Se il libro del Piergili giovasse a scuotere il Ranieri dal suo

misterioso silenzio, se giovasse a chiarire il dubbio che egli conservi

molte e delle migliori cose del poeta, se giovasse a far paga la nostra

santa e nobile curiosità che ci rende famelici di tutto quel che viene

dal Leopardi, anche dei minimi scarabocchi infantili, benedetto il

giorno in cui venne alla luce. Ma per ora, pur troppo, non pare.

MARIA MALIBRAN

Il maestro Pacini narra nelle sue memorie, che quando sentì la Malibran

la prima volta al teatro S. Carlo di Napoli nella _Gazza Ladra_, lo

dovettero portar via dal palchetto perchè dava segno di alienazione

mentale e disturbava il pubblico colla sua ammirazione frenetica. La

stessa _Gazzetta di Bologna_, foglio ufficiale di Monsignor Legato

tra una enciclica e l’altra, inseriva una frase lirica per la divina

cantatrice. Il Fètis, che morde spesso e volentieri non può dir male di

lei; insomma, intorno alla sublime attrice non si ode che un concerto

di elogi, i quali finiscono alle meste ed immortali strofe di Alfredo

de Musset.

Ed ora, che cosa resta di questa donna adorata che fece impazzire i

nostri nonni, che a Lucca si vedeva staccare i cavalli dalla carrozza,

che a Venezia doveva rifugiarsi in San Marco per non essere soffocata

dalla folla del popolo plaudente? Che cosa resta di quelle corone,

di quegli entusiasmi, di quelle frenesie? La Malibran è diventata un

ricordo, a poco a poco il suo nome passerà tra quelli delle attrici

illustri note solo agli eruditi. Così il tempo passa e cancella le

impronte di coloro che non poterono affidarle a monumenti durevoli.

Gli oratori, gli attori, i cantori godono di trionfi momentanei,

improvvisi. Spenta la generazione di coloro che udirono, nulla resta

di loro. Nessun fonografo renderà la potenza oratoria del Castelar,

come non ci potrebbe rendere il fascino della Rachel o della Malibran.

L’onda del tempo passa sulle memorie umane e lentamente cancella tutto.

Vi ricordate voi il timbro di voce de’ vostri morti?

Si può dire che il mondo, a periodi, è assetato di originalità:

si può dire le evoluzioni storielle hanno il loro riscontro

nelle evoluzioni dell’arte, e che i periodi fatali del Ferrari,

_preparazione_, _rivoluzione_, _reazione e sosta_ si riproducono,

se non con precisione regolare di misura certo con precisione di

evoluzione in tutti i campi della attività umana. Al tempo in cui la

Malibran apparve, l’arte si trovava appunto in uno di quei periodi

di febbre nei quali ogni novità, purchè porti un certo suggello

artistico è bene accetta, cercata. Il classicismo bastardo dell’impero

aveva finito il periodo di preparazione, oramai maturo, annunciava

la rivoluzione dei romantici. In teatro, per non dir altro, regnava

sovrana Giuditta Pasta, attrice grande, ma che posponeva l’ispirazione

alla correttezza. La Sonntag, cresimata rivale della Malibran, fredda,

quasi meccanica nella esecuzione, senz’anima e senza calore, colpita

poi nel cuore e trascinata dalla corrente rivoluzionaria, doveva

anch’essa abbandonare la correttezza per l’ispirazione e riscuotere

l’applauso sincero della sua stessa rivale. Il segreto dei trionfi

della Malibran sta appunto in questa rispondenza delle artiste. La

conversione della Sonntag prova i gusti del pubblico, e l’apoteosi

della Malibran prova la sua invidiabile adattazione a questi gusti di

novità artistica. Ella fu grande perchè il suo organismo di cantante e

di attrice rispose perfettamente ai nuovi bisogni dell’arte rispetto

alle variate condizioni del gusto negli spettatori. Se avesse imitato

la Pasta, sarebbe stata una cantatrice di secondo ordine; ma perchè

non imitò, aiutata dallo studio e dalla natura, giunse a quella fama

che dura ancora nella tradizione. E questo esempio non dovrebbe esser

dimenticato da quelli che nell’arte non vedono che un eterno succedersi

di imitazioni, una copia continuata di forme e di tipi antichi, vecchi

appunto perchè antichi e disadatti al tempo ed al gusto presente.

