In questo frattempo (_rebus sic stantibus_) l’impiegato ordinò ad un

suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci

sopra la minuta di una lettera al rettor magnifico della R. Università

di Bologna, nella quale fosse detto che in esecuzione dell’articolo 6

del regolamento 10 agosti 1875, n. 2680, per l’applicazione delle leggi

25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1865, n. 2652, si trasmetteva

un esemplare del _Barbaverde_ agli effetti di tutelare la proprietà

letteraria ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta,

copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata

e spedita al suddetto rettore, in unione al citato esemplare del

_Barbaverde_ che costa venti centesimi.

Il rettore, ricevuto il messaggio prefettizio, lo consegnò al suo

segretario, il quale ordinò al suo subalterno di prendere un bel

foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera

al bibliotecario, dove fosse detto che in esecuzione dell’articolo 6

del regolamento 10 agosto 1875 ecc. ecc., gli si mandava un esemplare

del _Barbaverde_ agli effetti di tutelare la proprietà letteraria

ecc. e che si domandava ricevuta del deposito. Il subalterno scrisse

la minuta, che fu corretta, protocollata e spedita al bibliotecario

coll’esemplare del mio _Barbaverde_.

Ella crede che qui sia finita? Sbaglia anche questa volta _non bis

in idem!_ Il bibliotecario infatti, ricevuta la missiva del rettore,

chiamò un suo assistente e gli ordinò di prendere un bel foglio di

carta e di scarabocchiarci sopra una minuta di lettera al rettore,

nella quale si accusasse ricevuta dell’esemplare della proprietà

letteraria a norma dell’articolo 6 del regolamento 20 agosto ecc. ecc.

L’assistente scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella

calligrafia, firmata dal bibliotecario, protocollata e spedita al

rettore.

Il quale così rassicurato sulla sorte del mio _Barbaverde_ che

costa venti centesimi, consegnò la ricevuta al suo segretario, che

ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di

scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al prefetto, nella quale

si accusasse ricevuta del mio _Barbaverde_ depositato in biblioteca

per gli effetti della proprietà letteraria a norma dell’articolo 6 del

regolamento ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta,

copiata in bella calligrafia, firmata dal rettore, protocollata e

spedita al prefetto.

È lunga la camicia di Meo! _Longum est indusium meum!_ Eppure anche il

prefetto ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta

e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera a S. E. il signor

Ministro di agricoltura e commercio, nella quale si trasmettesse la

ricevuta del rettore insieme ad una delle mie dichiarazioni in carta

bollata col relativo certificato, e ciò per gli effetti della proprietà

letteraria a norma dell’art. 6 ecc. Il subalterno scrisse la minuta,

che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto,

protocollata e spedita al ministero.

Innalzo alla Divinità ardentissime preci perchè mi sia risparmiato il

sapere quello che poi sia successo al ministero, quante minute siano

state scritte, quanti registri siano stati incomodati, quanti numeri di

protocollo occupati, quanta carta, quante firme e quanto tempo sciupati

in forza dell’art 6. Mi contristerebbe il saperlo (_tristis est anima

mea_), e del resto gl’impiegati non hanno a mangiare il pane a ufo.

Intanto, dopo tre giorno e dopo aver rifatto coll’asma i sei chilometri

di via e gli scaloni della prefettura, riebbi una delle mie famose

dichiarazioni in carta bollata, corredata finalmente da un certificato

del deposito fatto, e me ne ritornai a Casalecchio allegro come un

fringuello.

Ebbene, lo crederebbe Ella? _Credat Judaeus Apella?_ Tornato

a Casalecchio, ritrovai sul mio scrittoio un esemplare dello

_scellerato_, dell’empio _Barbagialla_; e questa oscena contraffazione

mi era stata spedita dalla stessa tipografia Balanzoni, con tanto (_pro

pudor!_) con tanto di _proprietà letteraria_ stampato sulla copertina!

La mia indignazione fu gigantesca. Non posi tempo in mezzo, rifeci

la strada volando e capitai come una saetta addosso al mio avvocato.

Costui, annusando una causa, mi fece bere un bicchierino di vermutte

e volle sapere per filo e per segno tutta l’odissea del mio povero

lunario. Gli contai tutto, gli consegnai il certificato della

prefettura, mi lasciai dire che bisognava far causa, che ero sicuro

del fatto mio e che i birbanti l’avrebbero pagata. Intanto gli lasciai

mandato di procura e duecento lire di deposito per le spese.

