raccomanda un’abbondante elemosina! Ma via, chi vi dice che questi
poveri magari domandino l’elemosina? Quello del Breughel a buon conto
veniva a suonare la cornamusa, proprio come sotto alle finestre delle
trattorie vengono i sonatori ambulanti a guastarvi il pranzo. Siamo
in Italia, ed è di qui che partivano e partono ancora le frotte dei
fanciulli venduti dai genitori nei quali _più che il dolor potè il
digiuno_. L’amore ai figli è il sentimento più universale che sia in
natura, e lo provano vivissimo tutte le bestie, dalle feroci alle
stupide, dalle gigantesche alle microscopiche, dal leone all’oca.
L’uomo prova in modo acutissimo questo affetto, che gli è cagione
di tante gioie e di tanti dolori; chi non ha figli non può supporre
come sia energico l’amor paterno, quanti sacrifizi faccia compiere
serenamente, quanti pericoli sfidare con animo sicuro.
Perchè dunque qui in Italia ci sia della gente che vende le proprie
creature agli aguzzini, senza morire prima di dolore, bisogna che o la
fame abbia vinto e sradicato ogni altro affetto, proprio come in certe
bestie che divorano i loro piccini; o che le condizioni di certe nostre
provincie siano tali da fare che gli uomini scendano sotto al livello
dei bruti. Qualunque sia la soluzione che preferite, resta però sempre
che i poveri bimbi lasciano la loro patria che non fu loro madre ma
noverca, e vanno per tutto il mondo civile con un’arpa od un organetto
ad armacollo a cantare la vergogna, il vituperio del loro paese natale.
Di chi è la colpa? Non ci avete mai pensato, grassi che giubilate
divorando i tordi, non ci avete mai pensato che potrebbe venire un
giorno in cui si pretendesse che la colpa sia vostra? Oh! si sa! chi
lo volesse dire, direbbe un grande sproposito. Come? Accusar voi altri
di non far nulla per le popolazioni affamate, per le miserie e le
piaghe della patria? Ah, ingratitudine! Eppure il grido di dolore dei
poveri affamati è arrivato al vostro ottimo cuore e voi avete provvisto
immediatamente... accrescendo i carabinieri!
Non vi lamentate, o grassi, se i magri che trovate seduti sui margini
della via hanno un brutto sguardo; anzi contentatevi.
Guai a voi altri, il giorno che li vedrete ridere! L’ottobre non vi
sembrerebbe così bello, la vendemmia non vi ricreerebbe più come oggi,
e le nostre istituzioni che fanno la gloria ecc. ecc., sarebbero andate
dove vanno le più belle cose di questo mondo, in quel biblico paese
dove va tanta roba, in Emaus.
Per ora dunque sazieremo i magri crescendo i carabinieri. Domani...
domani ci penseremo.
MIRACOLI
Nella cronaca di Bologna di Frà Bartolomeo dalle Pugliole, che si
conserva nella Biblioteca Universitaria di Bologna, mss. 1239, e che
dall’anno 1363 va all’anno 1407 si legge:
«Anno Cristi 1383 nel mese d’aprile frà Iacomo rettore de la chiesa
di Sasso Negro col suo proprio sangue in sanguinò un’ostia sagrata e
diceva che era sangue di Gesù Cristo e guadagnò molti denari dalle
molti genti che andavano a vedere tale miracolo; ma li Reggimenti di
Bologna volsono che si sapesse la verità, di che essendo ritrovato
doloso fu privato dello benefizio e posto in una gabbia e dannato a
perpetuo carcere.»
Per chi non sapesse che cosa voleva dire allora essere messo in una
gabbia, la stessa Cronaca lo dice all’anno 1386. «A dì 21 di maggio fu
messo in gabbia lo priore de’ frati de gli Angioli e fugli messo li
ferri ai piedi ed anche fu incatenato e lì stette novantasei dì e non
aveva altro che la pelle e le ossa.»
