Si, vi ho proprio voluto bene, parrocchiani miei. Io non vi ho

insegnato ad aver paura di Dio, non vi ho imbrogliato la testa e la

coscienza con precetti minuti e con obblighi di pratiche superstizione.

Vi ho detto: non fate male a nessuno; amate il vostro paese, la vostra

libertà i vostri fratelli; questa era tutta la dottrina del povero

curato. Vi ricordate le sere lunghe d’inverno, quando nevicava fitto

ed io accanto al fuoco vi narravo la storia del nostro paese? Ebbene,

io non v’ho insegnato mai ad odiar nulla, fuori che il male. Io ve la

predicavo davvero quella legge d’amore, di tolleranza, di rettitudine

di cuore, per la quale da giovane avevo combattuto i sacerdoti che

maledicono, che ingannano, che odiano. Questa chiesa non era la

chiesa delle scomuniche, ma della carità e della fratellanza, e voi

non avevate paura della logora mia vestaccia nera; e quando d’estate

io passavo lungo i margini de’ campi leggendo Virgilio, le belle

mietitrici si rizzavano sui solchi, sorridenti nel sole splendido, coi

capelli dati ai liberi venti delle nostre montagne, e tendendomi le

braccia nude, mi gridavano: Buon passeggio, signor curato! Ed io alle

vostre belle mietitrici non ho guastato nè la coscienza, nè altro:

questo proprio lo posso dire!....

Ehi, dico, signor curato, dove andiamo a finire? Vedete un po’ che

razza di sciocchezze mi girano pel cervello a guardare quella

chiesina solitaria sulla vetta di monte Calderaro! Sì, davvero

sarei un buon curato io, con quell’odore di santità che ho indosso!

Bisognerebbe proprio che monsignore arcivescovo fosse matto da

legare per sacramentarmi questo! E poi tutto questo non è che un

sogno impossibile. Certo sarei un buon curato, meglio di molti e di

moltissimi, ma quelle benedette mietitrici dovrei confessarle io, e...

basta!

O la faina dov’è? Non s’è vista o m’è passata tra le gambe senza che

io me ne avveda. Riportiamo a casa la doppietta... e l’articolo bell’e

fatto. La caccia poteva andar peggio, non è vero?

NEBBIA IN MONTAGNA

Chi conosce la montagna, sa i curiosi effetti ottici che procura la

nebbia. Salite lentamente come in una nube e la vista non va più in

là di pochi passi. Questo vapore umido è quasi palpabile e si muove

lentamente a fiocchi, a strisce, a globi, come il fumo del sigaro

che disegna cento forme bizzarre in un raggio di sole. Il vostro

alito diventa visibile come nell’inverno, e tutto, l’erba, i sassi, i

tronchi, è infiltrato d’una umidità fredda che vi attornia, vi penetra

le vesti, le carni, le ossa. Alla immobilità sonnolenta de’ boschi

aggiungete il silenzio solenne della montagna, la coscienza d’esser

molto in alto senza che la vista ve lo dica, tutto quel non so che di

misterioso che ha la natura quasi selvaggia, deserta, rude, e sentirete

che una salita sopra ai mille metri, in mezzo ad una nube grigia e

densa, deve fare un certo effetto.

Sull’ultima vetta, là dove l’occhio dovrebbe dominare una immensa stesa

di monti e di pianure, quel maledetto velo di nebbia si interpone come

un sipario bianco tra lo spettatore e la scena. È già una sensazione

curiosa questa che si prova davanti allo sterminato velo che vi toglie

una veduta certamente magnifica; ma se la fortuna vi consente un quarto

d’ora propizio, se un soffio di vento spazza via sotto ai vostri

occhi la nebbia e vi si scopre quasi improvvisamente lo splendido e

desiderato spettacolo, la sensazione esce dal novero delle ordinarie

ed entra nella categoria di quelle singolari e meravigliose che gli

anglosassoni vengono a cercare sulle nostre alpi col pericolo imminente

di fiaccarsi la noce del collo.