Signor Lettore, la causa fu discussa oggi e il tipografo Balanzoni

mi aveva dato contro querela. Egli provò con documenti alla mano che

aveva eseguito il deposito del suo _ignobilissimo_ Barbagialla a norma

dell’art. 6, non solo, ma che l’aveva depositato un giorno prima del

mio _Barbaverde!_ Naturalmente il suo avvocato provò senza fatica che

il contraffattore, il birbone, il ladro era io. Me ne dissero di tutti

i colori, ed il mio avvocato vedendo inevitabile la condanna volle

alleggerirla provando chiaramente che sono uno stupido, un imbecille,

un cretino. Nessun vituperio fu risparmiato alla mia onorata calvizie,

e la fama del _Barbaverde_ e del suo editore è rovinata per sempre. Per

fortuna il tribunale, mosso dalle ragioni giustissime del mio avvocato,

si piegò all’indulgenza e fui condannato soltanto a duecento lire di

multa, più le spese ed i danni da liquidarsi in separata sede. E il

_Barbaverde_ costa soltanto venti centesimi!

Signor Lettore, _favete linguis_, mi ascolti? Valeva la pena di spender

tanti quattrini, di far tante miglia e tante scale, d’incomodare tanta

gente, di sporcar tanta carta di perder tanto tempo e di sopportare

tante seccature e impertinenze, per sentirmi poi condannare come un

birbante? Sono questi i risultati di tutti quei regolamenti arruffati

che non ci lasciano più nè mangiare nè dormire in pace, tanto spesso

cambiano, ricambiano e tornano a cambiare che sembrano le vedute

della lanterna magica? È questa la legge sui diritti di autore (_dura

lex, sed lex_) più complicata di un orologio e più elastica di un

paio di calze a macchina? Ah, io da oggi, profondamente amareggiato e

disgustato, negherò alla società ingrata i lumi del mio lunario; come

Achille mi ritiro sotto la tenda; come Scipione grido: Ingrata patria,

tu non avrai il _Barbaverde_!

Questa mia virile protesta serva di meritata lezione ai legislatori ed

ai cittadini. Io non cercherò più la proprietà letteraria per _omnia

sæcula sæculorum_. _Amen._

LA PROPRIETÀ LETTERARIA

Eran già i versi ai poeti rubati,

Com’or si ruban le cose tra noi...

A me quei d’altri son per forza dati,

E dicon tu gli arai, vuoi o non vuoi.

Così diceva il Berni alcuni secoli addietro, quando la _proprietà

letteraria_ era ancora nella mente del Signore Iddio, o tutt’al più era

rappresentata dai _privilegi_ che i sovrani concedevano agli editori

per un numero di anni limitato; e così ci tocca sentire anche oggi da

Edmondo De Amicis, non solo derubato del suo, ma caricato per forza di

quel d’altri. Dopo tanto gridare intorno alla proprietà letteraria,

dopo tante chiacchiere di progresso, di civiltà, di leggi e di diritti;

siamo al punto in cui si trovava Berni: che anzi i tempi suoi possono

invocare come attenuante l’assenza dei codici, dei procuratori del

re, e delle guardie di pubblica sicurezza. E poi andate a negare il

progresso!

In questa settimana stessa, la Corte d’Assise di Bologna condannò a due

anni di prigione un tale che rubò dieci galline: che anzi i giurati,

teneri di cuore come sono, ammisero le circostanze attenuanti; se no

il ladro di galline avrebbe avuto forse un anno di carcere per ogni

gallina rubata. Questa severità, non solo fa onore alla giustizia

del nostro paese, ma è un titolo di gloria per la nostra polizia.

Le galline rubate sono soggette ad esser mangiate; il che rende

difficilissimo il seguire le tracce della _refurtiva_. Ma nulla sfugge

alla sagacia della nostra polizia, che sa fiutare le tracce delle

galline digerito colla stessa acutezza d’olfato con cui il bracco

annuncia la pastura delle starne o delle quaglie. E facendo questo

dovuto elogio alla polizia del mio paese, voglio mostrare d’esser

giusto con lei, dovendo poi biasimarla per l’ottusità d’odorato che

l’affligge quando si tratta di altre materie.

