Lasciamo pure la politica, benchè, senza offendere le convinzioni di

nessuno, si possa meravigliare come un grand’uomo di Stato come il

Metternich, da Napoli alla vigilia dei moti del 1821, scriva che il

Re è amato da tutti e che le due Sicilie saranno l’ultimo paese in

cui la rivoluzione potrà tentare una levata di scudi. Ma ad ogni modo

bisognerà pur convenire che, quando un uomo di una certa coltura,

giunto ad una altezza dove pochi giungono, che si ritiene quasi

infallibile e che scrive confidenzialmente quel che gli esce dal cuore

e scrive a quel modo, bisogna che senta ben poco e intenda meno, se, in

faccia a spettacoli od a capolavori che commoverebbero un maniscalco,

non sa trovare che una frase minchiona, sempre quella: «_Non si può

veder nulla di più bello_.» Davanti alla Venere dei Medici, alla

Madonna della Scodella, agli splendidi orizzonti toscani, al verde

paradiso dei bagni di Lucca, dove persino l’acredine germanica di

Enrico Heine si temperò fino all’atticismo, il povero principe sente

di essere obbligato ad entusiasmarsi e si flagella i fianchi per

trovar qualche cosa e non sa scrivere alla moglie altro che la frase

stereotipa ed eterna: «_Non si può veder nulla di più bello_». Povera

principessa! Giova sperare che sarà stata più forte della Regina di

Spagna nel Ruy Blas di Victor Hugo, la quale nell’ora della tentazione

riceve dal marito la nota lettera: «Madame, il fait gran vent, et j’ai

tué six loups».

Certo il Metternich, in queste parecchie migliaia di pagine, rimane

sempre un diplomatico cui non sfugge un segreto. Ma è difficile

parlar molto, parlar tanto, senza che l’ascoltatore non capisca anche

quello che l’autore cerca di nascondere con ogni studio. Quando, dopo

aver navigato sopra questo pelago immenso, si giunge faticosamente

alla riva, uno si raccoglie dentro sè stesso, conclude e per forza

riassume le diverse impressioni provate. Nessuna onda tradì da sè

il gran secreto dello sterminato mare, ma tutte insieme lo hanno

tradito. Possiamo bene trovar qua e là dei tentativi di espansione,

dei desiderii di pace e d’amore, ma nel complesso immenso dell’opera

spariscono per lasciar posto ad una impressione geniale di aridità,

di povertà di cuore, di miseria intellettiva, che davvero agghiaccia

anche i più benevoli. Questo non è un uomo di carne e d’ossa come

noi, ma è un uomo di legno: di quercia se volete; ma sempre di legno.

È una macchina da scriver note diplomatiche, caricata di una forte

molla, precisa come un cronometro nella inflessibilità logica dei

suoi principii: ma sente quello che sente una macchina. Che gli

uomini muoiano, che i popoli sudino sangue, non importa: l’orologio

prosegue imperturbato il suo moto e peggio per quelli che nel quadrante

leggeranno l’ora dell’agonia.

Eppure, se il libro della sua inesorabile freddezza attrista e fa

perdere la fede nella bontà umana, eppure ci consola in questo, che ci

appare come un’ammenda onorevole che il superbo principe fa davanti a

noi, colla corda al collo e i piedi scalzi. Egli è venuto finalmente

a rispondere di sè al nostro tribunale, a scolparsi, ad implorare una

assoluzione che gli neghiamo. Ecco il principe che fondava una Rivista,

e che tuttavia ispirandola la sottoponeva alla censura della polizia,

eccolo che approfitta di questa maledetta stampa poichè sente ch’egli

deve scolparsi davanti ai posteri. Egli viene a noi per dirci che fu

buon figlio, buon marito e buon padre; che agì secondo la sua coscienza

gli dettava, che la religione e l’educazione sua gl’imponevano di agire

così; e noi, giudici tutti ed oramai dal tempo fatti imparziali, gli

rispondiamo che solo la compassione che proviamo per le sue miserie

di cuore e d’intelletto ci trattengono dal condannarlo alle gemonie

dell’umanità. La sola attenuante sta nella viltà di coloro, piccoli o

grandi, che poterono rassegnarsi al dominio di due uomini senza viscere

umane come l’imperatore Francesco e il suo cancelliere. Non si può

invocare altro che un mezzo di difesa; il noto detto: _i popoli hanno

il governo che meritano_.

