Fu in quel tempo che vidi per la prima volta la bella cattolica e che

un amore stravagante mi sbocciò nel cuore; amore da collegiale, senza

carnalità, senza forme precise. Dio, nella sua infinita misericordia,

perdonerà ai sonetti rimati per la mia Laura codina, ai romanzi covati

nel dormiveglia, a tutte le stramberie dell’immaginazione sfrenata.

Chi le spiega queste allucinazioni degli efebi? Già non si arriva a

spiegarle; e poi chi arriverà a capire perchè una notte d’inverno io mi

sia levato da letto per andare a baciare la facciata del suo palazzo.

Sono sciocchezze: già! Ma come è triste non essere più così sciocchi,

com’è doloroso capire che sono sciocchezze!

Sciocchezze; già! Ma sono il meglio dell’amore.

*

* *

Erano passati parecchi anni ed avevo dimenticato tante cose, anche

il diritto canonico, quando, verso il tocco di un caldissimo giorno

d’estate, andai alla stazione e comprai un biglietto di prima classe

per Venezia. Volevo vedere un codice alla Marciana e bagnarmi al Lido.

Io ho una bella barba. So bene che questa affermazione avrà dei

contradditori e forse, ahimè! delle contraddittrici; ma ho una bella

barba. Nulla è perfetto a questo mondo, e la mia barba avrà dei

difetti; io però non ce li trovo. Una signora (che lingua hanno le

signore!) ha detto che ho la barba rossa. Ma è possibile? Certo, vista

sotto alcune incidenze di luce, ha dei riflessi fulvi, dei lampi color

di rame; ma una barba così non è rossa. Io sì, potrei dire... ma non

sta bene.

Dunque ho una bella barba. Divisa alla nazzarena, folta sotto al mento,

mi chiede molte cure amorose, ed io gliele prodigo. In quel tempo

avevo un pettine tascabile, munito del suo bravo specchietto, e spesso

guardavo come stesse di salute la mia barba diletta, e la pettinavo,

la lisciavo, l’accarezzavo con affetto paterno. La dite una debolezza?

Meglio questa che un’altra.

Ho già detto che era caldo. La stazione era quasi deserta, e, salito in

carrozza, sedetti dallo sportello opposto a quello da cui ero entrato,

per non trovarmi poi col sole addosso. Un mio buon amico, impiegato

nelle ferrovie, mi chiamò a nome e mi domandò dove andavo, ed io

affacciato allo sportello, mi misi a parlare con lui. Mi ricordo, così

in nube, che mi parlò di una gratificazione negata, o data a un’altro,

o press’a poco. Intanto io col pettine mi ravviavo la barba.

Guardavo nello specchietto, quando, nel vano dello sportello rimasto

spalancato dietro me, vidi entrare un braccio maschile, alla vetta

del quale era male appiccicata una manaccia nera. La mano teneva una

valigietta di cuoio bulgaro con borchie di metallo opaco, e la gettò

sul sedile.

Il mio buon amico parlava sempre, ed io pensavo:—Questa manaccia è di

un cocchiere o di un cuoco; ma la valigetta di chi sarà?

*

* *

Venne la spiegazione dell’enigma. Con un cappello alla sgherra, con un

abito ben serrato al corpo, salì in carrozza la mia bella codina.

Benedissi l’amico, le gratificazioni e sopratutto lo specchietto che

m’avevano evitato la sorpresa, e così, affacciato allo sportello e

parlando sempre, ebbi agio di rimettermi, di dare un’occhiata mentale

al mio abbigliamento, un’occhiata speculativa alla barba ed alla

cravatta, e di rallegrarmi della felice idea avuta di mettermi i

guanti. E pensavo:—Dove va? Che ci sia il marito? E se rimanessimo

soli?—Ma non sapevo se avessi piacere o paura di rimaner solo con lei.

La locomotiva fischiò, chiusero gli sportelli con fracasso, e l’amico

mi salutò urlando il mio nome e il mio cognome. Vidi nello specchio

che la mia compagna, sentendomi nominare, alzò la testa e mi guardò

rispettosamente con una certa curiosità. Conosce il mio nome: pensai.

