sempre degli interessi dei coniugi, dell’interesse dei figli,
dell’interesse dei terzi; ma chi ricorda mai gli sciagurati che non
hanno interessi perchè hanno le sole braccia per vivere, e sono i più?
Ora è appunto là che la famiglia è in isfacelo e che si richiedono
provvedimenti radicali; è appunto là che sono i pericoli maggiori pei
figli, per le donne, pei deboli. Ma i politici sfuggono dal guardare
in basso, sorridono a chi parla dell’avvenire. Quando un ministro ha
ricordato in pubblico questa prevalente classe di diseredati che ha
fame e comincia a dirlo, tutti hanno gridato alla minaccia, alla
retorica, al giacobinismo, ed hanno sciolto inni di giubilo alla
salvezza del pareggio. Eppure all’immensa maggioranza della nazione,
quella che non paga niente perchè stenta a mangiare, del pareggio non
importa: essa preferisce che il pane costi meno. Ma a costoro non si
bada, altro che per constatare come il paese dorma nella calma più
perfetta. Oh, non hanno mai sentito dunque la quiete profonda che
precede i temporali?
Per questo stato latente di tensione, per questa evoluzione dissolutiva
che si compie negli strati inferiori mentre alla superficie tutto è
tranquillo, è da credere che il divorzio non sia che una transazione
prossima, ma con una soluzione del problema della famiglia. La
rinnovazione deve necessariamente essere più radicale, tanto ne’
rapporti tra i coniugi con una differente legislazione sui diritti
della donna ed una educazione relativa, quanto nei rapporti colla prole
con profonde alterazioni nel diritto di eredità. Infatti lo stesso
Dumas ci avverte che la diminuzione de’ matrimoni e delle nascite
dipende dall’applicazione pratica delle teorie malthusiane. La famiglia
costa, si stenta a campare; è dunque meglio essere in pochi. Ora, per
modificare questo stato di cose, il divorzio basta? No; bisogna essere
logici fino in fondo, cercare che la vita sia possibile a tutti e non
martirio pei più. Se si potrà campare, se potranno campare i figli,
i matrimoni e le nascite cresceranno. È ben naturale che chi vive di
rendita, o di lavoro grassamente retribuito, gridi all’utopia. Ma il
problema è là, nè giova fingere che non esista. Quelli che trovano
troppo rivoluzionario il divorzio sono serbati a veder di peggio, ed
allora purtroppo sarà inutile nominare Commissioni.
LAZZARETTI
Leggendo, stampato a Milano dal Rechiedei, il discorso col quale
l’illustre alienista prof. A. Verga inaugurò le sue conferenze
psichiatriche nell’ospedale maggiore di Milano l’anno passato, discorso
intitolato _David Lazzaretti e la pazzia sensoria_, c’è da fare delle
curiose riflessioni. C’è per esempio da domandarsi quel che accadrebbe
al figliuolo di Dio se s’incarnasse un’altra volta, mettiamo in Italia.
Prima di tutto si affaccerebbe la difficoltà di trovare una _sine
labe_, non solo di peccato originale, ma di peccato mortale. Le
nostre ragazze leggono volentieri gli elzeviri veristi, libri che io
sono obbligato a stimare moltissimo ma che non sono indicati certo
per la conservazione della innocenza. Pure la misericordia di Dio è
tanto grande che potrebbe fare il miracolo di suscitare in qualche
Nazareth italiano, in qualche villaggio perduto sui monti, la vergine
necessaria. Dopo eseguita dallo Spirito Santo la operazione che occorre
al concepimento del Messia, non sarebbe difficile che Giuseppe se la
bevesse e stesse zitto; sono casi che si vedono tutti i giorni; ma
allo Stato Civile che denunzia farebbero? Potrebbe acconsentire la
Vergine, fonte e specchio di verità, che il bimbo fosse attribuito
ufficialmente a chi non ci ha colpa alcuna? Non potrebbe fare quella
menzognera dichiarazione senza decadere dal suo carattere santo. Eppure
l’ufficiale di Stato Civile dovrebbe attribuire il bimbo a Giuseppe,
poichè il padre è quel disgraziato che le nozze dimostrano. Per evitare
questa falsa iscrizione non sarebbe rimasto altro scampo a Maria
santissima che di fare come fanno le serve in questi casi: ficcare il
bimbo giù per una latrina.