Quando gli muore la figlia Maria, quella che amava di più, egli

finalmente si sente commosso; ma il suo dolore non è di animo ben

fatto. Chi di noi in simili sciagure non ha tentato di salvare almeno

una tavola dal naufragio, un ritratto, una ciocca di capelli, un

nastro, qualche cosa che tenga viva la memoria dei morti? Coloro poi

che sono squisitamente sensibili, provano una specie di voluttà a

rimescolare col ferro dentro la piaga, a tormentarsi, a martirizzarsi

senza fine, ritornando alle memorie del passato felice, evocando nella

fantasia le sembianze dei morti, le dolci parole, le carezze perdute

per sempre. Ma questo padre, colpito nel più vivo de’ suoi affetti, non

ha che un desiderio solo, quello di disperdere dalla terra ogni cosa

che gli rinnovi il dolore. Egli gode sapendo che la casa dell’estinta

sarà spianata e che passeggiando per quella via non ci sarà più memoria

delle mura dove la figlia sua, la carne della sua carne, soffrì o fu

felice. E questa gioia il Metternich non la nasconde; se ne vanta

quasi colla serena imbecillità dell’egoista, proprio là dove protesta

alla posterità d’esser stato buon padre ed amantissimo della famiglia.

Ora in faccia a questo egoismo ingenuamente brutale, davanti a questa

macchina da protocolli che non solo è sorda alle grida dei torturati

dello Spielberg, ma che respinge come un attentato alle proprie

digestioni le strazianti memorie di una figlia perduta, non c’è che un

sentimento che possa renderci indulgenti: la compassione.

Sono ingiusti coloro che vituperando le avare virtù e gli avarissimi

vizi della borghesia, accusano la società presente di aver partorito

questa classe di uomini piccinamente egoisti. Perchè gridare contro

ai poveri droghieri se non intendono le squisitezze dell’arte o gli

ardimenti della politica? Ecco un principe educato con ogni cura nelle

ricchezze e nelle pompe, salito sino dove si può salire, onorato come

un sovrano, ricco come un nababbo, temuto come uno czar, ed eccolo più

miserabilmente borghese di un Gerolamo Pâturot qualunque, più egoista

che non sia il più egoista dei rivenditori di candele e di pepe. Non

è dunque una istituzione, non è un ministero, non è una società che

dobbiamo incolpare delle idee piccine e maligne di una data classe di

persone. Gli egoisti sono di tutti i tempi e di tutti i paesi, e ci

sono centomila pizzicagnoli che hanno più cuore ed idee più generose

che il cancelliere dell’imperator Francesco.

Dicono che le ire nemiche non debbono sopravvivere alla tomba; ma

poichè il principe si appella ai posteri questi possono ben dirgli quel

che sentono di lui. Egli non ci appare più che come un mediocre capo

sezione che supplisce colla cocciutaggine alla mancanza del giudizio,

del cuore, e forse della coscienza.

LA PRINCIPESSA DI METTERNICH

Il quinto volume delle _Memorie_ del principe di Metternich non so

se sia più importante dei precedenti in riga di politica, ma è certo

il più curioso di tutti, specialmente per gl’italiani. Infatti, la

curiosità generale vi è stuzzicata da frammenti di _memorie_ della

principessa Melania, terza moglie del celebre Cancelliere; e la

curiosità politica, specialmente per noi, da tutto quello che si

riferisce ai moti del 1831.

Lascio stare la politica, anche storica che non è di mia competenza

qui, e vi prego di dare un’occhiata ai brani staccati dal Giornale

della principessa; staccati, ahimè, con molta, con troppa parsimonia.

Anche qui il pubblicatore, troncando e tagliando, fa nascere nei

lettori il sospetto che tutta la fisonomia della illustre dama non si

trovi nei pochi segni mostrati al pubblico. Che questa pubblicazione

sia fatta con un intente, spiegabile, ma poco imparziale, di

glorificazione postuma dell’antipatico cancelliere, è già stato detto

e provato. Ora è confermato dalla severa misura con cui ci sono

date le poche pagine del _Diario_ della principessa. _Diario_ che,

secondo la prefazione, consta di trenta volumi in quarto, di scrittura

minutissima. Anche qui, dunque, siamo sicuri che non ci è offerto se

non ciò che può servire all’apoteosi del principe. A questo intento

quelle brevi pagine sono troppe, perchè inutili; per l’interesse

generale della biografia e della storia, sono invece poche, e poco

sincere perchè amputate.