Per una codina, non c’è male! Bisogna infatti sapere che in quel tempo

alcuni, anche ne’ giornali, si occupavano di me per dire che stampavo

delle cosacce immorali.

Quando sedetti, benchè fossi preparato, un certo non so che

rassomigliante alla tremarella, l’avevo. Mi sentivo dentro

quell’angoscia di sospensione che debbono provare gli autori comici

prima che si alzi la tela ad una prima recita. Però fu un momento,

teneva sempre gli occhioni chinati, ma ci vedeva lo stesso, poichè

sedendomi feci l’atto di un rispettoso saluto ed ella lo contraccambiò

sempre senza guardarmi, ma con un impercettibile ghignetto che pareva

dire:—Maschera ti conosco!

Uscendo dall’ombra della stazione, un raggio di sole, uno di quei raggi

gialli dentro ai quali turbina la polvere, proruppe dallo sportello,

e le si stese sulle ginocchia e scese giù sino al tappeto. Seguii

coll’occhio le linee scultorie disegnate dal sole intelligente, giù

giù, sino ai piedi, ai piedini chiusi in uno scarpino scollato che

lasciava vedere la calza di seta azzurra. Ella non mi guardava mai,

eppure i piedini, sorpresi in flagrante, si ritirarono subito sotto le

gonnelle come ragazze adocchiate che scappano dalla finestra. Benedette

donne come fate a vederci senza guardare?

La guardai io, perchè la ritirata dei piedini mi fece supporre in

lei qualche cambiamento di fisonomia. Nemmeno per sogno! Era calma e

bella come una statua di vestale. Solo, ma fu un lampo, alzò le lunghe

ciglia e le riabbassò subito. La mia faccia doveva parere una pagina di

lirica seicentista, tanto era piena di ammirazioni, di esclamazioni,

di iperboli e di altre meraviglie poetiche dopo l’apparizione dei

trionfali piedini. Doveva averci letto l’elogio della sua bellezza,

l’elogio appassionato e sincero che ogni gonna, anche di intelligenza

corta, capisce subito. Che non se ne fosse avuta a male, lo capivo;

nessuna donna si offende se l’ammirano: ma che non ne avesse arrossito,

anzi che nemmeno ci si fosse provata. Mi parve strano per una dama

dell’Opera pia dei Ciborii. Ad ogni modo, mi levai, abbassai la tendina

azzurra, dicendo, come si usa:

—Se incomoda la signora...

Non aspettavo risposta. Invece udii la sua vocina fresca e chiara dirmi:

—Grazie: proprio il sole scotta...

Io era sbalordito: ella aveva alzato gli occhi e il ghiaccio era rotto.

*

* *

Si cominciò, s’intende, a parlare del bel tempo e della pioggia, ma

presto si cascò nella letteratura. Io passavo di sorpresa in sorpresa

e non avrei mai creduto, a dispetto delle calze di seta turchina,

che la padrona di due piedini così piccoli potesse avere una coltura

letteraria così fine e giudiziosa. Mi recitò tutta quanta l’_Aspasia_

del Leopardi, ed a Ferrara ricordammo ella il Tasso ed io Eleonora.

Il sole saettava le sue fiamme nei finestroni del castello degli Este

che pareva divorato da un incendio interno, e parlammo poco di Lucrezia

Borgia e molto di Ugo e Parisina. Ella non sapeva l’inglese e volle che

le recitassi il principio della cantica del Byron; ma quando cominciai:

_It is the hour when from the boughs

The nihtingale’s high note is heard,_

rise, rise di cuore. Che denti splendidi mi mostrava tra que’ suoi

labbruzzi di bambina! S’era appoggiata un po’ indietro e mi guardava in

faccia dentro negli occhi, come se fossimo stati amici vecchi.

