rassomiglia volentieri al _superbo alloro_ di Mignon. Il lappone non
conosce l’alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa
neve che a noi sembra tanto triste:
Ahi, che il mio cuore di tristezza è greve
Perchè m’han tolto la mia cara neve!
E pure, e pur se a questo mondo gemo,
C’incontreremo in ciel, c’incontreremo.
Vi ricordate la canzone di Desdemona _a’ piè d’un mesto salice?_ E i
bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra
sepolcrale?
Mes chers amis, quand je mourrai,
Plantez un saule au cimetière,
J’aime son feuillage éploré,
La páleur m’en est douce et chére,
Et son ombre sera légére
A la terre ou je dormirai.
Anche il lappone canta l’albero che è simbolo della melanconia:
Piccolo salice, piccolo salice,
Deh, perchè questa tua confusione?
Ti culla il vento, piccolo salice,
Ti culla il vento de ’l settentrione?
Ti culla il vento, piccolo salice,
O con la piova tormentatrice
Ti sbatte, o scende co’ l’onda gelida,
Co’ l’onda, a carezzar la tua radice?
E vi ricordate la prima favola de La Fontaine: _La cigale, ayant chanté
tout t’étè_, ecc.? Dice il lappone:
Chiese la cavalletta a la zanzara:
—Che cosa fate voi tutta l’estate?
—Canto, rispose. E voi che cosa fate?
—Ballo, mia cara.
Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in
Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in
prosa del Mantegazza e che fa parte del ciclo _del gemente Kaskias_,
dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò
io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):
Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta?
(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)
Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una
diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto
quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella
espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire
dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci.
Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente
superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei
poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo
e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa
intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è
una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè
l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere
rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe
esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una
grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche
nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo
sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici,
mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti
e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta
italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non
faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il
lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo
che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?
E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello
che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo
sentire ed esprimere. Il canto i _figli del Sole_, raccolto dal
Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa
entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il canto _La bellezza
della sposa_ si può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non
fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una
stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si
augura _i piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra_, per andare
dalla sua bella. Tutto il resto può essere scritto in Italia, in
Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto
d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed
intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di
qualche antica leggenda.
Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non
conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del
clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un
povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro
un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi
ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di
Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non
ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può
soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):
Di’, quale è il vento che ti par più bello?
Di’, quale è il vento che ti piace più?
Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quello
Che da i monti de ’l nord fresco vien giù?
Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo
spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere
una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i
nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più
invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre
così!
L’IMITAZIONE E GIACOMO LEOPARDI
—Vieni un po’ a vedere.
—Che c’è?
Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo giù nel
prato, col cappellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la
pipa (spenta, meno male,) la mia pipa in bocca. Se vedeste che arie
si dà, se vedeste con che gravità, con che sussiego passeggia! Ah,
canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova già
la fregola della pipa!
Sua madre gli ha domandato:—O bimbo, che fai?
—Faccio _tome papà. _ Vedete un po’ il birbante! Adduce a scusa
l’esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione
e che l’uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei
bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri? Che l’ugola
della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali
di una ghiandola, e l’eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle
facoltà del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel
sangue la tendenza all’imitazione, alla contraffazione, alla parodia,
e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanto pochi. Il
pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un
montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e già lo disse anche
Dante, che trattandosi di pecore _quel che l’una fa e l’altre fanno_;
quindi Panurgio spinse in mare il montone comprato e il resto del
gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina
passato in proverbio.
Ma l’uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul
gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa è la moda se non
una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama
del Brummel, il re del _dandismo_, vive tuttora e non si spiega che
ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facoltà imitative.
E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle
crinoline, dei _puff_, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro,
delle lenti incastrate nell’occhiaia, dei colletti che segano le
orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori
dell’orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformità
fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imita anche le
imperfezioni fisiche, poichè non solo le donne affettarono di zoppicare
al tempo di madamigella De la Vallière, ma gli uomini zoppicarono al
tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non è un esempio
caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessità?
Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.
E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le
Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi
filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant
ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora
cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando,
senza posa e senza costrutto. I militari non solo al principio del
secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine
quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i
prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell’elmo
col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per
eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni
mentali possa far discendere la manìa dell’imitazione e della moda.
Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni
imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all’orgoglio del re
della creazione.
Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poichè nei
bimbi, nei fanciulli e nei giovani è più fresco, più vivo questo
istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro
essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente
nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa
peggio colle dita, non gli spieghiamo già il perchè e il per come non
stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo
invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio
adopera il fazzoletto. Così l’educazione si fonda in gran parte
sull’esempio, e l’istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi
esemplari di calligrafia ai più alti precetti di rettorica. Cominciamo
dal ricopiare i bastoni, e le aste ed i rampini del maestro, per
riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l’_Italia
mia_ di messer Francesco. La facoltà dell’invenzione, la tendenza al
raziocinio sono pur troppo meno coltivate dell’imitazione. La pedagogia
va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo
rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell’Aporti. I giardini
d’infanzia sono novità tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori
di qui sono vecchi stravecchi.
Non già che l’imitazione sia da scomunicare; tutt’altro. Ne’ primi
stadi dell’insegnamento è necessario servirsi dell’istinto per giungere
poi a sviluppare le altre facoltà più nobili. Ma se ne abusò e se ne
abusa, specialmente negli stadi più alti, là dove è inutile servirsi
dell’istinto perchè le altre facoltà possono essere più utilmente
usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d’invenzione, come
se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso
fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano,
come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo
esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni. Così
accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani
li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel
calamaio e rimane sospeso pensando non già a quello che vuol dire, ma
se imiterà lo stile di Caio o di Tizio, se sarà verista o idealista,
se scriverà in lingua classica o in lingua parlata. Così di mille
volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del
mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola
vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto
da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero
la maledizione d’esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa
faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del
suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta
volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come
lui, anche quando sformavano la fisonomia. Ci sono poi certi critici
stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli
lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: bel
bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente
sbagliate, poichè equivalgono a dire che l’autore contraffece
perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori
della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni
varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come
gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di
piombo ne fanno centomila compagni.
E’ vero, però, che in fatto di originalità qualche cosa si è
guadagnato; almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua
del nuovo, che molti a torto biasimano, non è che una domanda di
originalità, alla quale l’offerta degli autori risponde poco per ora,
ma risponderà in seguito. E se si ricerca la smania di travestirsi che
infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si è
guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che forse l’imitazione
una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell’errore
pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro
giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: _Appressamento della morte_.
Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d’esser veduto ed inferiore
troppo all’aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.
Dire che una cosa di Leopardi, anche di Leopardi bambino, sia brutta,
non si può senza spiegarsi chiaro e profondo e dell’ammirazione
grandissima che si porta all’infelice poeta. Prima di alzare il
martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti
espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza de’ fedeli che
non è il santo che si vuoi mettere in pezzi, ma la sua immagine
contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi è così grande nella storia
letteraria e nella coscienza di tutti, è così in alto nella giusta
venerazione degli italiani e dei forestieri, che prima di chiamar
brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare
scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese
fu così meravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come
giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com’egli
stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criterii applicabili
ai giovanetti che tentano i primi canti, o giudicarlo come opera di un
grande ingegno maturato già dal lungo studio: dalla sventura e dalla
solitudine. Quest’ultimo giudizio però riuscirebbe così giustamente
severo che per quanto contrario alla precocità ammessa e provata
dell’infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere
che il Leopardi quasi ventenne fosse su per giù quel che sono gli altri
giovani di quella età e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione
se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocità
provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del
dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore
alla sua età; il che non fa torto a nessuno.
