Il Consiglio municipale si radunò in Campidoglio e deliberò di pregare

il comandante del presidio acciocchè rinunciasse alla difesa. Il

comandante volle fare il suo dovere e fu trattato da _mangiapreti_,

ma dopo breve resistenza dovette abbandonare le mura, per le forze

soverchianti del nemico e per la mala volontà delle autorità clericali.

Il Consiglio, adunato in permanenza, deliberò che il duca Salviati,

sindaco di Roma, portasse le chiavi della città al generale De

Charrette, che la Giunta si recasse al Vaticano a pregare il papa di

far ritorno al Quirinale. Lo stemma di Savoia fu abbassato e qualche

bandiera bianca e gialla cominciò a comparire.

Il duca Salviati compì nobilmente la sua missione, e consegnò le chiavi

con un bel discorso, dove parlò del trionfo della religione e delle

glorie di Roma papale.

Il generale rispose poche parole, dove si congratulava colle autorità

romane ed esclamava che il regno dell’inferno era cessato per sempre.

La sera, gli zuavi entravano in città, e le finestre dei giornali

costituzionali e dei principali moderati erano illuminate.

Il sogno è sciocco come tutti i sogni. A Roma infatti c’è gente capace

di rifare la quarantottata della difesa della repubblica, e ci sono

abbastanza _mangiapreti_ per rompere i lampioncini bianco-gialli alle

finestre dei giornali moderati. Tuttavia come in tutti i sogni, c’è

qualche cosa di vero; la possibilità di veder sindaco il duca Salviati.

Quando sarà sindaco, sentiremo gridare che gli oppositori _fanno della

retorica_ e sono _mangiapreti_; solo resterà a vedere se tanta gente,

come oggi, avrà paura di quelle sciocche parole.

Tra l’esser _mangiapreti_ e l’esser _preti_, chiamatela retorica, ma

scelgo il primo.

GUARDIA NAZIONALE

Vi ricordate la Guardia Nazionale?

Povero brandello delle nostre sacrosante istituzioni, povero antico

dello Statuto, morto e sepolto come tanti altri! Io ne ho una memoria

abbastanza chiara, poichè ho assistito ai tre principali momenti della

sua vita.

Il primo ricordo ha una trentina d’anni oramai. C’erano i tedeschi

in Romagna, e il tener armi in casa voleva dire rischiar la galera

o peggio. Sapete che Gerzowsky non scherzava. Pure, in casa mia e

in molte altre, si conservava religiosamente, come reliquia delle

speranze cadute quel che si poteva nascondere. Il mio povero babbo era

stato anch’egli della guardia civica, e la sua sciabola d’ufficiale

era nascosta in casa. Io, bambino, lo sapevo, benchè mi fosse tenuto

segreto il nascondiglio; e quella sciabola nascosta mi ispirava un

misterioso rispetto, come un nume invisibile e presente. Il portare

in me qualche cosa di un segreto pericoloso, mi faceva insuperbire:

mi pareva di essere a parte di una congiura tenebrosa, di una

macchinazione fatale. Ricordo benissimo che mia madre, quando ero

buono, mi premiava mostrandomi le spalline dorate del babbo, e non ora

certo in casa mia che i colombi avrebbero fatto il nido nell’elmo di

Scipio.

Eppure in casa non c’era nessuna tradizione militare. Il mio povero

babbo non fu che un ignoto farmacista di villaggio, uno di quei

farmacisti militi che hanno poi dato tanta materia alle caricature

imbecilli ed ai motti scellerati. Ma in quelle umili case, dove non

si convitavano i generali tedeschi come in certe altre, si aspettava

sempre la risurrezione, si teneva vivo il fuoco sacro, quel fuoco al

quale ora gli anfitrioni dei croati riscaldano il pranzo ed accendono

la sigaretta.

Come ghignano, come hanno ghignato i nobili conti e le nobilissime

marchese di questi poveri diavoli, che alzarono col suffragio loro

questa baracca, all’ombra della quale è lecito oggi sognare le

ineffabili felicità di una chiave di ciambellano o di una patente di

dama di corte! E sono i poveri farmacisti beffati, i poveri borghesucci

messi in ridicolo, che hanno dato denari e braccia, entusiasmo e buona

fede per fare una Italia costituzionale. I nobili conti, le nobilissime

marchese rideranno tanto, i valletti ed i parassiti faranno tanto

ridere, che finalmente i farmacisti ed i borghesucci si stancheranno di

far la parte dei bastonati e contenti. E allora?