Al passaggio del Po, sul ponte lunghissimo, sporgemmo tutti e due

la testa dallo stesso finestrino. A monte del fiume, sul ponte di

barche, si vedevano passare i carri piccini piccini e l’acqua lenta e

solenne specchiava il sole il cui riflesso le tremolava sotto i morbidi

candori del mento e nei ricciolini d’oro insubordinati. Mi parve che

quella prossimità delle persone dovesse stringere meglio i vincoli

della cominciata confidenza. Invece da quel punto ella cominciò a

perseguitarmi con certi motti pieni di spirito, è vero, ma anche un po’

pungenti.

Combattemmo di arguzie e di piccole malignità. Mi tornavo a sentire

studente, e quando alle volte rimanevo ferito nel vivo, mi dicevo:—Che

cosa avresti risposto tanti anni fa, quando eri innamorato di lei?—E

la risposta veniva, sempre più calzante, sempre più ardita e più piena

di una affettuosità contenuta che doveva fare ottimo effetto. Così

lottando di impertinenze garbate passammo il Polesine e Rovigo: ma

quando ci avvicinammo ai colli Euganei m’accorsi che oramai si dava per

vinta e mutai tattica. Mi feci più tenero ed anche più eloquente.

*

* *

Cominciai, così alla larga, a narrare il bene che avevo voluto ad una

signora che non nominavo. Come parlavo bene! La mia voce era una musica

molle, dalle onde languide e carezzevoli, e le parole mi venivano

corrette, misurate, ma nella frase si colorivano, si scaldavano, e

il discorso, irreprensibile nella forma, aveva preso un’abbondanza

ovidiana, una eloquenza fascinatrice tale che qualche volta mi pareva

di recitare dei brani della _Nuova Eloisa_. Ella, stesa nel suo

cantuccio, seguiva cogli occhi socchiusi i fili del telegrafo e gli

alberi che si rincorrevano. Non si moveva e solo le sue labbra erano

rialzate da un impercettibile sorriso e il respiro largo e tranquillo

le sollevava e le abbassava lentamente il busto. Io parlavo, parlavo,

languidamente, con delle inflessioni di voce che parevano dichiarazioni

fatte in ginocchio, con delle frasi morbide che parevano preghiere.

Qualche volta i suoi occhioni si fissavano ne’ miei e fuggivano;

qualche volta apriva a mezzo il ventaglio come per coprirsene la

faccia e ad un tratto chiuse gli occhi come se dormisse. Io seguitai a

parlare, sempre più chiaro, sempre più eloquente e chiedendomi sempre

quel che avrei fatto, studente, in quella posizione.

Se guardate nelle guide dell’Alta Italia, vedrete che dopo Monselice

c’è un _tunnel_.

*

* *

Uscendo dalla stazione a Venezia, il sole ancor alto batteva sull’acqua

immobile e verdognola del canale. Ella aveva preso il mio braccio e ci

eravamo fermati, un po’ indecisi, fuori dell’atrio, mentre i gondolieri

dalla riva ci chiamavano ad alta voce agitando le braccia. Io ruppi

finalmente il silenzio impacciato e chiesi:

—Dove smonta ella, signora?

Ella diede un’occhiata giù, lungo l’acqua; si guardò la punta del

piedino, poi levando la testa ad un tratto e sorridendo col suo bel

sorriso di innocentina, rispose:

—Dove vuoi.

LE MEMORIE DEL PRINCIPE DI METTERNICH

È inutile. _Semel abbas_, _semper abbas_, e chi fu diplomatico una

volta, conserva sempre il pelo e il vizio del diplomatico. Non è

giusto quindi domandare a quel principe di Metternich che diresse la

cancelleria austriaca dal 1809 al 1848 e che fu uno dei più perfetti

tipi del diplomatico astuto ed impenetrabile, la franchezza intera

ed indifferente che G. C. Rousseau usò nelle sue _Confessioni_. Il

furbissimo principe non dice anche in queste sue Memorie d’oltretomba

altro che quello che vuol dire e che importa far sapere a maggior

gloria dell’imperatore Francesco I e della sua cancelleria. Egli serve

fedelmente Sua Maestà Imperiale e Reale anche vent’anni dopo la morte.