Il pretonzolo al quale fu affidata l’istruzione dei giovani conti
Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessità dell’imitare i
classici, poichè vediamo l’allievo imitar tanto che qualche colta
copia addirittura. La lingua, che non si può inventare, tradisce
tuttavia uno studio di arcaicità che nocerebbe senza dubbio alla
spontaneità del poema, quando spontaneità ci fosse. La lingua sul
finire del Settecento e durante il dominio francese s’era impinzata di
tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una
reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani
e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri
in nome dell’aureo Trecento. Si tornò all’antico, accettando ad occhi
chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di
formazione, e chi seppe cavare dai _Fatti di Enea_ e dai _Fioretti di
San Francesco_ i termini più eterocliti ed antiquati, colui scrisse
meglio. Reazione che ebbe la sua utilità, come quella che pulì un poco
la lingua e mantenne un certo spirito di italianità nelle lettere,
appunto quando ogni speranza di italianità pareva perduta; ma reazione
sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo dei
Leopardi senza dubbio insegnò questo scrupoloso purismo ai suoi
allievi, propose i modelli di moda all’imitazione sconsigliata, e
la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l’italiano come nessuno
seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi
umoristiche. Per chi vorrà gettare gli occhi sulla cantica non c’è
bisogno di esempi: ogni pagina, presa a caso, dice più che qui non si
possa dire. Nella stessa ortografia c’è un’affettazione di arcaismo che
non si trova più nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.
E il poema che cosa è in fondo? Una imitazione fredda e servile un
po’ del Poema divino, un po’ dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a
trovarci nella solita landa, come Dante si trovò nella selva selvaggia.
Il poeta sovrano ci dice:
Io non so ben ridir come v’entrai,
tant’era pien di sonno in su quel punto.
e il povero imitatore:
I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi,
Tant’era pien di lutta e di terrore.
Vien la solita tempesta, _la solita lusnada_ del Porta ed appare un
angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l’appressamento
della morte. Tuttavia, perchè il poeta non si dolga troppo di
abbandonare il mondo in così giovane età, l’angelo mette mano alla
solita lanterna magica che dopo la Basvilliana dovrebbe essere
lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell’amore,
dell’avarizia, dell’errore, della guerra, della tirannia, tale quale
nei Trionfi del Petrarca. L’anima di Ugo da Este a modo di episodio,
un po’ Ugolino, narra la nota tragedia e come dopo il colpo paterno,
_svolazzò lo spirto sospirando_. Si maledice l’eresia anglicana e
si sente un po’ d’influsso alfierano nella declamazione contro la
tirannia; e insomma imitando un po’ a destra ed un po’ a mancina,
finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, ’a
Madonna, i santi e tutto l’empireo cattolico. Dante, il Petrarca e il
Tasso sono del beato coro. Chi sa perchè ne è escluso l’Ariosto?
Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto
solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando
Dio e la Vergine perchè l’assistano nell’ultimo passo. A questo punto
ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assalì sino dalle
prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma
è proprio roba del Leopardi?
Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e
d’altri, che parlano della cantica: la calligrafia sembra del Leopardi,
il quale ordinò per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a
venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore
poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare
sulle terzine stampate; ma la persona che ritrovò e diede alle stampe
la cantica è incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non
resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa
insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi:
ma di un Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di
un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di
lingua, senza lume di poesia. Bisogna rassegnarsi a credere che questo
imparaticcio scolastico sia stato messo assieme un anno dopo al _Saggio
sugli errori popolari degli antichi_ nell’anno stesso dell’_Inno a
Nettuno_ e delle _Iscrizioni triopee_, un anno o due prima delle più
celebri, delle più gloriose poesie della letteratura moderna. È dura,
ma è così.
Questa pubblicazione avrà questo almeno di utile, che farà veder chiaro
come gli ingegni più forti e più grandi non si riconoscano più quando
cadono nel peccato d’imitazione. Certo si dànno delle mostruosità in
natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte
imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come
le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perchè sono
fuori della legge comune. Perchè c’è stato un Mozart non tutti i
piccoli pianisti arriveranno a scrivere il _Don Giovanni_, il caso del
Leopardi, dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei
modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come
saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.