Allora la terra rimarrebbe irredente come Trieste, e la Beata Vergine
andrebbe in Corte d’Assise. Vi pare!
E i re magi, verrebbero, si o no? Avremmo allora tre santi nuovi,
forse sant’Orelio re d’Araucania, san Menelik re dello Scioa, e san
Cettivaio re dei Zulù. La fuga in Egitto sarebbe facile coi vapori
della _Peninsular_; la strage degli innocenti, se non la fa Erode, la
fa pur troppo la miseria; ma la morte di san Giovanni andrebbe a male,
perchè anche se i giurati lo condannassero, il re farebbe la grazia.
I miracoli non mancherebbero: tutti i giorni ne vediamo dei magnifici,
operati dall’acqua di Lourdes e dalla deliziosa Revalenta arabica; ma
qui si fermano le possibilità di una seconda incarnazione. Il nuovo
Messia non se la caverebbe più.
Mettetelo infatti a predicare una nuova religione! Ahimè, la
professione non è più quella! Chi si mette a predicare il _beati qui se
castraverunt_ sulle rive di un Genasareth italiano, per esempio sulle
rive del lago di Como, sarebbe sepolto immediatamente sepolto sotto
una valanga di torsi di cavolo e di bucce di popone. Accorrerebbe la
benemerita arma, domanderebbe le carte al Figlio di Dio, e convintolo
di vagabondaggio lo rimetterebbe al pretore per l’ammonizione. Ad una
ricaduta, Caifa invierebbe il Messia alla Favignana a domicilio cotto,
e il Testamento novissimo correrebbe pericolo di non essere più scritto.
Direte che scherzo; le anime pie diranno, anzi, che questi sono scherzi
sacrileghi: eppure non è vero. Il caso del Lazzaretti, studiato dal
Verga, giustifica questi che paiono scherzi, e fa vedere che proprio,
qui in Italia, è possibile ancora che un nuovo Messia trovi qualche
migliaio di fedeli. Il processo dei lazzarettisti fu tenuto a Siena
quasi contemporaneamente al processo Fadda, e il rumore di questo
volgarissimo assassinio soffocò quello che avrebbe destato il processo
senese ben più degno di studio e di meditazione. E poi, quando si dice
che il mondo è pieno d’imbecilli, gridano che si calunnia il genere
umano!
Il Verga ci fa vedere che David Lazzaretti non fu altro che un
allucinato, come altro non furono Cristo, Maometto san Francesco,
santa Teresa e tutti gli altri santi in buona fede; poichè ci sono
anche i santi di mala fede che si fanno le stimmate col pennello tinto
di rosso. Sono numerosissimi i pazzi che credono di sentire voci, di
vedere aspetti, di essere ispirati; e la manìa della persecuzione pur
troppo così comune, non è forse altro che il resultato di allucinazioni
dei sensi.
L’allucinato crede di udire una voce; anzi, il suo senso dell’udito
alterato, i suoi nervi guasti, gli fanno veramente provare la
sensazione tale quale fosse la verità. I santi hanno veramente visto
Iddio, vale a dire hanno provato una sensazione visiva reale, dietro
la quale si sono persuasi di aver avuto una visione miracolosa e
soprannaturale. Santa Teresa non è la sola che abbia visto nell’estasi
il bell’angelo della chiesa della Vittoria, scolpito dal Bernini; non è
la sola che abbia avuto allucinazioni nuziali e abbia spasimato sotto
le carezze di uno sposo immaginario, come se fosse reale e fisico. Non
è tutta impostura quella dei santi e degli apostoli: c’è anche in gran
parte il pervertimento patologico dei sensi, l’infermità della sostanza
nervosa, insomma l’allucinazione e la pazzia. Dei pazzi sudici come il
beato Labre se ne trovano in tutti i manicomi.
Il Lazzaretti, secondo il Verga, non era altro che un allucinato.
