prato le case, e sopra le case facevano capolino i colli oramai
vestiti di verde. Il sole d’aprile certo aveva letto male il lunario,
e, saltando un mese, s’era messo a splendere come agli ultimi di
maggio, tanto esultava nel cielo turchino, tanto i suoi raggi
scaldavano. E giù, nel prato rinverdito, le margherite novelline
alzavano curiosamente la testa nelle cuffiette bianche per spiare i
fiori candidi dei mandorli, i fiori carnicini de’ peschi primaticci
e tutta la nuova festa delle foglie giovani, dei getti freschi,
dei ramoscelli gonfi di linfa, delle gemme turgide di succhio. Le
finestre delle case circostanti erano spalancate al sole, addobbate di
biancheria messa ad asciugare, sonanti di grida fanciullesche, di canti
femminili. L’atmosfera limpida non sfumava i colli col solito velo di
nebbia ma lasciava distinguere le casine bianche, tra siepi ed i campi
verdi. Fino le campagne parevano assorte in questa fulgida ora di
rinascimento e rispettavano tacendo la gioia della terra e dei viventi.
Qualche volta a dispetto dei regolamenti, un bibliotecario non è una
macchina, ma un uomo. Il nostro aspirò sonoramente l’aria libera,
spianò le ciglia corrugate e immerse profondamente le mani nelle
tasche. L’ho a dire? Ve lo dirò; purchè non lo ripetiate al ministro
Baccelli. Il bibliotecario cavò di tasca una vecchia pipa, la riempì e,
dopo averla accesa, puntò i gomiti sul balcone fumando saporitamente!
Ma se proprio volete raccontare questa infrazione dei regolamenti al
ministro che governa le biblioteche, ecc., raccontategliela pure: tanto
lo sanno tutti che, mentre nelle sale di lettura, dove non c’è pericolo
d’incendio, è rigorosamente vietato di fumare, nelle altre sale si
chiude un occhio, e una fumatina, via, si può fare. O che male c’è?
La Regia ci guadagna, gli impiegati ammazzano il tempo, e il fumo del
tabacco nuoce solo all’_Anobium pertinax_ e all’_Anobium striatum._
Dunque il bibliotecario fumava come un tizzo verde e pensava:—Che
bella giornata! Nitida come un Aldo in quarto, splendida come un Bodoni
in carta distinta... ma l’Heinecken ha torto. Prima del Dante ci
dev’essere un altro libro con incisioni in metallo. Ah, bibliotecario
di poca memoria, se lo sapesse il ministro! Quanti passeri! _passer_,
_deliciae meae puellae_, e sono eccellenti in umido. Il _Missale
Herbipolense_ è anche lui del 1400 dunque non è quello; ma come si
chiama quell’altro? Come si deve star bene in collina oggi! Ma come si
chiama quell’altro libro, come si chiama?
Si spalancò una porticina, due bimbi irruppero nella sala
gridando:—_Babbo! babbo!_—e la signora bibliotecaria in guanti e
cappelline, sollevando con garbo la veste per non tuffarla nella dotta
polvere, entrò nel regno del marito. Il bibliotecario vuotò la pipa e
la rimise in tasca.
I bimbi saltarono in giro schiamazzando, e si fermarono a studiare
profondamente ed a far girare sui perni una sfera celeste, dove
un frate del seicento aveva dipinto tutti i cancri, i capricorni
e gli altri mostri delle costellazioni. La signora raggiunse il
bibliotecario, che da buon marito non s’accorse come nella disinvolta
cera della moglie un secreto desiderio e una novità d’appetito
covassero insidiosi. Già egli pensava all’Heinecken.
—Che bella giornata!—cominciò la signora.
—Bellissima!—rispose il bibliotecario quasi sospirando.—E dove
conduci i bimbi?
La bibliotecaria non rispose subito, ma si accomodò il nastro del
cappellino che non ne aveva bisogno.—Li conduco fuori—disse poi.—E
tu non vieni?
—Vedi, verrei volentieri, ma debbo lavorare. Sappi che l’Heinecken
dice...
—Lascialo dire. Oggi si deve star bene fuori. Vieni con noi. Anzi—(il
segreto desiderio stava per vedere la luce)—anzi, non si potrebbe
trovare un po’ di svago pei bimbi... e per te che stai qui sempre
chiuso....
—T’ho pur detto che non posso. Senti; il primo libro con incisioni...
