importanza diversa, secondo si usa per ridere, come in Italia, o per
uccidere, come in Germania. Tifi Odassi e Teofilo Folengo cantano baie
dove qua e là scappa fuori qualche impertinenza ai preti o ai frati, ma
che sono e restano baie senza proposito. L’Alione tutt’al più sale a
qualche invettiva politica; e l’Orsini, il notissimo maestro Stoppino,
non fa che tradurre i capitoli degli imitatori del Berni nel latino
maccheronico più insulso. In Francia l’Arena, il Germain ed altri non
imitano Folengo che per comporre satire politiche di poca importanza.
Solo Teodoro di Beza, il dotto calvinista, nella sua Epistola a Benetto
Passavanti, si leva più in alto e mira a render popolari gli argomenti
religiosi e i sillogismi della dialettica protestante. Ma in Germania,
là dove un nuovo mondo morale si formava, giovane e fecondo, sotto
gli strati sterili della teologia scolastica che aveva ritardato il
Risorgimento, in Germania, quel latino maccheronico che diede a noi
le frottole di Baldo o le lodi della bugia o peggio, diventa un’arma
terribile e lascia tali ferite ai vecchi pregiudizi, che il sangue ne
spiccia ancora e non si chiuderanno più.
Mentre l’invenzione della stampa, fatta in Germania, aiutò
possentemente e quasi creò il Rinascimento italiano, questo, dal
canto suo, quasi creò la Riforma germanica, la quale comincia appunto
quando i pensatori tedeschi abbandonano le strettoie della scolastica
per accostarsi alla libertà dell’umanesimo. Erasmo ebbe paura del
moto c’egli stesso aveva in gran parte promosso co’ suoi scritti, ma
ciò non toglie che dalla sua grande ed elegante coltura non debbano
riconoscersi le origini della rinnovazione della coltura e della
coscienza tedesca. Quando Reuchlin a vent’anni insegnava il greco in
Basilea, era tenuto un prodigio, e dicesi che fosse il primo tedesco
che sapesse parlare la lingua d’Omero. Ma pochi anni dopo, molti lo
sapevano come lui, e Lutero studiò profondamente il greco e l’ebraico
per poter tradurre la Bibbia. Così il rinascere della coltura serviva
in Germania allo sviluppo della Riforma. Noi ci fermammo a gustare le
bellezze della retorica di Cicerone. I tedeschi la studiarono per
liberarsi da Roma, per combattere e vincere. Leone X cercava il piacere
nella coltura, appunto quando Martin Lutero vi cercava la libertà.
A Colonia, un ebreo convertito ed un inquisitore chiesero che i libri
degli ebrei, eccetto la Bibbia, fossero bruciati. L’imperatore chiese
consiglio a Reuchlin, che lo diede contrario. Di qui ire, contumelie,
diatribe, libelli infamanti fioccarono da tutte e due le parti; ed
appunto in difesa di Reuchlin e contro i teologi di Colonia vennero
fuori queste _Lettere di uomini oscuri_, che mi paiono il sommo
dell’atrocità cui possa giungere la satira.
Il volume consta di tre libri di lettere in latino da cucina, dirette
ad Ortuino Grozio, uno dei teologi di Colonia, e che si fingono
scritte a lui dai suoi colleghi o aderenti. Mi ricordo come la prima
volta che scorsi i tre libri delle _Lettere_ non pensai nemmeno che
quei nomi potessero esser veri. La satira era tanto sanguinosa, che
fino dalla prima pagina fui istintivamente persuaso che quei nomi
fossero immaginari, come in una satira o in un epigramma si mettevano
e si mettono ancora, da alcuni, nomi d’invenzione, come quelli de’
personaggi delle commedie. Invece i nomi sono veri, e Ortuino Grozio
e tutti gli altri nominati nella satira vissero e presero parte alla
lotta contro Reuchlin. Le guerre di religione sono le più feroci di
tutte, anche quelle che si combattono nei libri.
Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici
sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari
di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie,
brutture, oscenità madornali, raccontate come in confidenza all’amico
in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli è come, mettiamo, chi
fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella,
o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando
confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando
le più turpi birberie possibili fino i più schifosi delitti contro il
buon costume. E quando lo stile, benchè messo in caricatura, fosse
per ciascuno così ben copiato da indurre per un momento in dubbio i
creduli, come accadde per le _Lettere degli uomini oscuri_, si avrebbe
ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale
ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne
gli autori.
Gli autori delle _Lettere_, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano,
benchè, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri
e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, così
feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra
lui e l’inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare
i libri ebrei, che bruciò quelli di Reuchlin e assalì ignobilmente
Lutero, c’era odio mortale. Un bel dì s’incontrarono in una strada
di campagna e deserta. L’inquisitore si buttò in ginocchio davanti
al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il
cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di
piattonate, gli volse le spalle e se ne andò sorridendo di compassione.
Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge,
quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare
impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la
misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie
non hanno più ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e
le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno più
nè caldo nè freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o
al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede
o non l’adora affatto; e per questo non c’è bisogno di fabbricare
nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto
eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo
piccolo scisma da sè, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto
mangiando una costoletta il venerdì, senza per questo bruciar le bolle
del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta
ed all’imperatore. Questa libertà di fatto, la quale riceve appena
qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che
potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillità
religiosa profonda ed imperturbata che spesso è indifferenza bella e
buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la
Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso così,
leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove
viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto
per avere il diritto di far la comunione col calice!
Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello
spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch’io
seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere
al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni!
Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a
me, direi che dite bene.
ISCRIZIONI
Il Panzacchi, parlando delle iscrizioni di Teodorico Landoni dice:
«Delle iscrizioni parmi che si possa oggi dire come delle statue
monumentali; e cioè che al nostro tempo ricorre frequentissima
l’occasione di farne, mentre si manifesta assai scarsa l’attitudine
nostra a farle bene.» E questa verità parve così terribile al Carducci,
il quale pure di epigrafi e bene ne ha fatte parecchie, che giunse sino
a disperare dell’attitudine della nostra lingua alla maestà dello stile
lapidario; e ricordo ancora una sua sdegnosa lettera contro gli autori
di un prontuario di indirizzi, dove egli era notato come epigrafista.
Mise gli autori del libercolo e l’epigrafia italiana tutti in un
fascio; scomunicandoli tutti, salvo poi a fare il giorno dopo una delle
più belle iscrizioni italiche, come quella che commemora gli studenti
morti per la patria nell’atrio della Università di Bologna.
Teodorico Landoni non disperò così, che anzi, senza che nella sua
modestia osi dirlo, credette di poter competere anche con la epigrafia
latina: se non con la vera dei consoli o degli imperatori, almeno
con quella degli epigoni, con quella dei moderni che vestirono più
degnamente la toga latina: e quanto a me, credo che egli abbia più che
raggiunto l’intento suo segreto.
Il nome del Landoni, che potrebbe essere uno dei più conosciuti in
Italia, è invece noto soltanto a quella classe di studiosi che non
cercano la copia, bensì la sceltezza, a lor nutrimento. E la colpa
di questa fama ristretta ai migliori e non scesa in balìa delle
scapigliature della piazza, la colpa di questa tranquilla modestia del
nome, è tutta propria di colui che lo porta, poichè la ricerca della
più scrupolosa correzione, unita a buona dose di accidia, fecero del
Landoni uno dei più corretti ma dei meno produttivi autori italiani.
Egli non ha saputo peccare, mentre oggi una delle condizioni del
trionfo è l’avere peccato.... e molto!
Il padre del Landoni si chiamava Jacopo, e fu uno dei più bizzarri
cervelli che producesse mai la Romagna. Pareva che in lui rivivesse uno
di quei fiorentini arguti che lasciarono tanti argomenti di novelle al
Boccaccio, al Sacchetti ed al Lasca, e le cui _beffe_ rimasero come
tipo della festività di tutto un secolo. Le beffe di Jacopo Landoni non
erano così feroci come quelle di Maso del Saggio o del Brunelleschi, ma
anch’egli cercava i Calandrini e i Grassi legnaiuoli per goderseli. I
preti e il governo, che allora erano una cosa sola, erano perseguitati
dal bizzarro Jacopo, e a dir vero gli rendevano il cento per uno
facendolo tribolare con ogni sorta di angherie. Ma Jacopo Landoni,
tuttavia soffrendo, non mancò mai di cavarsi i capricci alle spalle dei
Calandrini reverendissimi, e per molto tempo, forse oggi ancora, riuscì
a far celebrare un triduo per un miracolo tutto di sua fattura.