Io che cerco ed amo la montagna, mi sono trovato parecchie volte a

questa festa degli occhi e dell’intelletto, e tutte le volte m’è

venuta in testa una matta idea. Anche stamane ho goduto lo spettacolo

della nebbia che si leva rapidamente e scopre la pianura illuminata dal

sole, ed anche stamane l’idea matta m’è ritornata in capo e c’è rimasta

con tanta ostinazione che mi tocca dirvela.

Tutte le volte, dunque, per chi sa quale strana associazione di

idee, penso alle sensazioni ed alle impressioni che proverebbe Marco

Tullio Cicerone se agli occhi suoi si scoprisse improvvisamente il

nostro mondo, se insomma ritornasse a vivere ad un tratto. È una idea

stravagante, ma è così.

Ve lo immaginate voi? Capisco che la sorpresa sarebbe tanto grande da

far morire di nuovo il povero oratore per una apoplessia fulminante.

Ma poichè siamo sull’immaginare, facciamo conto che viva e cercate di

mettere insieme colla fantasia tutta la infinità delle sue sorprese.

Aveva lasciato il mondo colla toga e lo ritrova bracato come i galli

dei tempi suoi. A che servono i cappelli a tuba? E che scopo può avere

il colletto inamidato che sega le orecchie? E gli orologi da tasca? E i

portafogli pieni di cartaccia unta? E le _botti_? E i _tramways_? E i

liquoristi? E i frati ecc.

Un oratore che ebbe tanta parte nelle vicende del suo tempo cercherebbe

subito il Foro, e ci troverebbe gli scavatori. Se qualche professore

di Università arrivasse a capire il latino del povero resuscitato,

lo manderebbe a Montecitorio e il presidente Farini lo farebbe

assistere alla tornata dalla tribuna dei senatori. Immaginatevi pure

l’arpinate che assiste alla discussione, mettiamo di un bilancio, e

ascolti attentamente un’orazione dell’onorevole Luporini. Scapperebbe

immediatamente dopo le prime frasi, perché... come ho detto, non

intenderebbe l’italiano.

E non intenderebbe il telegrafo: la locomotiva lo spaventerebbe, e

ad ogni passo proverebbe una sorpresa nuova e stravagante. Come deve

rimanere un romano dell’epoca di Cesare vedendo un romano dell’epoca

di Umberto accender la pipa con un fiammifero! E come rimarrebbe chi

scrisse della natura degli Dei, dando una occhiata alla nostra santa

religione?

Che cosa sono, che cosa fanno tutti quei fratacci di mille colori ma

tutti lerci ad un modo? E nelle chiese che cosa significano quelle

mascherate buffe, che cosa vogliono dire le riverenze, le smorfie, i

segni cabalistici di tutti quei preti coperti da pianete, da stole,

da mitre asiatiche, da stoffe d’oro? Gli incensi che fumano, gli inni

ragliati, i salmi miagolati sorprenderebbero il buon arpinate, che

cercherebbe senza dubbio di metter la testa tra le imposte della

sagrestia per vedere se gli auguri ridono tra di loro come ai suoi

tempi.

E i cannoni? E i fucili? Non è facile capire quel che potrebbe passare

pel capo a un legionario di Farsalia che si trovasse alle grandi

manovre, o a un capitano di una trireme d’Azio che assistesse agli

esercizi del _Duilio_ ed ai tiri del cannone da cento tonnellate.

Il giuoco del lotto colpirebbe la fantasia del resuscitato quasi quanto

i palloni aerostatici, per poco che ne intendesse il meccanismo. E se

arrivasse a capire le teorie umanitarie che i governanti sviluppano nei

discorsi della Corona e nei discorsi dei ministri, non potrebbe mettere

insieme la contraddizione patente e volgare tra le parole e i fatti,

non potrebbe capire che si parli come Catone e si agisca come Verre.

