Il Petrarca scrive un canzoniere per la morte di Laura, che egli

rassomiglia volentieri al _superbo alloro_ di Mignon. Il lappone non

conosce l’alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa

neve che a noi sembra tanto triste:

Ahi, che il mio cuore di tristezza è greve

Perchè m’han tolto la mia cara neve!

E pure, e pur se a questo mondo gemo,

C’incontreremo in ciel, c’incontreremo.

Vi ricordate la canzone di Desdemona _a’ piè d’un mesto salice?_ E i

bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra

sepolcrale?

Mes chers amis, quand je mourrai,

Plantez un saule au cimetière,

J’aime son feuillage éploré,

La páleur m’en est douce et chére,

Et son ombre sera légére

A la terre ou je dormirai.

Anche il lappone canta l’albero che è simbolo della melanconia:

Piccolo salice, piccolo salice,

Deh, perchè questa tua confusione?

Ti culla il vento, piccolo salice,

Ti culla il vento de ’l settentrione?

Ti culla il vento, piccolo salice,

O con la piova tormentatrice

Ti sbatte, o scende co’ l’onda gelida,

Co’ l’onda, a carezzar la tua radice?

E vi ricordate la prima favola de La Fontaine: _La cigale, ayant chanté

tout t’étè_, ecc.? Dice il lappone:

Chiese la cavalletta a la zanzara:

—Che cosa fate voi tutta l’estate?

—Canto, rispose. E voi che cosa fate?

—Ballo, mia cara.

Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in

Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in

prosa del Mantegazza e che fa parte del ciclo _del gemente Kaskias_,

dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò

io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):

Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta?

(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)

Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una

diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto

quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella

espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire

dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci.

Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente

superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei

poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo

e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa

intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è

una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè

l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere

rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe

esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una

grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche

nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo

sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici,

mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti

e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta

italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non

faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il

lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo

che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?

E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello

che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo

sentire ed esprimere. Il canto i _figli del Sole_, raccolto dal

Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa

entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il canto _La bellezza

della sposa_ si può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non

fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una

stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si

augura _i piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra_, per andare

dalla sua bella. Tutto il resto può essere scritto in Italia, in

Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto

d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed

intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di

qualche antica leggenda.

Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non

conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del

clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un

povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro

un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi

ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di

Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non

ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può

soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):

Di’, quale è il vento che ti par più bello?

Di’, quale è il vento che ti piace più?

Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quello

Che da i monti de ’l nord fresco vien giù?

Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo

spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere

una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i

nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più

invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre

così!

L’IMITAZIONE E GIACOMO LEOPARDI

—Vieni un po’ a vedere.

—Che c’è?

Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo giù nel

prato, col cappellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la

pipa (spenta, meno male,) la mia pipa in bocca. Se vedeste che arie

si dà, se vedeste con che gravità, con che sussiego passeggia! Ah,

canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova già

la fregola della pipa!

Sua madre gli ha domandato:—O bimbo, che fai?

—Faccio _tome papà. _ Vedete un po’ il birbante! Adduce a scusa

l’esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione

e che l’uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei

bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri? Che l’ugola

della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali

di una ghiandola, e l’eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle

facoltà del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel

sangue la tendenza all’imitazione, alla contraffazione, alla parodia,

e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanto pochi. Il

pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un

montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e già lo disse anche

Dante, che trattandosi di pecore _quel che l’una fa e l’altre fanno_;

quindi Panurgio spinse in mare il montone comprato e il resto del

gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina

passato in proverbio.

Ma l’uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul

gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa è la moda se non

una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama

del Brummel, il re del _dandismo_, vive tuttora e non si spiega che

ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facoltà imitative.

E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle

crinoline, dei _puff_, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro,

delle lenti incastrate nell’occhiaia, dei colletti che segano le

orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori

dell’orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformità

fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imita anche le

imperfezioni fisiche, poichè non solo le donne affettarono di zoppicare

al tempo di madamigella De la Vallière, ma gli uomini zoppicarono al

tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non è un esempio

caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessità?

Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.

E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le

Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi

filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant

ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora

cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando,

senza posa e senza costrutto. I militari non solo al principio del

secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine

quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i

prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell’elmo

col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per

eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni

mentali possa far discendere la manìa dell’imitazione e della moda.

Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni

imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all’orgoglio del re

della creazione.

Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poichè nei

bimbi, nei fanciulli e nei giovani è più fresco, più vivo questo

istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro

essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente

nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa

peggio colle dita, non gli spieghiamo già il perchè e il per come non

stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo

invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio

adopera il fazzoletto. Così l’educazione si fonda in gran parte

sull’esempio, e l’istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi

esemplari di calligrafia ai più alti precetti di rettorica. Cominciamo

dal ricopiare i bastoni, e le aste ed i rampini del maestro, per

riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l’_Italia

mia_ di messer Francesco. La facoltà dell’invenzione, la tendenza al

raziocinio sono pur troppo meno coltivate dell’imitazione. La pedagogia

va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo

rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell’Aporti. I giardini

d’infanzia sono novità tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori

di qui sono vecchi stravecchi.

Non già che l’imitazione sia da scomunicare; tutt’altro. Ne’ primi

stadi dell’insegnamento è necessario servirsi dell’istinto per giungere

poi a sviluppare le altre facoltà più nobili. Ma se ne abusò e se ne

abusa, specialmente negli stadi più alti, là dove è inutile servirsi

dell’istinto perchè le altre facoltà possono essere più utilmente

usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d’invenzione, come

se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso

fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano,

come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo

esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni. Così

accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani

li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel

calamaio e rimane sospeso pensando non già a quello che vuol dire, ma

se imiterà lo stile di Caio o di Tizio, se sarà verista o idealista,

se scriverà in lingua classica o in lingua parlata. Così di mille

volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del

mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola

vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto

da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero

la maledizione d’esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa

faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del

suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta

volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come

lui, anche quando sformavano la fisonomia. Ci sono poi certi critici

stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli

lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: bel

bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente

sbagliate, poichè equivalgono a dire che l’autore contraffece

perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori

della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni

varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come

gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di

piombo ne fanno centomila compagni.

E’ vero, però, che in fatto di originalità qualche cosa si è

guadagnato; almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua

del nuovo, che molti a torto biasimano, non è che una domanda di

originalità, alla quale l’offerta degli autori risponde poco per ora,

ma risponderà in seguito. E se si ricerca la smania di travestirsi che

infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si è

guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che forse l’imitazione

una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell’errore

pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro

giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: _Appressamento della morte_.

Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d’esser veduto ed inferiore

troppo all’aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.

Dire che una cosa di Leopardi, anche di Leopardi bambino, sia brutta,

non si può senza spiegarsi chiaro e profondo e dell’ammirazione

grandissima che si porta all’infelice poeta. Prima di alzare il

martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti

espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza de’ fedeli che

non è il santo che si vuoi mettere in pezzi, ma la sua immagine

contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi è così grande nella storia

letteraria e nella coscienza di tutti, è così in alto nella giusta

venerazione degli italiani e dei forestieri, che prima di chiamar

brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare

scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese

fu così meravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come

giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com’egli

stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criterii applicabili

ai giovanetti che tentano i primi canti, o giudicarlo come opera di un

grande ingegno maturato già dal lungo studio: dalla sventura e dalla

solitudine. Quest’ultimo giudizio però riuscirebbe così giustamente

severo che per quanto contrario alla precocità ammessa e provata

dell’infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere

che il Leopardi quasi ventenne fosse su per giù quel che sono gli altri

giovani di quella età e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione

se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocità

provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del

dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore

alla sua età; il che non fa torto a nessuno.

