Ma avevamo appena socchiusi gli occhi, che la guida venne a bussare

disperatamente all’uscio urlando che era tempo di partire, e a

malincuore lasciammo i pagliericci inospitali. Nell’oscurità, nell’aria

viva della notte che ci intirizziva la midolla delle ossa era un

silenzio perfetto, quasi di aspettazione o di agguato, allorchè la

guida, brontolando ancora per la nostra flemma nell’alzarci, cominciò

ad inerpicarsi per le coste sassose del monte dei Tramiti ed a

raggiungere in fretta la schiena dell’Alpe di San Benedetto. Mal desti,

ci pareva di sentire ancora la frenetica ridda dei ballerini sulla

nostra testa; ed i riflessi rossi delle carbonaie accese che rompevano

qua e là il buio con un bagliore fantastico e misterioso avevano molto

dei sogni cupi che si fanno spesso quando lo stomaco pesa troppo.

Queste sono le miglia più antipatiche in una escursione, quando le

membra intorpidite chieggono ancora ristoro di sonno e servono per

forza. Vengono allora delle vigliacche tentazioni di tornare addietro,

che sono ribellioni della pigrizia contro la volontà, vengono certe

irritazioni nervose che paiono figlie dell’energia e lo sono invece

dello scoraggiamento, e non c’è che un rimedio: il _cognac_ generoso a

dose alta.

Camminare la notte nei monti deserti per sentieri da capre e

non conosciuti, fa sempre una profonda impressione. Si cammina

nell’oscurità e nell’ignoto. Qualche volta la guida vi fa fare un

salto nel buio, ma non metaforicamente; fisicamente e sul serio. Si

va senza sapere quel che ci sia a destra e da sinistra, o tutt’al più

sapendo che sotto quei monti c’è il borro del Forcone, il fosso del San

Godenzo, nei quali si può precipitare dall’altezza di qualche diecina

di metri; e qualche volta si ha una improvvisa sensazione del vuoto che

vi fa allargare le braccia o mettere le mani avanti come se in verità

cadeste. Le scarpe ferrate risuonano sulle rocce nude e nel silenzio;

poi si cammina sull’erba soffice, sui muschi che paiono velluto, senza

alcun timore. V’accorgete di voltare, di salire, di scendere, e qualche

volta sentite di passare vicino ad un albero o ad uno scoglio, senza

vederlo. Il mistero non vi abbandona mai, vi sforza all’attenzione, vi

pesa addosso come quando si aspetta qualche cosa e non si sa che.

All’alba giungemmo ad una casa di pastori, proprio sotto al giogo della

Falterona. Una donna non ancora vecchia, ma deturpata dagli stenti

della vita nomade, chiamò col fischio certe capre e ci munse il latte

caldo e spumante. Il monte ci stava innanzi gigantesco, colle sue coste

chiazzate di prati verdi o di abetìe quasi nere, alto alto, tanto che

a vederne la cima dovevamo alzare la testa e torcere il collo. Salire

dritti alla cima non è facile per le dense fratte di faggi cedui

inestricabili come siepi. C’è caso di non poter salire che tagliando i

rami fitti e pestando le vipere velenosissime che brulicano nell’ombra

umidiccia. Avevamo l’ammoniaca con noi, ma nessuna voglia di usarla, e

volgemmo quindi verso levante per avvicinarci alla punta di Modina e

dal Pian delle Fontanelle dirigerci alla vetta.

Oh, il magnifico bosco! Gli alberi qui non sono tisici e mortificati

come nei nostri civili giardini pubblici, ma alzano superbamente al

cielo i fusti rigogliosi e le braccia robuste, si aggavignano alla

madre terra con certe possenti radici di cui i primi serpeggiamenti

sono scoperti, rugosi, immani. Là bisogna andare per sentire il

Mormoreggiar di selve brune ai venti

Con susurrio di fredde acque cadenti

Giù per li verdi tramiti dei monti:

là bisogna andare per sentire quanto sia meravigliosa la natura e

misera la parola che vorrebbe dipingerla; per capire come si possa

odiare il consorzio umano e farsi eremita ad adorare il bello... almeno

un giorno. Andate là, cercate un pilastro in rovina dove è scritto:

QUESTA MAESTÀ

FECE FARE

LUCA DI LOTTO

PER VOTO

A. D. 1588:

sedete e fate colazione. Se non vi sentite poeti almeno per un quarto

d’ora, state certi che non lo sarete mai, campaste più di Matusalemme:

se non capite la sublimità di quella viva e giovane bellezza che si

desta col giorno ai canti degli uccelli, allo sbocciare dei mughetti,

al vibrare dell’aria serena e pura, girate il mondo come commessi di

commercio per vendere acciughe e candele di sego, ma non mai colla

pretesa di capire che cosa sia la bellezza.