I telai, la macchina da cucire, la macchinetta da caffè, il

cavaturaccioli lo empirebbero di meraviglia. Ma più si meraviglierebbe

se potesse entrare in un ministero, e vedesse che per ordinare il

restauro di un muro in un edificio del governo, ci vuole un macchinismo

più complicato che non ci voglia a fabbricare un orologio di precisione

tanta è la moltitudine dei controlli, dei capi divisione, dei capi

sezione, protocollisti, ragionieri e copisti che occorrono per ordinare

la spesa di cinque lire.

E per finirla con tutte queste sorprese di Marco Tullio Cicerone, che

potete moltiplicare a piacere, dategli a leggere lo Statuto del regno

d’Italia in un vagone della ferrovia funicolare del Vesuvio; dategli

insomma due diverse meraviglie sott’occhio.

Come stupirà il facondo oratore salendo sicuramente un piano inclinato

pericoloso, seduto tranquillamente sui cuscini imbottiti, guardando

il magico golfo, le rive ridenti dove anch’egli aveva un giorno una

splendida villa. Così l’uomo ha trionfato degli ostacoli della natura,

ha portato la comodità dove non era che il pericolo, ha fatto prova

di un meraviglioso ingegno nel servirsi di tutti i mezzi offertigli

dalla natura e nel superare le forze inerti a lui contrarie coi

prodigi della meccanica. A quell’altezza, su quel monte infocato, in

faccia ad uno dei più splendidi spettacoli che sia dato all’uomo di

contemplare, bisogna che il romano prorompa in tutte le interiezioni

latine, in tutte le esclamazioni incomposte dettate dall’istinto, non

per esprimere, ma per testimoniare il proprio sbalordimento.

Fategli leggere poi lo Statuto, un accozzo di articoli che vogliono

essere la legge fondamentale di tutta una nazione, e che tutti i

giorni sono cucinati in tutte le salse secondo il partito che governa.

Ditegli che questa legge deve essere immutabile, che è delitto di lesa

maestà sostenere il contrario, ma che non c’è un articolo al quale o

l’arbitrio di un ministro o l’abilità di un curiale non abbia fatto

uno strappo. Ditegli che quella legge invecchiata ha degli articoli

caduti per forza in desuetudine, altri così bigottamente ridicoli che

provocherebbero uno scoppio di indignazione contro chi ne sostenesse

soltanto la possibilità, come quello che sottopone al _visto_ del

vescovo i libri di argomento religioso che si stampano nella diocesi,

e ditegli che a dispetto di questo noi siamo costretti a dire che lo

Statuto è ottimo, a venerarlo, o ad aver a che fare col procuratore

del re se non lo trattiamo bene; e il buon Marco Tullio non sarà meno

sorpreso che della sua salita verticale sul monte.

Accostatevi al romano, come si fa tra coloro che sono rinchiusi nella

stessa carrozza, e domandategli in confidenza che cosa pensa di tutto

questo. È avvocato, quindi loquace, e ve lo dirà. Vi dirà che mentre i

progressi meccanici, positivi, riguardanti le cose necessarie od anche

di lusso, lo hanno compreso di meraviglia indicibile, trova però che

in tutto il resto siamo forse più indietro di quel che si era ai suoi

tempi. Religione, governo, morale, non sono dei primordii dell’impero,

ma del basso impero. Oh, la sa lunga Marco Tullio Cicerone.

Vedete un poco che matte idee fa nascere la nebbia in montagna!

NEL BOSCO

Scrivo a cento passi dall’idillio.

A cento passi di qui, sulla schiena del monte, c’è un bosco di querce

non molto alto, perchè la scure lo martirizza troppo, ma fitto e

frondoso. In molte macchie il sole non entra mai e l’erba rimane sempre

verde, di quel verde oscuro che rivela il terreno grasso e fresco.

Ma il monte non scende verso il mezzodì col dolce pendìo di un monte

dabbene e tranquillo. L’acqua di un torrentello chiassoso röse sotto,

ed una frana gigantesca tolse l’uniformità alla sua architettura troppo

regolare. Dall’alto si vede tutta la possente rovina e la fuga de’

massi precipitati al fondo, accavallati, squartati. Una valanga di

scogli divelti rovinò giù da questo lato del monte, che rimase come

un muro scheggiato, dove, tra risalto e risalto, riescono a saltare

solo le capre. Chi si affaccia all’orlo della frana vede in giù il

precipizio, il vuoto.