I procuratori del re spiegano giustamente tutto il rigore di un

animo onesto, offeso dalla scelleraggine dei ladri di galline: e dal

loro gabinetto firmano ordini severi per assicurare l’inviolabilità

dei volatili domestici, istruiscono importanti processi contro i

perturbatori della sicurezza dei pollai, e in faccia ai giurati

spiegano tutte lo forze della dialettica, tutte le furberie degli

esordi _ex abrupto_ e delle perorazioni fondate sulla commozione degli

affetti, per ottenere il sì che condanna, per liberare la società dei

galantuomini dal pericoloso contatto dei ladri da polli. Nè crediate

ch’io scherzi.

Anch’io posseggo dieci galline, tre delle quali fanno l’ovo; e rendo

grazie alla polizia che le protegge ed alla magistratura che ne fa

trionfare i sacrosanti diritti. Ma oltre alla galline posseggo qualche

altra cosa, e vedrei volentieri l’abilità della polizia e la severità

del procuratore del re occuparsi anche di questa qualche altra cosa che

mi preme almeno quanto i bipedi interessantissimi che fanno la gloria

del mio pollaio. E sono certo che l’egregio De Amicis sarà della mia

opinione.

Il caso del De Amicis è noto ai lettori. Un libraio che aveva parecchi

esemplari invenduti di due romanzi, fa stampare tanti frontispizi nuovi

quanti sono gli esemplari: o per facilitare la vendita, invece del

nome del vero autore mette quello del De Amicis, simpatico al pubblico

italiano e garanzia di esito certo. Il De Amicis protesta, il vero

autore del libro protesta anch’egli, tutti protestano, ma... in fondo

chi ha avuto, ha avuto.

Il caso del povero Lorenzo Stecchetti ve lo dirò io. Quel disgraziato

mise al mondo un libro di versi col titolo di _Postuma_ al prezzo di

lire tre italiane, e il libro, indegnamente, fece fortuna. Un editore

pensò allora di contraffare l’edizione e di venderla a miglior mercato.

Esaurita la prima falsificazione, ne fece una seconda, e i librai

girovaghi la portano in giro e la vendono a buon mercato alle guardie

di pubblica sicurezza che hanno istinti letterari. (Sono pochine, ma ce

ne sono).

Il caso di Giosuè Carducci è lo stesso. Le _Odi Barbare_ facevano

meritamente fortuna e furono falsificate e vendute a buon mercato.

Il caso di.... Lasciamo andare, poichè i casi sono infiniti.

Per tornare a quel povero Lorenzo Stecchetti, cui voglio un bene

grandissimo, vi dirò che appena se ne accorse s’informò, e seppe nome,

cognome, patria, età, insomma le _generalità_ del suo ladro. Ma siccome

le seppe, come accade sempre, sotto il sigillo di confessione, non potè

citare testimoni. Egli si ricordava benissimo che in Italia c’era una

polizia astuta che aveva sorvegliato attentamente la sua porta invece

di quella d’un vicino che si querelava di tentativi di furto con chiavi

false. Egli si ricordava che chiamato come testimonio in un processo,

aveva sentito il Pubblico Ministero leggere _preti_ per _poeti_ in

un’ode della _Polemica_, e gli era toccato di confessare le proprie

opinioni politiche e sociali davanti ai giurati come se fosse lui

l’accusato. Indusse non ostante l’editore delle cose sue a ricorrere ai

magistrati.

Non solo tutto questo è vero come il vangelo e forse più, ma dopo gli

accadde quel ch’è narrato nel vangelo Anna lo mandò a Caifa, Caifa ad

Erode, Erode a Pilato e così via. La Questura, la Procura e il resto si

rimandarono l’una coll’altra il povero editore, al quale furono fatte

stendere querele, istanze, ecc. Chi sa sa quanti quintali di carta

furono scarabocchiati!

