fu veramente, e colle stragi e gli incendi giustificò il soprannome di
_martello del mondo_. Aquileia, Concordia, Altino furono distrutte, ma
non senza che i vinti edificassero una tradizione gloriosa intorno alle
loro sventure. Giano, Giglio o Egidio re di Padova è l’eroe principale
in queste invenzioni, che furono poi rimaneggiate da mediocri letterati
o condite di aromi cavallereschi per stuzzicare il palato del pubblico
indotto. Il re padovano prodiga i più bei colpi di lancia e di spada
come un eroe dell’Ariosto, ma gli tocca ritirarsi in faccia al nemico
che brucia senza misericordia le città ed i castelli dei quali riesce
ad impadronirsi. Padova è assediata e sotto alle sue mura accadono
battaglie epiche, degne dei canti d’Omero e del sangue troiano che i
discendenti di Antenore hanno nelle vene. Attila manda a sfidare il
buon re Giano, ed assistiamo ad uno scontro in campo chiuso come tra
i cavalieri della Tavola rotonda. I cavalli galoppano, le lance si
spezzano, ed Attila, da buon nemico della fede e della cavalleria,
cade di sella colle gambe per aria. Giano scende da cavallo e colla
spada recide un orecchio all’avversario; ma quando sta per recidergli
anche la testa, gli Unni rompono fede alle consuetudini cavalleresche e
cinquecento dei loro invadono il campo, salvano il re e fanno prigione
il paladino vincitore. Attila però, da buon cavaliere, il giorno dopo
libera Giano e fa appiccare i suoi cinquecento salvatori.
E qui la leggenda, che già aveva lasciato il tipo di tradizione
municipale per assumere quella del romanzo o del poema cavalleresco,
lascia anche le alte regioni d’Italia che Attila, in fatto devastò,
per scendere nell’Italia centrale che fu immune dalla unica rabbia.
Qui la leggenda veneta si collega colla riminese, poichè il buon re
Giano, non potendo più resistere in Padova, fugge di notte tempo e si
riduce a Rimini. E qui anche vediamo l’orgoglio delle famiglie feudali
prevalersi della leggenda per crescere l’antichità della propria
genealogia, e gli Estensi, sino nelle scorcio del secondo XVI, indurre
i Barberi a rimescolare e rattoppare la leggenda a maggior gloria
della dinastia ferrarese. A Rimini accorrono i cavalieri da ogni parte
d’Italia per la difesa del buon re Giano, ed ogni famiglia illustre,
ogni libera città vuole averci avuto i suoi rappresentanti. Attila,
persuaso di non poter espugnare una città difesa tanto bene, lascia in
disparte il codice cavalleresco, e travestito da pellegrino francese,
con un coltello avvelenato, entra in città per ammazzare Giano. Il
buon re, armato da capo a piedi, stava giocando agli scacchi, ed il
_flagello di Dio_, aspettando il momento propizio, stette a vedere i
giocatori. Anche qui l’entusiasmo per un bel colpo tradì l’incognito,
e l’orecchio perduto a Padova finì per constatare l’identità. L’Unno
s’inginocchia umile a domandar salva la vita, prega, piange, promette
persino di farsi cattolico, ma la vendetta dei vinti è inesorabile:
la tradizione lo fa morire da vile, e l’anima del terribile
flagellatore non abbandona il corpo _indignata_ come quella di Turno o
_bestemmiando_ come quella di Rodomonte, bensì piangendo come quella di
una imbelle femminetta.
Lasciamo oramai questi racconti. Chi ne è vago può trovarli negli
_Studi_ del D’Ancona, confortati da una meravigliosa erudizione e da un
acuto esame delle fonti. Notiamo solo che intorno ad Attila c’è stata
in Italia una moltitudine di leggende popolarissime che ora non sono
conosciute più che dagli eruditi. E lo notiamo per riflettere come
nella letteratura nostra si trovi che l’epica nazionale, a differenza
di quel che accade in tutte le altre letterature, non ha potuto prender
piede mai. Omero, Virgilio, i Nibelunghi, le epopee romanzesche
francesi, l’Edda, insomma quasi tutte le epopee straniere od antiche
sono calde di entusiasmo nazionale, sono cosa del paese e narrano
fatti o immaginari o veri, ma nel paese accaduti. In Italia l’Ariosto
ed il Tasso cantarono di cose non italiche, ed il povero Trissino che
tentò un poema di argomento patrio riuscì come tutti sanno. Le imprese
italiane non ebbero altri canti che gli eroicomici, la nostra storia
non ispirò ai poeti che la _Secchia rapita_, il _Torracchione_, il
_Catorcio_ ed altri poemi che sono belli senza dubbio, ma che sono ben
lontani dall’ispirarci i sublimi entusiasmi della _Iliade_ o del _poema
del Cid_.