—Perchè non puoi? Ecco, se s’andasse tutti a pranzo fuori di porta, in
campagna.... (il segreto! il segreto!) si andrebbe coi bimbi, sai, là
nei giardini, sotto il pergolato... Ti ricordi come ci si stette bene
l’anno passato? Ti ricordi? Non mi dire di no... sii buono...
Ah, donne seduttrici! Ella aveva posato la manina inguantata sulla
spalla del marito e lo guardava di sotto in su, sorridendo colle labbra
fresche e con gli occhi pieni di furberie e di tentazioni. Sulle gronde
i passeri cinguettavano più che mai e le margheritine bianche parevano
tanti occhi curiosi che spiassero il balcone.
—Abbi pazienza—disse il bibliotecario dopo aver superato la
tentazione.—Abbi pazienza. L’Heinecken...
La bibliotecaria battè il piedino per terra e ritirò la mano dalla
spalla del marito. Era offesa, stizzita della negazione e della mala
riuscita del suo disegno.—Caro mio—riprese, sporgendo il labbro
inferiore ed aggrottando le ciglia—caro mio, son pur seccanti i tuoi
libri! Quando ci avrai rimesso la salute! E a contentar noi non ci
pensi mai? Quando ci farai un piacere, _nel nome Santo di Dio?_
Il bibliotecario diede un guizzo e spalancò le braccia.
L’ho a dire? Scaraventò la papalina di velluto contro Giustiniano, e
e.... via, lo dico... baciò sonoramente la bibliotecaria su tutte
due le gote. La povera signora che si aspettava un rimprovero,
rimase attonita, poi arrossì un pochino e, rassettando il nastro del
cappellino che questa volta ne aveva bisogno, rivolse istintivamente la
testa. Ma i bimbi studiavano le costellazioni.
—_Il Monte Santo di Dio_—diceva il bibliotecario, gesticolando
allegramente.—_Il Monte Santo di Dio_ di Antonio Bettini da Siena,
stampato da Nicolò di Lorenzo della Magna in Firenze il 10 settembre
1477 in quarto grande, caratteri tondi, senza numerazione ma con
segnature. È proprio quello, sai, ed è rarissimo! Ce n’è uno nella
Casanate; un altro è indicato nel catalogo Jackson di Livorno 1756, ma
dev’essere andato nella libreria del Duca della Vallière. E sai dove
l’ho visto? Vuoi vederlo anche tu? È nell’Avvertimento del tomo III del
catalogo stampato dalla Casanate. Quello è il primo libro con incisioni
in metallo inserite nel testo; proprio quello!
Il bibliotecario era raggiante. La bibliotecaria rasserenata non
capiva bene l’importanza della notizia, ma capiva che una esclamazione
fortunata le aveva fatto vincere la causa. Quel giorno pranzarono coi
bimbi sotto la pergola dove erano stati tanto bene l’anno passato.
La sera, la bibliotecaria era già in letto e sorrideva cogli occhi
semichiusi. Il bibliotecario in abbigliamento molto leggero... molto
beduino, puntò il ginocchio sul letto per saltarvi dentro, ma alla
prima non gli riescì.
—Com’è alto il nostro letto—disse.—È un vero monte!
La bibliotecaria aprì gli occhioni birbi, fece una risatina piena di
malizia e di carezze e susurrò:—_Monte Santo di Dio!_
Ah, l’irriverente!
LE POESIE DI ANGELO VIVIANI
Le _Poesie di Angelo Viviani_ stanno tutte in un fascicoletto di
ottanta pagine, compresa la prefazione: sono stampate a Firenze dalla
tipografia del Vocabolario, e sono tra le più brutte che siano venute
alla luce in questi anni di versi scellerati.
*
* *
Nella estate scorsa mi fermai due giorni in una città che non nomino,
per ragioni che il lettore vedrà più avanti, se la buona volontà gli
dura. Mi fermai solo, alla locanda, per l’amore non corrisposto che
porto ai libri vecchi ed alla carta scritta da un pezzo e, conservando
l’incognito meglio dei sovrani, avevo il melanconico aspetto di un
viaggiatore di commercio, piuttosto che quello di pretendente alle
compiacenze delle vergini Muse, da buon cittadino ossequioso alle
leggi, avevo dovuto scrivere il mio nome e cognome sui registri
dell’albergatore, il cui aspetto poco letterario del resto mi
rassicurava.