Il pretonzolo al quale fu affidata l’istruzione dei giovani conti

Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessità dell’imitare i

classici, poichè vediamo l’allievo imitar tanto che qualche colta

copia addirittura. La lingua, che non si può inventare, tradisce

tuttavia uno studio di arcaicità che nocerebbe senza dubbio alla

spontaneità del poema, quando spontaneità ci fosse. La lingua sul

finire del Settecento e durante il dominio francese s’era impinzata di

tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una

reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani

e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri

in nome dell’aureo Trecento. Si tornò all’antico, accettando ad occhi

chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di

formazione, e chi seppe cavare dai _Fatti di Enea_ e dai _Fioretti di

San Francesco_ i termini più eterocliti ed antiquati, colui scrisse

meglio. Reazione che ebbe la sua utilità, come quella che pulì un poco

la lingua e mantenne un certo spirito di italianità nelle lettere,

appunto quando ogni speranza di italianità pareva perduta; ma reazione

sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo dei

Leopardi senza dubbio insegnò questo scrupoloso purismo ai suoi

allievi, propose i modelli di moda all’imitazione sconsigliata, e

la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l’italiano come nessuno

seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi

umoristiche. Per chi vorrà gettare gli occhi sulla cantica non c’è

bisogno di esempi: ogni pagina, presa a caso, dice più che qui non si

possa dire. Nella stessa ortografia c’è un’affettazione di arcaismo che

non si trova più nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.

E il poema che cosa è in fondo? Una imitazione fredda e servile un

po’ del Poema divino, un po’ dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a

trovarci nella solita landa, come Dante si trovò nella selva selvaggia.

Il poeta sovrano ci dice:

Io non so ben ridir come v’entrai,

tant’era pien di sonno in su quel punto.

e il povero imitatore:

I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi,

Tant’era pien di lutta e di terrore.

Vien la solita tempesta, _la solita lusnada_ del Porta ed appare un

angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l’appressamento

della morte. Tuttavia, perchè il poeta non si dolga troppo di

abbandonare il mondo in così giovane età, l’angelo mette mano alla

solita lanterna magica che dopo la Basvilliana dovrebbe essere

lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell’amore,

dell’avarizia, dell’errore, della guerra, della tirannia, tale quale

nei Trionfi del Petrarca. L’anima di Ugo da Este a modo di episodio,

un po’ Ugolino, narra la nota tragedia e come dopo il colpo paterno,

_svolazzò lo spirto sospirando_. Si maledice l’eresia anglicana e

si sente un po’ d’influsso alfierano nella declamazione contro la

tirannia; e insomma imitando un po’ a destra ed un po’ a mancina,

finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, ’a

Madonna, i santi e tutto l’empireo cattolico. Dante, il Petrarca e il

Tasso sono del beato coro. Chi sa perchè ne è escluso l’Ariosto?

Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto

solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando

Dio e la Vergine perchè l’assistano nell’ultimo passo. A questo punto

ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assalì sino dalle

prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma

è proprio roba del Leopardi?

Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e

d’altri, che parlano della cantica: la calligrafia sembra del Leopardi,

il quale ordinò per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a

venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore

poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare

sulle terzine stampate; ma la persona che ritrovò e diede alle stampe

la cantica è incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non

resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa

insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi:

ma di un Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di

un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di

lingua, senza lume di poesia. Bisogna rassegnarsi a credere che questo

imparaticcio scolastico sia stato messo assieme un anno dopo al _Saggio

sugli errori popolari degli antichi_ nell’anno stesso dell’_Inno a

Nettuno_ e delle _Iscrizioni triopee_, un anno o due prima delle più

celebri, delle più gloriose poesie della letteratura moderna. È dura,

ma è così.

Questa pubblicazione avrà questo almeno di utile, che farà veder chiaro

come gli ingegni più forti e più grandi non si riconoscano più quando

cadono nel peccato d’imitazione. Certo si dànno delle mostruosità in

natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte

imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come

le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perchè sono

fuori della legge comune. Perchè c’è stato un Mozart non tutti i

piccoli pianisti arriveranno a scrivere il _Don Giovanni_, il caso del

Leopardi, dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei

modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come

saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.

