capri traditore, cominciò a ridere della burla e finì col

consentirmelo, facendomi fare i più terribili giuramenti di segreto.

Gli sturai un’altra bottiglia e uscii.

In parola d’onore, ero meno commosso a Milazzo quando sentii a

fischiare le palle la prima volta. Si ha un bell’essere capitano di

cavalleria, ma l’idea di confessare una signora, che sapevo giovane e

bella, fa un certo effetto.

Passai dalla sagrestia e mi misi la cotta e la stola, tirandomi il

cappuccio bianco più avanti che mi fosse possibile. Ero sicuro di non

trovare in chieda altro che la mia penitente; ero certo di farla,

franca, ma insomma un po’ di tremarella l’avevo.

La chiesa era scura scura, poichè i piccoli lumicini che ardevano

davanti agli altari non rompevano le tenebre. Un odore d’incenso,

d’umidità fresca e di fiori empiva ogni cosa, e nel silenzio profondo e

solenne sentivo il rumore dei miei sandali e mi veniva quasi la voglia

di camminare in punta di piedi. Tuttavia, curvo e con le mani immerse

nelle larghe maniche, mi diressi al confessionale. Vidi un’ombra nera

chinata sovra un inginocchiatoio, mi chiusi dentro e tirai la tendina.

Avevo sempre addosso quella benedetta emozione che mi faceva battere

il cuore, ma appena, fui seduto mi venne quasi voglia di ridere. A un

tratto, al finestrino di sinistra, la parte del cuore, sentii una voce

bisbigliare il _Confiteor_. Per vostra norma, la contessa era una bella

bruna di venticinque anni, maritata, alta, ben fatta, in fama d’essere

spiritosa, ma severissima in riga di galanteri.

—Figlia mia, siete al tribunale della penitenza. Confessate con

sincerità piena e contrita le vostre colpe a Dio che le ascolta, e

ricordatevi che quel che deponete a questo santo tribunale rimane un

segreto tra voi e Dio soltanto.

—Padre, mi accuso del peccato di superbia. (Cominciamo dal primo dei

peccati mortali, dissi tra me. Quando parlava, sentivo il tepore del

suo alito passare tra i buchi della graticola).

—Ditemi, figlia mia, le circostanze di questo peccato; perchè possa

misurarne la gravità. Siete voi stata vana del vostro nome, delle

vostre ricchezze o del vostro corpo?

—Di tutti e tre, padre. (Ahi! ahi!).

—E questa vostra colpa si è tradotta esternamente con atti, con

sguardi, o con parole?

—Mi accuso di essermi guardata troppo volentieri nello specchio, e...

(titubò un poco) specialmente uscendo dal bagno. (Sacripante! Domando

io se sono cose da contare a un capitano di cavalleria, che fa vita

monastica e rimpiange terribilmente l’eterno femminino! Cominciavo a

spaventarmi).

—Male, figlia mia. Dio non v’ha dato un bel corpo per compiacenze

peccaminose, ma perchè serva a sua eterna glorificazione. (La frase era

stupida. Cominciavo a impaperarmi. Avevo una gran voglia d’insistere e

di domandare particolari più minuti, ma temetti di eccedere. Ci fu un

breve silenzio).

—E sopra il secondo peccato, l’avarizia, avete nulla da dire?

—No, padre, non mi pare d’esservi caduta.

—E... e sopra al terzo.... Vediamo: siete sincera. Pensate che quel

che affidate al tribunale della penitenza rimane segreto, suggellato

con sette suggelli, e riflettete che le domande che vi farò non vengono

da curiosità indiscreta, ma dalla necessità in cui si trovano i

ministri del Signore di pesar bene tutte le circostanze, per conoscere

e giudicare la gravità del peccato.

—Si, padre; mi accuso di aver......

• • • • • • • • • • • • •

Angeli e ministri di grazia! La contessa non era severa; no, no: era

prudente!

Quando le ebbi dato l’assoluzione e i sette salmi penitenziali da

dire, scappai, chè mi pareva d’aver le fiamme nelle ossa. Padre

Romualdo russava sul mio letto, e io cominciai a radermi la barba per

presentarmi il domani alla contessa.

Stetti in città un mese, radunando con la contessa i materiali di una

futura confessione. Padre Romualdo l’avrà assolta, ma a me è sempre

rimasto un mezzo rimorso. Mi pare che il sorprendere così i segreti di

una signora non sia troppo delicato.

Raccontarveli, poi!

GIOSUÈ CARDUCCI

Giosuè Carducci pubblica due volumi ad un tempo: uno di prose ed uno di

poesie.