Tutto questo non risulta già dalle scomunicate riflessioni di qualche

maestro rivoluzionario, di qualche apostolo della musica dell’avvenire.

Tutt’altro. Risulta dalle confessioni di un illustre uomo che ha

sessantaquattro anni, che siede all’Accademia francese da venticinque,

e che non è noto certo per indisciplinatezza d’ingegno. Risulta da un

opuscolo di Ernesto Legouvé pieno di curiose riflessioni e di quegli

antichi aneddoti che oggi hanno più fortuna della storia severa e

togata.

Il Legouvé, persuaso di non saper capire e gustare la musica e pure

reagendo contro questa persuasione che gli veniva dai discorsi di

famiglia più che altro, vegetava, dic’egli, nelle regioni temperate

della musica d’opera comica, fino al giorno in cui un incontro

improvviso _cambiò subitamente il suo gusto in una passione_ e lo

trasportò subito nelle più alte regioni dell’arte. Da queste parole

sue si capisce che la pretesa iniziazione spetta per metà all’artista

che seppe rispondere all’aspettazione dell’ascoltatore stesso, il

quale, stanco di un’arte invecchiata che non poteva più rispondere alla

preparazione de’ suoi sentimenti, trovò e seppe capire la beltà del

nuovo, la giustezza dell’originalità e la equivalenza della evoluzione

dell’arte con la evoluzione del gusto. Questa interpretazione quasi

fulminea di un ciclo artistico, avvenuta in una mente inconsciamente

preparata, scaturisce con evidenza dal racconto che ci fa il grave

accademico.

«Allora si parlava molto a Parigi dell’arrivo di una giovine

cantatrice, figlia del celebre tenore Garcia, moglie di un negoziante

americano il signor Malibran, e che si annunziava come rivale della

Pasta. La mia buona fortuna mi condusse al Conservatorio di musica ad

un concerto di carità, il giorno in cui ella cantava a Parigi per la

prima volta. La folla era grandissima e l’aspettazione viva. Sul palco,

tra le dame patronesse, la nuova arrivata era nulla di straordinario

nella sua persona e nella sua fisonomia. Sotto il piccolo cappuccio

color di malva, in cui nascondeva mezzo il viso, rassomigliava ad una

giovine _miss_. Venuta la sua volta di cantare, si alzò, si tolse il

cappello e andò verso il pianoforte, poichè doveva accompagnarsi da

sè. Seduta appena, cominciò la trasformazione. Prima di tutto la sua

acconciatura sorprese per la sua semplicità: nessun riccio, nessuna

sapiente architettura di capelli; la pettinatura liscia disegnava la

forma della testa. Aveva la bocca un po’ grande, il naso un po’ corto,

ma un ovale di faccia così bello, un disegno di collo così puro, che

la bellezza dei lineamenti era compensata dalla bellezza delle linee,

e finalmente certi occhi come non se ne erano visti da Talma in qua:

degli occhi che avevano un’atmosfera. Virgilio ha detto _natantia

lumina somno_, occhi che nuotavano nel sonno: ebbene, Maria Malibran

aveva, come Talma, certi occhi che nuotavano non so che in qual fluido

elettrico, dal quale lo sguardo prorompeva luminoso e insieme velato,

come un raggio di sole che traversa una nube. I suoi sguardi parevano

pieni di malinconia, di pensiero e di passione.

«Cantò la romanza del salice nell’_Otello_. Alla ventesima battuta

il pubblico era vinto: alla fine della prima strofa era inebbriato;

alla fine del pezzo era ammattito. Per me, provai la sensazione di

uno che sia nella navicella di un pallone tenuto dalla corda, quando

lo lasciano andare. Un momento prima egli dondolava placidamente

a pochi metri dal suolo, ed ecco ad un tratto slanciato come una

freccia nell’immensità dei cieli. Ella mi appare improvvisamente

come la interprete più pura, più patetica della poesia dell’amore e

del dolore. Mi si aprì davanti un nuovo mondo, il mondo della grande

musica drammatica; e le rappresentazioni della _Semiramide_, della

_Gazza Ladra_, del _Tancredi_ compirono la mia iniziazione. Il genio di

Rossini e il talento della Malibran m’avevano iniziato».