Così ho visto la guardia nazionale allo stato latente. L’ho vista poi

allo stato trionfante.

Nel 1859 ero in collegio. I preti hanno questo di buono, che sanno

conciliarsi il rispetto dei loro allievi: infatti, al rumore della

battaglia di Magenta, io ed i miei condiscepoli insorgemmo come

un collegiale solo; e colle scope, le molle, le sassate ed altre

persuasivi argomenti, cacciammo il tiranno aborrito. A cose più quiete,

io, come uno dei capi, fui gentilmente pregato a levare l’incomodo,

e mio padre, cui non pareva vero, mi condusse a Torino. Là vidi la

guardia nazionale all’apogeo della sua fortuna.

A prima vista, però, non mi fece buona impressione. Molti se li

ricorderanno ancora, i militi che per Doragrossa andavano a suon di

banda al cambio della guardia. Allora a Corte accettavano ancora i

servigi dei poveri militi, senza badar troppo alle incongruenze del

vestiario. C’erano i calzoni larghi alla francese accanto ai calzoni

stretti del quarantotto, le tuniche lunghe fino al ginocchio vicino

alle tunichette misere ed arrossite in testimonianza dei molti e leali

servigi.

I _cheppì_ erano di cento forme, dallo staio napoleonico al cono

tronco degli ufficialetti eleganti; i pennacchi poi erano di tutti i

colori dell’iride. Allora la guardia nazionale la chiamavano ancora

il _Palladio_ delle istituzioni, le facevano la corte, le davano la

destra nelle riviste. Ne avevano bisogno dei poveri farmacisti e

dei mercantucci panciuti. Ora che non sanno più che farsene, limoni

spremuti, hanno buttato nella spazzatura le bucce.

Ho visto la guardia nazionale nella sua decadenza, a Subiaco dopo

il 1870. Già era diventato buon gusto schernire i borghesucci che

giocano al soldato. Il _Palladio_ era una canzonatura. Il vero palladio

delle istituzioni era diventato l’esercito. E davvero l’esercito,

mentre durava ancora l’assedio di Parigi, era guardato come una

speranza di sicurezza, ed i generali non si mettevano sulla via dei

_pronunciamenti_ negando concordi di aver parte in un ministero di

sinistra, e nessuno li spingeva per questa via dolorosa. La guardia

nazionale, sfuggita dai borghesucci che temono i frizzi del loro

giornale, non era più che una collezione di cambi pagati. A Subiaco, la

domenica, girava una pattuglia di omaccioni colle brache corte e senza

calze, colla camicia aperta sopra un petto che pareva il vello di un

caprone, con certi ceffi che a incontrarli di notte sul monte c’era

da fare il voto a Santa Scolastica. Portavano i fucilacci rugginosi

a bilancia sulla spalla, sbattendo le baionette per le muraglie dei

vicoli, e non rifiutando la foglietta offerta dagli amici sulla porta

delle bettole. Di quando in quando un milite si sbandava e si fermava a

giuocare una passatella. La guardia nazionale era proprio moribonda.

Ed è morta. Morta ammazzata da coloro che hanno paura di tanti fucili

sparsi per la città. Morta ammazzata come tanti articoli dello Statuto,

palladio anch’esso, palladio sacro delle nostre istituzioni.

Non difendo la povera ammazzata, nè vorrei predicarne la resurrezione.

Solo mi fermo a guardare il cadavere, e ci faccio sopra le mie

riflessioni.

E dico. Dunque, anche nella mente e nelle azioni di coloro che giurano

fede allo Statuto, lo Statuto non è poi cosa immutabile e sacra. Non

è dunque sacrilegio lo strappare un articolo o una pagina, quando

lo persuadano il bisogno e l’interesse. A che dunque tante parole

altisonanti sull’arca santa delle nostre istituzioni? Perchè processate

coloro che attentano con le parole a quelle opere? Ci sono dunque

due classi di cittadini: una, cui è lecito fare un buco magari nelle

leggi fondamentali; ed un’altra, cui è proibito sino il voto di un

cambiamento nelle disposizioni delle leggi stesse? Dunque i poveri

farmacisti furono ingannati quando credettero vero il motto che sta

scritto nei tribunali? Come si spiega questa faccenda?

