il comandante del presidio acciocchè rinunciasse alla difesa. Il
comandante volle fare il suo dovere e fu trattato da _mangiapreti_,
ma dopo breve resistenza dovette abbandonare le mura, per le forze
soverchianti del nemico e per la mala volontà delle autorità clericali.
Il Consiglio, adunato in permanenza, deliberò che il duca Salviati,
sindaco di Roma, portasse le chiavi della città al generale De
Charrette, che la Giunta si recasse al Vaticano a pregare il papa di
far ritorno al Quirinale. Lo stemma di Savoia fu abbassato e qualche
bandiera bianca e gialla cominciò a comparire.
Il duca Salviati compì nobilmente la sua missione, e consegnò le chiavi
con un bel discorso, dove parlò del trionfo della religione e delle
glorie di Roma papale.
Il generale rispose poche parole, dove si congratulava colle autorità
romane ed esclamava che il regno dell’inferno era cessato per sempre.
La sera, gli zuavi entravano in città, e le finestre dei giornali
costituzionali e dei principali moderati erano illuminate.
Il sogno è sciocco come tutti i sogni. A Roma infatti c’è gente capace
di rifare la quarantottata della difesa della repubblica, e ci sono
abbastanza _mangiapreti_ per rompere i lampioncini bianco-gialli alle
finestre dei giornali moderati. Tuttavia come in tutti i sogni, c’è
qualche cosa di vero; la possibilità di veder sindaco il duca Salviati.
Quando sarà sindaco, sentiremo gridare che gli oppositori _fanno della
retorica_ e sono _mangiapreti_; solo resterà a vedere se tanta gente,
come oggi, avrà paura di quelle sciocche parole.
Tra l’esser _mangiapreti_ e l’esser _preti_, chiamatela retorica, ma
scelgo il primo.
GUARDIA NAZIONALE
Vi ricordate la Guardia Nazionale?
Povero brandello delle nostre sacrosante istituzioni, povero antico
dello Statuto, morto e sepolto come tanti altri! Io ne ho una memoria
abbastanza chiara, poichè ho assistito ai tre principali momenti della
sua vita.
Il primo ricordo ha una trentina d’anni oramai. C’erano i tedeschi
in Romagna, e il tener armi in casa voleva dire rischiar la galera
o peggio. Sapete che Gerzowsky non scherzava. Pure, in casa mia e
in molte altre, si conservava religiosamente, come reliquia delle
speranze cadute quel che si poteva nascondere. Il mio povero babbo era
stato anch’egli della guardia civica, e la sua sciabola d’ufficiale
era nascosta in casa. Io, bambino, lo sapevo, benchè mi fosse tenuto
segreto il nascondiglio; e quella sciabola nascosta mi ispirava un
misterioso rispetto, come un nume invisibile e presente. Il portare
in me qualche cosa di un segreto pericoloso, mi faceva insuperbire:
mi pareva di essere a parte di una congiura tenebrosa, di una
macchinazione fatale. Ricordo benissimo che mia madre, quando ero
buono, mi premiava mostrandomi le spalline dorate del babbo, e non ora
certo in casa mia che i colombi avrebbero fatto il nido nell’elmo di
Scipio.
Eppure in casa non c’era nessuna tradizione militare. Il mio povero
babbo non fu che un ignoto farmacista di villaggio, uno di quei
farmacisti militi che hanno poi dato tanta materia alle caricature
imbecilli ed ai motti scellerati. Ma in quelle umili case, dove non
si convitavano i generali tedeschi come in certe altre, si aspettava
sempre la risurrezione, si teneva vivo il fuoco sacro, quel fuoco al
quale ora gli anfitrioni dei croati riscaldano il pranzo ed accendono
la sigaretta.
Come ghignano, come hanno ghignato i nobili conti e le nobilissime
marchese di questi poveri diavoli, che alzarono col suffragio loro
questa baracca, all’ombra della quale è lecito oggi sognare le
ineffabili felicità di una chiave di ciambellano o di una patente di
dama di corte! E sono i poveri farmacisti beffati, i poveri borghesucci
messi in ridicolo, che hanno dato denari e braccia, entusiasmo e buona
fede per fare una Italia costituzionale. I nobili conti, le nobilissime
marchese rideranno tanto, i valletti ed i parassiti faranno tanto
ridere, che finalmente i farmacisti ed i borghesucci si stancheranno di
far la parte dei bastonati e contenti. E allora?