Questo capita a molti. Si era dubbiosi e tediati in certe formule

artistiche discutendo a freddo, sofisticando di estetica, senza altre

convinzioni che quelle procedute da faticosi ragionamenti, quando ad

un tratto ci troviamo innanzi ad un’opera, ad un quadro, ad un volume

che ci squarcia i veli del tempio davanti agli occhi, e gridiamo:

ecco il mio maestro, il mio pittore, il mio poeta! Quando poi tutta

una generazione, stanca dell’antico che non gusta più e che capisce

appena, aspetta la buona novella e vede il messia compiere i miracoli,

l’entusiasmo prorompe, trasmoda, e fa commettere le pazzie che si

commisero per la Malibran. Tutto sta che il messia venga al momento

opportuno e che bandisca le dottrine e compia i miracoli necessari

e adatti alle aspirazioni del popolo eletto. Siamo sinceri, chi

impazzirebbe oggi per la Malibran nel _Tancredi_? Se fossero giorni di

crisi ministeriale, ci sarebbe il caso di trovare il teatro vuoto. Gli

entusiasmi, le frenesie romantiche sbollirono, e comincia l’era del

positivismo. Ogni cosa a suo tempo, anche le manifestazioni dell’arte.

Maria Malibran, che aveva il canto e l’azione pieni di passione,

era l’artista che ci voleva per quella generazione di romantici che

portarono la passione nell’arte. Obbediente all’impulso interno,

non usava i gesti solennemente tragici che le sue rivali studiavano

davanti allo specchio, ma si incarnava profondamente nel personaggio

rappresentato, senza calcoli antecedenti, come voleva l’ispirazione

del momento. Lì era grande, e i vecchi narrano che veramente atterriva

gli spettatori quando nell’ultimo atto dell’_Otello_ percorreva il

palcoscenico scapigliata, cercando uno scampo. Questi suoi impeti,

queste sue improvvisazioni giuste, ma originali, avevano l’illusione

della verità e colpivano profondamente un pubblico avido di originalità

e di passione. Il pubblico trovava l’artista delle sue aspirazioni, e

l’artista, rispondendo così ai bisogni del pubblico, seguiva l’impulso

ricevuto dalla preparazione paterna.

Il tenore Garcia era impetuosissimo. La fanciullezza e l’adolescenza

della Malibran furono tormentate dalle violenze paterne, e quando

nell’ultimo atto dell’_Otello_ rendeva così bene lo spavento della

morte, rendeva le sensazioni provate quando la prima volta cantò col

padre l’_Otello_. Garcia le aveva detto:—Se canti male, all’ultimo

atto ti ammazzo davvero.—In scena egli l’afferrò mentre fuggiva e

sguainò l’arme; ed ella, piena del suo doppio personaggio di artista e

di figlia, quando si vide sopra gli occhi terribili del padre, credette

proprio di dover morire, si dibattè e morsicò fino al sangue la mano

che la teneva stretta, Garcia gridò di dolore, e il teatro, credendo di

udir l’urlo furibondo di _Otello_, scoppiò in applausi. Così ella era

quel che la faceva il teatro, tanto fortemente presa dalla situazione

drammatica, che ne era come invasata. Non poteva indicar prima quel che

farebbe in scena, perchè nemmeno lei lo sapeva, e diceva ai parecchi

tenori che cantarono l’_Otello_ con lei: «Afferratemi dove potete

all’ultima scena, perchè in quel momento non posso rispondere de’ miei

movimenti.»