Oramai si possono ancora discutere le opinioni e i tentativi di

innovazione tecnica, si può discutere di tutto quel che si vuole

parlando del Carducci; ma del posto che gli spetta tra i poeti nostri

viventi non si discute più: egli è primo. Gli stessi suoi nemici (chi

si alza una spanna sul livello della comune mediocrità, ha dei nemici),

sia che lo assaltino in faccia, sia che lo aspettino la notte dietro

la cantonata per dargli una coltellata nella schiena, riconoscono la

grandezza sua con la bassezza medesima del loro livore. Quando, come il

serpe della favola, si sono spezzati i denti a mordere la lima, dicono:

io sprezzo! Hanno un bel dirlo! Il pubblico sa che la lima è d’acciaio

fino, e ride.

Poichè Enotrio è un terribil nemico. Quando gli pare che in un biasimo

a lui diretto, od anche in una lode, ci sia qualche cosa di più

importante che la sua persona, per la dignità dell’arte o l’onestà

letteraria, si leva subito armato per la battaglia e combatte. Non

bada più agli avversari, non bada alla loro potenza, od alla loro

indegnità. La santità della causa lo accende, e, come i buoni cavalieri

antiqui dell’Ariosto che per la dama rompevano indifferentemente la

lancia contro il miglior paladino della Tavola Rotonda o addosso al

moro più gaglioffo di tutta l’Etiopia, così egli non si perita di

contraddire dignitosamente agli uomini degni di stima o di castigare

i mascalzoni ubriachi che vomitano vituperi nei vicolacci di certi

giornali letterari clandestini. Egli si è fitto in capo che anche i

letterati nella loro letteratura dovrebbero essere onesti come tutti

i galantuomini nella via, e fa del suo meglio perchè in arte non

siano permesse e lodate le stesse azioni che farebbero vituperare un

banchiere, fallire un droghiere, bastonare un facchino. Desiderii e

sforzi generosissimi: ma per ora la nostra morale letteraria è fatta

così; e se dite un’insolenza mettiamo allo Chauvet si rischia d’andare

in prigione, mentre il primo scolaretto di ginnasio o il primo briccone

che sa tener la penna può dare dell’asino e dell’ubriacone al Carducci

senza che nessuno trovi nulla a ridire. La cosa par naturale e sembrerà

tale per un pezzo, pur troppo. Il Carducci ha fatto accettare le Odi

Barbare, ma non farà accettare così facilmente a certi critici i canoni

della più volgare onestà.

Da queste polemiche per l’arte e per la giustizia venne fuori un libro,

_Confessioni e battaglie_, libro dove il Carducci dà la sua misura come

polemista.

Nella battaglia il Carducci non è un velite agile e brillante come per

esempio il Cavallotti, è piuttosto il triario catafratto che cammina

diritto al nemico, lo sfonda e lo stritola. Le sue polemiche non sono

i Numidi di Annibale che sterminano correndo e gridando, ma la falange

macedone dalle lunghe picche, ma i _principes_ della legione romana che

assaltano serrati, col passo cadenzato, coll’urto irresistibile. Egli

non scherza mai, non ride; tutto al più usa l’ironia ed il sarcasmo.

Non devia mai, e spesso ripete all’avversario: _Non è di questo che

si tratta_; e torna all’argomento e sforza il nemico a tornarvi,

costringendolo a rimanere sul terreno da lui scelto per combattere.

Da questo viene che mentre le polemiche tra gli altri letterati durano

senza fine e cessano solo per stanchezza de’ combattenti, le polemiche

del Carducci finiscono presto. Una lotta di guerriglie può seguitare

molti anni, una battaglia in regola dura poche ore. L’avversario

sconquassato può ritornare a casa zoppicando, rimettersi alla meglio

in salute, riattaccar zuffa magari di nuovo, ma non più in quel campo

e per quella ragione. Può tentare i suo _Cento giorni_ tornando

dall’isola d’Elba, ma a Lipsia non vince più.

Oltre però all’efficacia che hanno di per sè, queste cariche di

corazzieri diventano irresistibili per l’autorità di chi le comanda.

Il Carducci non si contenta di discutere, ma lavora. Egli stampa

insieme un volume di polemiche e un volume di poesie, unisce alle

parole i fatti, fa seguire la pratica alle teoriche. Egli (non io,

come con la sua gentile benevolenza vorrebbe) egli è di quelli che con

una mano lavoravano all’opera del tempio e con l’altra tenevano un

dardo: «aveano anche ciascuno la sua spada cinta su i fianchi, e così

edificavano»; come lasciò scritto Nehemia.

Brandelli · 第 17 / 34 段