Primo pezzo... fuoco!—Secondo pezzo... fuoco!

Non avevo mai sentito le cannonate così da vicino, e vi assicuro

io che sentirsene a sparar un paio a tre metri di distanza fa un

curioso effetto! Il corpo riceve come uno scappellotto complessivo

equamente distribuito su tutta la sua superficie, e dentro si prova un

rimescolamento commotivo ed istantaneo che, come sensazione piacevole,

lascia molto a desiderare. Le orecchie poi sembrano una platea

burrascosa. Fischiano, figli miei!

Il nemico aveva quattro pezzi, ma noi avevamo il vantaggio della

posizione. Ad ogni nostra innocua cannonata diminuiva il senso di

scotimento che avevo provato in principio, e mi esaltavo sempre di più,

e dicevo _bene!_ come un generale che applaude un bel colpo. Dovevo

esser leggermente ridicolo, ma il tenente non mi badava. Le signorine

di casa, rassicurate, prendevano parte alla battaglia incruenta

dal terrazzo, con gli ombrelli bianchi, ed il tenente soffriva di

distrazioni. Mi pareva proprio di camminare in un bozzetto di Edmondo

De Amicis.

L’artiglieria nemica dovette ritirarsi e noi la salutammo con le

ultime salve: ma la casa di color rosa era ancora fortemente occupata

dalla fanteria, e sulla cresta della collina, tra le macchie cedue

alla nostra sinistra, cominciarono a levarsi i fiocchi grigi del fumo

della polvere ed a crepitare le fucilate. Vidi il maggiore ritto

sul suo cavallo bianco che si staccava magnificamente sul turchino

cupo del cielo. Aveva il braccio teso, e subito dopo la tromba

squillò l’_avanti_, e mi parve che quello squilla chiamasse anche me.

Lasciai l’artiglieria e mi cacciai giù per le fratte a raggiungere i

combattenti.

Quel mio maggiore era indiavolato e non c’era modo di arrivarlo. Lo

vedevo di quando in quando comparir su, supra una cima, sempre diritto

sul cavallo, sempre col braccio teso e poi sparire come una visione.

E la tromba squillava sempre l’_avanti_ e il crepitio delle fucilate

s’allontanava sempre.

Per fortuna conosco le scorciatoie e raggiunsi il mio corpo: con la

lingua fuori, ma lo raggiunsi. Un sergente, nel più canzonatorio

dialetto veneto, mi accolse dicendo: _ah, la xe qua anca ela? Se i

bianchi i la chiapa, la se farà fusilar_.—Non ci avevo pensato.

Infatti che parte ci faceva io? La spi... No! che brutta parola!

Facevo, o piuttosto avevo fatto la guida. In ogni modo il sergente

aveva ragione. Ma che bisogno c’era di dirmelo?

Sarà stata una sciocchezza, ma lo scherzo del sergente fu come una

doccia fredda sui miei entusiasmi bellicosi. Rimasi alla roda e finii

col mettermi a sedere all’ombra, a dispetto della tromba.

—Vadano pure—pensavo—tanto la strada la sanno anche loro. La toga

cede alle armi. Lo so che i bianchi non fucileranno nessuno, ma potrei

trovare qualche ufficiale dei loro che mi domandasse che cosa c’entro

io. Che potrei rispondere? O una sciocchezza o star zitto. Dunque

vadano pure.—Ma degli entusiasmi passati m’era però in fondo rimasto

almeno il disprezzo della morte, poichè accesi un sigaro della Regia.

Così disteso, colla testa all’ombra ed i piedi al sole, seguivo

tuttavia il procedere delle fucilate e, conoscendo bene i luoghi,

capivo di dove venivano. Brontolavo:—Eccoli che scendono. Eccoli

pel viottolo della Madonna del Bosco. Sono oramai alla casa!—Dopo

un poco di silenzio sentii distintamente i fuochi di drappello. Era

la catastrofe e tesi l’orecchio per sentire il grido dell’assalto,

il _Savoia_ decisivo. Squillarono invece le prime note della fanfara

reale: la manovra era finita.

Allora mi agghiacciai affatto, proprio come se fosse calato il sipario.