Si potrebbe domandare che necessità c’era di mostrare il povero

Leopardi, già abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie

scolastiche, nell’atto di fare _tome papà_; ma a questa domanda si

oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni è necessario conoscer

tutto, anche la balla. _Amen_. Studiamo dunque le balie dei grandi

uomini, che buon pro ci faccia.

DI NUOVO

Se il Leopardi riaprisse gli occhi!

Già, prima di tutto, se riaprisse gli occhi, quella adorazione

meritata che nessuno gli contende nel tempio dell’arte, scemerebbe

ingiustamente della metà, poichè egli stesso ha detto _Virtù viva

sprezziam, lodiamo estinta_; verità sacrosanta. E poi se aprisse gli

occhi così all’impensata, e se cogli occhi potesse muovere la mano, ne

scriverebbe delle belle intorno a noi, al nostro tempo, alla nostra

curiosità e forse anche intorno a quel progresso che gli suggerì la

epistola al Pepoli. E davvero il povero poeta, disgraziato in vita, fu

disgraziatsisimo dopo morto e gliene hanno fatte di quelle col pelo.

Lamentai già il lungo silenzio serbato da Antonio Ranieri; silenzio

che indusse i biografi in tanti errori: e dissi che se il generoso

napoletano fosse depositario di qualche scritto del Leopardi, dovrebbe

oramai vincere gli scrupoli di una delicatissima coscienza e metter

fuori tutto. Non mi pento di quel che ho detto, ma la pubblicazione del

signor Zanino Volta, l’_Appressamento_, mi fa morder la lingua.

Il signor Zanino Volta, nipote dell’illustre inventore della pila,

come ci dice parecchie volte nella introduzione, e vice-bibliotecario

reggente nell’Università di Pavia (che diavolo è un vice-bibliotecario

reggente?) il signor Zanino Volta capitò in certe camere del palazzo

avito dei Volta dove c’erano per le terre molte cartacce, molta umidità

e molti sorci. Trovò, frugando, un quaderno intitolato: _Appressamento

della morte_, e se lo ficcò in tasca. Ora si trova che è un autografo

del Leopardi, e lo stampa con cento pagine di prefazione.

È proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle

gherminelle letterarie paleografiche, che questa è la prima domanda da

fare. Chi è oramai quel letterato il quale non abbia commesso qualche

marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che è noto

al pubblico, ho parecchi altri peccatucci sulla coscienza e se volessi

dirlo, c’è qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto

nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.

La calligrafia del Leopardi può essere esattamente imitata dal primo

che capita: la carta del tempo si trova dappertutto; l’inchiostro

sbiadito o rossastro si fa in cucina, e la cantica è un lavoro tanto

giovanile che quasi potrebbe averlo fatto davvero il signor Volta, ma

questo non vuol dire, poichè qualunque maestro di retorica può far di

meglio.

Il nipote di Alessandro Volta ha preveduto il sospetto di

falsificazione e mette le mani avanti. Egli prova che il testo e la sua

età probabile vanno d’accordo con quanto ci dicono di questa cantica il

Leopardi nell’epistolario, il Giordani ed altri; e che la calligrafia

è quella stessa di altri lavori autentici del poeta ch’egli possiede;

quindi la cantica è del Leopardi. Le premesse non fanno una piega ma

uno scettico potrebbe sorridere della conclusione. Dato il caso di un

falsario, è egli supponibile che costui avesse steso la cantica senza

studiare prima tutto quel che ne è stato detto da molti e senza imitare

o far imitare il carattere grafico? Bisognerebbe supporre che il

falsificatore fosse Calandrino. Se la cantica va quindi d’accordo nei

caratteri, diremo; storici ed esterni, questo non esclude che altri la

possa aver fatta o fatta fare: ed anche questo ragionamento non fa una

piega.

Brandelli · 第 8 / 34 段