sicurezza: ma appunto qui non si sa nulla di certo. Il come, il quando
ed il perchè il manoscritto sia andato a nascondersi nella topaia dove
il nipote del Volta lo trovò non può sapersi. Il nipote del Volta si
permette soltanto qualche ipotesi, anzi parecchie ipotesi che possono
esser accettate come tali e non altro.
Non voglio già sostenere con questo che la cantica ora stampata sia
una falsificazione. Non c’è nulla che lo dica come a negarlo non c’è
che l’opinione del nipote dell’inventore della pila. Non c’è nulla
di strano che il Leopardi da ragazzo scrivesse a modo d’esercizio
scolastico questi poveri canti, queste povere terzine.
Ma il rispetto, la venerazione che tutti abbiamo grande ed io ho
grandissima per l’infelice poeta, non ci debbono impedire dal
confessare che questa cantica, imitazione d’imitazione, non è altro
che un lavoruccio scolastico, retorico, poverissimo sia nel riguardo
del concetto che della lingua.
La lingua infatti denota uno studio assiduo dei classici, o anzi meglio
de’ trecentisti, non corretto ancora da quello squisito gusto che fece
grande il Leopardi. C’è sino l’affettazione dell’arcaismo, c’è sino
l’esagerazione ortografica che gli fa dire:
I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi
Tant’era pien di lutta e di terrore.
Non c’è mai un _io_, ma sono tutti _i’_; non c’è parola mozzabile in
principio che non sia mozzata e ci troviamo lo _’ngegno_; _’ncontra_;
_’ntorno_; _’ntelletto_ e mille anticaglie, _roggia_ per rossa,
_lutta_ per lotta, _frati_, per fratelli, _di rampa_, _approcciare_,
_dischiavacciare_, _credulitate_, _rinomo_, e il pomo d’Eva è il
_piagnevol pomo_; proprio un glossario, un zibaldone di modi effettati
o rancidi. Sarà del Leopardi, ma la lingua potrebbe essere non che del
padre Cesari o del Puoti, ma di Fidenzio Glottecrisio Ludimagistro.
Quanto al concetto, è una imitazione d’imitazione. Lo stile è un calco,
è un mosaico dove si trovano interi versi di Dante o di altri appena
cambiati in una parola. L’episodio di Ugo è una imitazione un po’ della
Francesca, un po’ dell’Ugolino, e la chiusa dell’episodio che piace
tanto al nipote dell’inventore della pila, confida col comico; dice:
E svolazzò lo spirto sospirando!
Sarà del Leopardi insomma, ma questo non deve influire sulla verità.
Sarà del Leopardi, ma è una povera, poverissima cosa. Il Leopardi
stesso del resto ha giudicato, accettando poche terzine dopo molte
correzioni: dato sempre che il Leopardi abbia scorretto il Leopardi. Se
il povero poeta vivesse ancora e il signor Giovannino Volta gli avesse
fatto un tiro da galera, non poteva forse fargliene uno peggiore che
pubblicando questo imparaticcio che fa a pugni con tutte le convinzioni
filosofiche e con tutta l’arte squisita del recanatese.
Per questa sconciatura e per la prefazione, della quale non dico nulla
temendo che si possa sospettare qualche impossibile antipatia in me
contro l’egregio nipote del l’inventore della pila, fu incomodata una
illustre accademia milanese, si fecero suonare le trombe tutte dei
giornali ed il monte ha partorito. Dico, e torno a dire sconciatura,
l’avesse fatta anche il Padre eterno; poichè in fin dei conti se la
critica deve usare delle ipocrisie, può andare al Gesù, ma non caverà
un ragno da un buco. So bene che si troveranno anche i giornali
di manica larga che loderanno senza aver letto, ma so bene che la
coscienza ripugna a lodare quel che appare brutto e sbagliato.
Giacomo Leopardi è troppo grande poeta e troppo in alto perchè questa
bambinata possa mai scemargli una dramma della nostra ammirazione. Non
guastano il grand’uomo gli schizzi di meconio che la balia gli trovò
nelle fascie; noi lo rispettiamo e lo amiamo lo stesso. Altrettanto
però non possiamo certo fare pei nipoti dei grandi che fanno tanto
fracasso per tante piccinerie. Il nonno può avere inventato la pila,
lo riconosciamo; ma non riconosceremo così che il nipote possa aver
inventato la polvere.