Così ho visto la guardia nazionale allo stato latente. L’ho vista poi
allo stato trionfante.
Nel 1859 ero in collegio. I preti hanno questo di buono, che sanno
conciliarsi il rispetto dei loro allievi: infatti, al rumore della
battaglia di Magenta, io ed i miei condiscepoli insorgemmo come
un collegiale solo; e colle scope, le molle, le sassate ed altre
persuasivi argomenti, cacciammo il tiranno aborrito. A cose più quiete,
io, come uno dei capi, fui gentilmente pregato a levare l’incomodo,
e mio padre, cui non pareva vero, mi condusse a Torino. Là vidi la
guardia nazionale all’apogeo della sua fortuna.
A prima vista, però, non mi fece buona impressione. Molti se li
ricorderanno ancora, i militi che per Doragrossa andavano a suon di
banda al cambio della guardia. Allora a Corte accettavano ancora i
servigi dei poveri militi, senza badar troppo alle incongruenze del
vestiario. C’erano i calzoni larghi alla francese accanto ai calzoni
stretti del quarantotto, le tuniche lunghe fino al ginocchio vicino
alle tunichette misere ed arrossite in testimonianza dei molti e leali
servigi.
I _cheppì_ erano di cento forme, dallo staio napoleonico al cono
tronco degli ufficialetti eleganti; i pennacchi poi erano di tutti i
colori dell’iride. Allora la guardia nazionale la chiamavano ancora
il _Palladio_ delle istituzioni, le facevano la corte, le davano la
destra nelle riviste. Ne avevano bisogno dei poveri farmacisti e
dei mercantucci panciuti. Ora che non sanno più che farsene, limoni
spremuti, hanno buttato nella spazzatura le bucce.
Ho visto la guardia nazionale nella sua decadenza, a Subiaco dopo
il 1870. Già era diventato buon gusto schernire i borghesucci che
giocano al soldato. Il _Palladio_ era una canzonatura. Il vero palladio
delle istituzioni era diventato l’esercito. E davvero l’esercito,
mentre durava ancora l’assedio di Parigi, era guardato come una
speranza di sicurezza, ed i generali non si mettevano sulla via dei
_pronunciamenti_ negando concordi di aver parte in un ministero di
sinistra, e nessuno li spingeva per questa via dolorosa. La guardia
nazionale, sfuggita dai borghesucci che temono i frizzi del loro
giornale, non era più che una collezione di cambi pagati. A Subiaco, la
domenica, girava una pattuglia di omaccioni colle brache corte e senza
calze, colla camicia aperta sopra un petto che pareva il vello di un
caprone, con certi ceffi che a incontrarli di notte sul monte c’era
da fare il voto a Santa Scolastica. Portavano i fucilacci rugginosi
a bilancia sulla spalla, sbattendo le baionette per le muraglie dei
vicoli, e non rifiutando la foglietta offerta dagli amici sulla porta
delle bettole. Di quando in quando un milite si sbandava e si fermava a
giuocare una passatella. La guardia nazionale era proprio moribonda.
Ed è morta. Morta ammazzata da coloro che hanno paura di tanti fucili
sparsi per la città. Morta ammazzata come tanti articoli dello Statuto,
palladio anch’esso, palladio sacro delle nostre istituzioni.
Non difendo la povera ammazzata, nè vorrei predicarne la resurrezione.
Solo mi fermo a guardare il cadavere, e ci faccio sopra le mie
riflessioni.
E dico. Dunque, anche nella mente e nelle azioni di coloro che giurano
fede allo Statuto, lo Statuto non è poi cosa immutabile e sacra. Non
è dunque sacrilegio lo strappare un articolo o una pagina, quando
lo persuadano il bisogno e l’interesse. A che dunque tante parole
altisonanti sull’arca santa delle nostre istituzioni? Perchè processate
coloro che attentano con le parole a quelle opere? Ci sono dunque
due classi di cittadini: una, cui è lecito fare un buco magari nelle
leggi fondamentali; ed un’altra, cui è proibito sino il voto di un
cambiamento nelle disposizioni delle leggi stesse? Dunque i poveri
farmacisti furono ingannati quando credettero vero il motto che sta
scritto nei tribunali? Come si spiega questa faccenda?