Gli argomenti scientifici coi quali egli dimostra la sua affermazione,
non sono da portarsi qui; ma bisogna che confessiamo come le sue
ragioni danno un famoso scappellotto alle relazioni del Caravaggio
e del Berti. La polizia non conosce altri matti che i furiosi; ed
il poliziotto, per natura e per abitudine, è tratto a vedere la
simulazione e la dissimulazione in tutto quello che si scosta dal
comune. Così la furbissima polizia italiana vide nel barocciaio
Lazzaretti un grave pericolo per l’attuale ordine di cose, sospettò
subito di repubblica, di socialismo, d’internazionale e peggio, dove
non c’era che un povero matto. Quando il Lazzaretti scese dal monte
Labro colla processione e colle bandiere, l’astuta polizia capì subito
che si trattava di una terribile rivoluzione e fece far fuoco ai
carabinieri: ci furono dei morti pel cimitero, dove non dovevano essere
che dei pazzi pel manicomio. Io però ho sempre avuto un sospetto. Fra
quelle bandiere doveva essercene qualcuna col nastro rosso, e si sa che
i tori, i poliziotti ed i tacchini entrano in furore quando vedono il
rosso. Se no, perchè far fuoco contro una mascherata inerme?
Dopo che la polizia ebbe mostrato così splendidamente le sue belle
qualità, toccava alla magistratura a farsi onore, e si mandarono alla
Corte d’Assise venti disgraziati sotto le più umoristiche accuse di
aver voluto cambiare il sullodato ordine ecc. Dovevano esser ventidue,
ma due erano morti in carcere, non so se in seguito di fucilate
ricevute o di malattie contratte. I giurati, que’ calunniati giurati,
ebbero più giudizio della polizia e della magistratura, e rimandarono a
casa gli innocui lazzarettisti. Del resto, già lo potevano fare, poichè
oramai la patria era salva: le oche l’avevano salvata a tempo.
Lazzaretti era pazzo, era teomaniaco. Un giorno, prima che si fosse
messo in lotta coi preti, si recò a Roma e dopo molte peripezie
potè visitare Pio IX, al quale domandò il permesso di ritirarsi sul
Gianicolo a far penitenza ed a prepararsi all’opera della Redenzione.
Pio IX con uno di quei sorrisi pieni di ironia sacerdotale gli
rispose:—Andate pure; sul Gianicolo vi è acqua diaccia e vi farà bene.
Il papa aveva capito quel che non capirono poi la polizia e la
magistratura.
Ma è inutile domandare l’impossibile. La polizia e la magistratura
sono corpi militanti, incaricati della difesa dell’ordine attuale di
cose. Spetta a loro prevenire i pericoli e reprimerli all’occasione,
e da zelanti esecutori della loro consegna prevengono colle carceri
e reprimono colle fucilate. Che importa se qualche volta i carcerati
non sanno il perchè della loro detenzione o i fucilati sono pazzi? Ci
vuoi altro a pesare gli uomini, le cose e gli avvenimenti con tanto
scrupolo! Chi non sbaglia a questo mondo? E se lo sbaglio viene da
troppo zelo, per lo sbaglio si dà una ramanzina, per lo zelo una
promozione, e tutti pari. I giurati non sono una istituzione troppo
sicura.
Quando sbagliano, lo fanno sempre in meno e mai in più. Sbagliano
più volentieri assolvendo che condannando. Ora la conservazione del
sullodato ordine di cose richiede che gli sbagli accadano al contrario,
che si fucilino magari i matti piuttosto che si vegga un nastro rosso.
I giurati li metteremo prima in ridicolo e poi li aboliremo.
Propongo che il ministro che eseguirà questa misura necessaria alla
conservazione ecc. ecc. sia nominato fin d’ora duca d’Arcidosso.
PICCOLE CAUSE
Si dice: non è vero che i grandi fatti storici siano nati da piccole
cagioni, poichè un complesso di cause diverse concorre sempre a
renderli possibili. Le piccole cagioni non sono che la scintilla
che accende il barile della polvere: la causa dello scoppio non è
la scintilla, ma chi portò la polvere. Non è il foro causale di uno
spillo che fa morir di cancrena un pover uomo, ma è che gli umori del
suo corpo sono per altre e ben diverse cause già guasti, e il piccolo
foro non è che l’occasione fortuita del male. Le cause vere, le cause
efficienti bisogna cercarle più in alto.