Io mi doleva già che il Ranieri se ha delle cose inedite del Leopardi
non le pubblicasse ma dopo questa profanazione direi quasi che fa bene.
Ma no. È impossibile che il Leopardi abbia lasciato al Ranieri di
questa povera roba. Ah, l’amico incomparabile del povero Giacomo
dovrebbe parare questo colpo tirato alla fama dell’amico dandoci
qualche cosa di meglio!
Egli dovrebbe davvero riparare alla profanazione volgare e piccina
mostrandoci tutto il Leopardi della maturità, il Leopardi che
conosciamo ed ammiriamo. Dica egli almeno che può dirlo, se il povero
infelice non avrebbe protestato altamente contro questa improntitudine
scempiata che lo mette alla berlina come scolaretto plagiario.
Rispetto il giudizio degli altri, ma quanto a me lo dico chiaro e
tondo: è una vergogna!
GLI ULTIMI ANNI DI G. LEOPARDI
Se con parole, con opere o con omissioni un disgraziato fece tanto
da vedere la propria fama oltrepassare l’ombra del campanile natio,
non gli sarà più possibile nascondere qualche cosa alla curiosità
dei concittadini. I Vaperau ed i De Gubernatis gli pubblicheranno la
fede di nascita, il certificato di vaccinazione ed i connotati; e gli
oziosi nei caffè discuteranno ad alta voce intorno al naso de’ suoi
figli ed alle anche di sua moglie. Se poi la sventura lo percosse
tanto crudelmente da farlo celebre ed ammirato anche fuori d’Italia,
per lui non c’è più requie, nemmeno nella fossa. Si stamperà il numero
de’ suoi capelli grigi, il numero dei bottoni della sua camicia e si
cercherà avidamente di sapere se preferiva il lesso all’arrosto, o
le calze di lana a quelle di cotone. Ogni minimo atto della sua vita
sarà commentato, ogni suo biglietto e magari le cambiali ingrosseranno
l’epistolario, e il cameriere, la cuoca, la lavandaia del grand’uomo
saranno chiamati a testimoniare davanti al tribunale della posterità.
La professione di grand’uomo non è tutta di rose.
Tuttavia, siccome c’è anche qualche grande uomo di spirito, s’è
finito col trovare un rimedio alla curiosità del pubblico ed alla
indiscrezione dei biografi, ed il rimedio sta nello scrivere la propria
autobiografia. Non sarà infatti sfuggito all’attenzione degli acuti
lettori, che gli scrittori di autobiografie sono in meno perseguitati
dai biografi e questa ricetta, unita ad un po’ d’attenzione nello
scrivere agli amici in previsione dell’epistolario, la regaliamo
volentieri ai grandi uomini viventi che dormono male la notte, pensando
ai biografi futuri.
Ma se c’è stato al mondo un povero grand’uomo crudelmente anatomizzato
dalla feroce curiosità del pubblico e degli scrittori, certo è stato
Giacomo Leopardi. E gli hanno applicato fino il microscopio spiando
ogni battito del suo cuore, ogni moto del suo ingegno. Sappiamo il
nome e la vita delle donne che gli piacquero, delle umili tessitrici
che entrarono nella storia letteraria e nell’immortalità per aver
dimorato in faccia al palazzo dei Leopardi. Sappiamo tutti i segreti
della sua famiglia, tutti i pettegolezzi dei suoi concittadini, tutte
le chiacchiere delle serve di casa. Gli hanno pubblicato i lavoretti
di scolaro e le carte gettate nel cestino; gli han fatto il conto dei
crediti e dei debiti, la diagnosi de’ suoi mali, la fotografia della
sua deformità, ed ogni ora della sua dolorosa vita fu il tema di una
dissertazione. Davvero che i più ambiziosi tra i letterati esiterebbero
se qualcuno promettesse loro la gloria del Leopardi accompagnata dalle
persecuzioni biografiche che crescono tutti i giorni invece di calare!
Badiamo bene che non si nega con questo l’utilità storica e critica
delle rivelazioni intime e delle pubblicazioni curiose. Un’opera d’arte
non esce dal cervello per generazione spontanea, non viene al mondo
per una creazione _ex nikilo_, ma è il risultato complesso di una
educazione, di un ambiente storico, di una miriade di sentimenti e di
sensazioni che agirono sul cervello in quel dato modo e la critica non
può fare a meno di analizzare minutamente le cause di quei sentimenti e
di quelle opere. Il poeta per lo più è un malato d’anima e di corpo, e,
come la conchiglia, da una dolorosa puntura mette al mondo una perla.