Eppure tra le rocce accatastate in fondo, le querce qua e là

rinacquero. Scendendo per altra via sino al torrente, sparisce la

sensazione dell’orrido che si prova, guardando dall’alto e si gusta

una nuova forma dell’idillio, un nuovo aspetto del paesaggio. Anche

qui ci sono ombre fresche ed erbe sempre verdi. L’edera, le vitalbe,

i muschi si abbarbicano agli scogli e li vestono, i rovi pendono dai

crepacci ed i fiori gialli della ginestra si aprono a centinaia per le

coste dirute. Il torrente, castigato dall’estate, ha perduto la voce e

scivola tra i sassi quasi vergognoso. Chi cerca il silenzio lo trova

qui, meglio che tra i certosini. L’idillio è completo per chi bada ai

canti dei fringuelli che fanno all’amore nel bosco profondo, od alle

note velate dell’usignuolo che sonnecchia ne’ cespugli, cantando in

questa tranquillità anche nelle ore meridiane a dispetto della storia

naturale. Tutto ispira la tranquilla melanconia dell’egloga virgiliana,

anche il grido rauco della ghiandaia, anche lo strillo acuto del

falco, anche il chiocciare pettegolo del merlo che si leva e fugge.

Trilli, canti, grida che non sembrano rompere il silenzio solenne,

il raccoglimento calmo del luogo e dell’ora. Perchè cercate un Dio

pauroso e bieco nel silenzio forzato de’ monasteri, nel raccoglimento

voluto ed imposto delle chiese senza luce e de’ chiostri senza vita?

Qui bisogna venire a cercar Dio vero e vivo, il Dio che non ha bisogno

di teologia e di sacerdoti; e così, nella rivelazione della natura,

lo cercarono i pagani e lo trovarono. Il nostro Dio è fuori, dove

sbocciano i fiori, dove maturano i frutti e sussurrano il suo nome le

querce mosse dal vento e cantano le sue lodi gli uccelli nella libertà

del bosco. Il nostro Dio è fuori dalle chiese buie, nei cieli azzurri,

nei campi ricchi d’oro delle messi, nel mare immenso, nella verità

della giustizia, nel giubilo della bellezza. Fuori dalle chiese è la

religione.

Conoscete il vecchio racconto? Al tempo di Augusto o di Tiberio,

non ricordo bene, un navigatore attraversava l’Egeo e moveva verso

l’Italia. Il vento era propizio e la ciurma sonnecchiava nella quiete

del meriggio: solo il nocchiere vegliava. Ad un tratto una voce lo

chiamò chiaramente per nome; ma il mare era deserto ed il nocchiere

credette di esser vittima di una illusione. Tre volte la voce

misteriosa che aleggiava sull’onda, tre volte chiamò il navigante, che

finalmente rispose. Disse allora la voce:—Va a Roma e reca la gran

novella che il gran Pane è morto!—A queste parole seguì un tumulto

di grida, uno scoppio di lamenti e di pianti, poi tutto svanì nella

profondità dello spazio e nel silenzio meridiano.

Ebbene la voce mentì. Il gran Pane vive ancora sul mare e sulla terra

ed esiste al tramonto della gran favola giudea.

Egli non ha che un’arma per vincere e trionfare: la libertà. La libertà

che uccide tutte le religioni, o traendole allo scetticismo col libero

esame, o resistendo alla tirannia dei dogmi irragionevoli o reagendo

contro la compressione del dispotismo canonico: questa libertà del mare

e dei boschi, che diviene a poco a poco la libertà de’ consorzi civili.

La voce misteriosa mentì. Il gran Pane non è morto.

Di quanti stolti pregiudizi ci avvelenava questa vecchia religione

che vive ormai soltanto perchè si è trasformata in partito politico!