Dopo essermi lavato dalla dotta polvere, scesi nella sala a pian
terreno destinata al pasto degli avventori e alle esercitazioni
coreografiche delle mosche. Ivi, contendendo con una costoletta che
pretendeva di non lasciarsi mangiare sotto il futile pretesto che nel
censimento degli animali regnicoli era stata compresa nella categoria
_asini_, colla coscienza tranquilla di chi si ciba di tenero vitello,
guardavo alla strada deserta bruciata dal sole, e pensavo a Fano, di
dove ero partito il giorno prima, ed alla felicità di sentirsi due
metri d’acqua salata sulla testa.
Leggermente intontito dal lavoro del giorno e quasi assopito dal caldo,
non davo altro segno di vita che un movimento isocrono delle mascelle
ed un abbondante sudore. L’ora, e la distensione di nervi che succede
alla fatica, mi davano una calma stupida ma piacevole. I pensieri mi
venivano in mente quasi velati, e le stesse mosche mi trovavano senza
dubbio indulgente; quando il cameriere mi si avvicinò colla ciera
trasognata ed irresponsabile di un ambasciatore che porta cattive
nuove, dicendomi sottovoce:—C’è un sacerdote che le vuol parlare.
*
* *
Un sacerdote? Ma io non ho relazioni col presbiterato! Qui non conosco
nessuno, tanto meno poi preti! Vi pare l’ora questa di seccare un
galantuomo che pranza? E chi è questo sacerdote?
Il cameriere alzava le spalle a maggior confermazione della propria
irresponsabilità e non sapeva ripetermi altro che:—Quel sacerdote le
vuol parlare.
Forse la costoletta che tentavo di mangiare mi suggerì l’idea della
pazienza. Del resto, come ho detto, l’ora persuadeva alla calma. Dalla
finestra socchiusa vedevo una striscia di strada bianca, arroventata,
popolata soltanto da un cane che accovacciato nel rigagnolo con
pazienza esemplare andava a caccia di selvaggina sul proprio individuo.
Il silenzio era profondo e il ronzìo incessante delle mosche non lo
interrompeva. Tutto disponeva alla tranquillità filosofica, e mi
rassegnai a dare udienza al reverendo.
*
* *
Era un uomo robusto, bruno di pelle e di capelli, lucido in viso come
fosse unto. Si avvicinò mezzo sorridente e mezzo imbarazzato, ed al mio
invito di sedersi, rispose con un gesto negativo risoluto e forte come
la sua persona. Il collo toroso e le spalle quadrate indicavano che il
sacerdote doveva avere dei terribili accessi di tentazione, ed auguro
alla chiesa che il suo ministro abbia avuto la forza dell’anima uguale,
a quella del corpo: se no, poveri voti!
Così in piedi, davanti alla tavola, il reverendo mi disse che era
curato in montagna, che aveva saputo per caso la mia presenza
all’albergo, e che aveva voluto procurarsi l’onore ecc., ecc. Aveva
un vocione robusto come le spalle, e certi scoppi di voce che facevano
vibrare i cristalli. La salute e la vita traboccavano in lui, e non
l’avrei certo consigliato per confessore alle damine che soffrono di
debolezze. Sicuro di sè dopo due minuti di conversazione, piantato
energicamente sulle gambe muscolose e sui piedi da montanaro, gestiva
largamente, franco come chi non teme ostacoli e non sa che sia la paura
del ridicolo. Sarà un buon curato, non dico, ma a prima vista non
ricordava le macerazioni dei perfetti servi di Dio.
*
* *
Dopo i primi complimenti tirati a bruciapelo, saltò a parlare di scuole
poetiche. Ne parlava ruvidamente con idee vecchiotte, reminiscenze
forse del corso di retorica fatto in seminario, ma con una schiettezza
cui sono poco usati i critici di mestiere. Ricordava il _tipo del
bello_, la _verità eterna_ e tante altre cose che ora non si ricordano
più, e di quando in quando puntava le mani aperte sulla tavola con
certi «che ne dice lei?» baritonali e sonori, senza attendere la mia
risposta. Poi s’imbarcava di nuovo ne’ suoi ragionamenti antiquati, di
dove scoppiettava qua e là qualche idea bizzarra o ingenua, con una
foga di uomo convinto e militante che mi meravigliava.
Mi meravigliava e m’imbrogliava. Che diavolo voleva egli da me? Per
grande che sia la mia presunzione, non arriva fino ad ammettere che
un curato di montagna venga a cercarmi pel solo gusto di fare la mia
conoscenza. Un perchè dunque ci doveva essere. Ma quale?