Che freddo in queste Memorie! Tutto vi è misurato, calcolato come in un

documento ufficiale. Mai una nota d’affetto o di passione, mai nemmeno

la sublime follia dell’amor di patria! L’intonazione la dà lo stesso

imperatore.

Dopo le vittorie del 1814 egli vuol ringraziare con una lettera

autografa il maresciallo di Schwarzenberg, ed al Metternich, che redige

la minuta, sfugge due volte la parola _patria_. Sua Maestà colla sua

imperial mano cancella due volte la sacrilega parola e sostituisce una

volta _i miei popoli_, l’altra _il mio Impero_. I luoghi comuni delle

_paterne viscere_ e del _paterno affetto_ sono buoni pei proclami,

in cui si chiede qualche cosa, sangue o danaro; ma nel segreto del

gabinetto imperiale sarebbe ridicolo ricordarli. Sua Maestà il 17

gennaio 1811 scrive al ministro: «Se per evitare mali maggiori

bisognasse venire al cambio della Galizia, si cercherebbe di fare in

modo che almeno il cambio avesse luogo senza che la mia Monarchia ci

perdesse. Per questo voi avrete cura d’informarvi esattamente, ma

in modo discreto, sul valore di questa provincia e di quella che ci

tornerebbe conto ottenere in ricambio» Proprio così! Le paterne viscere

amano i popoli in ragione di quello che _valgono_, tanto per cento. I

popoli! Tutta retorica, e, se la lingua tedesca lo avesse permesso,

probabilmente il monarca e il cancelliere avrebbero scritto a modo di

scherno questa maledetta parola con tre _p_, _come_ i conservatori

italiani che vogliono essere spiritosi.

Il cancelliere visse in un mondo che non è il nostro, nè pel tempo, nè

pei sentimenti. Aggiungasi che fino dal suo ingresso nella diplomazia

si chiuse in quell’ambiente artificiale, freddo e sordo alle voci del

di fuori, dove i negoziatori e i ministri delle monarchie, più o meno

assolute, filano i loro ragnateli. Nelle novecento pagine dei due primi

volumi si parla di Austerlitz, di Jena, di Wagram, della ritirata di

Russia, di Dresda, di Waterloo, si parla di carestie, di epidemie, di

mille disastri, ma se ne parla sempre dal punto di vista dell’interesse

del sovrano. Non sapete mai se qualcuno morì in quelle battaglie,

se qualcuno soffrì di quei flagelli. Che importano al sovrano e al

cancelliere le sofferenze dei popoli? Che importa loro se c’è chi

piange e chi muore? Si salvi, si accresca, si consolidi il dominio; a

spese di chi, non importa. Se il popolo non ha pane, mangi pasticcini.

E qual cecità, quale completa mancanza dell’intuizione dell’avvenire

in un uomo, cui non mancavano nè l’ingegno nè i mezzi per illuminarsi!

Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia

egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la

sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe

lo accecò affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece

chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler

ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre

la Francia e l’Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti

incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi

una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella

ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero

le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili

questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si

oppone e l’imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo

esercito, se non s’impone alla Francia Luigi XVIII.—_Il re legittimo

è là_,—disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:—Ho parlato

secondo la mia coscienza; il tempo farà il resto. Egli ci dirà chi

aveva ragione.—Chi aveva ragione lo sa Enrico V.

Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principe assoluto

sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. «Io mi riconosco

il diritto ed il dovere d’indicare a coloro, che verranno dopo di me,

il mezzo, il solo mezzo per l’uomo coscienzioso di resistere alle

burrasche del tempo. Questo mezzo l’ho formulato nel motto che ho

scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi

seguiranno: _la vera forza è il diritto_. Senza il diritto, tutto è

fragile.» Belle parole, ma il diritto di Metternich è il diritto dei

re, non quello dei popoli; è il diritto della corona imperiale, unico e

solo; è insomma il diritto divino.

Si è voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa,

all’altra: _la forza vince il diritto_, che si suppone detta dal

principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro

che gliela attribuiscono non sappiano dire nè quando, nè dove l’abbia

detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo

stesso. La forza dell’uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto

divino dell’altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.