Abitava presso San Giovanni Battista in Ravenna, e il cortile di casa
sua era appunto sotto al campanile. Sull’imbrunire, Jacopo Landoni
riuscì ad entrare nel campanile, e salito sino alle campane, infilò
una cordicella nel battaglio della maggiore che era forato da parte
a parte. Lasciata scorrere la cordicella per un buon tratto entro al
buco, ne gettò i due capi nel cortile e scese. Sul punto di mezzanotte,
afferrati i due capi della corda, si diede a suonare alla disperata.
Il sacrestano, i preti, il vicinato furono in un momento sossopra, e
nessuno osava salire per conoscere l’origine del terribile scampanìo.
Si mandò a chiamare la forza armata, cioè quei certi soldati del papa
che hanno una leggenda di prudenza confinante con qualche cosa di
peggio, e intanto la campana affrettava il suo martellare, e mezza
città destata e sorpresa accorreva. I soldati con la baionetta in resta
salivano lentamente, urlando certi gran _chi va là_, soffocati dal
rimbombo del bronzo sacro, che pareva infuriare ad ogni nuovo passo
della forza; e il Landoni, intanto, nell’oscurità del suo cortile,
osservava il lento procedere dei lumi nella chiocciola del campanile e
sonava come un indemoniato. Quando i lumi furono quasi giunti in alto,
egli lasciò andare un capo della cordicella e tirando sollecitamente
per l’altro, sfilò il battaglio come si sfila un ago tirando per un
capo filo. La corda non era ancora in terra, che i papalini proruppero
nella camera delle campane, puntando avanti le baionette e urlando
_alt!_... Non c’era nessuno! Il battaglio dondolava ancora, la campana
vibrava ancora, e non poteva trattarsi di una illusione. Dunque?...
La spiegazione la dette Jacopo Landoni, che intanto s’era cacciato
nella folla, sostenendo che quello era un miracolo. E per miracolo fu
battezzato e cresimato, tanto che credo si faccia ancora un triduo
solenne _ad perpetuam rei memoriam_.
Le facezie i motti e le burle di Jacopo Landoni potrebbero empire uno
di quei libri di _Ana_ dove si accolgono le arguzie degli ingegni
bizzarri. Ma se alcune di queste facezie sono di genere scatologico
ed altre solamente gustabili da chi vive nella patria del Landoni
stesso, è fuor di dubbio che abbondano di sale e di spirito. I pochi
sonetti in dialetto del vecchio Landoni sono pure modelli di festività
inimitabile; eppure in lingua italiana egli fu scrittore grave e
solenne forse troppo quando il capriccio lo volse a tradurre le
_Maccaronee_ del Folengo. Come tutti gli scrittori suoi contemporanei,
ebbe un rispetto tanto grande della lingua, una venerazione così
severa, che gli guastò lo scherzo. Lo stesso _Maestro Ircone_, satira
feroce ai puristi, o meglio ad un purista che razzolava tra le scorie
del Trecento pensando di raccattar gemme, non esce da quella serietà
solenne de’ linguisti d’allora ed è ben lungi dalla brillante festività
delle cose in dialetto.
Questo rispetto quasi religioso alla propria lingua, Teodorico Landoni
l’ereditò dal padre. Gli uomini dalla correzione squisita, quasi
non osano tentare lo scherzo, quasi temono di peccare verso l’onore
dell’idioma materno piegandolo ad esprimere concetti meno che serii. E
tanto è il rispetto che il Landoni ha dell’italiano, che non lo stima
inferiore al latino in qualsivoglia prova più solenne e difficile. Di
questo sono testimonio le iscrizioni.
E dal padre ereditò Teodorico Landoni anche la bizzarria!