Rispondono. Non è un attentato alla santità delle leggi fondamentali,
ma è che tutto invecchia a questo mondo, e certe disposizioni che sono
buone per un’epoca, sono inutili e cattive per un’altra. Tale era
la Guardia Nazionale. È la legge dell’evoluzione. Ci perfezioniamo
respingendo quel che non è più buono. È un progresso, non è un
sacrilegio.
Grazie. Ma noi chiediamo altro! Voi fate vostra la tesi di quelli che
per gli stessi motivi domandano la Costituente.
Di qui non si esce. O lo Statuto deve rimanere intatto in ogni sua
parte, e nessuno può abolire di fatto un articolo. O si può toccare
quando il bisogno lo vuole, ed allora non è reato il sostenere che le
istituzioni vanno a finir tutte a poco a poco come la Guardia Nazionale.
E davvero, perchè cadano nell’apatia e nel ridicolo, non è certo
l’estrema sinistra che lavora di più. Su questo non cade dubbio.
Il sepolcro è grande. La povera Guardia Nazionale occupa così poco
posto!
FILOSOFIA
Che siano benedette in eterno la metafisica, la ontologia e tutte
le altre sciocchezze che hanno per ultimo fine l’astrazione della
quinta essenza! E non sono io che mi permetto di appioppare il
termine impertinente di sciocchezza alle scienze profonde in cui sono
eccellenti il Mamiani ed Augusto Conti. Non sono così sfacciato da
erigermi giudice dei sogni dell’uno e delle manie conservatrici e
cattoliche dell’altro; e nemmeno sono mie queste brutte parolacce di
sogni o di manìe. Posso, rispettando gli uomini, deridere le dottrine
solo quando gli studi mi permettono di giudicarle. Ora le speculazioni
filosofiche ed ontologiche mi sono sempre sembrate sterili e tristi
come gli amori solitari. Sbaglierò, ma non ho mai capito, per durezza
di cervice senza dubbio, quel che guadagnino una mente o una società
a sillogizzare sull’ente o sull’esistente: non ho mai capito perchè
debba essere stimata più utile e decorosa una nuova definizione che un
nuovo lucido da scarpe, una ideologia discussa che un cavaturaccioli
perfetto. Sarò un asino, lo riconosco, ma preferisco il cavaturaccioli.
Mi consolo però come i dannati ed i mariti traditi, con la buona
compagnia, la quale mi ha messo in bocca i termini irriverenti usati
qui sopra; e mi rallegro pensando che in riga di metafisica accadrà
quel che è accaduto ai sette sapienti della Grecia fino ad oggi, cioè
che ogni anno verrà fuori una nuova teoria, distrutta dalle fondamenta
l’anno dopo da una teoria nuova, e così fino alla consumazione dei
secoli; salvo che il còlto pubblico non si avveda della burletta e
non prenda a torsoli di cavolo questi cavadenti, l’ultimo dei quali
si spaccia sempre pel più illustre di tutti; salvo che, se non tutta
almeno per tre quarti, questa inane filosofia non vada dove sono andate
tante scienze sue sorelle, l’alchimia, l’astrologia e tira via.
Se la domanda fosse lecita, io chiederei a che cosa serve la filosofia
nei licei del regno? Probabilmente a seccare i ragazzi con un esame
di più, mentre ne hanno già tanti. Dicono che è una ginnastica
dell’intelligenza e che abitua a pensare: ma allora insegnate ne’ licei
anche il giuoco degli scacchi, che Aristotele v’aiuti! Che bisogno c’è
di insegnare a quei poveri ragazzi tante corbellerie, come l’esistenza
reale delle idee o il bello assoluto? E poi, domando se si può chiamar
scienza quella che da mille professori è professata in mille diverse
maniere, con sistemi e conclusioni diverse? Tanto fa insegnare la
cabala del lotto, per la quale ogni pettegola ha le sue teorie
infallibili. È scienza quella? Che compassione!