A 1280 metri sul mare mangiammo eccellenti lamponi cogliendoli sul

margine nel sentiero come nei prati si colgono le margheritine: a

1650 perdemmo la parola davanti a uno spettacolo immenso. Eravamo

sull’ultima vetta della Falterona, e sotto di noi, per quanto l’occhio

poteva, non vedevamo che un mare, proprio un mare di monti! La

nostra ammirazione non potè manifestarsi che per via d’interiezioni

irragionevoli e di gesti illogici. Possibile che il mondo sia così

bello?

Tutto l’Appennino centrale dal sasso della Verna al Cimone di Fanano

era sotto i nostri piedi, e più lontano, sfumate nell’azzurro,

facevano capolino vette più alte. L’Adriatico luccicava a levante, e

a mezzogiorno, verde ridente quasi ci tendesse le braccia, si apriva

il bel Casentino fino ad Arezzo. Si può campare mille anni, ma quel

momento non si può dimenticare. Viene un momento, nel silenzio solenne

della montagna, che il sublime vi sgomenta e vi sentite costretti a

chiuder gli occhi per la vertigine dell’immenso. La vita ha poche ore

così piene, così grandi. Scendere è un dolore.

Eppure, ahimè ci toccò discendere. Sedemmo intorno alla sorgente

dell’Arno bevendo l’acqua limpida e gelata del _fiumicel che nasce

in Falterona_, e rovinammo giù a valle per le chine sassose, tra le

ginestre dai fiori gialli, sui sentieri arsi e bianchi che menano a

Stia.

Entrati nella patria del Tanucci, la gente ci guardava con molta

curiosità, quando un giovane ci venne incontro chiedendoci se fossimo

soci del Club Alpino.

—Indegnamente,—rispondemmo.

Era socio anch’egli e ci fece un mondo di utili gentilezze. Volle che

io dormissi a casa sua, ed il mattino ci accompagnò per un buon tratto

di via nella nostra salita per Segaticci verso Camaldoli all’Eremo.

Andavamo alle sorgenti del Tevere. Un anno dopo, l’avv. Carlo Beni,

il mio gentile ospite di Stia, mi scrisse per annunciarmi che aveva

fatto la _Guida_ del suo Casentino e desiderava una mia prefazione. La

lettera mi giunse mentre ero afflitto da domestiche disgrazie, e, lo

confesso, alle sue cortesie risposi con una villania: non risposi.

Ora la _Guida_ è stampata a Firenze dal Niccolai ed è certo una delle

migliori e più pratiche _Guide_ che siano uscite in questi anni ad

illustrare una regione bella, industriosa, invidiabile. Colgo dunque

questa occasione per fare ammenda onorevole della involontaria

scortesia, e per chiedere perdono ai lettori della seccatura.

Ma se capitano in Casentino mi perdoneranno di certo.

MONTE CORONARO

Molti trattati di geografia approvati, lodati e adottati nelle scuole,

fanno nascere il Tevere e l’Arno dallo stesso monte, uno di qua l’altro

di là, colla fraterna armonia di due gemelli. Non è giovato che Dante,

buon conoscitore dell’Appennino, mettesse «_il crudo sasso_ in tra

Tevere ed Arno,» proprio quella Verna che, tanto dalla Falterona dove

nasce l’Arno, quanto dal Fumaiolo dove nasce il Tevere, si vede azzurra

e sfumata nella profondità dell’orizzonte. Non giovarono le parecchie

diecine di miglia che sono tra le due sorgenti e le interposte cime di

Camaldoli, dell’Alpe di Serra o del Bastione, per convertire i geografi

che si copiano a vicenda. Il Governo, le commissioni, i provveditori,

gl’ispettori, i maestri, approvano e benedicono le geografie sbagliate,

e il Tevere e l’Arno nascono per gli scolari sempre dallo stesso monte.

Potete credere, come noi, l’estate scorsa, benedicessimo cordialmente i

geografi e le geografie di testo!

Da tre giorni infatti camminavamo in media sedici orette salendo e

scendendo l’Appennino. La Falterona da un giorno non là vedevamo più,

quando da Camaldoli, per Cotozzo, scendemmo a Badia Prataglia. Gli

operai della strada tosco-romagnola, che valica l’Alpe di Serra a

Mandrioli, riempivano l’unica osteria, e ci convenne dormire sui banchi

e sulle tavole, di dove ci levammo alle tre del mattino indolenziti e

pesti. Avevamo bevuto alla sorgente dell’Arno e volevamo bere ad ogni

costo a quelle del Tevere.