Più bel tipo di _bohème_ non l’ho mai visto. Non di quella bohème
scapigliata che copre spesso sotto le affettazioni e le pose la
propria sterilità, ma di quella soltanto delle abitudini esterne, che
non influiscono sul genere o sulla qualità degli studi. Il Landoni
è nottambulo per eccellenza, bibliofilo insigne e frequentatore
assiduo del _Caffè dei Cacciatori_, dove consuma un caffè solo con
molti giornali. In quel caffè vanno a cercarlo molti studiosi e fino
professori di Università per domandargli qualche notizia di libri
sconosciuti e rari, che egli ha tutti in capo come in una biblioteca
e conosce e spesso porta seco nelle sterminate tasche dell’immenso
soprabito. Quando sonnecchia sul giornale, basta proferire vicino a
lui un nome come quello di Dante, del Bembo od anche del Burchiello,
per vederlo desto ad un tratto come un cavallo militare che senta la
tromba, e gli occhiali come un padre che senta dir bene de’ suoi figli.
Se poi cava fuori qualche edizione principe o qualche volume della sua
maravigliosa collezione d’epistolari, ve lo fa vedere come l’orefice vi
fa vedere un gioiello, sorride di compiacenza, gli tremano la voce e le
mani, e quasi quasi si lecca i baffi come un buongustaio davanti ad uno
di quei piatti che sono il trionfo della culinaria.
Gli amici suoi raccontano volentieri una specie di leggenda o di fola
intorno alla sua bibliomania. Un giorno, il Morgante Maggiore sarebbe
partito dalle case dei Pulci e per Mugello e Val di Savena sarebbe
capitato a Bologna. Un viaggio di montagna, quando si vogliono prendere
le scorciatoie, stanca anche i giganti; e il Morgante, arrivato in
città dopo la mezzanotte, appoggiò il gomito ai merli della torre
Asinelli, e prese fiato. Proprio sotto alla torre c’è il _Caffè de’
Cacciatori_, e mezzanotte è l’ora in cui il Landoni va appunto a
leggere ivi i giornali del mattino antecedente. Ed ecco il Morgante,
vedendo il Landoni, disse:
—Ohe! Landoni, dove andate?
L’interrogato alzò gli occhi, niente sorpreso, da buon romagnolo che
non ha paura di nulla, e rispose con calma:
—To’! Vado al caffè. E voi chi siete?
—Io sono il _Morgante Maggiore_.
—O di quale edizione? Quella di Luca Veneziano del 1481 o quella di
Francesco di Bino del 1482?
Così rimase stabilito che il Landoni, anche in uno di quei momenti nei
quali un uomo ha ragione d’esser distratto, pensava invece ai suoi cari
libri ed alle edizioni principi o rarissime.
Questi sono scherzi. Quel ch’e però certo è questo, che il Landoni,
oltre ad essere uno dei primi bibliografi ed eruditi d’Italia, conosce
come pochi la _Divina Commedia_ e vi ha compiuto sopra degli studi
profondi, quali potevano aspettarsi da un ingegno severo come il suo
e da una conoscenza profonda della lingua e della storia. Gli abbiamo
veduto alle volte tra mani certe edizioni a larghi margini del poema
sacro, minutamente postillate, corrette e ricorrette, dove un lungo
studio, un incessante raffronto di codici, di edizioni e di commentari
hanno portato tutto quel lume che si può portare. La sola correzione
della punteggiatura, fatta dal Landoni, schiarisce molti significati
controversi. Peccato che la pigrizia e quella incontentabilità che è la
caratteristica degli ingegni severi e corretti, privino gli studiosi
del risultato di fatiche lunghe, pazienti ed intelligenti.
Invece il Landoni ci offre un volume di iscrizioni, quasi sfida a
coloro che non reputano adatta la nostra lingua a simil genere di
componimenti: iscrizioni che raggiungono spesso la perfezione del
genere e che resteranno come modello, a perpetuo scorno degli Scolopi
che le fabbricano secondo le ricette purgative del padre Mauro Ricci:
ma, ad ogni modo, oggetto di rammarico per chi del Landoni desidera
qualche cosa di più importante, come egli saprebbe dare, solo che lo
volesse.