Anch’io ebbi al liceo un prete spretato che mi insegnò i sillogismi
infallibili pei quali si dimostrava anzi si toccava con mano
l’esistenza di Dio. Dopo, ho sentito dire che un certo Emanuele
Kant con altrettanti sillogismi aveva dimostrato il contrario. A
chi credere? Nello stesso liceo m’insegnarono il gran teorema del
quadrato dell’ipotenusa, che il professore chiamava il _ponte degli
asini_. Ebbene, non ho mai trovato nessuno che abbia dubitato della
dimostrazione, meno astrusa, meno superba di quella dell’esistenza di
Dio, ma più certa, ed indegna da un onest’uomo che non era mai stato
prete. Il professore di greco mi faceva spiegare quel benedettissimo
Senofonte, e dopo ho trovato che tutti lo spiegano alla stessa maniera:
ma ho trovato che tutti poi avevano idee diverse da quelle dell’ex
prete filosofo. E quando, cresciuto d’anni, mi sono voltato indietro
per vedere la strada fatta, ho rimpianto amaramente il tempo sciupato
a mettermi in testa delle panzane mamianiste, contiste, vacue e
sacerdotali.
Che nelle Università ci siano dei professori di filosofia, pazienza.
Vorrei solo che una volta alla settimana fossero obbligati a discutere
tra loro sopra un dato punto di filosofia, s’intende, con la camicia di
forza, per impedire le vie di fatto. Queste discussioni edificherebbero
gli studenti sulla serità di certe dottrine e di certe riputazioni,
e sarebbe questo il maggior vantaggio che si potesse trarre
dall’insegnamento della filosofia nelle Università. Ma che la filosofia
s’insegni anche ne’ licei, e si insegni come s’insegna ora, mi pare che
sia cosa che dovrebbe dar da pensare ai ministri della istruzione che
si dicono progressisti e democratici.
Ma pur troppo ci sono a questo mondo dei pregiudizi che superano le
forze, non che di un ministro, di una intera classe di persone. Andate
a dire che la filosofia è un passatempo come il giuoco della briscola,
e sentirete che strillo! Sentirete ricordare Platone, Aristotele,
San Tommaso, Gioberti, Rosmini, Mamiani, Conti ed una miriade di
simili glorie nazionali ed estere, come se tutto il tempo perduto
nelle speculazioni metafisiche da questa brava gente avesse cavato
un ragno da un buco, come se non avessero imbrattato dei quintali di
carta col solo vantaggio degli altri colleghi in filosofia, che non
avendo altro da fare sono stati felici di avere una nuova teoria da
ridurre in polvere impalpabile. Aggiungete, che tutte queste inutili
discussioni che vertono più spesso sopra equivoci che sopra opinioni,
sono e saranno sempre chiuse in un campo ristrettissimo di adepti, che
sono iniziati al linguaggio cabalistico dei filosofi i quali sotto
le pompose e grecizzanti parole nascondono astrazioni tanto sottili,
che spesso non le capiscono nemmeno loro. A che cosa servono questi
fuochi dell’intelligenza? Si bandiscano pure i poeti dalla repubblica
di Platone, ma non ci lasciamo i filosofi: altrimenti la repubblica
diventa una gabbia di matti... metafisici.
Non sarebbe ora di vedere un poco che razza di sciocchezze ontologiche,
di sciocchezze metafisiche, di teorie codine, di sistemi cattolici e
paolotti si insegnano nelle nostre scuole? Non sarebbe ora di fare un
po’ di bucato?
Se fosse vero che un ministro ci pensasse qualche volta!
DIVORZIO
Alessandro Dumas ha commesso uno strano errore alla pagina 231 del suo
libro sul divorzio. Egli crede che la legislazione italiana in fatto
di matrimonio ci permetta di optare tra il codice e la religione, tra
il contratto civile indissolubile e il sacramento cattolico, facile
a rendere ragioni di nullità. Invece qui come in Francia, una legge
assurda regola questa materia, ed un coniuge può ben esser un ladro,
infame, galeotto, che l’altro innocente è incatenato a lui ed alla
sua infamia senza speranza d’infrangere mai la catena. Qui, come in
Francia, non resta che la separazione civile, uno dei più insufficienti
e ridicoli mezzi termini che siano usciti dai cervelli rammolliti dei
dottrinari. Per l’adulterio non c’è altra pena che la irrisoria di
qualche giorno di carcere pronunciata fra le grasse risa del pubblico,
se pure non si ricorra al _tuez-la_, spicciativo mezzo di divorzio
che il pubblico applaude e di giurati assolvono. Il libro del Dumas
è quindi buono per noi come pe’ francesi, buono pei legislatori di
Parigi e di Roma, inascoltato probabilmente dai conservatori dell’una
e dell’altra nazione. Qui, come in Francia, i liberali per ridere
applaudiranno benevolmente, salvo poi ad agire come consigliano l’abate
Vidieu e l’abate Margotti: poi che questa è la logica pratica dei
liberali _justemilieu_.