I polemisti cattolici che infuriano contro il verismo invadente e lo

accusano di fare l’apoteosi del brutto, hanno dimenticato troppo presto

che nella loro religione la bellezza è il dominio. Hanno dimenticato

che S. Ambrogio, uno de’ padri più tolleranti, tratta la donna di

_janua diaboli_, _via iniquitatîs_, _scorpionis percussio_, e gli altri

non hanno abbastanza vituperi e sporcizie per la bellezza femminile,

per l’amore e per la vita. Ogni fiore nasconde un demone, ogni gioia un

peccato, ogni minuto di libertà una eternità di dannazione. L’ideale

della perfezione è la Tebaide, e Domenico Morelli interpreta fedelmente

lo spirito del cristianesimo romano quando ai diavoli che tentano S.

Antonio dà le squisite forme della bellezza muliebre. La perfezione

cattolica sta nella sporcizia di S. Francesco, nella deformità ulcerosa

di S. Rocco, nella macerazione contro natura, nel terrore di Dio, del

demonio e del mondo. La bellezza e la gioia sono peccati.

Questi boschi che il paganesimo aveva popolato di liete fantasie, il

cattolicismo li ha popolati di tentazioni e di demoni. L’anacoreta non

fugge solo il mondo, ma la natura, cercando la sterilità del deserto; e

i monaci occidentali che si contentano delle cime sassose della Verna

o di Subiaco, sono già troppo lontani dalla perfezione dell’anacoreta;

sono soldati della Chiesa accasermati su quelle cime, ma pronti a

discendere al combattimento non appena l’obbedienza li chiami. E in

quei boschi stessi, dove il paganesimo avrebbe visto animarsi la natura

e i fauni uscir dalle macchie e le ninfe dalle fonti e dagli alberi, il

fedele non trova più che la tradizione di spaventose lotte dei santi

coi diavoli, impressioni miracolose di piedi e di mani nel sasso,

reliquie paurose delle pugne antiche tra il cristianesimo e la natura.

È legge dunque che la creatura debba amare senza fine il creatore, ma

odiare senza misura il creato. La legge di Cristo, che in principio fu

di amore e parve un socialismo uguagliatore ed umano, dopo il trionfo

divenne legge di odio universale, santificazione di tutte le tirannie

più bestiali e feroci.

Ma il mondo si muove. All’esposizione di Torino i soddisfatti hanno

visto con terrore i prodromi di quell’arte dagli intenti sociali, che

videro già e maledissero nelle lettere. Tutto si agita, e chi tende

l’orecchio sente i rumori misteriosi che fremono nella foresta quando

il succhio comincia a risalire pei tronchi irrigiditi dall’inverno e le

gemme inturgidiscono e nel silenzio si desta la vita. Già si comincia

ad amare il mondo ed a cercarvi quel che ci promisero al di là della

tomba. Sfumano i vecchi ideali, sogni senza forme precise, aspirazioni

indefinite ed oziose ad un bello intangibile, ad un bene impossibile,

e comincia la ricerca assidua della verità definita, del bello e del

bene che possiamo raggiungere. Non c’è bisogno di una Sibilla Cumea

per vaticinare la fine di una età e l’inizio di una nuova; tutti lo

sentiamo intimamente, anche quelli che, come i bimbi, si turano le

orecchie per tema dello scoppio.

E torneremo ad una poesia dove anche l’idillio sarà ammesso,

quell’idillio che si comunica da molti col nome di Arcadia. Già il

Carducci, nel _Canto dell’amore_, ci additava le nuove forme di una

poesia della natura, di quella poesia la cui perfezione spaventa

nelle _Odi barbare_. Quello non è l’idillio dell’Arcadia davvero,

eppure chi negherà che in quei versi non si trovi una viva ed evidente

rappresentazione della natura? Si grida alla poesia pagana! E che

per ciò? Al postutto il mondo pagano non si corruppe se non quando

abbandonò la via della libertà, di quella libertà che oggi cerchiamo.

Perchè non saremo piuttosto pagani che flagellati?