Ad ogni modo non cessano però d’esser curiose, e senza dubbio sono la

parte meno pesante di questi pesantissimi volumi.

La contessa Melania Zichy Fèrraris non era più d’una giovanetta appena

pubere, quando il principe di Metternich due volte vedovo, le diede

il suo nome ed i suoi sessant’anni. E’ molto difficile che l’amore le

abbia fatto accettare la mano grinzosa del vecchio diplomatico, il

quale, a buon conto, aveva in casa due figlie da marito. E’ troppo

facile capire da quali sentimenti sia stata mossa la gentildonna che

era in età di comprendere il passo che faceva.

Certo, a quel tempo, il gusto di sentirsi chiamare principessa di

Metternich doveva essere tale da far superare parecchie delicate

ripugnanze femminili; ma questa indagine dei perchè, non sarebbe qui al

suo posto.

Le nozze avvennero nel 30 gennaio 1831 ed è a quella data che ci è

permesso di leggere qualche riga del diario della principessa. «Ho

cominciato la mia giornata confessandomi al Padre Schmitt; poi tutti,

con mio padre, ci comunicammo nella cappella degli Scozzesi. La

mattina, Clemente (il principe) venne a portare i miei diamanti che

sono bellissimi e benissimo legati. Alle sei andammo a colazione da

Clemente con Adele e Guglielmo Taxis, poi mi misi in gala, veste di

pizzo, diamanti, velo e corona di mirto che la zia Lichnowsky m’aveva

mandato da Gratz. Era venuta una folla di gente per vedermi. Chiesi

ai genitori la loro benedizione, poi andammo in carrozza dal Nunzio,

presso al quale era riunita la famiglia intera. C’erano più di novanta

persone ed il Nunzio ci unì e ci fece un bel discorso. La cerimonia

non durò molto ed insomma tutto fu assai bello e conveniente, eravamo

appena in casa che tutta Vienna accorse e le nostre sale rigurgitavano

di gente. Feci quel che potevo per far buona impressione a tutti

e tutti furono buoni per me. Cenammo in famiglia, poi la mamma mi

accompagnò nella mia nuova dimora».

Io domando se queste sono le emozioni ed i sentimenti della fanciulla

che si trova finalmente in faccia a quella incognita desiderata e

temuta, a quel terribile e dolce mistero del matrimonio? S’intende

bene che alla gran dama non si chiede la confidenza degli intimi

spaventi del pudore e della delicatezza, ma s’intende anche che in un

giorno come quello è per lo meno strano rimaner colpiti soltanto dalle

pompe esteriori, dalla corona di mirto, senza badare al loro profondo

significato, sarebbe abbastanza strana l’impressione d’un soldato che

di una carica sanguinosa non ci ricordasse altro che le stonature della

tromba. Io chieggo a tutte le signore che non hanno sposato un principe

di sessantanni, se del giorno delle nozze non conservano altre memorie

che quelle del vestito e del velo. Io domando a tutti se questa

bella dama che pronuncia il _sì_ irrevocabile davanti al suo Dio, ami

davvero l’uomo che le porge il simbolico anello. Le signore, e anche le

signorine, rispondano.

Più tardi la principessa diventerà ammiratrice fanatica del marito e

consegnerà al suo diario le espressioni vivaci del proprio entusiasmo.

I figli, la sua rosea Melania che le sorride cogli occhi azzurri, le

ispireranno alcune di quelle frasi che non possono esser indovinate

che dalle madri: ma pel marito non c’è altro che l’ammirazione. O che

i pubblicatori le abbiano soppresse, o che in fatto ne’ diari non ci

siano, cerchereste inutilmente quelle parole care che sfuggono alle

donne innamorate per quanto cerchino di custodire gelosamente il

segreto. Il principe sessagenario può sforzarsi di esser marito quanto

gli pare, l’affetto che gli si restituisce è filiale, non coniugale.

Del resto il principe doveva preferire senza dubbio una moglie piena

di sentimenti di venerazione ad una ardente di amori giovanili. Egli

stesso l’educa al nuovo stato, e si vede chiaro che la spinge a farsi

amministratrice della casa e propria intendente. I vecchi sono quasi

sempre egoisti; figurarsi poi quel Metternich che aveva altro pel capo

che le sensibilità romantiche del suo tempo! La principessa attribuisce

a fortezza d’animo i suoi sonni tranquilli nei momenti più gravi, come

in quella notte che fu l’ultima per l’imperatore Francesco. Sarà: ma

l’aridità dell’egoismo potrebbe entrarci per qualche cosa.