Quali sono le ragioni di questa mancanza di ispirazione italiana nella
nostra epopea? Perchè almeno questo periodo delle invasioni barbariche,
che non doveva impaurire i regnatori come quelli dei comuni e di
Legnano, non tentò qualcuno alla vera epopea italica?
Ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio a rispondere. Le ragioni sono
molte, ma qui mi limito a notare che senza dubbio in noi italiani c’è
stato e c’è troppo scetticismo che ci trascina all’ironia comica del
Tassoni, troppa indifferenza che ci conduce ai capitoli berneschi,
perchè un poema possa far fortuna se condotto sul serio e senza
intenzioni polemiche.
L’epopea è morta, la tragedia è morta. Quanti sepolcri!
SER LAPO MAZZEI
Con la molto reverenda Accademia della Crusca non ho altro di comune
che il pio desiderio di scrivere in lingua italiana; non so dunque chi
sia l’arciconsolo, chi tenga il manico del frullone, chi impasti, chi
inforni e chi serva in tavola. Così non so se il signor Cesare Guasti
appartenga da presso o da lontano al sodalizio che _il più bel fior ne
coglie_, bench’io lo supponga; primo perchè mi pare di averlo sentito
ricordare nel processo Cerquetti di stravagante memoria; poi perchè
i toscani di una certa coltura son tutti della Crusca. Se poi non lo
fosse, peggio per l’Accademia.
Mentre alcuni accademici si contentano di ringhiare e d’abbaiare
come i botoli de’ barocciai, e riescono, a forza di pettegolezzi
muliebri, alla indecorosa scena del Tribunale di Milano dove il mio
buon Cerquetti si sentì condannare a due lire di multa per aver detto
all’Accademia quel che non si dice ad una donnaccia, c’è però chi
lavora nella bottega dell’arciconsolo, e le buone tradizioni non
sono perdute ancora. E quando anche il Guasti, in un momento di bile
accademica, avesse peccato in quel ridicolissimo processo Cerquetti,
molto gli deve esser perdonato perchè almeno egli lavora, ed a cose più
utili che sgusciar parole, bollare avverbi, a notimizzare preposizioni,
come parecchi Carneadi del Vocabolario sempiterno.
Dio nella sua infinita misericordia mi libererà dalla tentazione
di mettere il naso nel misterioso buratto; così egli mi tenga le
sue sante mani sul capo e non permetta ch’io sia mai accademico di
nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi
se ne intende il magro gusto di giudicare della bontà e serietà del
Vocabolario e mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del
Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi
e questa dell’epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglierò perchè, ripeto,
sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole
sono vive, dove si può dire, operano e significano nella continuità di
un discorso quasi di uno che parli, siano più utili di quei lessici
dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico
come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine
dei musei.
E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c’è ben altro che parole.
C’è una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci
tornano davanti agli occhi dell’intelletto, non già solitarie come
statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col
tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virtù, i
difetti di ciascuno e l’azione e la relazione di ciascuno cogli altri.
E’ insomma un frammento di società che risuscita col suo ambiente, i
suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E’ la Crusca mi bolli
la parola, è la _borghesia_ del Trecento che esce dal sepolcro, getta
il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni
meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda
che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre il _tramway_ (o Crusca,
come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente
sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come
mettano le vigne.
Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe
banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza
di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il
popolo adattò a lui la storiella del povero giovane arricchito per
avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella
vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta al _lord mayor_
di Londra, Dick Vittington, e dal suo gatto _Puss_. Buon cristiano
quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli
da una schiavetta che teneva in casa, pensò di spianarsi la via del
paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. Il _Ceppo_,
istituzione del Datini, vive ancora; forse perchè il fondatore e il
suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero
ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d’ingerenza
ecclesiastica dall’opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta
in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salvò
il _Ceppo_ dalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimo
_rimaneggiamento_ delle opere pie.