Non discuteremo. Erano i cornificiani che nel medio evo cercavano
con la massima serietà se l’asino condotto al mercato fosse tenuto
fermo dalla cavezza o dall’asinaio, ed ammettiamo ben volentieri che
non l’impudenza di un soldato fosse causa dei Vespri, e che il sasso
di Balilla non avrebbe giovato a nulla senza il cumulo d’odio che si
addensava nei petti del popolo genovese. Ma però, guardando indietro,
non si può a meno di stupire di certi avvenimenti storici che per poco
non avrebbero cambiato l’Italia intera. Un Visconti volle esser Re
d’Italia, e per poco non lo fu: ma la peste lo uccise e forse i tempi
non erano maturi. Volle essere re d’Italia anche il duca Valentino
e, poichè le forze, l’astuzia e il resto bastavano, fu da un pelo di
fondare qui la dinastia di Borgia.
Che cosa sarebbe allora avvenuto dell’Italia? In questa speculazione
delle possibilità la mente si perde. Certo, la nuova dinastia avrebbe
tardato poco a trovarsi in lotta colla Chiesa; e se la compagine del
nuovo regno fosse stata solida abbastanza da vincere le inevitabili
crisi interne, le crisi provocate dal regionalismo, anzi dal
municipalismo troppo vivo allora e vinto da poco, la dinastia avrebbe
cercato di vincere la Chiesa nel suo campo stesso, e l’Italia sarebbe
forse a quest’ora protestante. Sarebbe pur stata curiosa che una
dinastia nata da un papa avesse dato l’Italia a Lutero! Ma il Valentino
ed i successori che egli avrebbe allevati pel nuovo regno non sarebbero
stati in dubbio. In fatto di coscienza, casa Borgia dava dei punti a
molti e, se Parigi vale una messa, l’Italia può valere una apostasia
anche pel figlio d’un papa.
La stabilità che acquistarono le dinastie italiane dal secolo XVI in
poi, avrebbe fatto forse giungere la dinastia fino ai nostri tempi.
Che razza di alterazioni si sarebbero fatte nella storia delle origini
per cancellare la prima labe della dinastia, si vede molto debolmente
nell’opera recentissima di un frate Leonetti, il quale in tre volumi
fa l’apologia niente meno di Alessandro VI. Quanti ripieghi, quante
compiacenti omissioni, quante cortigiane amplificazioni si sarebbero
fatte per creare una leggenda gloriosa alla stirpe del Valentino!
Avremmo i nomignoli di rito, Cesare il grande, Rodrigo il Bello,
Giovanni il Magnanimo, Giufrè il Leale; e se la discendenza di madonna
Vannozza avesse avuto l’intelligenza e la elasticità necessaria per
capire e per adattarsi ai tempi, ci avrebbe largito graziosamente lo
Statuto. Direte che sono sogni, ipotesi strambe, fantasie matte: ma
siete in errore. Tutto questo non solo era possibile, ma c’è stato un
momento nella storia del nostro povero paese, che la dinastia Borgia
era probabile. E poi, i Borboni non sono saliti al trono partendo di
molto più basso?
E i Romanoff non vi sono arrivati in tempi recenti? Che cosa c’è
d’impossibile? Pareva ben più impossibile, soltanto trent’anni
addietro, che alla corona d’Italia potesse arrivare la dinastia di
Savoia.
Un altro strano fatto, che per poco non cambiò tutta la nostra storia,
fu la proposta del doge Piero Ziani al Maggior Consiglio di Venezia nel
1222, proposta che il Fambri ha ricordata nella _Nuova Antologia_. Il
doge cominciò a dire degli inconvenienti e degli incomodi che aveva pei
cittadini e pel governo la residenza in Venezia. Rimise davanti agli
occhi dei consiglieri i pericoli d’inondazione, i frequenti terremoti
che in quel tempo desolavano la città, le città vicine scomparse. Se il
mare cresce, c’è pericolo di morire annegati; se cala troppo e scopre
i pantani del fondo, c’è pericolo di morire asfissiati. Quel che si
consuma in città è portato tutto dal di fuori: nelle paludi non si
raccolgono altre che _cappe, granzi_ ed altri _pessetti_ insufficienti
al vivere degli uomini. Invece a Costantinopoli si troverebbe ogni
sorriso di natura, ogni ricchezza e fecondità di suolo. A Venezia
occorreva lottare tutti i giorni e combattere coi vicini di terraferma,
mentre sul Bosforo si troverebbero sudditi e amici, si sarebbe quasi
nel centro dei possedimenti orientali, vicini a Candia, alla Morea,
a Corfù. Ed enumerando questi ed altri vantaggi, il doge proponeva
nientemeno di trasportare la capitale da Venezia a Costantinopoli.