Comunque sia, è evidente che il Metternich, il quale era troppo

religioso e troppo prudente per cercare distrazioni passeggere al suo

stato vedovile, e che d’altra parte aveva bisogno di una dama che

sapesse ricevere degnamente i suoi invitati, scelse la contessa Zichy

con tutt’altri criteri che quelli dell’affetto comune. Due settimane

dopo le nozze, parla d’affari alla moglie, la quale si sforza a

capirli, sapendo bene che diverranno una obbligazione per lei. Si fa

leggere da lei i dispacci, le parla di politica, e la principessa

racconta ingenuamente ch’egli continua questi discorsi anche quando la

sera, dopo la partenza degl’invitati, rimane con lei da solo a sola,

nell’intimità. Qualche volta pare che la moglie senta la tristezza

di questa vita consacrata tutta ai comodi di un vecchio; ha degli

impeti di espansione che non trovano sfogo e tre mesi appena dopo il

matrimonio, dice tristamente: «Ah, chi potesse trovare il tempo di

parlare con lui!» Intanto il principe ha raggiunto il suo scopo. La

principessa presiede ammirabilmente alle sue feste, e nell’intimità è

divenuta la sua paziente lettrice. Aveva preso moglie pei suoi comodi e

pei suoi incomodi, ed era stato felice nella scelta. I vecchi però non

s’illudano. Non è facile essere così fortunati.

Nel primo anno, la principessa è quasi spaventata dell’altezza su cui

si trova. Ha il capogiro e tutto le dà i brividi della paura. Il primo

anno del suo diario è tutto pieno di questi spaventi, e ad ogni tumulto

che accade, anche nelle più lontane plaghe d’Europa, le pare che il

mondo debba finire a sconquasso. E’ ben vero che nel 1831 anche il

cancelliere aveva paura e scriveva ad Apponyi, ambasciatore austriaco a

Parigi, queste parole: «La situazione generale delle cose è delle più

pericolose. Sapete che io non sono di quelli che disperano facilmente

del buon successo della cosa pubblica, eppure la mia coscienza mi dice

che i pericoli sono più grandi delle probabilità di salute». Lo diceva

lui che credeva d’aver stritolato Napoleone! E’ naturale dunque che

la principessa tremasse più di lui: ma non tardò molto a riprendere

l’equilibrio. Il primo gennaio del 1834 si sentiva così padrona di sè e

del marito, da gittare un sanguinoso insulto in faccia a Luigi Filippo

nella persona del suo ambasciatore.

Ella narra la cosa a questo modo: «Questa sera non si parlava che della

risposta che feci al signor di Saint-Aulaire il 1º gennaio. Portavo una

specie di corona di diamanti ed egli mi disse: “Ma, principessa, ella

ha in testa una corona,” ed io senza commuovermi replicai: “E perchè

no? E’ mia, e se non fosse mia non la porterei.” Questa storiella ha

fatto rapidamente il giro della società e gli arciduchi me ne hanno

parlato; il che ci secca, perchè lo saprà il pubblico e Clemente me ne

rimprovererà.» E’ inutile spiegare come in quella risposta impertinente

fosse un’allusione troppo chiara alla corona di Luigi Filippo; corona,

secondo le conosciute opinioni della principessa, usurpata ai legittimi

possessori.

Come si vede, la principessa non era più la timida sposina di tre anni

avanti. E più impertinenti sono le risposte date all’ambasciatore che

dodici giorni dopo veniva a chiedere spiegazioni. «A mezz’ora dopo

mezzodì; entrò da me con aspetto molto serio. Gli dissi che mi pareva

che venisse da me con intenzioni ostili e che ero pronta a sostenere

una lotta ad oltranza, ed egli rispose molto serio che non veniva

a scherzare sopra cose gravi. Suonai per far chiamare mio marito,

che venne subito. Allora il signor di Sante-Aulaire, visibilmente

irritato, ripetè la risposta che gli avevo fatto il primo dell’anno.