In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare,
visitato dai ladri, gli amministratori dell’opera, più teneri della
fortuna de’ poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero
ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi del _Ceppo_.
Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere?
Chi sa se le carte preziose siano state più al sicuro nel sottoscala
che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un
bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a
riordinare l’archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote
Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo
al Datini. Il Guasti è di Prato, e il pensiero di erigere al proprio
benefico concittadino un monumento _aere perennius_, lo mosse alla
pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il
felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla
lingua, e basti quella delle _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_ per
darmi ragione.
Il carattere più curioso e, direi, più trecentista che si trovi in
queste lettere, è quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da
una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una
tale evidenza che par quasi d’averlo conosciuto.
Ser Lapo era pratese anch’egli, ma fino si può dire dalla giovanezza
stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio
Salutati e più con Guido del Palagio che gli parve il più compiuto
tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una
rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche
il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa,
lo rimprovera. L’amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata è
delle più affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo,
subito la sua delicatezza si spaura; ma quando può, gli presta i
più fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per
candida e servizievole amicizia. Quando non può dargli la sua opera,
gli dà consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuità di core e
di fede, con _fiamma d’amore_, e gli procura la conoscenza di uomini
riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni
Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene
all’anima dell’amico al quale si è dato tutto, con amicizia sviscerata;
e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando
lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n’erano che
allora. D’accordo, ma _où sont elles les neiges d’antan?_
E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch’egli fu
squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoria e dei dieci di
Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria
che a Genova nel 1381 trattò della pace col Visconti. Ma, come
amava i _cibi grossi_, così non cercava gli onori e rimase contento
all’esercizio della sua professione ed all’esser notaio dello Spedale
di Santa Maria Nuova che amò più di casa sua. Era uomo di casa, ed
amava la famiglia con una certa severità antica della quale ora non
si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle città. Ebbe
più di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di
Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste
lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere,
scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un’arte magari manuale,
senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al
bisogno di bastare a sè stessi colla certezza di nessuna eredità
paterna. I notai de’ nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.
«Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero
(e’ dice _sfogar le pazzie_) gli piaceva: un figliuoletto che pativa
di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco.
Servitù non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni
o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per
risparmio. Alla donna confessa che talvolta era _amaro_, ma dell’amor
maritale conosceva la più pura sorgente e _albero della nave_ chiama le
madri.
«Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e’
dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella,
là spesso andava, così a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le
faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de’
vini; la vigna accomodava di propria mano; un po’ di buon aceto voleva
in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d’essere
i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene
spesso sulle labbra per far capire ch’egli aveva modi villerecci e
cervello sottile».
Insomma il nostro buon notaio era il modello di un repubblicano guelfo,
di un democratico cristiano, trecentista e toscano.
Ed era anche un modello d’impiegato. Non so come vadono ora le
faccende allo Spedale di Santa Maria Nuova. Spero, credo, desidero che
vadano a gonfie vele e che i lasciti siano amministrati sempre come
quelli del 1348 dei quali disse Matteo Villani: «Questi lasciti si
distribuiscono assai bene, perocchè lo Spedale e di grande elemosina e
sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine i quali son serviti
e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere e
da sovvenire ai malati, governandosi per uomini e femmine di santa e
buona vita». Ser Lapo era uno di questi uomini di santa e buona vita,
e se gli amministratori presenti non aspirano alla canonizzazione,
senza dubbio saranno rispettabili e di specchiata onestà come il
buon notaio pratese. Ma si può però giurare, se non scommettere, che
l’amministrazione sarà più complicata che non fosse al tempo di ser
Lapo, che con un solo _camarlinguzzo_ mandava avanti tutta la barca.