A questa subitanea ispirazione d’artista dovette anche la sua

riconciliazione col padre. Il Legouvê narra questo episodio, al quale

fu presente: «La violenza del padre aveva fatto sorgere troppe tempeste

nelle relazioni loro. Erano rotti mortalmente tra loro e divisi da

lungo tempo, quando Garcia, vecchio oramai e cupo, arrivò a Parigi. Si

mise assieme una rappresentazione al Teatro italiano e si lesse sul

cartello: _il signor Garcia sosterrà la parte di Otello, e la Malibran

quella di Desdemona_. C’ero anch’io, quella sera, e non ho mai visto

più fremente aspettazione di pubblico. Venne Garcia, venne la Malibran,

poi Lablache che faceva da padre. Fosse la presenza della figlia o

altro, il vecchio leone ritrovò i sublimi ruggiti della sua voce

possente. Ella stessa elettrizzata, commossa da questo ravvicinamento

pieno di patetiche amarezze, nel primo atto, nel delizioso duetto colla

nutrice, nel finale, trovò accenti di malinconia disperata, come un’eco

anticipata della romanza del salice; e la tela cadde tra un uragano

di applausi. Dissi cadde... ma aspettate. Nel finale, Otello era alla

dritta dello spettatore, vicino alla quinta, e Desdemona alla sinistra

vicino anch’essa ad una quinta. Ora, mentre cadeva la tela, anzi

quando la tela fu a poca distanza da terra, vidi i piedi di Desdemona

rivolgersi improvvisamente e correre verso i piedi di Otello. Scoppiò

una formidabile chiamata, la tela si alzò, ricomparvero insieme, solo

che erano neri tutti e due. Gettandosi nelle braccia del padre ella

s’era tinta il viso nel nero di Otello. La cosa era comica! Ebbene, non

rise nessuno. Capirono tutti in teatro quel che c’era di commovente

in quello spettacolo, non videro il grottesco, ed applaudirono

freneticamente questo padre e questa figlia, riconciliati dall’arte,

dal talento, dal trionfo loro. S’erano abbracciati in Rossini.»

Ma basta. Che cosa resta di questa artista che fu tutta del suo tempo,

che fu l’idolo adorato di una generazione intera? Restano immortali le

sole strofe del Musset:

O Ninette! où sont-ils, belle muse adorée,

Ces accents pleins d’amour, de charme et de terreur,

Qui voltigeaient le soir sur ta lèvre inspirée

Comme un parfum lèger sur l’aubèpine en fleur?

Ou vibre maintenant cette voix éplorée

Cette harpe vivante attachee à ton coeur?

LA LEGGENDA D’ATTILA IN ITALIA

Alle volte ci lamentiamo di vivere in un mondaccio cane, e basta che il

camino fumi, l’arrosto sia bruciato o l’agente delle tasse ci mandi un

brano della sua prosa, perchè montiamo su tutte le furie e diventiamo

pessimisti peggio dello Schopenhauer, del Leopardi o dell’Hartmann.

Ebbene siamo ingiusti, siamo incontentabili. Basta ritornare un po’

addietro col pensiero per riconoscere che viviamo in una relativa età

dell’oro, in una età tanto piena di sicurezza e di comodità da aver

paura di un cataclisma. Dovremmo buttare gli anelli in mare come il

felicissimo Policrate.

Infatti, pensate un momento che bel gusto doveva essere il vivere al

tempo di Sua Maestà «Attila, figlio di Bendeguz, nipote del grande

Nemrod, nutrito in Engaddi, per grazia di Dio re degli Unni, de’

Medi, de’ Goti, de’ Daci paura del mondo, flagello di Dio.» L’intera

Europa visse parecchi anni negli spasimi della paura; nelle angoscie

dell’agonia. Si aspettava la morte tutti i giorni, la rovina di ogni

cosa più caramente diletta, lo scempio della famiglia, la notte

eterna ed i tormenti immaginati dalle feroci fantasie degli asceti,

ed analizzati dai sillogizzatori di Bisanzio. Si tendeva l’orecchio

al lontano rombo della tempesta e dopo il tuono si aspettava senza

respirare il fulmine distruttore. All’orizzonte rosseggiavano gli

incendi, il vento recava i lamenti delle vittime e gli urli dei

carnefici, i fiumi portavano cadaveri, e i sacerdoti dicevano le

sinistre parole dell’Apocalisse. Veniva il flagello di Dio.

Dai ghiacci del settentrione scendevano i flagellatori, orridi

nell’aspetto, feroci nell’anima: unni, rugi, goti, geloni, borgognomi,

bellonoti, basterni, turingi, turcilingi, marcomanni, svevi, quadi,

eruli, tutto quanto più barbaro di più sfrenato, di più sanguinario

errava dalla Scizia alla Borgogna, dalla China alla Scandinavia.

Favelle orribili, urli selvaggi, facce ferine, irsute, tatuate,

spaventose. E questa fiumana scellerata e sterminata si rovesciava

tutta sull’Europa latina fatta mite di costumi nella sua decadenza,

addormentata nella porpora e nei fiori, sfiorata appena dalle scorrerie

di Alarico e di Radagasio. No, non si può veramente immaginare fin dove

sia arrivato lo strazio delle povere città invase e la paura delle

salvate. I barbari distruggevano e passavano, come la lava. Attila era

veramente il _flagello di Dio_ ed il martello del mondo, come egli

stesso si diceva. Aquileia lo seppe.