Eppure anche questi liberalucci annacquati confessano che la famiglia è
malata e tocca nei suoi più intimi organi di vitalità. Non c’è bisogno
di credere alla umoristica ironia di Onorato Balzac ed agli ameni
calcoli coi quali nella fisiologia del matrimonio cerca il numero delle
donne oneste in Francia, per accorgersi che dappertutto in questi
poveri paesi latini e cattolici ferve un processo di dissoluzione
gravissimo. Bastano le statistiche ufficiali che c’insegnano quanto
diminuiscano i matrimoni e quanto cresca il vizio. Ma questo per certi
ingegni che vivono in sfere ultramondane e cantano virtuosi ideali,
questo non è vero, o almeno è spregevole verismo occuparsene; salvo
poi rovesciare tutta la colpa addosso al verismo che se ne occupa, se
qualche terribile infiammazione viene a suppurare. La verità fa paura.
_Veritas odium parit._
Dove l’organismo della famiglia è più tocco, è in Francia. Si grida
alla corruzione, e il Trochu, buon’anima sua, aggiungeva _corruzione
italiana_. Può darsi che, non trovando un calmante nella famiglia come
ora è costituita gl’istinti brutali che pure bisogna riconoscere,
accettare e regolare nell’uomo, cerchino una soddisfazione nella
corruttela. Ma accade un altro fato che limita assai questa pretesa
corruzione latina. Se le nascite legittime diminuiscono, non crescono
nemmeno le illegittime: il che significa chiaramente che sfugge da
molti, o dai più, tanto la famiglia che il vizio. È la teoria del
Malthus che riceve la sua pratica applicazione, ed era ben naturale
che là dove gli effetti di questa sterilità calcolata si fanno sentire
più vivamente, appunto sorgessero le grida di spavento e le proposte
di rimedio. Così il Naquet intraprese una campagna in favore del
divorzio, il più immediato dei presenti rimedi e perorò, scrisse, ed
occupò l’Assemblea legislativa. Così il Dumas, brillante e spiritoso
polemista, oggi mette alla berlina i luoghi comuni cattolici e
conservatori dell’abate Vidieu. Così domani Paolo Fêval già romanziere
irreligioso ed ora convertito alle massime dei gesuiti, ci farà
inevitabilmente ridere di pietà misurandosi col suo antico collega, se
vorrà rispondergli come si dice.
Infatti si può dire che l’unica ragione la quale impedisce ai
legislatori di sanzionare il divorzio è il rispetto ipocrita che
conservano ancora verso la religione cattolica. Bella ragione in
verità, dopo che con tanti pomposi discorsi e con tante leggi ambigue
o paurose si volle far credere di aver proclamata e sanzionata la
completa separazione dello Stato dalla Chiesa! Intanto al divorzio
resistono i solo Stati cattolici, vili ancora in faccia alla Chiesa e
imbecilli troppo per saperla vincere nelle coscienze dei volghi. Noi
che abbiamo nel diritto pubblico quella strana e vergognosa abdicazione
di una parte delle prerogative regie costituzionali e popolari
che è la legge delle guarentigie, noi siamo una prova pur troppo
evidente della debolezza degli Stati latini come sono costituiti, e
della miserabile impotenza delle classi dirigenti, papaline ancora
nel midollo delle ossa. E la Chiesa, anche lo sa, resiste a questa
agitazione del divorzio, certa che tutti conservatori paurosi saranno
con lei. Grida che l’unica salvezza in questo sfacelo del progredire
è nel regredire; che bisogna tornare al sacramento e sopprimere il
contratto; che bisogna allevare famiglie cristiane, cattoliche, romane,
e ritornare con loro alla pia quiete del medio evo, se si vuole
che principi e ricchi possano dormire in pace. E principi e ricchi
ascoltano volentieri queste parole favorevoli ai loro interessi, senza
accorgersi che la Chiesa non è mossa in questo dall’amore dell’umanità,
ma dall’ambizione del dominare. I divorzi li vuoi vendere lei sotto
aspetto di nullità; la morale non c’entra. A questo modo il divorzio
è interdetto alle sole popolazioni latine presso le quali troviamo le
più belle chiese del mondo, il maggior numero di preti ricchi e di
poveri rassegnati, e il peggior stato delle famiglie o la più tollerata
immoralità. Chi alza la voce è o scomunicato o ribelle. Le nazioni
protestanti ci assestano di quando in quando fior di legnate, ma noi ce
ne consoliamo pensando che siamo latini e cattolici, che Dio li punirà,
e che se noi siamo più immorali, la confessione ci assolve, e che la
rivincita deve venire perchè è predetta nell’Apocalisse. Anche questa è
una consolazione che ci dà la Chiesa. Beati noi!