Da attore entusiasta diventai frigidissimo spettatore, borghesuccio

indifferente, preso tutt’al più da un po’ di curiosità, ma pieno

zeppo di belle idee e di magnifiche declamazioni contro la guerra,

gli eserciti e tutto il resto. Avrei dato il genio di Napoleone per

quello dell’inventore del cavaturaccioli, ed ora che scrivo mi pare

proprio che non avessi torto, poichè il cavaturaccioli è una gran bella

istituzione. Con questi sublimi pensieri mi tornò la paura della morte

e gettai il sigaro, alzandomi dinoccolato per andare a vedere quel

ch’era successo, come si va a vedere la foca o la donna grassa.

I bianchi avevano già abbandonata la casa ed i nostri avevano vinto.

L’assalto pare avesse avuto di mira principalmente il pozzo, tanto

i soldati ci si affollavano sopra. Un contadino ritto sul parapetto

faceva salire e scendere rapidamente la secchia, aspettata da cento

braccia levate che la rovesciavano nove volte su dieci, tra le risa

e le giaculatorie eterodosse. Una donnaccia sgangherata vendeva una

goccia d’acquavite in un bicchier di acqua per un soldo, con gli stessi

lazzi e le stesse parolacce con cui mezz’ora prima l’aveva venduta ai

bianchi. Già anche i neri erano ormai bianchi, tanto erano coperti di

polvere. Parea che avessero aspettato a sudare dopo la vittoria, tanta

era l’abbondanza e l’unanimità della loro traspirazione. Gli ufficiali

all’ombra bevevano ova fresche ciarlando tra loro come se nulla fosse

accaduto, e più sotto alcuni soldati affettavano colla sciabola certi

melloni che parevano l’espressione vegetale della colica. Un chiasso

allegro, un va e vieni instancabile, un chiamarsi, un rispondere,

sghignazzate, canzoni a mezza voce, comandi nitriti, latrati, grugniti,

chiocciar di polli spaventati, tutto faceva più viva, più originale la

scena. Ad un tratto ecco il maggiore di galoppo. Silenzio perfetto e

subito.

Veniva a dar gli ordini della partenza. Nel passarmi vicino mi

gridò:—Ha visto come ci siamo riusciti!—E se ne andò senza aspettar

la risposta. Io sarei stato capacissimo di rispondergli che avevo

visto niente e mi seccava d’aver fatto la... guida... Anche le bugie

sono una gran bella invenzione.

Così era finita la battaglia. Mezz’ora dopo, io ritornava indietro

tranquillamente, come se tutto il caldo, tutto l’entusiasmo di poco

prima non l’avessi mai provato. La quiete era tornata dappertutto.

Sulla vetta del colle mi fermai, e mi giunse distintamente all’orecchio

la vocina che prima delle cannonate cantava:

Ti voglio bene assai.

I carriaggi ed i cannoni rumoreggiavano rotolando nella valle: un denso

polverone indicava la marcia della fanteria. Guardai giù come per

salutare tutti, e mi cacciai nel bosco in cerca della voce. E la voce

cantava ancora:

Ti voglio bene assai,

Ma tu non pensi a me...

Se fosse arrivata lì una staffetta a portarmi la nomina di generale,

non sarei tornato indietro: no, in parola di onore.

IL PRIMO AMORE

Per cominciare proprio da principio, le dirò che alla precoce amatività

di Dante, del Leopardi e di tanti altri, io ci credo benissimo.

Certo nella puerizia o sul limitare dell’adolescenza non si ama

completamente come più tardi: sarebbe impossibile: ma intanto è vero

che in molti maschi questo istinto di selezione, per quanto indeciso

e senza intensità carnale, si manifesta prestissimo. E’ annebbiato, è

incosciente, è immateriale, ma però è amore. Fosforescenza che non è

ancor luce, tepore che non è ancor caldo, tutto quel che volete, ma

amore bello e buono. Dopo, quando l’esperienza è venuta, quando si

lasciarono tanti brandelli di cuore ai rovi della strada percorsa, come

le pecore ci lasciano la lana, allora si pensa, si ricorda, si torna

indietro col pensiero a far l’analisi del passato, e si arriva a capire

che quelle pallide fosforescenze erano l’alba dell’amatività, che quei

tepori precorrevano le vampe del primo amore. Si arriva a capire che la

nostra storia intima, la storia degli affetti, comincia di là.