Le querce susurrano parole d’amore e le fronde si cercano, e le cime si

chinano leggermente come per accarezzare le cime vicine. Cantano sempre

gli uccelli e cantano d’amore. Fino le stridule cicale cantano a modo

loro l’inno della vita.

Chiedetelo a questi boschi, che ve lo diranno. La legge vecchia fu

legge d’odio: la nuova sarà di amore.

IN LAPPONIA

Il Lèouzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali

svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci

culla con la sua armonia, c’inebria co’ suoi profumi, il nord invece

non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma

gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.

Ed è vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il

mondo, chiama _spaventosa_ la Norvegia ed _orribile_ la Finlandia. I

lapponi che ci descrive il Mantegazza[1] ci fanno proprio paura.

Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che Noè «bevve del vino e

s’inebriò e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo» il curioso Cam

fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de’

suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione

dell’enologo patriarca, perchè i cananei sono più fortunati di molti

semiti. L’Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto

mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di

scoperta ci appare più ricca ed invidiabile, mentre la terra della

desolazione e dello spavento è toccata in retaggio ai poveri semiti che

avevano bene meritato della decenza. Così va il mondo.

Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel

paese «dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano

le arance d’oro, dove un’aura leggera scende dall’azzurro cielo e il

mirto cresce modesto e superbo l’alloro,» noi pensiamo con terrore alle

lande desolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiamò «gli

ultimi vegetali che coprono l’ultima terra». Quasi tutto l’anno la neve

copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta

gradi sotto lo zero. Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte

continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare

affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull’orizzonte, snervando gli

uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi

per giorni lunghi, eterni, pareva aver già spento la vita ingrata, vive

un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione

lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del

Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano

qualche volta tronchi d’alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi

fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi,

esauriti i pascoli per le renne, è d’uopo ritornare al triste luogo

di partenza. Il Mantegazza dà la traduzione di alcuni canti lapponi:

eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano:

Io, povero lappone vagabondo

Io qua giù debbo faticando errar.

Debbo peregrinar per tutto il mondo,

Tutta la vita mia così passar.

Non è bello; si sa, è poesia lappone: ma è ben triste questa sintesi

della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre

a noi, come all’Ermengarda del Manzoni,

...ogni aurora

Cresce la gioia del destarsi!....

Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi

d’ogni conforto, d’ogni comodo, d’ogni speranza di meglio. Il

Rèclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato

all’estremità, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba

rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in

buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle.

Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi

l’intera famiglia dell’unico mezzo di sussistenza. Di rado sanno

leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare

le superstizioni dell’antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza,

ingegno, sicurezza, coltura, reliquie, tutto. Eppure... eppure queste

creature disgraziate, queste caricature d’uomo, amano e soffrono come

noi, cantano l’amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del

Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno

melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:

Avanti me ne vo peregrinando,

Ma si volgono addietro i miei pensieri:

Dov’è, dov’è la sposa mia? domando...

Ahimè, segue il mio cuore altri sentieri!

Tornati nelle terre più centrali, non cercano per loro le privazioni

e gli stenti. Il loro vitto è orribile. Poco latte di renna cagliato

e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caffè misto di sangue e

di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua

di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di

quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per metà ci fa

compassione e per metà schifo, l’amore rimane in tutte le sue migliori

forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell’abbandono, come

presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto

tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la

presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:

Andai su gli alti monti

De ’l rangifero a caccia.

Uno ne cadde sotto al ferreo strale

E penetrò la punta

Tutta ne ’l caldo cor de ’l animale.

Cadde il renne ad un tratto e su la neve

Immobile si giacque.

Su le spalle lo presi

E a ’l villaggio natìo così discesi,

Gli recisi le zampe e le scagliai

E disdegnoso le gettai ne ’l lago,

Gli recisile zampe e le scagliai

Ne l’onda, e presi il corpo e lo portai

A’ genitori miei ne la capanna.

A lor la carne diedi,

Ed a la donna mia, tutto festante,

Il coricin donai caldo e fumante.

Brandelli · 第 7 / 34 段