Al doge rispose Angelo Faliero, Procuratore di San Marco e uomo di
molta autorità. La sua arringa compendiata dal Temanza è un monumento
di quel caldo amor di patria che ora si chiama retorica da tanti.
Ricorse agli effetti oratorii che fanno paura ai nostri deputati, e
ricordò che tra queste vilipese paludi erano morti e sepolti i vecchi
e vivevano i figli e le mogli e stava ogni cosa più caramente diletta.
Disse che quella miseria dei luoghi era stata la causa dell’industria
e della forza dei veneziani, spingendoli alla navigazione: e terminò
rivolgendo una calda preghiera ad un Cristo che pendeva dalla parete.
Fu quello, come dice bene il Fambri, il più grande e il più decisivo
duello oratorio combattuto nel secondo millennio dell’era volgare. Da
una parte il ragionamento dell’utilità, dall’altro la retorica degli
affetti: da una parte tutte le seduzioni del piacere e dell’interesse,
dall’altra tutti i vecchiumi dell’amor di patria tenace e quasi
religioso. Mossa la proposta a partito, il Consiglio _per un sol voto_
decise di rimanere a Venezia. Oggi forse l’arringa del Faliero sarebbe
stata schernita come retorica ridicola: certo noi non ci pensiamo tanto
a mutar capitale.
Per _un solo voto!_ Qui non direte che siano ipotesi strambe; per _un
sol voto_ sopra seicento quarantuno votanti, tutta la storia veneziana
continuò a svolgersi in Italia. Per quel voto c’è ora una questione
d’oriente; e non è italiana!
Che cosa sarebbe divenuta Venezia trapiantata a Costantinopoli? Non
ci vuol molto a credere che l’ambiente bizantino avrebbe corrotto
rapidamente i ruvidi marinari; ma tuttavia le resistenze all’invasione
ottomana sarebbero state più energiche e Maometto II non avrebbe vinto
un doge così facilmente come vinse un imperatore. Quel che è certo si
è, che i contatti inevitabili dei veneti emigrati con quelli rimasti
sulle lagune e col resto d’Italia, dove avevano commerci avviati,
avrebbero portato più presto fra noi quella coltura greca, che recata
dai fuggiaschi di Costantinopoli verso la seconda metà del secolo XV
diede le mosse al Rinascimento. Ma l’Italia nel 1222 non era certo
preparata a ricevere il nuovo seme ed a farlo fruttificare. Per
allora, certo, tra i tumulti interni dei comuni e le continue guerre di
campanile, a malgrado della coltura cortigiana di Federico II, l’aura
nuova sarebbe inutilmente venuta dall’Oriente. Ma la fioritura del
Rinascimento avrebbe per questo anticipato o ritardato? Qui bisogna
fermarsi, poichè appunto al di là di queste domande stanno le ipotesi
strambe.
Basta che si vegga come, contro l’opinione di molti, anche piccoli
avvenimenti possano produrre grandi effetti.
L’esempio di quel che accadde a Venezia pare che debba convincere anche
i più scettici.
OTTOBRE
Sia colpa de’ nostri peccati o del signor Mathieu de la Dröme, non c’è
più primavera, ma si passa bruscamente dalla temperatura dei gelati
a quella del ponce. Per grazia del Barbanera l’autunno c’è ancora e
speriamo di vederne parecchi.
Benedetto l’ottobre! Chi non si riposa, chi non si diverte in questo
mese nel quale, da un pezzo in qua, sono nato anch’io? I ministri sono
in giro (veramente quando il parlamento è chiuso, pei ministri è tutto
ottobre), i segretari generali, gli uscieri, tutta la politica se la
spassa in ottobrate. Il sole non scotta più e non è ancora freddo. La
campagna prende quella tinta calda che precede la caduta delle foglie,
passano le allodole e i fringuelli, e sopratutto si vendemmia. La
vendemmia davvero è una bella istituzione!
La vite è il simbolo della fortezza. I centurioni romani, i vecchi, non
quelli di Gregoriaccio, ne portavano un ceppo in mano come bastone di
comando. Per gli stessi cattolici, pei frigidi divoratori di salacche
quaresimali, la vite è un vegetale venerabile, poichè la Bibbia ne
attribuisce la prima coltura ad un santo patriarca, quel Noè benemerito
che ci prese poi la cotta che sapete. E poi il vino è nientemeno che il
sangue del nostro Dio. Preghiamo dal profondo del cuore che Gesù e il
ministro d’agricoltura ci tengano lontana la filossera, non fosse altro
per poter morire come il Duca di Clarenza che, condannato a morte,
volle essere affogato in una botte di malvasia.