Dicono che il primo amore non si dimentica mai. Non voglio sapere quel

ch’ella pensi di questo assioma; no, non lo voglio sapere: ma per me

lo accetto e ci credo. Io per esempio, per la prima volta ho amato un

ritrattino in fotografia: ed ora che tanto tempo è passato, solo a

chiuder gli occhi lo rivedo preciso come se lo avessi davanti: proprio

come dopo aver fissato il sole per un momento, a chiuder gli occhi

ne riveggo il disco che persiste nella retina. Che strano effetto,

non è vero? che strano effetto fanno questi ricordi quando ci tornano

avanti colla vivacità di una cosa vera, col colorito e la temperatura

della realtà! Ha mai girato in montagna? Si sale lentamente, ammirando

una scena magnifica. Il cielo è del più bell’azzurro di cobalto, i

monti del più bel verde oltremare, e così, procedendo tra queste vive

sensazioni di colore, si oltrepassa il punto centrale della scena.

Allora bisogna voltarsi indietro per veder tutto cambiato. I monti

sotto i quali si passò non hanno più lo stesso aspetto e lo stesso

colore, la pianura sfuma giù tra l’azzurro e il violetto, il cielo

all’orizzonte è color di rosa, insomma quel ch’era verde diventa

turchino, quel ch’era grigio diventa roseo, quel ch’era luce diventa

ombra. Così cambia la sensazione visiva degli oggetti secondo l’ora e

il punto di vista; e così, guardando con la memoria, le cose passate

prendono colori e forme diverse da quelle che vedemmo una volta. E’ per

questo che, ricordando qualche avvenimento della vita, ci picchiamo la

fronte brontolando:—Bestia ch’io fui!—E’ per questo che, pensando

ora a quel ritrattino, mi accorgo che ne ero innamorato. Allora non lo

sapevo.

***

Ero in collegio, tra i dieci e gli undici anni, e lasciavo vegetare

tranquillamente la mia animalità, soffrendo il freddo nell’inverno e il

caldo nell’estate come ogni fedel cristiano. Mangiavo con un appetito

formidabile i brodetti spartani e le polpette ripiene di mistero;

saltavo come un capriolo, ridevo come un matto e studiavo poco. Credo

anzi che non studiassi affatto, poichè la dottrinella del Bellarmino,

che era la nostra fatica quotidiana, non me la ricordo più. Dico tutto

perchè ella si persuada ch’io non ero un fanciullo portento, ma un

povero bimbo come gli altri, amico de’ trastulli, nemico del Bellarmino

e martire dei geloni. Vivevo solo fisicamente ed ignoravo il resto.

Ignoravo il male, quindi ero innocente, poichè la innocenza tanto

vantata non è altro che la santa ignoranza.

Il mio collegio era un antico convento di camaldolesi, un labirinto

di corridoi oscuri, di cellette basse, di scale inesplorate, di

anditi misteriosi che conducevano a porte murate. Pareva un fabbrica

architettata da Anna Radcliffe per qualche personaggio dell’Hoffmann.

Il chiostro maggiore, di un disegno pomposo e vicino al barocco,

chiudeva un giardino incolto, pieno di umidità, di muschi cresciuti

sui viali, di solanacee pelose, di lauri lucidi, quasi metallici.

Le pareti erano tigrate da grandi macchie scure, vellutate dalla

peluria del salnitro; e un odore di chiuso, di muffa, di terra bagnata,

vaporava da ogni angolo, tra le commessure verdastre dei mattoni. In

questo carcere malinconico, tra i lunghi silenzi, la semi oscurità, le

funzioni religiose, sotto il cipiglio freddo de’ superiori e la ferula

degli abatacci mal creati, tutto ci si poteva chiedere fuorchè uno

sbocciare anticipato del cuore, un germinare precoce degli affetti e

dei sentimenti. In Siberia non fioriscono le rose: si figuri le palme!

Tuttavia il reverendo signor Rettore nei mesi d’estate allargava la

manica con noi piccini. Il sabato sera ci faceva venire nella sua

cameretta, ci trattava a gelati e ci raccontava innocenti storielle

di fate. I gelati ci parevano buoni e le storie bellissime, tanto più

che il festino coincideva spesso con le cose di studio. A quel tempo

io m’abbandonava con riconoscenza alle untuose carezze del reverendo

Rettore; ma quando coi primi peli mi spuntò la malizia, pensai che

quelle smorfie dolciastre avessero un perchè, e sospettai che si

cercasse l’affezione dei piccini per dominarli da grandi. Povero

Rettore, come sbagliò i suoi conti!