Oh, i miracoli di Lourdes! Oh, la Madonna della Saletta! Non c’è chiesa
in Italia dove non si conservi una Madonna miracolosa che ha pianto,
sanguinato o sudato, secondo il gusto del reverendo parroco. Da lungo
tempo le fraudi furono così evidenti, che le anime pie dovettero farsi
scudo delle autorità umane per guarentigia della onnipotenza divina.
Qui a Bologna, nella clausura delle monache di S. Elena, esisteva
questa splendida iscrizione:
_Dell’anno 1630—Questo Signore sudò acqua tre volte—e fu approvato
dai Superiori._
Difficilmente si potrà trovare una iscrizione più ingenuamente amena. E
pensare che nei giorni di nebbia le colonne di questi portici sudano
senza approvazione dei superiori!
Nella chiesa di san Giovanni Evangelista in Ravenna è una tabella
sotto un crocifisso, e dice: «Del 1511 alcuni malfattori entrarono
nello spedale di S. Gioseffo con sicurezza di non esser veduti, nè
ripresi, nè perseguitati da alcuno del suo mal oprare, non essendovi
presente se non questo crocefisso muto inchiodato e cieco. Ma ecco
miracolosamente il crocefisso aprì gli occhi e tutto si schiodò per
spavento a correzione ed emendazione loro.» Il crocefisso è sempre
là cogli occhi aperti. Posso però assicurare i fedeli che, sotto una
specie di maschera applicata, il crocefisso conserva ancora la faccia
vecchia cogli occhi ancora chiusi. Provino.
Il licenzioso Zapata domandava al suo superiore come diavolo accade
che Dio abbia fatto una infinità di miracoli incomprensibili in favore
degli ebrei e non ne faccia più, da parecchi secoli, per noi che siamo
ora il popolo eletto. Zapata era ben malizioso e volterriano quanto
Voltaire. Oggi però non parlerebbe più così, poichè Dio ne fa ancora
dei miracoli. Il sangue di san Gennaro lo fabbricano, è vero, tutti
i droghieri, ma c’è però sempre il miracolo grande di quelli che al
sangue di san Gennaro ci credono.
Si fa presto a sogghignare dei miracoli ma finchè al mondo ci sarà
della furberia e della ignoranza, dei miracoli ce ne saranno sempre.
Andate in certi paesi a dire che il santo protettore non ha fatto mai
miracoli, e tornerete colle ossa peste, con gran gusto del parroco. I
miracoli sono produttivi ora più che mai. Quando la Madonna di Rimini
moveva gli occhi, ci guadagnavano tutti, anche i papalini di guardia,
che con un po’ di cera sotto il calcio del fucile raccoglievano i
papetti gettati a’ piedi dell’immagine.
Il commercio delle acque che guariscono tutti i mali ha preso uno
sviluppo grandissimo e le acque di Lourdes fanno una concorrenza
terribile alla deliziosa Revalenta arabica Du Barry.
Non tutti però ci credono. L’estate scorsa, non so se a Lourdes, alla
Salette o altrove, si produsse uno stranissimo caso di guarigione in
un malato che aveva fatto il bagno nella fonte miracolosa, perchè
oggi non appare Madonna che non sia vicina ad una fontana. Il caso
fu così straordinario, che si corse subito dal vescovo della diocesi
perchè lo vedesse, lo constatasse, dèsse insomma alla Madonna quella
_approvazione dei superiori_ che invocavano ingenuamente le monache
bolognesi. Ebbene, il vescovo non fu trovato. Era ai bagni.
Qualche impertinente domandò come mai un vescovo che ha nella sua
diocesi un’acqua dotata di tanta virtù, vada invece ai bagni di mare?
Rispondetegli un po’ voi.
Per le persone che ragionano, i miracoli sono giudicati da un
pezzo. Per quelle che credono, il sangue di san Gennaro bolle
sempre, l’idroterapia cattolica raddrizza i gobbi, benchè i vescovi
preferiscano di andare ad altri stabilimenti balneari. È quindi
necessario aprire gli occhi a coloro che li tengono chiusi. Chi farà
questa operazione della cateratta?