Ottobre è un mese favorevole all’ingrassamento. So benissimo che in
questo mese si raccolgono le ghiande, ma intendo l’ingrassamento
umano, non il suino. Oh, i tordi, colla polenta, dopo aver girato la
mattinata intera pei campi ad aguzzare l’appetito! Oh, i tordi con
la polenta! Si capisce Esaù che fa un sproposito per un piatto di
lenticchie, si capisce tutto, Apicio, Trimalcione, Gargantua, magari
Saturno che credendo di ingoiare un bimbo ingoiò una pietra. E a
digerirla? (Compiangetelo!) Si capisce Lucullo, si spiega l’orco,
s’invidia papa Gregorio. Oh, i tordi con la polenta! Onore a Carlo
Porta che li ha celebrati in versi immortali, egli che vide
i tordi più di trenta
in superba maestà
a seder sulla polenta
come turchi sul sofà.
E come ci si beve bene dietro ai tordi, come si alza il bicchiere
contro la luce per accarezzare cogli occhi le splendide tinte del
vino! Dopo un banchetto simile non c’è che da desiderare un sigaro di
contrabbando per giungere all’apogeo d’ogni felicità umana. Oh, davvero
che ottobre è un mese propizio all’ingrassamento!
Il Breughel, pittore fiammingo, eseguì una serie d’incisioni a
proposito dei grassi e anche dei magri. (Anche in ottobre ci sono dei
magri: pare impossibile, non è vero?) È, se volete, una amplificazione
o una ripetizione dell’antico contrasto tra il carnevale e la
quaresima, che si trova un po’ dappertutto, fino nei grassi libri del
Rabelais, ma specialmente nelle letterature popolari dal Quattrocento
in qua. Me ne ricordo una. I grassi sono a tavola, traboccanti di
lardo, co’ lineamenti annegati nella ciccia e le pance monumentali
maestosamente appoggiate alla tovaglia. La tavola è ingombra di vivande
succolente; i fornelli sono sepolti sotto le pentole; tutto, fino
l’aria, sembra impregnato di molecole nutritive, d’unto, di succo. Una
donnona mastodontica porge ad un bimbo sferoidale un petto mostruoso.
I cani stessi, che leccano un trogolo pieno, sono adiposi e gonfi
come vesciche di strutto. Ma sulla porta è comparso un povero magro
colla cornamusa sotto l’ascella. Non è che pelle ed ossa, ed i suoi
occhi voraci con la sola forza dello sguardo sembrano dimagrire le
pollanche polisarciche adagiate nei piatti caldi; i suoi denti aguzzi
e lunghi paiono nati nelle mascelle instancabili di un pescecane. I
grassi si sono alzati furibondi e scacciano inesorabilmente il povero
magro, l’oggetto della loro implacabile inimicizia. La stessa donnona
mostruosa ha trovato nella sonnolenza della sua obesità un atto
d’impazienza e d’ira contro il malcapitato. Chi gli ha detto, a questo
sciagurato figlio della fame, di venire a chiedere gli avanzi della
tavola dei grassi? Fuori, fuori il nemico! I grassi vogliono mangiare
in pace, e gli avanzi sono pei loro cani!
Ah, davvero, l’ottobre è il mese della vendemmia e dei tordi, ma è
anche il mese delle febbri e dei primi freddi. Ma chi ci pensa, poichè
nelle ottobrate ci si diverte tanto? Chi lo dice non è altro che un
predicatore seccante, un retorico rompiscatole.
Chi si accorge che i bimbi dei poveri camminano scalzi nella rugiada,
che i babbi non hanno una camicia sulle carni grondanti dei sudori
della febbre? I tordi aspettano, e l’oste ha il vino buono. E quando il
povero magro segue con gli avidi la carrozza dove assoporate le voluttà
raffinate della buona digestione, voi non vi voltate nemmeno o se vi
voltate è per esclamare:—Quell’uomo là ha un brutto sguardo!—Lo credo
io! La polenta e la febbre non fanno gli occhi belli.