Ella deve sapere che il reverendo si dilettava di fisica e mi dicono,

con buona riuscita. La sua cameretta era quindi ingombra di macchine

d’ogni sorta, mostruosità rigide, problemi d’acciaio e di ottone,

enigmi che c’ispiravano una venerazione paurosa. Gli stereoscopi,

tuttavia, e le lanterne magiche c’inspiravano migliori sentimenti;

preferivamo il caleidoscopio alla pila. Ritta in un angolo buio, con

un gran mantello nero addosso, stava sempre la macchina fotografica

come uno spettro immobile che ci sorvegliasse. Il Rettore infatti

s’ingegnava con quella macchina, che allora, da noi, era una novità, e

spesso ci regalava le prove mal riuscite.

Sul camino erano ammucchiate le prove fotografiche con altre fotografie

venute di fuori, e noi passavamo spesso in rivista quei fogli e quei

cartoni col permesso del Rettore. Una sera mi capitò in mano un

ritratto, in formato piccino, e di dietro c’era stampato _Venezia_ e

l’indirizzo del fotografo. Non era della fabbrica del reverendo, e

rappresentava una giovane in piedi appoggiata ad una colonnina, coi

capelli chiari che dovevano esser biondi e con quel sorriso interrotto

dalla paura di muoversi che imbruttisce gli uomini ma spesso giova alle

donne. Naturalmente allora non sapevo chi fosse, ma in seguito, dopo

molto cercare, lo seppi.

Il ritrattino mi piaceva assai e, quando s’andava dal Rettore, lo

cercavo subito per tornarlo a vedere. In principio non potrei dire

altro che mi piaceva, ma a poco a poco mi abituai a fare quasi

astrazione dal ritratto ed a pensare all’originale. Quel sorriso, un

po’ stentato ma pur sempre grazioso, mi pareva diretto proprio a me; e

se qualche mio compagno guardava anch’egli al ritratto provavo subito

un certo senso di dispetto, una stizza che chiudevo dentro solo per

sforzo di riflessione. Ho capito poi che quel brutto sentimento era

gelosia, perchè me lo sono sentito nel cuore altre volte pur troppo;

ed ho capito che dovevo essere già innamorato, perchè, com’ella sa,

la gelosia vien dopo all’amore. Infatti, se ella se ne ricorda... ma

lasciamo andare.

Ero proprio innamorato, benchè allora non sapessi che nome dare a

questi miei nuovi sentimenti, e pensavo tutta la settimana al benedetto

sabato in cui avrei visto, come direbbe il Metastasio, il caro oggetto.

Cominciavo a lavorare di fantasia, a fabbricare castelli in aria,

ultimi atti di commedie alla Scribe, allorchè m’avvidi che tra me ed

il caro oggetto era prossima la separazione. I gelati e i racconti

di fate stavano per finire, ed io ci pensavo con una amarezza che

ricordo benissimo, perchè ho provata poi anche questa altre volte. Non

c’era che una via di salute, il ratto. L’ultima sera m’avvicinai al

camino con un batticuore terribile, e senza guardarmi attorno, con la

risoluzione cieca di chi gioca tutto il suo sopra una carta presi il

ritratto e me lo cacciai in tasca. Fu proprio un ratto, perchè, come

ella vede, lo rubai.

***

Lo rubai. E’ una brutta parola ma è la verità, e sono persuaso che se

il Rettore m’avesse guardato in faccia con attenzione, se ne sarebbe

accorto. Certo mi pareva di avere il delitto scritto in fronte, e quel

maledetto batticuore non voleva cessare: anzi mi assordava e mi pareva

che tutti lo dovessero sentire. Stentai a finire il gelato, e solo

quando uscimmo di camera mi parve di respirar meglio. Tenevo la mano

ostinatamente in tasca e di quando in quando accarezzavo il cartoncino

colle dita come si accarezza una persona viva. Nel tempo dello studio,

con mille precauzioni, riuscii a rinvolgere il caro oggetto in un

bel foglio di carta, e me lo misi sul petto, sulla carne nuda. La

notte, con la testa sotto le lenzuola, lo baciai come un santo e mi

addormentai tenendolo colle mani sul cuore. Chi potesse sapere i miei

sogni di quella notte! Ma non me li ricordo più.

***

Sì, signora, sono fanciullaggini, lo so. Ma è appunto tra le

fanciullaggini che si desta il cuore, e vorrei sapere se il suo, quando

si destò, abbia fatto meglio del mio. Tutti a questo mondo incominciano

così, o press’a poco. Non c’è che l’agave che fiorisca in un minuto

secondo e tutti gli altri fiori sbocciano a poco a poco: e l’agave

fiorisce ogni cento anni pur troppo. Così, con queste fanciullaggini ho

cominciato ed ho seguitato per molto tempo, e, veda, mi dolgo di non

essere più fanciullone a quel modo. Con che intensità d’affetto amavo

quel mio ritrattino! Che baci gli davo quando non mi vedeva nessuno!