Il primo articolo dello Statuto, no, sicuramente.
IL RITORNO
Lasciamo in santa pace i letterati e la letteratura, che sarà meglio
per tutti, e parliamo d’altro.
Ha mai provato ella le sorprese e le disillusioni che si provano
tornando in una città dopo una lunga assenza? I famosi sette dormienti,
quelli che si destarono dopo cento anni di sonno, dovettero provare un
effetto consimile rivedendo il mondo. Erano morti parecchi imperatori,
le città avevano cambiato aspetto, non correvano più le monete di
prima, la lingua stessa aveva subito qualche modificazione. S’immagini
un po’ se i poveri dormienti saranno rimasti a bocca aperta!
Io era partito da Torino con la capitale, e ci sono tornato ieri, senza
la capitale, s’intende. M’è proprio capitato un risveglio come quello
dei sette dormienti! Mi pare che siano passati cento anni di progresso
sopra questa città carissima, dove per tanto tempo ho studiato poco e
dove per la prima volta ho conosciuto i veglioni e le loro conseguenze.
Sono partito quando Massimo d’Azeglio appassionava i buoni torinesi
co’ suoi discorsi in Senato intorno al trasporto della capitale, e in
ferrovia da Torino ad Alessandria non si parlò d’altro. Ieri, appena
fuori dalla stazione, mi sono trovato in faccia il monumento del
cavaliere _sans reproche_. Quanto tempo è passato! Quanti monumenti
invece degli uomini!
Dopo un giro a piedi mi son accorto che il mio Torino d’una volta me
l’hanno cambiato tutto. I nomi delle insegne che m’erano rimasti nella
memoria, non ci sono più. Sapevo che in quell’angolo doveva esserci un
tabaccaio, e c’è una modista. I tramways hanno sostituito gli omnibus,
quei curiosi omnibus monumentali, dipinti di turchino, dove salivo con
tanta disinvoltura e dove oggi non potrei salire che con precauzione,
poichè ho cambiato un poco anch’io e non sono più magro e svelto come
una volta. Dove sono i barbieri che facevano la barba per un soldo in
piazza Castello, e l’orbo dalle canzonette, e la guardia nazionale,
e _lei?_ Anche _lei_ se n’è andata chi sa dove! Ho alzato la testa
passando sotto la sua finestra (abitudine antica) e in vece sua ho
visto un portapanni con un vestito completo di signora in dosso e la
barbara scritta: _mode e confezioni_. I sette dormienti devono aver
provato di queste disillusioni.
Oh, i presagi tristi per l’avvenire di Torino che si facevano al tempo
del trasporto della capitale! E li facevano i torinesi stessi che per
un momento perdettero la fiducia in sè medesimi. Pare invece che il
perder la capitale sia stata una fortuna. Almeno questa ricchezza,
questa operosità non sono artificiali, non sono dipendenti da uno
stato di cose e da una clientela variabili e mal fidi. Le capitali
vogliono una ostentazione di lusso improduttivo che non è ricchezza,
ma simulacro di opulenza, spreco di capitali, fumo senza arrosto: e
Firenze informi. Torino invece, perdendo la capitale, s’è messo a
cercare il lavoro produttivo, s’è dato al serio, e invece di perdere ha
guadagnato. Non sono i fiorentini che tengono del monte e del macigno,
sono questi torinesi che non si sono lasciati scuotere da un temporale,
forti proprio come il granito dei loro monti. Non solo, ma quando la
capitale era qui, i letterati erano una colonia di forastieri. Li
avevano tanto chiamati beoti questi poveri piemontesi, che avevano
quasi finito col crederlo e non osavano di far sentire la loro voce nel
concerto dei dotti e dei poeti qui convenuti da ogni parte d’Italia.