Grazie a recenti lavori, le tradizioni sulla morte d’Attila sono

divenute notissime, ma nessuno saprà mai quale immenso respiro di

sollievo dèsse il povero mondo latino alla notizia di quella misteriosa

morte. Permangono le vestigia del terrore come quelle della gioia per

lo sfuggito pericolo, e stanno sparse nelle storie e nelle tradizioni

municipali di parecchie città dell’alta Italia. Passato il pericolo, o

dopo lungo tempo le città che temettero, confusero il pericolo temuto

colla realtà e credettero davvero di essere state saccheggiate dalle

onde barbariche. Così avvenne che quasi tutte le città dell’alta Italia

segnarono nella loro storia un eccidio dovuto al flagello di Dio,

mentre in fatto Attila non passò mai il Po.

Queste sparse tradizioni e leggende furono in un sol corpo ed ordinate

in uno studio solo dal professor Alessandro d’Ancona, uno dei pochi

professori che giunti al maresciallato dell’Università seguitino a

lavorare e non dormono come certi altri, i quali non potendo sperare

nuove promozioni, si chiudono nel bozzolo dello stipendio, insensibili

ed assopiti come i bachi. Il D’Ancona e pochi altri lavorano sempre

ed instancabilmente, non per ottenere una promozione impossibile od

una croce troppo facile ma per amore profondo e disinteressato alla

scienza. Si può non avere le opinioni di questi uomini, si può, come

pur troppo fanno certuni, credere inutili le loro fatiche, ma non si

può non rispettarli. Così ne avessimo molti di questi professori nelle

povere nostre Università!

Anche negli _Studi di critica e storia letteraria_ stampati a Bologna,

il professore pisano segue il sistema che diremmo storico a confronto

dell’altro che diremmo filosofico. Poichè ci sono due sistemi di

critica letteraria oggi in Italia; al di qua del Garigliano, che

rendendo conto di un autore studia prima la storia dei tempi, la

biografia, l’ambiente morale e sociale, tutto insomma quel che giova

a dare un giudizio conclusivo basato su fatti cercati, trovati,

esaminati. Vedi ad esempio i lavori del D’Ancona, del Carducci, ecc.

L’altro sistema, accettato specialmente di là dal Garigliano, dove

le menti inclinano più facilmente alle speculazioni filosofiche,

consiste nell’immedesimarsi coll’autore esaminato, cercare di entrargli

nella coscienza e spiegare così logicamente le sue opere. Vedi il De

Sanctis, lo Zumbini, ecc. Certo che questi sistemi non sono esclusivi

ed ammettono ognuno necessariamente qualche invasione del sistema

contrario. Ma la caratteristica della critica di questa mezza Italia

è una prevalenza della ricerca storica, esterna; mentre il segno

distintivo della critica dell’altra mezza Italia è una prevalenza della

ricerca filosofica intima. Ottimi sistemi tutti e due quando sono usati

da poveri di spirito che riescono a fare una indigesta compilazione o

una esposizione di impressioni grottesche. Ma basta di questo.

Firenze è la città che serba nelle sue vecchie cronache le più

imbrogliate tradizioni intorno ad Attila. Ricordano Malespini, vera o

apocrifa che sia la cronaca attribuitagli, narra le più stravaganti

imprese compiute dal flagello di Dio in Firenze, narra le fiabe che

senza dubbio le nutrici raccontavano ai bimbi sotto la cappa del

camino. Tra le altre il re unno dalla _testa calva e dalle orecchie di

cane_ non potendo vincere la città colla forza, la vince coll’astuzia

invitando a desinare ad uno ad uno i giovani fiorentini e ammazzandoli

poi e gettandoli nel fiume. Ne fa uccidere così duemila, e i fiorentini

se ne accorgono vedendo rosse le acque d’Arno e se ne accorgono troppo

tardi perchè, stremati così di forza, sono facilmente soggiogati dal

tiranno. Il buon Malespini non si accorse della inverosimiglianza di

questa fiaba? Per ammazzare duemila uomini uno al giorno ci vogliono

tra cinque a sei anni, e i fiorentini eran ben distratti se per

accorgersi della mancanza di tanta gente aspettavano di veder rossa

l’acqua d’Arno!