Ora è necessario che le vittime di quella strana malattia che si chiama
il genio siano intimamente scrutate dal critico, come è necessario
che le vittime di certe strane malattie fisiche siano minutamente
disseccate sulla tavola anatomica. E se un caso strano di genio ci fu
mai, se un misterioso enigma comparve mai nel mondo dell’arte, quello
fu Giacomo Leopardi. Così se si deve compiangerlo come martire delle
nostre insaziabili curiosità, bisogna tuttavia riconoscere che queste
curiosità nascono da un sentimento di ammirazione e sono di grande
utilità alla critica.
Antonio Ranieri, l’amico intimo e sviscerato del Leopardi negli
ultimi anni, non pareva però convinto di questa necessità delle
rivelazioni private. Egli, depositario di tanti segreti, tacque
modestamente e stimò ciarlataneria grossolana tentare l’immortalità
facendosi il dimostratore patentato delle debolezze e delle virtù di
un uomo immortale, tacque ed assistette sdegnoso a questa fiumana di
libri, di opuscoli, di articoli, che contenevano ciascuno un brano
del gran segreto. Si diceva che il Leopardi morendo lasciò qualche
cosa d’inedito e si incolpò il Ranieri di defraudarne la patria. Le
più strane accuse furono susurrate contro una amicizia santa, e la
pubblicazione dell’epistolario del Leopardi stesso dava credito alle
mormorazioni, poichè il povero malato, scontento di tutto e di tutti,
si lasciava andare a disconoscere persino tanta devota amicizia e
chiamava _odioso_ il soggiorno di Napoli. E il Ranieri tacque sempre,
sicuro di sè e della sua coscienza, e finì anzi col non leggere nemmeno
i libri dove si faceva l’autopsia del suo amico e della comune amicizia.
Ma la fiumana dei pettegolezzi ingrossò tanto, che al Ranieri toccò
finalmente di parlare. La morte della sua adorata sorella Paolina,
quella stessa che sostenne volentieri il santo martirio di esser
infermiera del Leopardi, pare che non sia stata la cagione ultima del
suo parlare. Infatti fin che vivono anche due testimoni di un grande
avvenimento, possono costoro favellarne tra loro e sprezzare i profani;
ma se ne sopravvive uno solo, che anzi vegga travisati i grandi fatti
ai quali ebbe parte, è necessario, è fatale che egli parli alle turbe,
e rettifichi, e racconti.
Così il Ranieri diede fuori il suo libro: _Sette anni di sodalizio con
Giacomo Leopardi_, libro più che mai necessario alla completa biografia
dell’infelice poeta.
Anche il Ranieri fu sforzato alla relazione minuta delle debolezze e
delle aberrazioni di un malato, relazione tanto più utile in quanto
riguarda il momento più inesplorato della vita del Leopardi, gli anni
in cui l’ingegno suo era giunto a quella fredda esaltazione, a quella
disperazione scettica da cui scaturirono i _Pensieri_ e la _Ginestra_.
Questo libro diventa così indispensabile a chi vuol parlare del
Leopardi.
In quelle minuzie, in quegli aneddoti umili c’è tuttavia quel che oggi
si chiama interesse, e quando si giunge all’ultima pagina si trova che
il libro è troppo breve. Qualche tensione lirica, qualche esagerazione
di sentimentalismo romantico passano inosservate sotto al sentimento
profondo dell’amicizia che si sacrifica, accanto alla forte e modesta
carità di Paolina Ranieri che sembra aver ispirato tutto il libro.
Infine il lettore giunge a dolersi che il Ranieri non sia stato il
compagno di tutta la vita del Leopardi e che non ce l’abbia potuta
narrar tutta, giorno per giorno, della nascita alla morte.
Il mistero delicatamente accennato nel settimo paragrafo, e che non è
ormai più mistero per coloro che hanno sentito parlare del Leopardi da
persone che lo conobbero, spiega molte cose oscure, molte debolezze,
molti dolori del grand’uomo. Ma se il Ranieri qui ha parlato, ha poi
taciuto affatto alla domanda, che, si può dire, l’Italia intera gli
rivolge. Esistono presso di lui cose inedite del poeta? Il conte Carlo
Leopardi sembrava credere che egli conservasse parte dei _Pensieri_ ed
altre cose. È vero?