Tenevano meno libri, c’erano meno moduli e meno _controlli_ che non ci
siano adesso. «Egli andava a veder le terre dello Spedale; nei beni
lasciati per testamento indagava se fosse magagna di usure, perchè lo
Spedale non si caricasse di legna verde; nell’esazione dei crediti
regolava in modo le cose che gl’impotenti debitori non s’avessero a
lamentare de’ poveri. Cinquanta _reditadi_ amministrare e secondo la
volontà dei testatori distribuire l’entrata; e molte limosine che
venivano così a mano dispensava; e perchè v’erano mercanti che a fin
d’anno, veduto il guadagno dei loro traffici d’una parte facevano
limosina, a lui andavano, come ad uomo che aveva il segreto di molte
miserie, per far limosina che fosse _buona_. In tutto questo maneggiare
nascoso di carità, gliene andava talvolta del proprio; _minuzzoli_
(come’ e’ dice) _del pane ch’io doveva mangiare_. Ma per questo era
più lieto; e ricevendo come notaro la mercede di dieci fiorini al mese
credeva di viver del sudore de’ poveri». Davvero se gli impiegati non
chieggono al papa la canonizzazione di ser Lapo Mazzei, hanno il pelo
nel cuore.
Una cosa soltanto mi sorprende in questo curioso epistolario. Quelli
erano brutti tempi e la repubblica si trovava in uno de’ suoi più
pericolosi cimenti: la lotta contro quel Conte di Virtù che Colucci
Salutati chiamava _Comes vitiorum_. Senza dubbio ci furono dei momenti
di gioia e di angoscia grande, e spesso lo spavento entrò nelle case
e nel cuore dei cittadini. Ma il buon notaio appena parla delle cose
pubbliche, se non quando si tratta di lavorare pel Datini e trovargli
e fargli trovare raccomandazioni potenti per scansare qualche
accrescimento di tasse nei maggiori bisogni della repubblica. Eppure,
per quanto ser Lapo fosse distaccato dalle cose di questo mondo,
eppure era buon cittadino ed aveva sostenuto cariche importanti. Egli
invece nei momenti più critici cerca i buoni tribbiani e a prima vista
pare un indifferente; un epicureo alla sua grossa maniera temperato
di molta religione. Questo non me lo so spiegar bene. Che allora si
parlasse di politica meno che ora, sia pure e tanto meglio ma che nella
corrispondenza confidenziale di due amici non vicini, uno dei quali
era intrinseco anche dei principali personaggi della repubblica, non se
ne facesse mai o quasi mai parola, mi sorprende. O come il Datini, che
aveva tanti interessi, non cercava mai informarsi? O come ser Lapo era
tanto indifferente alle vicende del paese che amava pure e serviva? Io
non mi raccapezzo.
Se l’argomento non fosse troppo delicato, ci sarebbe anche qualche cosa
da dire intorno alla religione del nostro notaio. Cristiano più fedele,
più umile, più convinto di lui non si potrebbe trovare; e nelle sue
lettere qualche volta diventa ascetico come un romito contemplativo.
Eppure qua e là gli scappa qualche frase strana, come sulla libertà
della mente e su quel che dovrebbe fare il papa per tor via lo
scandalo. Sicuro della purezza delle sue intenzioni, giudica sicuro più
che oggi non sarebbe tollerato da una stretta ortodossia. Ma di questo
lasciamo, prima perchè queste scappate non tolgono nulla alla fisonomia
austeramente religiosa del nostro Lapo; poi perchè è ora di finire.
Oramai il lettore vegga il resto da sè.
DI UN LIBRO VECCHIO
Eccomi di nuovo.
Tra queste righe e le precedenti corsero parecchie settimane, ma la
colpa non è mia: è delle crude stelle, direbbe il Metastasio. Il fatto
è che le stelle, il sole, la luna e più di tutti il padron di casa,
m’hanno costretto a ricorrere all’arcangelo san Michele, la cui festa
si celebra agli otto del canoro mese di maggio; ed ho trasportati i
penati, le casseruole e tutte le mie masserizie in un altro domicilio.
Chi s’è trovato in simili frangenti, capirà che sia impossibile
fabbricare pasticci scritti in tanto scompiglio e mi compiangerà.