Il Malespini tra tante fiabe narra alcuni fatti veri, che sono però da

attribuirsi al re goto Totila anzichè all’unno Attila, proprio come

il Villani attribuisce invece a Totila quel che spetta ad Attila. È

proprio il caso inverso; e il Pucci, nel suo Zibaldone, non sapendo

raccapezzarsi, fa di tutto un minestrone, un pasticcio mostruoso,

dal quale si capisce solo come le tradizioni sulla invasione unnica,

svisate, alterate, imbottite di fiabe puerili, persistessero tuttavia

verdi e vivaci.

Anche Roma volle essere stata minacciata, e la prima gloria del papato

nel medio evo, la fermata cioè della fiumana barbara per opera di

Papa Leone, fu portata dal Mincio sul Tevere. Ravenna, competitrice di

Roma in quei tempi, volle appropriarsi la gloria del pontefice romano,

e ci narrò che il pontefice ravennate Giovanni compì l’atto che la

storia rivendica a papa Leone. In questa leggenda ravennate, emula

della romana, è accennato tutto un periodo storico rimastoci poco meno

che sconosciuto. Quando la sede dell’impero fu trasportata a Ravenna,

la chiesa della nuova capitale assunse una importanza nuova e grande,

ed accennò a voler sopraffare l’emula. Gli arcivescovi ravennati si

chiamarono pontefici ed i canonici cardinali. Tutta una storia di

lotte fra le due chiese, tutta una guerra di raggiri, di tentativi, di

scomuniche, di scismi deve essersi svolta tra Ravenna e Roma. Qualche

frammento poco studiato ce ne rimane ancora, ma i particolari della

contesa, le dottrine, le polemiche, quasi tutta insomma la storia

vera di quel periodo furono soppressi o dal tempo o dagli uomini.

Perdita dolorosa e forse irreparabile: ma varrebbe la pena che qualcuno

riunisse le poche fronde sparse con amore e studio e ci dèsse in un

fascio solo quel che ancora ci resta dell’importante episodio. Onesto

desiderio che probabilmente non sarà mai soddisfatto.

Ma la leggenda più gloriosa e, se la parola è lecita, più romantica,

è quella di Rimini. La leggenda riminese non è, secondo il Thierry,

che la riproduzione esatta di quella di Troyes, dove gli invasori,

colpiti da subita cecità, attraversano l’abitato senza miracolosamente

vederci anima viva; ma a Rimini non si parla di miracolo e lo stesso

Attila rimane ucciso. Gli unni assediano la città ed Attila travestito

vi penetra. Si reca in piazza, sotto una loggia dove alcuni giuocano

agli scacchi, e si ferma a vedere. Ad un tratto, ad un bel colpo, si

dimentica d’essere incognito, vuoi dir la sua, e riconosciuto alla voce

canina è preso ed appiccato alle finestre del palazzo Tingoli. Gli

antichi commentatori di Dante conobbero e ripeterono la leggenda.

Ecco una leggenda, proprio leggenda. Qui non c’è nulla che accenni al

proselitismo religioso come nelle tradizioni di Modena, di Roma e di

Ravenna. Non c’è il fondamento storico delle tradizioni fiorentine che,

confondendo Attila con Totila, fanno morire in maremma il re degli unni

come in verità vi morì il re dei goti dopo la battaglia di Tagina. E’

proprio lo spirito municipale che inventa belle e gloriose imprese per

la esaltazione propria, senza rispettare e senza ricordare la storia.

Le città italiane al tempo delle invasioni barbariche, e specialmente

degli ungheri, cominciarono a circondarsi di mura, ad ordinarsi

alla resistenza, a combinarsi internamente in quegli organismi che

determinarono poi la vita comunale. Questa leggenda è una reliquia

dello spirito che, eccitando fortemente il _chauvinisme_ municipale,

tenne viva la fiamma sacra della indipendenza e della libertà

cittadina; è un esempio rozzo e primitivo di quegli entusiasmi che

c’ispira oggi la patria comune. Mentre ora nella glorificazione della

patria si procede per amplificazione, allora non si sdegnava anche un

altro istrumento retorico, l’invenzione; e si trovava naturale che il

_flagello di Dio_ morisse ignominiosamente appiccato alle finestre di

un cittadino qualunque.

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