Rispondono. Non è un attentato alla santità delle leggi fondamentali,

ma è che tutto invecchia a questo mondo, e certe disposizioni che sono

buone per un’epoca, sono inutili e cattive per un’altra. Tale era

la Guardia Nazionale. È la legge dell’evoluzione. Ci perfezioniamo

respingendo quel che non è più buono. È un progresso, non è un

sacrilegio.

Grazie. Ma noi chiediamo altro! Voi fate vostra la tesi di quelli che

per gli stessi motivi domandano la Costituente.

Di qui non si esce. O lo Statuto deve rimanere intatto in ogni sua

parte, e nessuno può abolire di fatto un articolo. O si può toccare

quando il bisogno lo vuole, ed allora non è reato il sostenere che le

istituzioni vanno a finir tutte a poco a poco come la Guardia Nazionale.

E davvero, perchè cadano nell’apatia e nel ridicolo, non è certo

l’estrema sinistra che lavora di più. Su questo non cade dubbio.

Il sepolcro è grande. La povera Guardia Nazionale occupa così poco

posto!

FILOSOFIA

Che siano benedette in eterno la metafisica, la ontologia e tutte

le altre sciocchezze che hanno per ultimo fine l’astrazione della

quinta essenza! E non sono io che mi permetto di appioppare il

termine impertinente di sciocchezza alle scienze profonde in cui sono

eccellenti il Mamiani ed Augusto Conti. Non sono così sfacciato da

erigermi giudice dei sogni dell’uno e delle manie conservatrici e

cattoliche dell’altro; e nemmeno sono mie queste brutte parolacce di

sogni o di manìe. Posso, rispettando gli uomini, deridere le dottrine

solo quando gli studi mi permettono di giudicarle. Ora le speculazioni

filosofiche ed ontologiche mi sono sempre sembrate sterili e tristi

come gli amori solitari. Sbaglierò, ma non ho mai capito, per durezza

di cervice senza dubbio, quel che guadagnino una mente o una società

a sillogizzare sull’ente o sull’esistente: non ho mai capito perchè

debba essere stimata più utile e decorosa una nuova definizione che un

nuovo lucido da scarpe, una ideologia discussa che un cavaturaccioli

perfetto. Sarò un asino, lo riconosco, ma preferisco il cavaturaccioli.

Mi consolo però come i dannati ed i mariti traditi, con la buona

compagnia, la quale mi ha messo in bocca i termini irriverenti usati

qui sopra; e mi rallegro pensando che in riga di metafisica accadrà

quel che è accaduto ai sette sapienti della Grecia fino ad oggi, cioè

che ogni anno verrà fuori una nuova teoria, distrutta dalle fondamenta

l’anno dopo da una teoria nuova, e così fino alla consumazione dei

secoli; salvo che il còlto pubblico non si avveda della burletta e

non prenda a torsoli di cavolo questi cavadenti, l’ultimo dei quali

si spaccia sempre pel più illustre di tutti; salvo che, se non tutta

almeno per tre quarti, questa inane filosofia non vada dove sono andate

tante scienze sue sorelle, l’alchimia, l’astrologia e tira via.

Se la domanda fosse lecita, io chiederei a che cosa serve la filosofia

nei licei del regno? Probabilmente a seccare i ragazzi con un esame

di più, mentre ne hanno già tanti. Dicono che è una ginnastica

dell’intelligenza e che abitua a pensare: ma allora insegnate ne’ licei

anche il giuoco degli scacchi, che Aristotele v’aiuti! Che bisogno c’è

di insegnare a quei poveri ragazzi tante corbellerie, come l’esistenza

reale delle idee o il bello assoluto? E poi, domando se si può chiamar

scienza quella che da mille professori è professata in mille diverse

maniere, con sistemi e conclusioni diverse? Tanto fa insegnare la

cabala del lotto, per la quale ogni pettegola ha le sue teorie

infallibili. È scienza quella? Che compassione!