Per le vie guardavo le donne in faccia per vedere se somigliavano alla

mia innamorata, ed a scuola, con la testa tra le mani e le dita nei

capelli, mi immergevo in contemplazioni paradisiche, la cui dolcezza

ineffabile mi mancò quando il senso pretese la sua parte dall’amore.

Quelle meditazioni serafiche, pure da ogni contatto di realtà, erano

veramente l’ideale dell’ideale, e mi procuravano gioie vive, fantasie

inebrianti e castighi durissimi, perchè naturalmente chi li soffriva

più di tutti era il povero cardinal Bellarmino. Imaginavo cavalcate,

colloqui, viaggi, avventure, e vedevo la mia innamorata in tutte

queste fantasmagorie, quasi la vedevo, con gli occhi allucinati, come

si vede in sogno. A casa mia avevo compitato il _Nicolò de’ Lapi_ e

mi ricordavo il bacio di Lamberto a Laudomia sull’inginocchiatoio, e

me lo figuravo dato da me alla mia innamorata che mi sorrideva come

nel ritratto. Quel bacio era per allora il limite estremo dell’amore.

Oh, beate fanciullaggini! Mi contentavo di un bacio immaginario e non

facevo versi! Come si cambia, signora mia!

Intanto io viveva contento in questo amore rudimentale per un ritratto

cui la fantasia dava corpo. Diventai rustico, solitario, stravagante.

Il mio cambiamento di carattere fu notato, e mi accorsi che l’abataccio

villanzone cui la mia educazione era affidata, mi sorvegliava e mi

spiava. S’accrebbe quindi la mia salvatichezza, e questo stato di

ostilità contro tutti mi piaceva, perchè sostenuto come una prova

d’amore. I castighi mi piovvero addosso ed io li accettai come

martirio invidiabile, come sacrifici meritorii. Mi irrigidii contro la

persecuzione, vissi in uno stato di ribellione muta, passiva, ostinata.

L’abataccio disperava già di domare questa cocciuta perversità, quando

un giorno, povero me! perdetti il ritratto!

M’ero addormentato con la cara immagine sulle labbra, e la mattina,

nel serra serra del vestirmi in fretta sotto gli occhi grifagni

dell’abataccio, non potei che nasconderla sotto alle lenzuola. In

chiesa, dove s’andava subito dopo alzati, ebbi il rimorso di aver

abbandonato così, e per la prima volta, il benedetto ritrattino. Quella

mattina me la ricordo come se fossero passate poche ore soltanto. Era

freddo, ed io aveva un nodo d’angoscia nel cuore. Nascosi la faccia

tra le mani, e li, in ginocchio, piansi disperatamente e pregai Dio,

lo pregavo allora! pregai Dio con tutta l’anima di restituirmi il

ritratto nascosto, di non permettere che altri lo trovasse. Se fosse

vero che le preghiere fatte col cuore e con la fede sforzino le porte

del cielo, Dio avrebbe fatto un miracolo per me, tanta fu l’intensità

della mia orazione. Ma quando uscimmo di chiesa corsi al mio letto...

era rifatto! Lo disfeci... Nulla!

Perdetti l’appetito e il sonno. Feci due larghi pesti sotto gli occhi

e diventai più rustico, più chiuso di prima. Piangevo spesso ed aveva

sempre come una fitta al cuore. Ebbi la febbre, e scesi all’infermeria,

dove le cure e le distrazioni mi calmarono un poco. Il tempo fece il

resto, ma la piaga di quel primo amore, lasciò una cicatrice che,

a toccarla, si risente. Alle volte, come l’amputato, mi dolgo dove

non dovrebbe poter essere più il dolore, e spesso poi quelle prime

sensazioni, quei primi calori della mia vita affettiva, mi ritornano

alla memoria con una vivacità che mi fa paura. Il mio primo amore,

poveretto, non fu sepolto bene; ritorna qui a domandarmi la pace dei

morti.

Dico _ritorna qui_, perchè quel ritratto, signora, era il suo.

CASTEL DEBOLE

Non lo invento io.