Rimasti soli, si sono provati anche nell’arte, e ci si sono provati
tanto bene che stanno più che al pari del resto. Questa loro forza i
piemontesi non la conoscevano. Altro che beoti... Bisogna far loro di
cappello!
Lasciando stare le lettere, un popolo di beoti non produce tutte quelle
opere d’arte che fanno onore al Piemonte nella Esposizione Nazionale.
Certo ai piemontesi, si può dire ultimi arrivati in questo campo dove
quasi temevamo di scendere, non sono toccati gl’inni e le apoteosi; ma
hanno mostrato di saper stare al pari degli altri anche qui, appunto
nelle arti, che un pregiudizio sciocco faceva ritenere più ribelli alla
loro indole. Benedetti piemontesi, sono davvero destinati a distruggere
i pregiudizi; e se qualche imbecille ripetesse le antiche ingiurie,
sono capaci di rispondere che anche Pindaro era beota!
Sono ritornato in questa città della giovinezza mia e l’ho trovata
ringiovanita, appunto come io ho fatto il contrario. Ai miei tempi si
vedevano tanti vecchi vestiti all’antica, coi capelli bianchi e il
naso rosso; si vedevano tante donne con la cintura sotto le spalle
e il busto senza forma umana. Ora i vecchi se ne sono andati, e i
busti ben fatti costano due lire in tutte le botteghe. Non c’è più
nulla che ricordi quella peritanza, quella _gaucherie_ dei popolani
e dei borghesi un po’ sbalorditi da tanta gente che pioveva qui
con costumi e dialetti diversi. Le merciaie sotto i portici del
palazzo di città non intendevano l’italiano e così un pochino se ne
vergognavano e brontolavano intimidite. Ora parlano l’italiano con
una lingua tanto spedita da stordire una merciaia di Mercato Nuovo,
la timidezza è scappata e corre ancora, e tocca a noi vergognarci
quando non c’intendiamo bene. Tutto insomma mi par che vada meglio,
tutto, persino... non so se lo debbo dire, persino le crestaie mi
paiono più belle e meglio fatte di quelle che usavano ai miei tempi.
Che cosa c’è da ridere? Che bel gusto pensar subito a male ed a
malizia! Non potrebbero aver fatto fortuna anche qui i sistemi della
evoluzione, della selezione e che so io, ed esser migliorate le razze?
Perchè devono essere i miei occhi che vedono tutto in meglio, anche
le crestaine che salgono in tramway? Quanta malizia, Dio mio, quanta
malizia c’è al mondo!
Giù poi per andare all’Esposizione c’è proprio un mondo nuovo, c’è
il quartier gaio, vario, a giardinetti ed a terrazze, che mancava a
Torino. Mi ricordo delle profonde melanconie che mi assalivano in
ottobre al cominciare delle scuole, girando la domenica nei viali
lunghi e monotoni della vecchia piazza d’armi. Le carrozze sfilavano in
silenzio sotto agli ippocastani; due file di gente andavano e venivano
seriamente come a processione. Di quando in quando le livree reali
mettevano una nota rossa e allegra in tutto quel grigio, in tutta
quella compostezza fredda dell’aria, delle linee, delle fisonomie. I
primi venti gelidi che venivano dalle alpi e attraversavano l’immensa
e squallida spianata, mi davano i brividi, mi facevano pensare con
doloroso desiderio al mio paese dove c’era meno freddo e meno serietà.
In quelle noiose domeniche mi pareva veramente d’essere esiliato, e
sentivo la solitudine, sentivo lo sconforto profondo dell’esser lontano
da tutti quelli che mi volevano bene. Ora tutto è cambiato, e sullo
stesso luogo delle malinconie, ho visto la gaiezza, alle volte troppo
chiassosa, delle casine variopinte, dei boschetti fioriti e delle
vie bizzarramente costruite. Qui non mi sarebbe sembrato d’essere in
esilio, e il vento delle Alpi deve esser meno freddo per coloro che
passeggiano per le stesse vie tanti anni dopo di me. Non sono io che
vegga con occhi mutati, è proprio Torino che ha fatto pelle nuova e più
allegra fisonomia. Strano! Con la capitale se n’è andata anche la noia.