Riportarne molte non si può e non conviene; ma eccone una, da porsi
sulla porta di un cimitero, dal lato interno:
O VIVENTI CHE USCITE
SOLO IL TEMPO NON MUORE
E L’ORA CHE VOLGE
È A VOI L’ULTIMA
FORSE.
Chi non intende tutta la terribilità racchiusa nel solenne laconismo di
questa epigrafe?
Ma dove l’ingegno del Landoni e la profonda conoscenza della lingua
fecero gran prova, fu nel tradurre le iscrizioni dello Schiassi e del
Boucheron. Finora non si credeva che il nostro idioma potesse stare al
pari del latino in questo genere di componimenti. Oggi con sorpresa
vediamo che non solo l’italiano può combattere, ma può anche vincere;
ed ha vinto.
Nell’additare agli studiosi ed agli intendenti il libro del Landoni,
che per di più contiene un bel saggio di traduzione in versi (il
_Palemone_ del Gessner), è ben naturale esprimere un voto; questo: che
il Landoni produca di più e sia meno pigro e meno modesto. Chi approva,
alzi la mano.
PAROLE
Mi preme di stabilire, che c’è a questo mondo della gente, il coraggio
della quale non può essere messo in dubbio, e che ha paura di una
parola. E ce n’è dell’altra che, conoscendo questa debolezza, ne
profitta.
Non parlo dello _Sciboleth_ che fu causa del macello degli efraimiti,
o del _ceci_ che nei vespri siciliani, servì a riconoscere i francesi.
Queste parole sono storiche, ma non fanno paura nè agli ebrei, nè ai
parigini che visitano Palermo.
Dico invece delle parole che fanno paura ai liberali di poco carattere;
e sono due: _retorica_ e _mangiapreti_.
Della parola _retorica_ si può dir molto. Ogni parola che abbia un
senso alto, ogni frase che si diriga ai nobili sentimenti di patria o
di libertà: ogni discorso che esca dalle solite rotaie della mediocrità
soddisfatta e della conservazione sacrosanta, sono bollati e messi alla
berlina come retorica. Prima del Settanta era retorica il dire Roma
futura capitale d’Italia, e quegli stessi che schizzavano amari frizzi
(_diseur de bons mots, mauvais caractere_) contro gli scapigliati
vociatori de’ _meetings_ (si chiamano così in lingua costituzionale,
o più brevemente _mitingai_) dopo essere arrivati a Roma piangendo
e spinti a pedate dalla nazione (parola retorica; bisogna dire il
_paese_) inventarono poi l’_hic manebimus optime_ trionfale.
Ma in quei tempi la parola _retorica_ non chiudeva in sè tutto quello
scherno conservatore che rinchiude oggi, e pochi ne avevano paura; oggi
invece è diventata l’incubo, la bestia nera di tutti coloro che da
vicino o da lontano hanno che fare con la politica.
Avete visto un cane con una casseruola alla coda scappare per le
vie, tra le fischiate e le pedate? Ebbene, la parola _retorica_ è la
casseruola che temono tutti gli uomini politici, dalle alture del
Senato alle bassure dei foglietti ebdomadari.
Un oratore accusato di _retorica_, può fare una orazione meglio
di Cicerone, ma i colleghi gli punteggeranno le frasi con quelle
sghignazzate villane che i resoconti della Camera battezzano _ilarità_.
Un giornalista può aprire una _cronaca di miseri_, additare ad una ad
una le sciagure, le vergogne, gli spasimi che disonorano una città,
un governo, una società intera: ed i colleghi alzeranno le spalle,
scherzando sulla _retorica_ repubblicana e tornando alle notizie delle
reali rosolie e delle nuove nomine di commendatori tutte belle cose che
non sono _retorica_.
Il suffragio universale? Buffonata. I _meetings_? Pagliacciata.