E se è vero, che cosa più rattiene il Ranieri dal farli di pubblica
ragione? Quando oramai nelle pubblicazioni fatte dal Cugnoni a Lipsia
vediamo raccolte le minime e più giovanili cose che pure non hanno
nociuto alla fama del Leopardi, certo non potrebbero nocer queste,
concepite e scritte in età più matura. Ma, è vero?
Questa domanda rimane per ora senza risposta.
POLEMICHE INTORNO AL LEOPARDI[2]
Dispiace il dirlo, specialmente perchè c’entra una signora, ma bisogna
pur dirlo: lo spettacolo che ci offre la famiglia Leopardi è indecente.
Non bastavano tutti i tormenti cui fu sottoposta la fama di Giacomo,
tutte le chiacchere, tutta la malignità, tutta la imbecillità di
coloro che conoscendo la propria miseria cercano di passare il Lete
arrampicati sulle spalle di un grand’uomo che li porti ai posteri;
non bastavano le indiscrezioni che si danno l’aria di rivelazioni
importanti allo studio dell’ingegno del Leopardi, per cui abbiamo
saputo quante volte al giorno il poeta si soffiava il naso e quante
volte alla settimana si cambiava le calze; non bastava l’improntitudine
degli scolaretti che eiaculano il loro primo articolo nel giornale
letterario della provincia, profanando il nome di Giacomo e ripetendo
le balordaggini imparate a scuola; non bastava insomma l’accanimento
col quale italiani e forestieri turbarono la pace di quelle povere ossa
in nome di un partito, di una scuola o di un pregiudizio; bisognava
che la stessa sua famiglia scendesse a pettegolezzi indecenti in faccia
al pubblico, contendendosi la privativa di vender oracoli in nome
di Giacomo, come contendono tra loro i discendenti del Pagliano pel
segreto della ricetta.
Ho detto, a proposito della cantica sull’_Appressamento della Morte_,
edita umoristicamente dal signor Giovannino Volta, che se il Leopardi
fu infelice in vita, fu infelicissimo dopo morte. Tanta sventura
supera la pietà volgare e quasi quasi atterrisce; certo gli uomini
celebri viventi debbono qualche volta provar disgusto per la celebrità,
pensando che anche su loro può infierire una simile sventura. Si è
giunti a questo, che un celebre autore, ora morto, non scriveva una
lettera dove non ricorressero quaà e là alcune parole oscene. I suoi
costumi e i suoi discorsi erano corretti e gentili, ma scriveva così
perchè dopo morto non gli stampassero l’epistolario.
E, per quel che riguarda l’infelice Leopardi, la cosa comincia a
diventare scandalosa. Pare che tra la vedova ed erede di Carlo, ed il
figlio o i figli di Pier Francesco, sia una di queste lotte di famiglia
cieche e ferocissime, come pur troppo avvengono spesso nelle famiglie
italiane delle piccole città. Non importa cercare da che motivi venne
questa divisione: intanto tutti i giorni si fa più profonda e più
aspra; ha diviso Recanati e oramai gli studiosi delle cose leopardiane.
Certo gli eredi legittimi e diretti del Leopardi debbono vedere con
rammarico la pingue eredità dell’avarissimo Carlo distratta alla
famiglia a vantaggio della vedova e dei figliastri di lui. Certo la
signora Teresa Teia, prima vedova Pautas e poi vedova Leopardi, ha
molti torti, non fosse altro, quello scusabile di voler fare l’apoteosi
del defunto marito per quanto la meriti poco, e quello inescusabile
di far servire queste tristissime polemiche alle rabbie clericali e
fratesche; ma mentre i primi non dovrebbero dimenticare che al postutto
si tratta di una signora, questa non dovrebbe dimenticare che si tratta
anche di una famiglia alla quale essa è, si può dire, estranea. Da
ambedue le parti sarebbero necessari molti riguardi, e nessuna delle
due parti ne usa.
Queste ire poco decenti diedero origine ad un nuovo volume di cose
leopardiane, cui il Piergili prepose una lunga prefazione apologetica.