Eppure Torino non ha rinunciato ad essere una delle città più serie,
la più pratica forse delle città italiane. Per accorgersene, basta
dare un’occhiata alla Esposizione di arte applicata all’industria, che
poteva riuscir meglio, ma che così com’è, mostra abbastanza quello che
io le volevo far vedere, cioè appunto la serietà pratica di questi
bravi piemontesi. Quando s’è vista l’Esposizione di pittura e quella
di scoltura, per la prima volta, abbarbagliati dalla forzata fissità
degli occhi; e nella testa gonfia come un pallone si confondono in
un trescone vertiginoso papi dalla barba bianca, odalische senza
sottana, soldati a cavallo, navi a vele spiegate, i turchini del
Michetti, il bianco delle statue. Tutti quei sempiterni bimbi che fanno
rassomigliare la sala di scoltura ad un asilo infantile, non arrivano
a far riposare il disgraziato che vuol veder tutto in una volta, e
ci sono dei momenti nei quali sembra di aver nel cranio la fontana
centrale che salti, che spumi, che imperversi senza posa e senza fine.
Arrivati a questo parossismo di stordimento nervoso, si passa davanti
alle sale dell’arte applicata all’industria, senza entrare, o al più si
mette la testa dentro per scarico di coscienza e si rimanda la visita
ad un altro giorno che non viene mai. Così fa la grande maggioranza dei
visitatori e, come quasi tutte le maggioranze, fa malissimo.
Vedrebbe infatti che, mentre dalle altre provincie italiane,
specialmente da Venezia, sono venuti alla Esposizione lavori di puro
lusso, dal Piemonte sono venute per lo più opere di uso pratico. Quel
diavolo e quella diavolessa di legno intagliato per spaventare i
bimbi, quei vasi ricchissimi di vetro, di porcellana e di maiolica,
quei bassirilievi in legno o in porcellana, e i bronzi e le statue e
i candelieri monumentali, sono bei lavori senza dubbio, ma non sono
che lavori di ornamento. I piemontesi invece hanno esposto mobili,
cancelli di ferro lavorato, porte, pavimenti, libri ed altri oggetti di
uso vero e quotidiano e che rispondono veramente al concetto dell’arte
applicata all’industria. Questo volevo notare, per farle vedere come il
carattere di un popolo, di una provincia, di una città, salti fuori in
tutto, lasci in tutto la sua impronta, anche nelle piccole cose. Dica
ad un torinese e ad un fiorentino che espongano, mettiamo, un tavolino
alla futura Esposizione di Milano. Il fiorentino le farà un lavoro
squisito di intagli e d’intarsi, qualche cosa di bello, di degno della
eleganza toscana. Il primo pensiero del torinese sarà invece di farle
un tavolino, comodo, magari che si componga e possa servire da sedia,
da letto, da stipo, insomma un mobile a molti usi. Uno cerca il bello
e l’altro l’utile. Uno segue Platone, l’altro Bentham. Uno emulerà gli
ateniesi, l’altro gl’inglesi; e questi caratteri così diversi, così
opposti, sono tutti qui sotto uno stesso cielo, quasi sulla stessa
terra, poichè da Torino si va a Pisa in otto ore. Questa nostra Italia
è proprio la terra delle meraviglie.
E infatti, anche il fisico delle due ex-capitali mi ha sempre colpito.
A Firenze si trovano le case eleganti col giardino fiorito ed ogni cosa
abbellita dall’arte, fino i martelli delle porte. A Torino le case
immense, altissime, severe, sembrano tante caserme. Firenze, è vero,
prese qualche cosa da Torino, e Torino ha preso molto da Firenze nelle
nuove costruzioni di Piazza d’Armi, ma l’intonazione però rimane sempre
quella: anzi non c’è che l’intonazione che non mi abbia dolorosamente
colpito col suo cambiamento. Non ci mancherebbe altro che mi avessero
cambiato il mio Torino fino a questo segno.