Ed a questi pregiudizi, a questi errori facili negli animi timidi e
superstiziosi, risponde molto bene il Dumas. Pare impossibile, ma
certi luoghi comuni che la Chiesa adottò per bisogno di polemica e
non sapendo trovar di meglio, sono entrati a far parte del bagaglio
sofistico dei nostri conservatori. Gli enciclopedisti, secondo costoro,
hanno fatto la rivoluzione francese e Lutero la riforma. Eppure ci
voleva e ci vuol poco a capire che gli incolpati non hanno trovato
se non la formola nella quale si è espressa la protesta contro tutto
un passato di prepotenze, di delitti, di sacrilegi, operati dai re e
dalla Chiesa a pregiudizio dei sudditi e dei fedeli. Non è Lutero che
ha fatta la riforma, ma tutti i peccati e le nefandezze e le simonie
papali. Non è Rousseau che ha fatto la rivoluzione, ma le oppressioni
dei Capetingi. Lutero o Rousseau non fecero che trovar la parola da
trascinar tutti quelli che soffrivano e non la potevano trovare.
Essi gridarono _avanti!_ e trovarono un popolo che li seguì, non per
gusto di seguirli, ma perchè i suoi padroni gli avevano fatta una
necessità della ribellione. È inutile maledire l’enciclopedia e Lutero.
Bisognava maledire Leone X quando vendeva le indulgenze e Luigi XV
quando scendeva sino alla Dubarry. Bisognava maledire la Dateria e la
Bastiglia e non sperare nella restaurazione e nel Sillabo; e ricorrere
agli sgomenti dello spettro rosso è opera perfettamente ridicola se
si crede di poter frenare con questo l’irrompere, l’infuriare degli
interessi offesi col pretesto di questa paurosa. Non sono i sofismi che
muovono o fermano gli avvenimenti, ma le necessità sociali: non sono
gli eloquenti discorsi che hanno ragione nei tornei parlamentari, ma
i bisogni che rappresentano; e se i parlamenti o le classi dirigenti
resistono, allora si infrangono fatalmente le barriere, e gl’interessi
dei meno vengono travolti sotto quelli dei più e le riforme s’impongono
e dopo pochi anni avviene di meravigliarsi come i legislatori siano
stati tanto ciechi da negare il provvedimento, il rimedio, persino la
discussione. Così avverrà per molte questioni vivacissime oggi tra le
quali il divorzio non è che uno di quei rimedi palliativi che la cecità
dei legislatori respinge.
E lo stesso Dumas, per quanto vegga bene, e descriva meglio, quel che
c’è d’anormale nella nostra società e l’urgente bisogno di rimedi, se
si vuole non già evitare chè non si può, ma rendere meno disastroso
lo scoppio necessario, si ferma anch’egli sul limitare del problema,
quasi spaventato dalla sua orribilità. Anch’egli spera di arrivare alla
conoscenza di Dio per mezzo della scienza, speranza unica e, temiamo,
fallace, nella quale si rifugiano coloro che tremano dell’avvenire che
intravedono. Spera anch’egli di giungere a conoscer Dio, cioè la nostra
ragione di essere, il perchè siamo, il dove andiamo: e il suo Dio lo
esaudisca. Ma c’è da temere pur troppo che l’uomo, sbugiardata la
rivelazione, si fabbrichi inutilmente un Dio colle sue proprie mani e
col proprio cervello. Questo Dio, nè carne nè pesce, dei razionalisti,
potrà soddisfare qualche coscienza di poca curiosità e facile calma, ma
non corrispondere alle impazienze, alle aspirazioni delle masse di poca
intelligenza. Varrà la pena trovare dentro di noi questo semi-Dio della
scienza, quando ci sarà sempre chi griderà _o tutto o nulla?_