Pensai di offrire da bere al mio reverendo interlocutore, ma egli,
senza interrompere il suo discorso, fece il suo solito segno di
negazione colla mano, e tirò avanti a parlare di idealismo e di
realismo.
Io cominciavo a riflettere seriamente alla digestione.
*
* *
Quando Dio volle, cominciai a capire dove andava a cascare tutto questo
discorso. Il curato tirò fuori di tasca un mazzo di bozze di stampa e
vidi con raccapriccio che erano versi. Sono parecchi anni che passo
la mia vita a trovare delle scappatoie per non leggere i versi che mi
mandano perchè io dia un parere secondo il mio illuminato giudizio.
Ho finito col non rispondere più a nessuno; ma questa volta dovevo pur
dir qualche cosa. Un curato di quella robustezza non si può lasciar
senza risposta come una lettera. Mi convinsi che la costoletta era
decisamente asinina. Come mi pesava sullo stomaco!
*
* *
Pensai, così alla prima, che i versi fossero del curato in persona:
ma me ne diceva male con troppa convinzione perchè io credessi ad una
finta da parte sua. Ne diceva corna; dunque doveva esser roba di un suo
amico.
Così difatti era. I versi di Angelo Viviani sono di un suo amico,
curato anche lui! Ero proprio cascato nelle braccia della Chiesa.
Il curato poeta ha voluto fare anch’egli la sua gherminella come un
tale di mia conoscenza, ed ha fatto precedere ai versi una prefazione
firmata _Un amico_, nella quale si legge come qualmente Angelo Viviani
era un giovane pieno di buone qualità, bersagliato dalla fortuna,
innamorato senza speranza (hai! ahi!) ed altre belle, ma vecchie cose.
Solo che il romanzetto, invece di finire al solito colla morte del
protagonista per via della solita tisi, finisce colla emigrazione del
Viviani per la libera America. È vero: _Ecclesia abhorret a sanguine_.
Il curioso poi era che il curato presentatore dei versi del Viviani
non aveva abbastanza parole per biasimare la gherminella che gli
pareva irriverente pel pubblico, indegna di uno che ha fede nelle cose
proprie, e via di questo passo. Non si ricordava forse a chi parlava.
La costoletta era dura a digerire, ma il curato peggio.
*
* *
E poichè parlo di gherminelle, intendiamoci bene. Protesto che vi
racconto la verità senza abbellimento di alcuna sorta, e solo con
quelle poche velature che valgono a far perdere la traccia de’ miei due
curati ai rispettivi vescovi, se per caso leggessero queste righe. Il
fatto è verissimo, dal principio alla fine, e pur troppo mi è capitato.
Dio nella sua misericordia perdonerà ai curati peccatori. Io li punisco
con questo racconto: ma mi dorrebbe che li punisse il vescovo. Sarebbe
un rimorso che mi peserebbe sullo stomaco più della costoletta.
Mentre il curato parlava, io andavo leggendo qua e là i versi che sono
davvero bruttini. Ce ne sono di quelli che, se non sono zoppi affatto,
sono molto sciancati: ma poichè ormai il notare i versi che non possono
camminare la dicono pedanteria, mi fermo a dire che quel libretto mi
dà un po’ l’idea d’un magazzino di rigattiere, tante sono le ciarpe
vecchie che l’ingombrano, come i sonetti alla luna, alla malinconia e
simili. Ci sono poi delle idee curiose, come quelle d’una quercia che
crescendo addosso ai morti allevia i loro giacigli, e degli errori
curiosi di storia naturale, come quello che fa le gaggìe cerulee. Si
vede che il curato poeta non ha molta pratica di fiori e di fioraie.
L’odor di prete si sente dappertutto, poichè ad ogni pagina
s’incontrano Dio, il purgatorio, le campane, i mistici fiori, i
martiri, gli eletti ed altre sacrosante cose. Ma in mezzo a questo c’è
un amore; anzi, a quanto pare, più d’uno.
Voglio credere, per l’onore del sacerdozio, che quegli ardori profani
siano una reminiscenza di gioventù, una reminiscenza che ha preceduto
la solennità della tonsura. Ma tuttavia il sentire un reverendo curato
cantare alla luna i rigori di una Emilia in carne ed ossa, mi fa un
certo effetto!...