Premetto che, se dovessi scegliere un partito, starei col Piergili
e non coll’Aulard. Carlo, la più antipatica e falsa figura di casa
Leopardi, che ebbe tutti i difetti e nessun dei meriti del fratello
maggiore, deve ispirare simpatia a ben pochi che non abbiano interesse
a farlo. Questo Arpagone, senza cuore come un clericale e senza
dignità come un prestatore su pegno a grassi frutti, mi è sempre
sembrato meno stimabile dello stesso Monaldo, la cui fama è oramai
monda dalle brutte macchie d’un tempo. La condotta poi di chi tenne da
lui ed abusò del suo nome di famiglia per miserabili intenti di partito
e di sagrestia, mi nausea addirittura. Tuttavia ciò non toglie che in
fondo sia da disapprovare questo strazio che dalle due parti si fa del
povero Giacomo, il quale serve di pretesto alla lotta. Fa pietà vedere
i combattenti scaraventarselo l’un l’altro addosso come un cencio
sudicio e rimandarselo come una palla a suon d’ingiurie, di improperi e
d’insulti. A Recanati si rapprentano gli _Hèritiers Rabourdin_, e come
di solito il pubblico fischia.
Pur troppo è vero che lo studio dell’Aulard intorno a Giacomo Leopardi
trovò in Italia un popolo di lodatori. Il nostro amor proprio nazionale
era soddisfatto vedendo che dalla Francia, da quella stessa Francia
dove le cose nostre sono così profondamente ignorate, ci veniva il
riconoscimento cosciente di una delle nostre massime glorie. A chi non
legge, o legge superficialmente, bastò il frontispizio per tenersi
contento. Chi invece non legge i libri colla leggerezza con cui si
leggono i giornali, scosse il capo e tacque. Meno che gli errori,
spiegabili se non perdonabili, colpivano in quel lavoro gli intenti
partigiani che l’avevano dettato. Il peggio fu quando la vedova di
Carlo Leopardi stampò in francese un maligno libro—_Leopardi et sa
famille_—dove, ripetendo notizie vecchie si cerca di tirarle a danno
dei parenti avversari e si fanno insinuazioni poco dignitose e poco
generose a carico di parecchi. Quel libro, scritto in servigio di odii
domestici e di ire clericali, passò in Italia in meritato silenzio: ma
in Francia, dove i migliori ignorano la nostra lingua, sarà tenuto per
vangelo. Questo bel servigio hanno fatto al povero Giacomo le rabbie
de’ suoi!
La prefazione del Piergili è quasi tutta una risposta alle ingiurie
dell’opuscolo franco-clericale della vedova Leopardi. Senza dubbio
egli era stato offeso da quella maligna pubblicazione e doveva
rispondere: egli tuttavia passa un po’ la misura e dimentica che non
c’è quanto la calma dignitosa per rendere la risposta all’ingiuria, e
condonando molto alla delicatezza offesa, è lecito tuttavia sperare
che in avvenire certi metodi ingiuriosi di polemica siano lasciati
alla sagrestia dove sono indigeni e coltivati. Lasci che gli altri si
abbassino: egli stia più in alto; stia all’altezza della dignità serena
che gli dettò l’articolo su Monaldo Leopardi, apparso non è molto nella
_Nuova Antologia_. Quella è roba che resta, non fosse altro, per la
sua utilità; i pettegolezzi durano quanto le risa di chi se li gode.
E così, anche in questa prefazione rimane utile come documento storico
tutto quel che riguarda le affermazioni del Ranieri. Siamo sempre
nell’ambito della polemica, ma qui non si tratta più di ripulsa
d’ingiurie o di smentita di calunnie già dirette o allo scrittore
della prefazione o ai discendenti legittimi della famiglia Leopardi.
Si tratta di fatti che hanno una grande importanza pel giudizio del
carattere di Giacomo.
Il poeta morì in braccio ad Antonio Ranieri, il quale rimase in
possesso de’ suoi scritti. Una parte di questi furono dal Ranieri
ordinati in quella edizione fiorentina che è rimasta l’edizione _ne
varietur_ delle migliori cose del recanatese. Ma fino d’allora, prima
si sussurrò, poi si disse alto che tutto non era lì, che il Ranieri
aveva presso di sè molte cose, anche della maturità del Leopardi,
rimaste ostinatamente inedite, sottratte da lui all’ansioso desiderio
dell’Italia intera. Vero o no, il Ranieri tacque. Il testimonio
degli ultimi anni del poeta, quando l’avida curiosità scrutava ogni
frammento, interrogava ogni tradizione, stampava ogni bazzecola
giovanile e fanciullesca del grande sventurato, non moveva labbro e
stava immobile nel suo Sinai misterioso, come un Dio che sdegni di
mostrarsi agli uomini.