Si potrebbe domandare che necessità c’era di mostrare il povero
Leopardi, già abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie
scolastiche, nell’atto di fare _tome papà_; ma a questa domanda si
oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni è necessario conoscer
tutto, anche la balla. _Amen_. Studiamo dunque le balie dei grandi
uomini, che buon pro ci faccia.
DI NUOVO
Se il Leopardi riaprisse gli occhi!
Già, prima di tutto, se riaprisse gli occhi, quella adorazione
meritata che nessuno gli contende nel tempio dell’arte, scemerebbe
ingiustamente della metà, poichè egli stesso ha detto _Virtù viva
sprezziam, lodiamo estinta_; verità sacrosanta. E poi se aprisse gli
occhi così all’impensata, e se cogli occhi potesse muovere la mano, ne
scriverebbe delle belle intorno a noi, al nostro tempo, alla nostra
curiosità e forse anche intorno a quel progresso che gli suggerì la
epistola al Pepoli. E davvero il povero poeta, disgraziato in vita, fu
disgraziatsisimo dopo morto e gliene hanno fatte di quelle col pelo.
Lamentai già il lungo silenzio serbato da Antonio Ranieri; silenzio
che indusse i biografi in tanti errori: e dissi che se il generoso
napoletano fosse depositario di qualche scritto del Leopardi, dovrebbe
oramai vincere gli scrupoli di una delicatissima coscienza e metter
fuori tutto. Non mi pento di quel che ho detto, ma la pubblicazione del
signor Zanino Volta, l’_Appressamento_, mi fa morder la lingua.
Il signor Zanino Volta, nipote dell’illustre inventore della pila,
come ci dice parecchie volte nella introduzione, e vice-bibliotecario
reggente nell’Università di Pavia (che diavolo è un vice-bibliotecario
reggente?) il signor Zanino Volta capitò in certe camere del palazzo
avito dei Volta dove c’erano per le terre molte cartacce, molta umidità
e molti sorci. Trovò, frugando, un quaderno intitolato: _Appressamento
della morte_, e se lo ficcò in tasca. Ora si trova che è un autografo
del Leopardi, e lo stampa con cento pagine di prefazione.
È proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle
gherminelle letterarie paleografiche, che questa è la prima domanda da
fare. Chi è oramai quel letterato il quale non abbia commesso qualche
marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che è noto
al pubblico, ho parecchi altri peccatucci sulla coscienza e se volessi
dirlo, c’è qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto
nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.
La calligrafia del Leopardi può essere esattamente imitata dal primo
che capita: la carta del tempo si trova dappertutto; l’inchiostro
sbiadito o rossastro si fa in cucina, e la cantica è un lavoro tanto
giovanile che quasi potrebbe averlo fatto davvero il signor Volta, ma
questo non vuol dire, poichè qualunque maestro di retorica può far di
meglio.
Il nipote di Alessandro Volta ha preveduto il sospetto di
falsificazione e mette le mani avanti. Egli prova che il testo e la sua
età probabile vanno d’accordo con quanto ci dicono di questa cantica il
Leopardi nell’epistolario, il Giordani ed altri; e che la calligrafia
è quella stessa di altri lavori autentici del poeta ch’egli possiede;
quindi la cantica è del Leopardi. Le premesse non fanno una piega ma
uno scettico potrebbe sorridere della conclusione. Dato il caso di un
falsario, è egli supponibile che costui avesse steso la cantica senza
studiare prima tutto quel che ne è stato detto da molti e senza imitare
o far imitare il carattere grafico? Bisognerebbe supporre che il
falsificatore fosse Calandrino. Se la cantica va quindi d’accordo nei
caratteri, diremo; storici ed esterni, questo non esclude che altri la
possa aver fatta o fatta fare: ed anche questo ragionamento non fa una
piega.