Ah, Torino della mia gioventù dove sei andato? Oggi sono stato nel
collegio dove passai alcuni anni. Il collegio è sempre quello, ed ho
riconosciuto il posto che occupavo a tavola, nel dormitorio, nello
studio. Mi sono ricordato di tutto anche delle persone; ma quando ho
interrogato la mia guida, mi pareva di esser Renzo che torna dopo la
peste. Il tale? Morto. Il tal altro? Morto. Il rettore? Morto. Il
cameriere? Morto...
Sono uscito di là pieno di tristi pensieri. Quanti morti, mio Dio! A un
certo punto di via Doragrossa ho guardato ad una finestra chiusa, ad
una finestra che m’ha visto alzare la testa tante volte. Quanti morti!
Quanti morti!... E _lei_ dove sarà?
FINTA BATTAGLIA
La tentazione era troppo forte. Avevo un bello stringere le mascelle
come uno che subisca un’operazione chirurgica, avevo un bel predicare
dentro di me che ci vuoi costanza, che gli impegni presi sono
sacrosanti, che dovevo tirare avanti a scrivere. Ma la finestra era
aperta, il villino è sul monte e, solo a muover gli occhi, vedevo
laggiù Bologna e tutta la pianura azzurra sino all’orizzonte.
Inutilmente, per allontanare l’occasione, avevo socchiuso le persiane
e m’ero rimesso al lavoro. Un raggio di sole, di questo caro sole
d’ottobre, pallido come un convalescente, tentatore come una donnina
timida, si ficcò tra gli sportelli e venne giù diritto nel calamaio
mentre v’intingevo la penna. Sant’Antonio non ci avrebbe durato, ed io
buttai per aria tutto, presi il cappello e, facendo cento transazioni
ipocrite con la coscienza, volli darmi ad intendere che l’ottobre
essendo mese di vacanze, poteva fare a meno di scrivere, chè anzi i
lettori ci avrebbero guadagnato, ed altre piccole verità che sembrano
bugie e bugie che sembrano verità. Così uscii all’aperto.
Tranquilla, tranquilla la mia coscienza non era. Tuttavia respirai
profondamente, a pieni polmoni, come un prigioniero scappato; diedi
un’occhiata di benevola soddisfazione al cielo, al monte, al piano, e
preparandomi a goder bene le ore rubate al tavolino, m’incamminai.
Ad un tratto, su per la strada sentii il galoppo di un cavallo. Sapete
bene: _quadrupedante putrem_... più il fracasso di una sciabola in
burrasca. M’arrivò sopra un tenente d’artiglieria impolverato come un
mugnaio, sudato come una Madonna miracolosa.
—E’ Miserazzano quel villino lassù?
—Sissignore.
—Ci si può andare di qui con l’artiglieria?
—Ci si va benissimo. Se vuole, la condurrò io.
Mentre si parlava, un maggiore di fanteria, giovane, bruno,
eccitato, arrivò galoppando sopra un gran cavallo bianco. Mi ripetè
l’interrogatorio ed io ripetei le risposte; intanto cominciò a sbucare
la fanteria, e più sotto sentivo rumoreggiare i cavalli, i carriaggi ed
i cannoni che accorrevano di trotto. M’accorsi di essere in mezzo ad
una battaglia e, mentre assicuro ai lettori che voglio loro moltissimo
bene, debbo confessare che in quel punto non è proprio a loro che
pensavo.
Si trattava di salire a Miserazzano senza essere scoperti giù dalla
valle della Savena o dagli avamposti che potevano esser sulla cresta
dei colli. Ecco qui in due parole il campo di battaglia.