Uno di questi procuratori del re, in una città lontana di qui quanto

Roma, pregato, invitato, spinto anche da pezzi grossi che l’autore e

l’editore avevano persuaso, mostrò la buona voglia di far qualche cosa,

ma disse chiaro che se l’editore non indicava chi era il contraffattore

e chi vendeva le edizioni contraffatte, sarebbe stato tempo perso. E

infatti, se non si sa contro chi procedere, come si fa a procedere? Il

desiderio dall’egregio magistrato era giusto: ma pel ladro di dieci

galline non si chiese ai derubati altrettanto. L’applicazione di questo

nuovo canone di procedura condurrebbe a questo, che se l’assassinato

non rivela il nome dell’assassino, non si potrà fare il processo: e in

certi casi gli assassinati hanno delle forti ragioni per non rispondere.

La quistione sta qui: che mentre pel furto di dieci galline si procede

d’ufficio, si mette in moto la pubblica sicurezza, s’incomodano i

giurati con orazioni ciceronianissime; nel furto invece di diecimila

lire fatto ad uno che il difetto di scriver versi (pare che i

_pennaruoli_ siano amati come li amava il re Bomba) bisogna che il

derubato sporga querela e denunzi da sè stesso i rei, altrimenti i

magistrati hanno diritto di sorridere e di scherzare. Ora, non vorrei

parere adirato, ma con tutta la freddezza possibile debbo dire che

questa è una vergogna, non solo per quelli che sorridono e scherzano,

i quali hanno tutti i diritti di non prendere sul serio altro che il

ventisette del mese, ma pel nostro paese tutto che si vanta d’esser

colto e lascia che simili delitti si compiano impunemente.

Non crediate che il dispetto mi faccia uscire dai gangheri. Parlo

tranquillamente e noto che il De Amicis ha protestato energicamente

in molti giornali, che il Carducci e lo Stecchetti sporsero querela,

presentarono esemplari delle falsificazioni commesse a loro danno,

fecero insomma più di quel che si domandi per fare capire ai magistrati

che fu commesso un reato... Ebbene, mentre i querelanti offrivano come

saggio ai magistrati gli esemplari delle falsificazioni, i magistrati,

con tutti i mezzi di azione di cui dispongono, non sono riusciti a

sequestrarne uno; dico uno solo. Ma dunque le guardie di sicurezza

pubblica debbono servire soltanto a votare pei candidati del governo?

Vedete dunque che non è il dispetto che mi fa parlare: oltre

all’interesse privato offeso, mi pare che ci sia in ballo anche un poco

l’interesse pubblico. Il pubblico infatti ama e stima le istituzioni a

seconda dell’utile che gli fruttano, ed il contribuente in particolare

venera la giustizia, rispetta la Questura e le salaria tutte e due solo

perchè gli danno la sicurezza del viver sociale. Ma quando la Questura

ha troppo da fare per elezioni e la giustizia pei ladri da polli, tanto

che il resto va come va, è ben naturale che la magistratura non sia

presa sul serio e le guardie di sicurezza pubblica siano bastonate come

bistecche; il che in Romagna accade troppo spesso.

Visto che la polizia era inutile per noi, cercammo di supplirla e molte

volte abbiamo detto ai magistrati: badate; nella tal città un venditore

ambulante vende pubblicamente edizioni contraffatte.—I magistrati

erano subito infiammati dal santo zelo della loro professione e

pareva che rispondessero:—Ah! c’è un venditore ambulante, mettiamo a

Viterbo, che si permette questo sfregio alle vigenti leggi! Ora vedrà!

ora l’avrà da fare con noi!—E qui carta, penna, calamaio, numeri

di protocollo, firme, controfirme, lettere di un procuratore del re

all’altro, di un questore all’altro; e dopo quindici giorni di tempo,

dopo un quintale di carta sporcata e un litro d’inchiostro sparso, si

arrivava a constatare colla massima serietà che il venditore ambulante

_di cui nella nota a margine segnata_ era già partito da Viterbo.

Un’altra volta fu comprato un esemplare falsificato nella bottega di

un libraio. Si ricorse subito al magistrato, il quale prese la cosa a

petto e ci si mise con tanta energia che i preliminari furono finiti

in una settimana e si riuscì a risparmiare una dozzina di chilogrammi

di carta. Intanto però la cosa era diventata così nota ai lippi ed ai

tonsori, che quando la bottega del libraio fu finalmente perquisita si

trovò che il libro meno innocente che ci fosse era il catechismo. Il

magistrato si adirò giustamente perchè gli avevano fatto scomodare un

innocuo libraio. _Amen_: il torto era diventato nostro!