Ad un tratto si seppe che il Ranieri avrebbe stampato un libro sugli
ultimi anni del Leopardi, dove avrebbe corretto molti errori, dissipati
moltissimi equivoci. Si aspettò febbrilmente. Non pareva vero che
alfine si potesse sapere qualche cosa di certo sopra gli ultimi giorni
del poeta rimasti sempre un po’ in nube, sopra gli ultimi suoi lavori
che si credevano sottratti alla legittima e santa curiosità nostra. Il
libro uscì, ma fu una delusione.
Il Ranieri faceva la propria apologia come se fosse stato assalito,
e la faceva in modo che pareva recare a colpa del defunto amico gli
assalti immaginari dei quali si doleva. Il carattere del Leopardi vi
era dipinto con colori men che favorevoli, e si dichiarava alto e
fieramente che il poeta nelle sue ultime lettere era stato ingrato
verso chi lo aveva mantenuto in tutto e per tutto con amichevole
disinteresse e non lieve sacrificio. Risultava da quel libro che
la moralità del poeta non era completa, che era sudicio, goloso,
cattivo, ingrato e, più di tutto, che si era lasciato assolutamente e
completamente mantenere senza dir nemmeno grazie.
Il buon pubblico non seppe che dire. Gli si guastava la bella
immagine del sublime tribolato che filosofò così melanconicamente sul
dolore e incarnò in sè la tendenza pessimista del secolo. Gli si
sciupava il poeta migliore di cui potesse forse gloriarsi l’Italia in
questo secolo. Gli si buttava alle fogne un ideale quasi santo, una
memoria venerata. Traspariva, è vero, dalla tronfiezza apocalittica,
dalla evidente artificiosità romantica del libro, un non so che
di esagerazione retorica facile a mettere in sospetto se non la
veridicità, almeno l’esattezza dello scrittore. Ma come negar fede
al Ranieri, all’ultimo amico di Giacomo, al confidente della sua ora
estrema? Si chinò il capo sotto ad una disillusione di più.
Ma ecco il libro del Piergili, dove con documenti autentici si convince
di errore il Ranieri in una delle sue più gravi affermazioni. Il
Leopardi non fu mantenuto, almeno in tutto, dall’amico. Riceveva
regolarmente dalla famiglia un assegno, tenue sì, ma non minimo in
quei tempi a Napoli dove si viveva con poco. Nell’ultima sua malattia
ricevette quaranta scudi, più che dugento lire, il cui valore era,
allora e là, il triplo di quel d’ora. E di più le cambiali sono tutte
scritte di mano del Ranieri; la sola firma è di Giacomo.
Questo errore in cosa tanto grave toglie fede a tutto il libro, che
pareva scritto apposta per farlo credere al pubblico. Se il Ranieri
errò in quell’affermazione che si può dire la principale del suo
volume, ed invece egli stesso aveva avuto parte così grande negli atti
che nega, si dovrà credere al resto?
L’utilità maggiore ed incontestabile del libro del Piergili sta appunto
in questo. Un errore così grave, così pregiudizievole alla fama di
Giacomo e venuto da persona tanto autorevole, stava per acquistare
certezza di verità nella biografia del poeta, e il Piergili ha fatto
opera buona e bella provvedendo. Non importano le varianti ortografiche
tra due edizioni delle cose del Leopardi, inserite per crescere la mole
del volume: importa assaissimo l’acquisto di un vero oramai non più
discutibile, e per questo ben venga il libro.
Ma il Ranieri? Egli senza dubbio s’inasprirà ancora, o se conserva
qualche cosa del Leopardi si ostinerà tanto più a negarcela. Speriamo
almeno che l’amore che egli portò al povero afflitto lo difenda dalla
tentazione di un sacrilegio come sarebbe quello di distrugger tutto. Il
suo nome, che passerà glorioso alle più lontane generazioni come quello
dell’amico fedele e consolatore del poeta, vi passerebbe infamato
della fama di Erostrato e di Omar califfo; ed egli deve voler essere
ricordato sempre come un onest’uomo, non come un pazzo irritato e
maligno.