Quanto a me, trovo curioso che i tristi avvenimenti di questi giorni
siano posti sotto l’invocazione dell’arcangelo invitto che, nella
tradizione cattolica e nel poema del Milton, debellò il demonio. I
carri dei bagagli sono caricati e scaricati a suon di bestemmie; i
due peccati capitali, ira ed invidia, regnano sovrani senza grave
detrimento degli altri cinque; insomma si dannano tante anime nel
giorno di san Michele, da far quasi credere che per alcune ore il
demonio abbia il disopra. Non so dunque perchè si festeggi un santo,
proprio nel giorno meno propizio... Basta: lasciamo andare, per non
dire qualche eresia, e lasciamo fare chi se ne intende.
E pur troppo, in quel disgraziato giorno, il diavolo ebbe una fetta
anche dell’anima mia; e me ne confesso in pubblico, come facevano i
fedeli nei primi tempi del cristianesimo. Anzi n’ebbe due fette: una
per via del cambiar casa, e l’altra per la lettura di un libro proibito
che feci appunto tra un peccato d’ira ed uno d’impazienza. In verità
ch’io sono un gran peccatore, e spero che voi cari lettori, non mi
dimenticherete nelle vostre orazioni.
Lessi dunque un libro latino, le _Epistolae obscurorum virorum_, che
altre volte avevo scorso con pochissima attenzione, badando piuttosto
alla festività del latino maccheronico che alla ferocia della satira
ed alla importanza storica o polemica del contenuto. Letto con
attenzione e con maggiore preparazione ad intenderlo, il libro mi fece
tutto altro effetto. Mi pare strano che i poveri teologi di Colonia,
tanto spietatamente flagellati in quel libro, non si siano impiccati
per disperazione come Licambe e Neobulo dopo i giambi di Archiloco.
Ma forse dalla teologia loro attinsero la forza di resistere alla
tentazione, pensando che il suicidio è peccato.
Il Rinascimento fu splendido in Italia, ma si fermò piuttosto alla
parte formale. Appena la stampa fu inventata in Germania, si vide
l’Italia profittarne subito, meglio che le altre nazioni. Quando in
Germania non si stampavano che Bibbie e libri ascetici, qua Aldo aveva
già dato fuori quelle magnifiche edizioni di classici latini e greci
che oggi ancora sono cercate assiduamente e pagate riccamente. Ma
la cultura non giunse alle radici della pianta italica. Diventammo
metà scettici e metà pagani, chiamammo Giove quel Dio che fu già il
terribile Jehova degli Ebrei, sorridemmo del papa, dei sacerdoti
e della religione, senza procedere oltre, senza che le coscienze
provassero la necessità di una fede nuova o di una riforma della
vecchia. Il Valla parve deliberato per un momento a combattere la
potenza pontificia e ad assalirla nel punto vulnerabile; ma, in fondo,
la sua non fu che una ribellione di umanista malcontento, che parla
con ornatissimo stile ad un pubblico di umanisti scettici come lui.
Nessuna convinzione, nessuna fede spinse i letterati e gli artisti alla
discussione dei più delicati problemi della coscienza.
Parve che il Valla scrivesse contro la pretesa donazione di Costantino
per far paura od ottener patti più grassi. Certo poi tornò in grazia,
scrisse se non la palinodia, almeno una giustificazione; e ad ogni
modo contese con Roma non per fede, ma per ira, appunto come inveì con
eleganti e maligne invettive contro il Poggio ed il Filelfo, che lo
ripagarono a misura di carbone.
Lo stesso Savonarola non dommatizza, non discute le deviazioni
del pontificato, le consuetudini, le sentenze dei Padri, la nuova
costituzione della Chiesa ed il nuovo aspetto del cattolicismo. Egli si
ferma alle applicazioni, e sembra piuttosto un politico che un teologo.
Roma oppone il domma ai suoi assalti, ed egli non osa più assalire
il nemico dietro quella sacra trincea. Così tutto si adagiava in una
accidia di coscienza, in un torpore dell’anima che furono fatali
all’avvenire delle nazioni latine; poichè si può bene stimare che le
discussioni di religione siano vane ed inutili quanto quelle della
filosofia, ma non si può negare che quelle siano appunto le liti che
accendono di più gli animi, scaldano i combattenti fino ad invocare il
martirio e commuovono le nazioni fino alla intime midolle, trascinando
chi veramente crede a imprese gigantesche, ad eroismi che paiono
sovrumani.