*
* *
Così andavo leggendo, quando mi capitò sotto gli occhi questo sonetto
sgangherato, ma strano in bocca a un prete:
20 SETTEMBRE 1880
Da questa eccelsa vetta abbandonata,
D’alberi monda e sol d’erba vestita
E d’ermi fiori, dove cento han vita
Ruscelli d’acqua limpida e gelata,
O il bel cielo ch’io miro, o quale aurata
Spera di sole, o l’Alpi, o l’infinita
Cerchia di mar e i fertil pian (gradita
Stesa di ville!) o Ausonia mia adorata
Al bel Paese delle Grazie e Amore
Risorto ormai, sì impreco in questo giorno:
L’ira d’Iddio lo distrugga intero
Se de’ suoi figli il senno ed il valore
Nol serberà di libertade adorno,
Uno e temuto in faccia allo straniero.
Tombola! Un curato che parodia i versi di Garibaldi: «_Vorrei veder
la trepida_—_Sotto il baston del Vandalo_» ecc.; un curato che canta
l’Italia _libera ed una_ proprio il 20 settembre, l’anniversario della
breccia!...
Questa non me l’aspettavo! Guardai in faccia il mio reverendo
interlocutore che tacque un momento e lo interrogai. Caddi di sorpresa
in sorpresa! Anche questo curato era liberale, unitario ed ammiratore
della breccia! Vi parrà impossibile, ma fu vero pur troppo per me, che
dovetti sorbirmi una nuova esposizione di principî. Ne disse di quelle
che, se la Curia lo avesse sentito, lo avrebbe sconsacrato lì, proprio
nella sala della locanda.
*
* *
Ma più di tutto era furibondo contro ai seminari.—Ci prendono bimbi,
c’imbottiscono di sciocchezze—(e additava le bozze del suo amico),—ci
tengono chiusi come frati in una atmosfera artificiale come i poponi
nelle stufe, ed un bel mattino ci ungono come stivali di vacchetta e
ci mandano per bosco e per riviera. Arriviamo nel mondo colle nostre
idee del seminario e troviamo che non sono altre che buffe. Tentiamo di
cambiarle, di studiare, di capire il mondo in cui dobbiamo vivere, ma
abbiamo sempre un filo legato al piede, siamo sempre tenuti d’occhio
come gli ammoniti. Lo stigma del seminario non si cancella più dalla
nostra fronte, ed è vero il detto: _Semel abbas semper abbas_.
Quando la chiesa ha afferrato una volta la sua preda, non la lascia
più. Ci destiamo un bel mattino al bivio o di apostatare per essere
odiosi a tutti, o di essere ipocriti per essere accetti da tutti. È
troppo naturale che la umana debolezza scelga quest’ultima strada, ma
perdio—(disse proprio _perdio_ chiaro e tondo)—ci pesa il batterla e
la colpa è tutta di quelli là.
Qui il curato tese il dito in direzione nord-ovest, dove suppongo che
si trovasse il seminario dell’anima sua ed abbandonò le sereni leggi
del linguaggio parlamentare.
Doveva toccare a me anche questa! Il mio curato aveva spiegato le
vele a tutti i venti, e bestemmiava le cose più sacre della religione
cattolica, come il poter temporale, la prigionia del papa e simili
quando io che non ne poteva più gli troncai a mezzo il discorso
coll’apostrofe del Carducci:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!
e gli tesi il bicchiere colmo. Rimase col discorso a mezzo, esitò, poi
scosse la testa come per dire mi _decido!_ ed afferrò il bicchiere
colla sinistra. Intanto alzò il pugno destro in aria, colla fronte
corrugata e i denti stretti, brontolando:—Ah! Mastai! Mastai!
Se la Curia avesse visto che pugno nocchieruto era quello!
*
* *
Bevve, riprese le bozze, contentissimo che i versi del suo amico non
mi fossero piaciuti. Mi alzai in maniera di congedo, mi strinse forte
la mano, e se ne andò calcandosi il nicchio sul cranio con un gesto
nervoso.
L’altro ieri la posta mi ha portato i versi di Angelo Viviani, e la
scena mi è tornata in mente, tanto che non ho potuto resistere al
prurito di raccontarla tale e quale.
Fortuna che per l’Appennino dei Viviani ce ne son pochi; se no, il
Parnaso e il Vaticano starebbero freschi!
L’ULTIMO AMORE
Non mi ricordo più che ufficio avesse nella Pia Opera dei Ciborii, ma
so che era bella; bella come non dovrebbe poter essere una signora
cattolica e clericale, militante, per giunta. Era di non so quanti
comitati di dame cattoliche: aveva subìto imperterrita le fischiate
rivoluzionarie uscendo dal congresso cattolico di Bologna (mi ricordo
che, aveva un cappello tondo a larga tesa che le stava di incanto!),
era stata a Lourdes, alla Salette, a tutti i pellegrinaggi vaticani.