Anch’io ebbi al liceo un prete spretato che mi insegnò i sillogismi

infallibili pei quali si dimostrava anzi si toccava con mano

l’esistenza di Dio. Dopo, ho sentito dire che un certo Emanuele

Kant con altrettanti sillogismi aveva dimostrato il contrario. A

chi credere? Nello stesso liceo m’insegnarono il gran teorema del

quadrato dell’ipotenusa, che il professore chiamava il _ponte degli

asini_. Ebbene, non ho mai trovato nessuno che abbia dubitato della

dimostrazione, meno astrusa, meno superba di quella dell’esistenza di

Dio, ma più certa, ed indegna da un onest’uomo che non era mai stato

prete. Il professore di greco mi faceva spiegare quel benedettissimo

Senofonte, e dopo ho trovato che tutti lo spiegano alla stessa maniera:

ma ho trovato che tutti poi avevano idee diverse da quelle dell’ex

prete filosofo. E quando, cresciuto d’anni, mi sono voltato indietro

per vedere la strada fatta, ho rimpianto amaramente il tempo sciupato

a mettermi in testa delle panzane mamianiste, contiste, vacue e

sacerdotali.

Che nelle Università ci siano dei professori di filosofia, pazienza.

Vorrei solo che una volta alla settimana fossero obbligati a discutere

tra loro sopra un dato punto di filosofia, s’intende, con la camicia di

forza, per impedire le vie di fatto. Queste discussioni edificherebbero

gli studenti sulla serità di certe dottrine e di certe riputazioni,

e sarebbe questo il maggior vantaggio che si potesse trarre

dall’insegnamento della filosofia nelle Università. Ma che la filosofia

s’insegni anche ne’ licei, e si insegni come s’insegna ora, mi pare che

sia cosa che dovrebbe dar da pensare ai ministri della istruzione che

si dicono progressisti e democratici.

Ma pur troppo ci sono a questo mondo dei pregiudizi che superano le

forze, non che di un ministro, di una intera classe di persone. Andate

a dire che la filosofia è un passatempo come il giuoco della briscola,

e sentirete che strillo! Sentirete ricordare Platone, Aristotele,

San Tommaso, Gioberti, Rosmini, Mamiani, Conti ed una miriade di

simili glorie nazionali ed estere, come se tutto il tempo perduto

nelle speculazioni metafisiche da questa brava gente avesse cavato

un ragno da un buco, come se non avessero imbrattato dei quintali di

carta col solo vantaggio degli altri colleghi in filosofia, che non

avendo altro da fare sono stati felici di avere una nuova teoria da

ridurre in polvere impalpabile. Aggiungete, che tutte queste inutili

discussioni che vertono più spesso sopra equivoci che sopra opinioni,

sono e saranno sempre chiuse in un campo ristrettissimo di adepti, che

sono iniziati al linguaggio cabalistico dei filosofi i quali sotto

le pompose e grecizzanti parole nascondono astrazioni tanto sottili,

che spesso non le capiscono nemmeno loro. A che cosa servono questi

fuochi dell’intelligenza? Si bandiscano pure i poeti dalla repubblica

di Platone, ma non ci lasciamo i filosofi: altrimenti la repubblica

diventa una gabbia di matti... metafisici.

Non sarebbe ora di vedere un poco che razza di sciocchezze ontologiche,

di sciocchezze metafisiche, di teorie codine, di sistemi cattolici e

paolotti si insegnano nelle nostre scuole? Non sarebbe ora di fare un

po’ di bucato?

Se fosse vero che un ministro ci pensasse qualche volta!

DIVORZIO

Alessandro Dumas ha commesso uno strano errore alla pagina 231 del suo

libro sul divorzio. Egli crede che la legislazione italiana in fatto

di matrimonio ci permetta di optare tra il codice e la religione, tra

il contratto civile indissolubile e il sacramento cattolico, facile

a rendere ragioni di nullità. Invece qui come in Francia, una legge

assurda regola questa materia, ed un coniuge può ben esser un ladro,

infame, galeotto, che l’altro innocente è incatenato a lui ed alla

sua infamia senza speranza d’infrangere mai la catena. Qui, come in

Francia, non resta che la separazione civile, uno dei più insufficienti

e ridicoli mezzi termini che siano usciti dai cervelli rammolliti dei

dottrinari. Per l’adulterio non c’è altra pena che la irrisoria di

qualche giorno di carcere pronunciata fra le grasse risa del pubblico,

se pure non si ricorra al _tuez-la_, spicciativo mezzo di divorzio

che il pubblico applaude e di giurati assolvono. Il libro del Dumas

è quindi buono per noi come pe’ francesi, buono pei legislatori di

Parigi e di Roma, inascoltato probabilmente dai conservatori dell’una

e dell’altra nazione. Qui, come in Francia, i liberali per ridere

applaudiranno benevolmente, salvo poi ad agire come consigliano l’abate

Vidieu e l’abate Margotti: poi che questa è la logica pratica dei

liberali _justemilieu_.