Aggiunse ch’egli m’aveva inteso dire parole più o meno convenienti,

ma che non avrebbe creduto ch’io le avrei ripetute. Disse che da

tutte le parti erano venuti a raccontargli che m’ero vantata di questa

risposta offensiva e che anzi aveva aggiunto: «Gliene ho ben detto

delle peggio!» Io non mi sconcertai un momento, e gli dissi che non

potevo negare di aver dichiarato con intenzione che se la corona che

portavo non fosse stata mia, non l’avrei portata; ma che tuttavia non

avevo ripetuto quella dichiarazione, sopratutto perchè l’occasione non

s’era presentata, e poi perchè anche avendo pochissime simpatie pel suo

Governo e tutto quel che lo riguarda, non avevo però mai avuta l’idea

di offender lui personalmente e di recar dispiacere a sua moglie ed i

suoi figli che ritenevo buoni ed onesti».

La risposta era garbata per la persona, ma offensiva per l’ambasciatore

e il suo Governo. Ad ogni modo la faccenda si quietò mettendo ogni

cosa sul conto dei mettimale, ed anche forse perchè non conveniva al

Governo francese dar troppo importanza alle malignità di una pettegola.

E’ però curiosa la versione ufficiale che il Cancelliere ne diede ad

Apponyi. «Il primo dell’anno avevo riunito presso di me ad un gran

pranzo il corpo diplomatico, ed ecco quel che è successo. Mia moglie

aveva un abbigliamento come la circostanza richiedeva ed il signor

Sainte-Aulaire le ha detto: “Che bei diamanti Ella ha! Sono superbi!

Sono proprio gioie della Corona!” Melania, un po’ impazientita, poichè

parecchie persone le avevano parlato del suo abbigliamento, al quale,

come sapete, non dà gran peso, rispose: “I miei diamanti sono quelli

che sono. Li porto come me li hanno dati e non li ho rubati”». E

seguono istruzioni per mettere il resto sul conto delle chiacchiere

maligne.

Il Cancelliere mente, poichè la principessa nel suo diario non aveva

ragione di mentire. È chiaro lo studio di sostituire _diamanti_

a _corona_, per togliere l’allusione; ma è anche chiaro che la

principessa aveva già la lingua e l’orgoglio che ebbe sempre da poi.

Infatti ella divise a Vienna l’impopolarità di suo marito; e il suo

salotto, frequentato dai più superbi reazionari dell’impero, pareva il

centro delle idee più aristocratiche e retrograde.

Potevano infatti essere diverse le idee d’una donna cui fino dal primo

giorno delle nozze mancò l’amore che ingentilisce l’anima? Dicono che

sarà perdonato molto a quelli che hanno amato molto, ma io credo che in

buona giustizia si debba perdonare di più a quelli che non hanno potuto

amare.

IN SACRIS

Ieri a sera il campanaro mi assicurò di aver trovato il covo della

faina nel bosco, ed eccomi qui nascosto nella macchia coll’occorrente

per scrivere sulle ginocchia e la doppietta accanto, in atto di

sorvegliare attentamente il nemico. Vorrei dire che lo sorveglio colla

penna e colla spada, ma la doppietta non è una spada, cavalleresca:

ahimè, costa trenta lire, e se domani dovessi fare alle schioppettate,

non ci farei una buona figura!

La faina non esce dal covo che a sera per la notturna caccia de’ polli,

e il sole sta per cadere dietro monte Donato. L’ora è propizia. Tra le

frasche dei quercioli veggo la pianura che sfuma sino all’orizzonte,

violacea, azzurrognola e le torri le case di Bologna tinte di quel

colore di rosa de’ tramonti che non bisognerebbe rimproverare al

Carducci, il quale non ne ha colpa, ma alla natura che lo fa a questo

modo. Alla mia destra si profilano nel cielo turchino i colli che

sorgono tra l’Idice e il Sillaro; i più vicini colorati del giallo

carico delle stoppie o del verde cupo delle macchie cedue, i più

lontani, azzurri o violetti velati dalle nebbioline della sera, segnati

da qualche striscia aranciata riflessa dal sole che tramonta. Il

silenzio solenne dei boschi fa più vive queste sensazioni del colore

e della prospettiva aerea, queste gioconde eccitazioni dell’occhio

non distratto, questi contatti calmi colla bellezza e colla natura la

voluttà della quete si affina e si sublima. Non ha più nulla della

materialità sensuale. La fantasia lavora senza forze e senza coscienza.

Si sogna quasi, si sogna ad occhi aperti.