Le dimostrazioni? Quarantottata... e così via. Del resto, tutta
_retorica_. Mettiamo che un povero calzolaio non trovi un cane da
calzare ed abbia fame: vedete che l’ipotesi non è inverosimile. Se
tace, prima di tutto non mangia, e poi rinuncia alla speranza di
mangiare. Se parla, in genere, di sofferenze dei diseredati, dei
proletari, dei poveri, una delle due: o parla a bassa voce, e allora
_fa della retorica_; o parla forte, e allora lo mandano a domicilio
coatto. Mettiamo che un avvocato lo difenda. Oh gli avvocati! Peste
della società, rovina delle istituzioni, ecc. E poi a che cosa servono
gli avvocati? A far della _retorica_. Non si è conservatori per niente.
Ma questa parola scotterà tra poco a coloro che se ne fecero un’arme
contro le aspirazioni al meglio. Se le cose pensabili sono anche
possibili, potrebbe darsi che un bel giorno li vedessimo con le
mani nei capelli gridare disperatamente: o lo Statuto? o il bene
inseparabile? o l’irresponsabilità?—E potrebbe darsi che ci fosse chi
sorridendo rispondesse: _retorica_. La risposta calzerebbe come un
guanto. Ora, conoscendo la debolezza di molti, i pochi si servono di
questa parola come spauracchio: ne hanno fatto un fantoccio di paglia
nel campo grasso delle istituzioni; ma se i passeri si accorgono che è
di paglia, addio raccolto.
Un’altra parola da spaventare i passeri timidi è _mangiapreti_. Tanta
ipocrisia si nasconde sotto questa parola che, non v’ha dubbio, nacque
al Gesù. I clericali mascherati da costituzionali, e i costituzionali
che hanno paura di parer clericali come sono, ne fanno grande uso.
Ricordare l’Inquisizione è _retorica_, questo si sa: ma proporre la
soppressione di un campanile è da _mangiapreti_. Nelle votazioni
amministrative si deve votare pei clericali, e se un onest’uomo rifugge
dall’imbrattarsi la coscienza con una vigliaccheria verso la patria, è
un _mangiapreti_; e aggiunge che la parola patria è retorica. L’abbiamo
visto ieri; gli schernitori dei _mangiapreti_ si sono baciati in faccia
coi preti, e questo bacio di fratelli in Cristo ce lo ricorderemo.
Ed è giusto. La religione cattolica non è la religione dello Stato,
secondo la Statuto largitoci dal magnanimo Carlo Alberto? Dunque
bisogna andar di braccetto coi ministri della religione per essere buon
costituzionale, buon osservatore della legge fondamentale. E buon pro’
vi faccia, e tanti saluti al cardinal vicario.
In Belgio il prete ama il suo paese, e tutti sanno quanto il clero
abbia contribuito alla fondazione del regno. In Francia è lo stesso,
e gli zuavi pontificii combatterono per la patria contro i prussiani.
Dappertutto il prete ha le idee retrive che gli vengono dalla religione
romana, ma ha una patria, e non consentirebbe l’alienazione di una
minima particella di essa. In Italia invece il clero ed i cattolici
sono nemici non solo della libertà, ma della esistenza della nazione
come corpo indipendente e padrone di voler tutto, anche l’unità. È
strano, dunque, che si vogliano far confronti tra noi e le altre
nazioni. Per queste, un governo clericale è un regresso, una sventura
civile, ma è sempre una questione interna che non tocca in nulla
l’essenza della patria. Per noi, un governo clericale sarebbe il
ritorno, almeno tentato, ai vecchi regni ed alle vecchie ingerenze.
Pare impossibile che ci siano ancora degli ingenui capaci di credere
che il governo temporale della Chiesa non rivivrebbe se i clericali
prevalessero.
Nei Comuni non vi fanno paura? E le scuole?
Se non viene applicato un radicale rimedio, come si applicherà, vedremo
un altro marchese Cavalletti senatore di Roma un’altra volta.
Ho sognato (la _retorica_ non impedisce di sognare) ho sognato che
la reazione aveva trionfato in Francia e regnava Enrico V. I nostri
soldati, senza scarpe e senza pane, si ripiegavano verso il mezzodì, e
Roma era in pericolo. Il generale De Charrette veniva da Civitavecchia;
il governo si era trasferito a Napoli.