Eppure anche questi liberalucci annacquati confessano che la famiglia è

malata e tocca nei suoi più intimi organi di vitalità. Non c’è bisogno

di credere alla umoristica ironia di Onorato Balzac ed agli ameni

calcoli coi quali nella fisiologia del matrimonio cerca il numero delle

donne oneste in Francia, per accorgersi che dappertutto in questi

poveri paesi latini e cattolici ferve un processo di dissoluzione

gravissimo. Bastano le statistiche ufficiali che c’insegnano quanto

diminuiscano i matrimoni e quanto cresca il vizio. Ma questo per certi

ingegni che vivono in sfere ultramondane e cantano virtuosi ideali,

questo non è vero, o almeno è spregevole verismo occuparsene; salvo

poi rovesciare tutta la colpa addosso al verismo che se ne occupa, se

qualche terribile infiammazione viene a suppurare. La verità fa paura.

_Veritas odium parit._

Dove l’organismo della famiglia è più tocco, è in Francia. Si grida

alla corruzione, e il Trochu, buon’anima sua, aggiungeva _corruzione

italiana_. Può darsi che, non trovando un calmante nella famiglia come

ora è costituita gl’istinti brutali che pure bisogna riconoscere,

accettare e regolare nell’uomo, cerchino una soddisfazione nella

corruttela. Ma accade un altro fato che limita assai questa pretesa

corruzione latina. Se le nascite legittime diminuiscono, non crescono

nemmeno le illegittime: il che significa chiaramente che sfugge da

molti, o dai più, tanto la famiglia che il vizio. È la teoria del

Malthus che riceve la sua pratica applicazione, ed era ben naturale

che là dove gli effetti di questa sterilità calcolata si fanno sentire

più vivamente, appunto sorgessero le grida di spavento e le proposte

di rimedio. Così il Naquet intraprese una campagna in favore del

divorzio, il più immediato dei presenti rimedi e perorò, scrisse, ed

occupò l’Assemblea legislativa. Così il Dumas, brillante e spiritoso

polemista, oggi mette alla berlina i luoghi comuni cattolici e

conservatori dell’abate Vidieu. Così domani Paolo Fêval già romanziere

irreligioso ed ora convertito alle massime dei gesuiti, ci farà

inevitabilmente ridere di pietà misurandosi col suo antico collega, se

vorrà rispondergli come si dice.

Infatti si può dire che l’unica ragione la quale impedisce ai

legislatori di sanzionare il divorzio è il rispetto ipocrita che

conservano ancora verso la religione cattolica. Bella ragione in

verità, dopo che con tanti pomposi discorsi e con tante leggi ambigue

o paurose si volle far credere di aver proclamata e sanzionata la

completa separazione dello Stato dalla Chiesa! Intanto al divorzio

resistono i solo Stati cattolici, vili ancora in faccia alla Chiesa e

imbecilli troppo per saperla vincere nelle coscienze dei volghi. Noi

che abbiamo nel diritto pubblico quella strana e vergognosa abdicazione

di una parte delle prerogative regie costituzionali e popolari

che è la legge delle guarentigie, noi siamo una prova pur troppo

evidente della debolezza degli Stati latini come sono costituiti, e

della miserabile impotenza delle classi dirigenti, papaline ancora

nel midollo delle ossa. E la Chiesa, anche lo sa, resiste a questa

agitazione del divorzio, certa che tutti conservatori paurosi saranno

con lei. Grida che l’unica salvezza in questo sfacelo del progredire

è nel regredire; che bisogna tornare al sacramento e sopprimere il

contratto; che bisogna allevare famiglie cristiane, cattoliche, romane,

e ritornare con loro alla pia quiete del medio evo, se si vuole

che principi e ricchi possano dormire in pace. E principi e ricchi

ascoltano volentieri queste parole favorevoli ai loro interessi, senza

accorgersi che la Chiesa non è mossa in questo dall’amore dell’umanità,

ma dall’ambizione del dominare. I divorzi li vuoi vendere lei sotto

aspetto di nullità; la morale non c’entra. A questo modo il divorzio

è interdetto alle sole popolazioni latine presso le quali troviamo le

più belle chiese del mondo, il maggior numero di preti ricchi e di

poveri rassegnati, e il peggior stato delle famiglie o la più tollerata

immoralità. Chi alza la voce è o scomunicato o ribelle. Le nazioni

protestanti ci assestano di quando in quando fior di legnate, ma noi ce

ne consoliamo pensando che siamo latini e cattolici, che Dio li punirà,

e che se noi siamo più immorali, la confessione ci assolve, e che la

rivincita deve venire perchè è predetta nell’Apocalisse. Anche questa è

una consolazione che ci dà la Chiesa. Beati noi!