Così tutto è stato inutile e si è dovuto venire al punto di far

concorrenza ai ladri vendendo la roba a un prezzo derisorio. E poichè

oramai l’edizione a buon mercato è tutta smaltita, ne farò un’altra a

miglior mercato ancora con una prefazione davanti, ornata dei nomi,

cognomi e connotati di tutti quegli egregi uomini che si sono degnati

di scriver tante lettere d’ufficio a proposito di un reato che non

poterono scoprire benchè fosse consumato e si consumi ancora sulle

pubbliche piazze. Noterò come in Italia si spendano più di ottanta

milioni all’anno tra il Ministero di grazia e giustizia e quello

dell’interno, e che quando un autore è leso ne’ suoi interessi, come

il De Amicis, trova più naturale ricorrere all’associazione della

stampa che alle autorità che costano ottanta milioni: e finirò notando

che se quel che si chiama il _prestigio dell’autorità_ scade tutti i

giorni in Italia, la colpa non è tutta di quelli che mettono l’autorità

in burletta, ma anche dell’autorità stessa che si diverte a farcisi

mettere.

Poichè alcuni fatti audaci hanno attirato l’attenzione del pubblico

sopra le falsificazioni che si commettono impunemente in Italia e

poichè i giornali hanno gridato all’autorità che bisogna provvedere,

vi dirò io quel che accadrà. Il Ministero, scriverà una circolare

ai Procuratori generali perchè veggano, ecc. ecc. Questi alla loro

volta..... Insomma tra carta scritta e carta stampata si consumerà

qualche centinaio di lire, e tutti pari. A far molto, qualche venditore

minchione le farà tanto grosse che per forza bisognerà sequestrargli la

mercanzia e farlo condannare a due lire di multa con una requisitoria,

dove sarà constatato che la vigile giustizia protegge i diritti di

tutti e che non è poi vero che di certe cose non si occupi affatto.

Mi pare dunque che il De Amicis abbia mostrato troppa ingenuità

protestando con tanta energia. Egli fa vedere di conservare ancora

troppe illusioni per un uomo che ha viaggiato e conosciuto il mondo

come lui. Crede dunque ancora a tutte quelle frasi fatte che si leggono

nei giornali, che si sentono nelle Camere e nei Tribunali, come «la

santità, l’inesorabilità, la severità della giustizia, l’oculatezza, la

perspicacia della polizia giudiziaria» ed altre belle cose? Sono cose

che si dicono così per dire e tutti sappiamo oramai quel che valgono.

Io ho giocato al tresette quasi tutte le sere per un anno intero con un

Sostituto Procurator Generale, e quando nell’aula della giustizia lo

vedevo in toga con tanto di fascia e di berrettone e sentivo che gli

davano del rappresentante della legge e qualche volta dell’Eccellenza,

non potevo dimenticarmi che al tresette era una sbercia di prima

qualità. Così quando sento dire tutte queste bellissime cose a

proposito della giustizia e della polizia, mi ricordo che tutte le cose

umane, anche le guardie di pubblica sicurezza, sono imperfette e che io

non ho potuto ottenere che i miei diritti siano tutelati e che siano

puniti coloro che li offesero.

Faccia come me l’egregio De Amicis. Si consenta che la Questura gli fa

la guardia al pollaio e che, in caso, i giudici, i giurati, il Pubblico

Ministero e il resto, puniscono chi gli rubò le galline. Non sia

indiscreto e non chiegga alla magistratura più di quel che possa dare.

Io, per cacciare il malumore che qualche volta m’invade, in faccia a

certe enormità, mi distraggo raccogliendo molti casi che illustrano «la

santità, l’inesorabilità, la severità ecc. della giustizia». Da quella

Antologia si vede chiaro come noi ci contentiamo spesso delle parole e

poco dei fatti. Vuole il De Amicis collaborare con me a questi Fasti?

Se il procuratore del re ce li lascerà stampare, gli assicuro che

saranno un bel libro.

IL MONTE SANTO DI DIO

Non c’era più nessuno in biblioteca, ed il bibliotecario, appollaiato

sulla scaletta a pioli, sfogliava rabbiosamente un volume.

Sappiate che l’età sviluppa l’intelligenza ne’ libri come negli uomini.