Lassù, in alto, lontano lontano, sulla vetta di un monte azzurro si

vede distintamente una chiesa rosea che domina la solitudine dalla

montagna. È monte Calderaro, tra il Sillaro e la Quaderna. Come si deve

star bene lassù a quest’ora col mondo sotto gli occhi eppure tanto

lontano! Quel curato là lo invidio: vorrei essere io il curato di monte

Calderaro.

Che strano desiderio! Eppure, dopo aver faticato il giorno intero a

scarabocchiare la carta, dopo aver turbato il fiele colla lettura dei

giornali e scaldato il sangue colle ire politiche o colle gesuitate

letterarie, dopo essersi tormentato in una eccitazione faticosa coi

nervi tesi come corde di violino che vibrano dolorosamente ad ogni moto

vengono questi desideri della calma molle, dell’ozio del cervello,

dell’animalità soddisfatta. L’abbazia di Thélème sognata dal Rabelais

è anche il sogno segreto di tutti i letterati combattenti, i quali,

stanchi della tensione quotidiana, non immaginano di meglio che un

ospizio dei poeti invalidi, un convento di frati godenti. Io lascio

al giocondo curato di Meudon le torri di marmo, le camere dorate, le

vesti di porpora, i conviti delicati; io mi contenterei d’esser fatto

curato di monte Calderaro. Ivi riposerei beato e chiuderei gli occhi

per sempre in un bel tramonto come questo, guardando al sole, ai monti,

al mare lontano, e susurrando soddisfatto: _Hoc erat in votis!_

Mi vedete? Lassù nel silenzio della montagna, sul praticello che

verdeggia davanti alla canonica, c’è un tavolino con alcuni libri ed

una bottiglia. Accanto, in un comodo seggiolone, siede il reverendo

curato, seggo io, coi capelli bianchi e la gota florida posata sulla

palma della mano. Oh, come sono lontani i tempi della mia giovinezza,

come sono lontane le donne che mi lacerarono l’anima col pretesto di

volermi bene! A quei tempi come si combatteva, come soffriva o per un

diritto o per un amore! Il mondo era una battaglia; il vecchio urtava

col nuovo, il privilegio col dritto, l’interesse col dovere, l’equivoco

colla verità, e si combatteva. Oh le belle pugne, i bei colpi! E

gli strazi delle sconfitte e il giubilo delle vittorie sante, delle

vittorie degli umili, del trionfo dei deboli, della redenzione degli

oppressi! Ci dicevano senza fede, e noi per la fede nostra davamo ogni

cosa più caramente diletta, per la fede conducevamo nella mischia anche

i nostri figli, la carne della nostra carne, l’anima dell’anima nostra.

Ci dicevano senza amore, e molti di noi per amore sono morti; ci

dicevano senza generosità, e non abbiamo vinto per noi. Questa pianura

immensa è seminata delle ossa dei caduti; i vincitori e i vinti dormono

nello stesso sepolcro e sulla terra immensa regna solo la giustizia.

La battaglia è finita: pace, eterna pace ai morti! Il mio cuore la

prega e l’invoca. Non sono curato per niente!

Giù, fumano le ville nascoste tra i frutteti; oggi si cibano coloro che

digiunavano ieri. Ecco le messi d’oro, le viti opime, la prosperità

della pace, ed è pur dolce pensare che per questa pace si è fatto

qualche cosa anche noi. Quando starò per addormentarmi nel sonno che

non ha fine mai, mi voglio far portare a quella finestra là, voglio

dare un’ultima occhiata a questa terra che altri maledisse e noi

benedicemmo, a questa patria de’ miei affetti, dove nacquero i figli

miei, dove riposano i miei cari.

Con quello sguardo la vedrò tutta, bella, grande, felice, e non mi

dorrà di morire in terra di libertà: con quello sguardo voglio darle

l’ultima benedizione; ma la benedizione del vecchio che abbandona la

vita sereno, senza dolore e senza rimorsi. Poi mi seppelliranno sotto

una pietra bianca qui, all’ombra delle querce, ed i fringuelli faranno

i nidi a primavera tra i rami, e nelle notti serene canteranno i

rosignoli nei cespugli di rose. Quelli che ora sono bimbi, diverranno

uomini, e passando di qui, guarderanno la mia pietra coperta di

fiori selvaggi e di muschi morbidi e diranno: povero curato! Era un

galantuomo e ci ha voluto bene!

Brandelli · 第 6 / 34 段