Ed a questi pregiudizi, a questi errori facili negli animi timidi e

superstiziosi, risponde molto bene il Dumas. Pare impossibile, ma

certi luoghi comuni che la Chiesa adottò per bisogno di polemica e

non sapendo trovar di meglio, sono entrati a far parte del bagaglio

sofistico dei nostri conservatori. Gli enciclopedisti, secondo costoro,

hanno fatto la rivoluzione francese e Lutero la riforma. Eppure ci

voleva e ci vuol poco a capire che gli incolpati non hanno trovato

se non la formola nella quale si è espressa la protesta contro tutto

un passato di prepotenze, di delitti, di sacrilegi, operati dai re e

dalla Chiesa a pregiudizio dei sudditi e dei fedeli. Non è Lutero che

ha fatta la riforma, ma tutti i peccati e le nefandezze e le simonie

papali. Non è Rousseau che ha fatto la rivoluzione, ma le oppressioni

dei Capetingi. Lutero o Rousseau non fecero che trovar la parola da

trascinar tutti quelli che soffrivano e non la potevano trovare.

Essi gridarono _avanti!_ e trovarono un popolo che li seguì, non per

gusto di seguirli, ma perchè i suoi padroni gli avevano fatta una

necessità della ribellione. È inutile maledire l’enciclopedia e Lutero.

Bisognava maledire Leone X quando vendeva le indulgenze e Luigi XV

quando scendeva sino alla Dubarry. Bisognava maledire la Dateria e la

Bastiglia e non sperare nella restaurazione e nel Sillabo; e ricorrere

agli sgomenti dello spettro rosso è opera perfettamente ridicola se

si crede di poter frenare con questo l’irrompere, l’infuriare degli

interessi offesi col pretesto di questa paurosa. Non sono i sofismi che

muovono o fermano gli avvenimenti, ma le necessità sociali: non sono

gli eloquenti discorsi che hanno ragione nei tornei parlamentari, ma

i bisogni che rappresentano; e se i parlamenti o le classi dirigenti

resistono, allora si infrangono fatalmente le barriere, e gl’interessi

dei meno vengono travolti sotto quelli dei più e le riforme s’impongono

e dopo pochi anni avviene di meravigliarsi come i legislatori siano

stati tanto ciechi da negare il provvedimento, il rimedio, persino la

discussione. Così avverrà per molte questioni vivacissime oggi tra le

quali il divorzio non è che uno di quei rimedi palliativi che la cecità

dei legislatori respinge.

E lo stesso Dumas, per quanto vegga bene, e descriva meglio, quel che

c’è d’anormale nella nostra società e l’urgente bisogno di rimedi, se

si vuole non già evitare chè non si può, ma rendere meno disastroso

lo scoppio necessario, si ferma anch’egli sul limitare del problema,

quasi spaventato dalla sua orribilità. Anch’egli spera di arrivare alla

conoscenza di Dio per mezzo della scienza, speranza unica e, temiamo,

fallace, nella quale si rifugiano coloro che tremano dell’avvenire che

intravedono. Spera anch’egli di giungere a conoscer Dio, cioè la nostra

ragione di essere, il perchè siamo, il dove andiamo: e il suo Dio lo

esaudisca. Ma c’è da temere pur troppo che l’uomo, sbugiardata la

rivelazione, si fabbrichi inutilmente un Dio colle sue proprie mani e

col proprio cervello. Questo Dio, nè carne nè pesce, dei razionalisti,

potrà soddisfare qualche coscienza di poca curiosità e facile calma, ma

non corrispondere alle impazienze, alle aspirazioni delle masse di poca

intelligenza. Varrà la pena trovare dentro di noi questo semi-Dio della

scienza, quando ci sarà sempre chi griderà _o tutto o nulla?_

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