L’esperienza ammaestra i libri a temere l’uomo e difendersi da lui come

possono, e se aprite un volume antico, sentirete come scricchiolano

dolorosamente i cartoni, come geme il dorso, come si lamentano le

giunture. Le carte si ostinano a rimanere appiccicate colla tenacità

dell’ostrica che serra le valve al pericolo, ed annebbiano l’aria colla

polvere, proprio come la seppia intorbida l’acqua coll’inchiostro

per sfuggire al nemico. Si possono anzi notare certi fenomeni che

confortano le teorie darwiniane e provano vera la sentenza che gli

organi si modificano per adattarsi all’ambiente in cui debbono operare.

Infatti la seppia allevata nell’acquario secerne meno inchiostro che

quando è libera, e il volume nella domesticità della libreria privata

secerne meno polvere che allo stato selvaggio, ossia nelle biblioteche

del governo. Quanta sapienza c’è nei libri!

Il bibliotecario, sulla scaletta, leggeva brontolando con certi

gesti d’impazienza che stimolavano nel volume la secrezione della

polvere. Dall’alto della scansia il busto di Giustiniano guardava in

giù e sorrideva con una certa malinconia rassegnata da far credere

che pensasse piuttosto all’imperatrice Teodora che alle Pandette. In

biblioteca non c’era di vivo che il bibliotecario, poichè l’_Anobium

pertinax_ e l’_Anobium stratium_, non desti ancora dal letargo

invernale, dormivano nelle Bibbie e nelle pubblicazioni del Ministero.

Ma dai finestroni spalancati un fiume di luce allegra prorompeva

nella sala, ed i raggi del sole primaverile, pieni di pulviscolo

d’oro, strisciavano sulle scansie cercando inutilmente il lucido delle

cornici. E col sole entrava l’eco di una battaglia di passeri sulle

grondaie, il rombo lontano delle carrozze, il rumore delle voci, tutto

il fracasso della città, rammorbidito, armonizzato dalla distanza.

La vita era tutta fuori, la vita nuova del mondo e degli uomini, la

primavera.

Si vede che il bibliotecario aveva bisogno di uno sfogo, perchè chiuse

seccamente il volume e dall’alto della scaletta lo buttò giù sulla

tavola. (Santi Numi, che polvere!) Discese brontolando e, attirato

dalla luce e dal rumore, s’incamminò verso il finestrone; ma a mezza

strada si volse tutto d’un pezzo come se lo avessero chiamato, e

guardò Giustiniano tra gli occhi come un avversario dicendo:—Dichiaro

che l’Heinecken ha torto.—E poichè Giustiniano seguitò a sorridere

ma non rispose, riprese con voce più alta:—Sissignore; dichiaro che

l’Heinecken ha torto: torto marcio!—E volse dispettosamente le spalle

al povero imperatore, incamminandosi al balcone.

Il libro che il bibliotecario aveva scaraventato giù dalla scaletta

era appunto: _Idea di una collezione di stampe, con una dissertazione

sull’origine dell’incisione_, stampato a Lipsia nel 1771 in ottavo.

Ivi l’Heinecken osserva che il _Tolomeo_ stampato a Roma nel 1478 non

contenendo altro che carte geografiche incise in metallo e fuori del

testo, il primo libro con rami inseriti è il _Dante_ commentato dal

Landino e stampato a Firenze da Nicolò di Lorenzo della Magna nel

1481 _in folio_. Gli esemplari di questo raro volume che si trovano

ancora nelle nostre biblioteche hanno per lo più due sole incisioni

ed un’altra ripetuta, rimanendo in capo ad ogni canto vuoto lo spazio

delle incisioni assenti: ma la Vaticana deve averne un esemplare con

una serie di 18 incisioni incollate al loro posto, ed il catalogo della

biblioteca Marchi ne annunciò uno con 19 stampe; il che mostra come

le incisioni fossero in gran parte eseguite se non inserite. Siano

queste incisioni o no disegnate da Sandro Botticelli ed eseguite da

Baccio Baldini, (non pare verosimile che siano di Maso Finiguerra, come

vorrebbe una nota manoscritta della Biblioteca nazionale di Parigi),

questo libro è creduto il primo che porti incisioni in metallo inserite

nel testo, ed è appunto contro questa affermazione dell’Heinecken che

il bibliotecario protestava.

Brandelli · 第 3 / 34 段