Ricamava pianete e tovaglie d’altare firmava le proteste pel riposo
domenicale, sottoscriveva a tutti gli oboli, non mancava a nessun
triduo; eppure era bella!
Vestiva per lo più nero, non so se pel lutto della chiesa o perchè il
nero stava bene ai suoi capelli biondi ed alle sue forme ricche, benchè
non milionarie. Però era solita e tener gli occhi bassi, e questo le
stava male, perchè due occhioni così profondi e che ricordavano la
morbidezza nera e voluttuosa del vellutto avrebbero dovuto mostrarsi di
più per dar gloria a Dio nella sua creatura. Pareva che i suoi piedini
sdegnassero il selciato volgare delle nostre vie, perchè non la vedevo
altro che nella sua carrozza foderata di raso turchino e con tanto
storico blasone allo sportello. Ci stava dentro un po’ sdraiata, ma
sempre vestita di nero, sempre cogli occhi bassi, sempre sola, perchè
suo marito aveva quindici anni più di lei e soffriva di podagra.
Bisogna dire, a sua lode, che una virtù così severa non s’era vista da
un pezzo nella nostra aristocrazia un po’ larga di cintura. Le lingue
aguzze ed affilate, che nei caffè e nei _circoli_ tagliano e cuciono,
avevano risparmiato sempre la sua riputazione. Che cosa avrebbe potuto
dire? Non frequentava divertimenti mondani, non aveva amiche intime,
non aveva nemmeno un cugino e, cogli occhioni abbassati, andava alla
santa messa tutte le mattine.
Ci fu un tempo (guardate che sciocchezza!) nel quale fui innamorato
morto della bella cattolica. Che ci fareste voi? Da studenti son cose
che càpitano, questi amori petrarcheschi, questi desiderii senza
speranza. Si ha bisogno di portare un idolo femmina nel cuore, si
desidera una donna sino alla quale non si possa giungere, e per poco
che il temperamento si presti ed i romanzi aiutino, si può fare una
corbelleria. Molti in quella età beata si compongono un romanzo nella
testa, lo covano colla immaginazione, lo accarezzano e ci fantasticano
sopra con una voluttà dolorosa, con una evidenza che nei giovani di
fantasia feconda di sangue caldo ha l’illusione della verità; come il
sogno nel momento del sognare. Chi non può raccontare la storia di un
amore portato a lungo e segretamente nel cuore senz’altre consolazioni
che quelle del cervello eccitato? Chi, almeno tra la veglia ed il
sonno, non lavorò di fantasia e non salvò una donna, che non lo guardò
mai, dalle fiamme, dall’annegamento, dalle coltellate, da tutti i modi
di morte che lo stato civile annovera tra le _morti violente?_ Ebbene,
così m’era capito a proposito della bella segretaria dell’Opera pia dei
Ciborii. (Credo proprio che fosse segretaria).
*
* *
Fu precisamente quando davo ad intendere ai miei di casa di studiare
il secondo corso di giurisprudenza e di consacrare le mie veglie ai
misteri del diritto canonico. La vidi in carrozza e domandai chi fosse.
Mi dissero titoli nome, cognome, e aggiunsero che da pochi giorni
aveva sposato il signor marchese tal dei tali, maturo maturissimo e
podagroso; e fu fatta!
Non erano i saggi indovinelli del diritto canonico quelli che mi
facevano andare a letto troppo tardi. Avevo aperto tutte le valvole di
sicurezza ai vapori giovanili, troppo compressi dalla disciplina del
collegio; le avevo spalancate allegramente e tutte, in barba a tutti i
diritti. Fumavo come un turco, bevevo come un tedesco, merendavo nei
suburbi con vergini eterodasse come un francese; insomma galoppavo come
un puledro cui si allenti il morso. Ma tutto questo sfogo era piuttosto
fisico che altro, era la fame dell’animale che cerca la sazietà, non
la delicatezza. Così quei tesori di sentimento e, se volete anche,
di romanticismo, che in quelli anni stanno in cuore a tutti, non li
sciupavo; anzi, quasi quasi non li sapevo nemmeno tra i miei capitali
attivi. La matta vita dello studente non mi lasciava rughe nel cuore;
ed una notte al veglione, non solo non mi dava rimorsi, ma mi faceva
dormir meglio il giorno dopo.