Sarebbe altresì curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno

all’arte. Il cancelliere infatti fu _curatore_ dell’Accademia viennese

di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il

duca d’Aumale ebbero un seggio nell’Accademia francese. Il Metternich

almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i

documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e

pieno di ampollose laudi dell’impero, in data 12 febbraio 1812. Ci

troviamo però una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens

non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche. È dal fondo di

un’anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice

delle opere loro.

Così dice il curatore dell’Accademia e sta bene; quegli artisti avevano

una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poichè tra gli artisti

di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all’imperatore

Francesco «riempire questa lacuna». I nuovi statuti «fondano una

cattedra di _storia dell’arte_». Che bella cosa! Una cattedra dove

s’impara il genio, una estetica che vi dà la potenza di Michelangelo!

Ma Raffaello a quale cattedra di _teoria dell’arte_ doveva il suo

genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei

quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c’è salute.

Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore

nel suo più corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca,

nè le brache corte, nè le decorazioni. Eppure qualche cosa d’intimo

sembra sfuggirgli tra le molte parole. Egli ci rivela una aridità di

anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore,

quell’uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un

congegno d’orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli

affari d’Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso

uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un

trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini così fatti campano

molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non

ne nascano mai.

METTERNICH

È inutile: la fregola dell’applauso pubblica trascina tutti, anche

coloro che si drappeggiano nella impopolarità come in una clamide

imperatoria. I seicentisti usavano la metafora _il teatro del mondo_;

e noi che abbominiamo il seicento per sentita a dire, senza averlo mai

studiato anche superficialmente, abbomineremo anche questa metafora che

pure è giustissima, poichè il mondo è proprio un teatro. Il pubblico

paga, è stimato una mandra di asini, ma si riserba il grande diritto di

fischiare o d’applaudire: gli artisti sprezzano superbamente la platea

ma campano di lei e per lei, svengono se fischiati, si gonfiano se

applauditi e diventano commendatori. Parlo degli artisti in generale,

poichè le esclusioni da fare sono poche o nessuna. Dall’infimo gradino

al più alto, dal burattinaio al poeta, dal cavadenti al diplomatico,

tutti posano oramai per questo pubblico che _inter pocula_ affettano di

spregiare.

Già stampare un libro, esporre un quadro od una statua, far recitare

un dramma, concludere un trattato, firmare una legge, non è altro

che esporsi ai giudizi della platea che oggi fa gli uomini grandi o

contenti: i palchi non contano più e la platea stessa teme che lo

scettro della sovranità non passi al loggione.

Guardate i diplomatici, la gente che fa professione di esser fredda

come il ghiaccio ed insensibile come l’insensibilità. Anche essi hanno

finito col cedere a questa massima delle potenze umane, la platea:

hanno capito che la immortalità, la fama, la lode, non vengono più

dalle corti, dalle conversazioni, dalle accademie, ma che il pubblico

è l’arbitro supremo ed inappellabile. Vi ricordate il processo del

conte d’Arnim, le interpellanze pel libro del La Marmora, tutta la

fatica che si fa perchè i secreti diplomatici non vengano a galla? Per

contentare questo pubblico, cui bisogna finire col rendere i conti, si

sono inventati i libri turchini, rossi, verdi e gialli: raccolte di

quei documenti che possono esser liberati alle stampe senza pericolo di

pettegolezzi. Ma il pubblico non si contenta e i diplomatici capiscono

che debbono contentarlo per forza; ed ecco i comunicati ufficiosi,

le indiscrezioni volute, le rivelazioni inopportune, le bugie, le

verità, le calunnie e le adulazioni che vanno e vengono con onda

alterna, lambendo umilmente la spiaggia dove lo spregiato pubblico

pianta robustamente i suoi democratici piedi; ecco gli artisti che

scrivono opuscoli, autobiografie, invettive, dove s’invoca la platea

come giudice dei disprezzi troppo superbi e troppo sterili dell’arte

del pubblico che paga: ecco, per dir tutto, che Napoleone cerca di

giustificarsi nei manoscritti di Sant’Elena, che Talleyrand lascia un

volume o due, ricordi prossimi ad essere pubblicati: e che Metternich

il freddissimo, l’insensibilissimo Metternich, solleva il coperchio

del sepolcro e cerca d’ingannarci ancora con le sue giustificazioni

d’oltretomba e s’inchina, riluttante e ringhioso, al giudizio della

platea che odiava. Valeva proprio la pena di fare i trattati del 1815,

di trionfare ai Congressi di Carlsbad, di Lubiana, di Verona, perchè

i posteri giudicassero poi a modo loro, perchè il figlio d’un povero

farmacista si sentisse in diritto di non accogliere le giustificazioni

preparate dal Serenissimo Principe, e di metterle in canzonetta sulle

pagine di questo libriccino.

Lascio stare la politica. In quel benedetto regno tutti giudicano

secondo il partito cui appartengono e sopprimono, incoscienti,

le proprie convinzioni personali pel trionfo d’un uomo o d’una

bandiera. Ma nei quattro primi volumi delle _Memorie_ di Metternich

ci sono parecchi fogli di stampa che non trattano di politica e,

senza passione, si può ragionarne. Nel terzo volume specialmente ci

sono molte lettere scritte dall’Italia, e per dire fin da principio

l’impressione che quelle lettere lasciano in un italiano mediocremente

colto, per dirlo anzi in termini garbati e parlamentari, diremo che

non si può essere più corto, più volgare, più talpa di Sua Altezza

il principe Clemente Venceslao Nepomuceno Lotario di Metternich,

Cancelliere di Corte e di Stato dell’Impero d’Austria.

Io credo che se Ferdinando Martini non avesse fatto altro, avrebbe dato

già una prova di grande ingegno definendo, come definì, il principe di

Metternich _un grande impiegato_.

Non credo che un viaggiatore possa essere più trivialmente volgare del

principe quando scrive le impressioni ricevute dalla natura o dall’arte

italiana. La più frigida miss inglese scrive con maggior entusiasmo e

con maggiore intelligenza gli scarabocchi del suo giornale di viaggio.

Ho il sospetto che il principe copiasse qualche _Guida_ o cresimasse

come sue le bestialità di qualche _cicerone_ patentato, e che scrivesse

di suo solo le variazioni di temperatura; come quando in faccia alla

divina veduta della Toscana non sa dire altro che c’è una finestra

dalla quale si vedono quattro mila case e che dalle undici alle cinque

fa caldo. E questo sospetto cresce quando sento il principe dire: «Una

cosa notevole di questo paese è la qualità di coltura che si trova nel

popolo. Non c’è un contadino che non parli la sua lingua con tutta

la ricercatezza e l’eleganza di un accademico della Crusca. Parlare

con questa brava gente è cosa curiosa, poichè parlano come si parla

nelle illustri sale di conversazione, senza dialetto e senza quelle

grida e quegli scoppi di voce che si sentono nel resto d’Italia. Un

vignaiuolo che aveva l’aspetto quasi di un negro mi fece da _cicerone_

e mi raccontò tutto, mi spiegò tutto, come avrebbe potuto fare un

antiquario».

Povero principe! Certo qualcuno gli diede ad intendere queste

sciocchezze per canzonarlo, e lasceremo a carico della sua coscienza la

ricercatezza e l’eleganza del discorso degli accademici della Crusca,

il purgato dire dei vignaiuoli di Fiesole (Dio.... buono!) e la scienza

archeologica che si trova così facilmente fuori di porta San Gallo,

come le pietre nere su pel Mugnone. E gli lasceremo l’entusiasmo che

prova pei vasi di alabastro e tutte le furberie dei negozianti e dei

figurinai del Lungo Arno, entusiasmi che mostrano in lui una perfetta

assenza d’ogni gusto d’arte, una innata volgarità, una grave atrofia

d’ingegno. Il figlio, che pubblicò queste _Memorie_, scelse la parte di

Cam; ma avrebbe fatto meglio, come Sem e Jafet, a coprire le miserie

paterne.

Brandelli · 第 5 / 34 段