La Savena va dal sud al nord incassata tra alte colline, e lungo la
Savena corre la via reale da Bologna a Firenze. Miserazzano, in cima
ad una collina gessosa sulla destra del fiume, domina la valle ed il
ponte che sta quasi sotto. Il nemico, presso al ponte o a mezza costa
sopra la Pizzigarola, rappresentava la retroguardia di un esercito in
ritirata verso Firenze. Noi invece eravamo l’avanguardia di un esercito
insecutore e dovevamo tentare di tagliar fuori la retroguardia nemica
dal suo supposto esercito. Per questo il nostro maggiore aveva spinto
una parte de’ suoi lungo la via maestra fingendo un attacco di fronte,
mentre con l’artiglieria e il resto della fanteria correva ad un
assalto improvviso sulla destra del nemico. Bisognava adunque arrivare
a Miserazzano coperti e presto. Mi spiego bene?
Non si faceva sul serio, lo so. Ma si ha un bell’essere parmigiani
del disarmo e della pace universale, nemici sfidati degli eserciti
stanziali e magari della pena di morte, che tuttavia nella guerra anche
finta c’è sempre qualche cosa che riscalda il cervello. Sarà un istinto
brutale, l’istinto della bestia feroce che si ridesta, sarà quel che
volete, ma intanto ci sentiamo tutti attirati verso la sciabola (le
donne poi!), e quando questa benedetta spada è nuda e scintilla al
sole, ci sentiamo caldo dentro e nessuna voglia di ragionare. Capisco
benissimo l’inquietudine del maggiore che tentava una sorpresa che
poteva fallire per mille casi imprevedibili dalla prudenza umana,
e la capivo tanto bene, che ero inquieto, eccitato anch’io come se
la responsabilità fosse anche mia, come se dalla nostra vittoria
dipendesse qualche cosa di grosso. E’ inutile sorridere. Al giuoco si
parteggia e si scommette per un giocatore, al teatro si piange o si
ride di un personaggio e de’ suoi casi, e si può bene riscaldarsi per
la riuscita di una manovra, come mi riscaldai io che mi misi tutto a
disposizione del mio maggiore.
Eccoci adunque al trotto verso Miserazzano, e il vostro devoto
servitore avanti a tutti. A un certo punto luccicarono tra gli alberi
alcune baionette.—Maggiore,—gridai,—qua c’è dei soldati!—E il
maggiore, ritto sulle staffe, aguzzando gli occhi sotto la visiera del
pentolino, rispose quasi seccato:—Niente, niente. Sono dei nostri.—O
che lo sapevo io che c’erano arrivati per un’altra strada? Un po’
mortificato ripresi il trotto, e così trottando entrammo tutti pel
cancello della villa. Il giardiniere sbalordito mi riconobbe e, poichè
la guerra non esclude sentimenti generosi, lo avvisai che dicesse
alle signore di spalancare tutte le finestre. Con le cannonate in
prospettiva, poveri cristalli!
Mettevano i cannoni in batteria, e dal parapetto guardai giù nella
valle. Che calma solenne! Proprio il silenzio dell’ora meridiana.
Pareva che le case sonnecchiassero, mezzo nascoste dagli alberi, e
nella strada bianca che serpeggia lungo il fiume non si vedea muover
nulla. L’acqua della Savena a quella distanza sembrava immobile e il
sole la faceva risplendere come una lama d’acciaio. I soldati stavano
silenziosi coll’arma al piede, e gli artiglieri tacevano, pronti,
accanto ai pezzi. Non si moveva una foglia, non si sentiva un respiro;
solo dai querceti che stanno sotto al monte veniva su una vocina di
donna, raggentilita dalla distanza, e cantava la vecchia canzone:
Ti voglio bene assai,
Ma tu non pensi a me...
Mi riscosse la voce del tenente, che diceva:—Chiudano bene
l’otturatore!
Il tenente, che scrutava giù con gli occhi, tese, a un tratto il dito
ed esclamò:—Eccoli là!—Nel punto stesso, da una casetta color di
rosa, un po’ sotto noi, alla nostra sinistra, si alzò un nuvolo di
fumo. Dopo alcuni secondi ci giunse il rimbombo della prima cannonata.