Castel Debole non è ora che un povero casale sul Reno, tra Borgo

Panigale e Casalecchio, cioè tra la prima e la seconda stazione della

ferrovia Bologna-Firenze; ma una volta, quando si chiamava Castel

Forte, era una rocca inespugnabile che dominava un guado importante del

fiume, pochi chilometri al ponente di Bologna. Ed ecco la sua leggenda,

che non ha nulla d’inverosimile.

Verso il mille (le date sono incertissime) Castel Forte era di

Maghinardo, o Manardo, figlio di Ugolino da Tizzano. Non so da quanto

tempo la famiglia da Tizzano possedesse quel feudo; ma pare che non

fosse da molto. A ogni modo, quando Ugolino morì, Manardo era appena

ventenne, e la morte del padre, seguita pochi giorni dopo quella della

madre e di Bertrada sua zia paterna, lo afflisse per modo che voleva

farsi monaco dell’abazia di Labante. La sua vocazione era tenuta viva

da un prete, che la leggenda chiama _sacerdos Medulanus_, senza dirne

il nome.

L’affare era più grave di quel che paresse. Bologna era già guelfa,

e i feudatari che la circondavano erano ghibellini. Cominciava la

gran lotta tra i Comuni e i feudi. I conti di Panico, ghibellini

sfidati, dominavano già gran parte della valle del Reno, sbarrando le

comunicazioni tra Firenze e Bologna. Ora Castel Forte, che dominava

un guado importante, faceva gola alle due parti, e i bolognesi molto

probabilmente non erano estranei alle pie esortazione che il _sacerdos

Medulanus_ prodigava al giovane Manardo. Stavano per ottenere il

castello coll’aiuto di Dio, quando i conti di Panico pensarono di

mantenerlo alla loro parte coll’aiuto del diavolo.

Berta, castellana di Malfolle e parente dei conti da Panico, era vedova

con una figlia chiamata Ilda nella leggenda; ma il nome è probabilmente

sfigurato, essendo più comune allora quello di Elda. Comunque sia,

fu dopo un colloquio con Azzo da Panico che ella si decise a recarsi

in pellegrinaggio all’abazia di Nonantola presso Modena; e con la

figlia e poca gente scese alla pianura. Giunse a Castel Forte il 22

luglio, poichè la leggenda dice che fu il giorno festivo di Santa Maria

Maddalena, _in die plenilunii_.

Quel che segue è detto in poche righe nella leggenda; ma siccome è

facile immaginare i particolari, eccoli qui.

La madre era molto astuta e la figlia molto bella. Su questo, come

vedrete, non può cader dubbio; ma benchè non sia difficile capire qual

fosse il piano combinato tra Azzo da Panico e Berta da Malfolle per

far andare a male la vocazione di Manardo, è curioso il modo con cui

l’astuta vedova e la sua bella figlia l’eseguirono.

Da Panico a Castel Forte, anche con le stradacce d’allora, si vien

presto, e il giorno era ancor alto quando le due donne chiesero

ospitalità al pio Manardo. L’ospitalità era esercitata largamente in

quei tempi, specialmente tra i castellani che, alla lontana, erano

sempre un po’ parenti. Le donne venivano col pretesto di un devoto

pellegrinaggio, il giorno era festivo, e naturalmente Manardo le

accolse bene.

Furono servite di rinfreschi nella più bella sala del castello.

Tutto il lusso possibile a quell’epoca abbelliva la sala d’onore. La

vicinanza della città e le proficue scorrerie del defunto signore

contro i castelli guelfi della pianura, avevano fatto di Castel Forte

una delle più ricche dimore del Bolognese.

La graziosa figura d’Elda, in cui fioriva tutta la solida e plastica

sanità montanina, spiccava superbamente sulle pareti brune, rivestite

di quercia scolpita o di cuoio. I suoi grandi occhi, un po’ sorpresi

dalla novità delle cose e delle facce, si fissavano negli occhi del pio

giovane coll’ardimento ingenuo dell’adolescenza, e le labbra, il cui

roseo turgore tradiva il destarsi della sensualità, si aprivano spesso

a un sorriso inconsciamente procace. Ogni moto della giovinetta aveva

l’eleganza tentatrice, la morbidezza femminea cui la chiesa di quei

tempi e il sacerdote _Medulano_ opponevano i più possenti esorcismi;

e tutte le promesse della tentazione, tutte le seduzioni del peccato

parlavano ai sensi da quegli occhi limpidi e profondi, da quelle forme

fiorenti di gioventù e di bellezza.

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