Un giovinotto, che aveva a cottimo alcune opere lungo la via, ci

fu guida sino al valico di Mandrioli. Chiuso e freddo come un vero

montanaro, camminava tranquillamente nel buio senza dir parola,

senza nemmeno animarsi ai dolorosi ricordi di Custoza dove era stato

granatiere. Camminavamo silenziosi dietro di lui, senza sapere dove,

ora sui ciottoli, ora sull’erba, ora tra i faggi che indovinavamo ritti

ed immobili nell’oscurità. Salire i monti a notte alta, sotto i boschi

che paiono addormentati, nel silenzio profondo, pei sentieri da capre

ignoti e ripidi, è un piacere da non potersi dire. L’aria viva stimola

il sangue, l’attenzione aguzza i sensi. Sentite lo scricchiolare sotto

i piedi della foglia morta, il fruscìo delle frondi che strisciate, il

respiro di chi vi precede. Vi sentite vicino, tra le frasche, certi

movimenti misteriosi come se qualcuno ci fosse nascosto, e più lontano

certi tonfi sordi come di un sasso che cada nella terra molle. E sopra

questi tenui rumori sta il silenzio, il silenzio immane della montagna,

il silenzio che sembra vegliare aspettando. E si cammina nel buio umido

della macchia per sboccare qualche volta all’aperto in un chiarore

grigio e diffuso che non lascia discernere nulla di preciso, ma sfuma

in alto i profili dei monti come in una nebbia densa. Di tratto in

tratto passa tra i rami immobili come un fremito leggero che si desta:

poi si chetano e il cielo che appare tra le frasche diviene più bianco

e si travedono come dietro a un vetro appannato i tronchi neri e le

striscie chiare de’ torrentelli. Salimmo così fino al culmine dell’Alpe

di Serra, e fino all’alba: poichè affacciati finalmente al valico di

Mandrioli e ficcato l’occhio giù per l’aperta valle del Savio, una

striscia quasi rosea ci segnò all’orizzonte l’aurora vicina e ci indicò

il mare lontano, spiagge di Rimini e di Cattolica.

Ivi, proprio sulla spina dell’Appennino, proprio dove le acque si

dividono per scendere all’oriente nell’Adriatico, all’occidente nel

Mediterraneo, intirizziti dal venticello dell’alba, attendemmo la

nuova guida, un operaio di Verghereto, che ci doveva condurre a Monte

Coronaro. A poco a poco ci si vedeva meglio e nel versante toscano

discernevamo il verde cupo dell’abetìo, mentre giù, nel romagnolo, la

vallata più aperta e più nuda si colorava di toni grigiastri e freddi.

Il monte Coronaro ed il monte Fumaiolo si disegnavano nettamente

nel cielo di un bianco azzurrognolo, e lungo i loro fianchi si

distinguevano le larghe chiazze bige impressevi dalla sterilità.

E lungo il crine dell’Alpe di Serra, volgendo colla nuova guida al

sud-est-sud, ripigliammo il viaggio. Il mattino era desto, e guardando

giù tra i faggi, vedevamo le pecore nei prati verdi salire al pascolo

e ci pareva d’essere in Arcadia. L’ecloga era dappertutto e l’idillio

cantava dentro di noi. Quanto era lontana la città colle sue vie

roventi, colle sue botteghe che soffiano l’afa, co’ bugigattoli dove

s’arrostisce vivi! Quant’erano lontani i caffè asfissianti, i teatri

ribollenti, gli uffici, le mosche, i telegrammi Stefani! Arcadia!

Arcadia! E ci tornavano in mente versi di Virgilio e di Iacopo

Sannazzaro, strofe di Andrea Chènier che non sapevamo di ricordare. E

laggiù, dall’orizzonte rosso, prorompevano fasci di luce gialla e le

cime si coloravano e i monti, gli alberi, i prati si destavano in un

inno di gioia e di resurrezione. Il sole! Il sole!

Ma l’idillio finì. In faccia al casale detto Gualchereti lasciammo

la schiena dell’Alpe di Serra che segue salendo sino al poggio del

Bastione, e scendemmo giù nella valle del Savio, giù sino a Folcente,

per risalir poi verso Montioni e Monte Coronaro. La discesa fu

terribile e terribilmente lunga. Per coste impervie, aride, sassose,

ripidissime, ci convenne ruinare a valle, chiedendo difficili sforzi

alle povere gambe già strapazzate da tre giorni di viaggio faticoso.

Il sole cominciava a scottare ed i faggetti li avevamo lasciati più in

alto. I ciottoli smossi dai nostri piedi rotolavano giù saltando e si

perdevano e come loro ci bisognava scendere, scendere sempre, ansando

e sudando. Addio l’idillio! Se il breve fiato ce lo avesse permesso,

avremmo recitato i più terribili versi della discesa dantesca in

Malebolge, _tutto di pietra e di color ferrigno_.

A mezza costa, in un pianerottolo dove per ironia c’era un po’ d’erba

e un po’ d’acqua, sedemmo a mangiare un boccone, e poi giù di nuovo,

col sole in faccia e il cielo che pareva uno speccio d’acciaio. E, come

piacque al destino, dopo un’ora di questa terribile via, ci trovammo

giù in fondo, sotto Folcente, accanto ad una croce di pietra, in un

poco d’ombra. Ci buttammo tutti sull’erba a respirare; anche la guida.

La voluttà di un quarto d’ora di riposo ce la eravamo guadagnata.

Poi su di nuovo, verso Montioni, sudando sempre, ansando sempre. Non

più alberi, non più erba, non un segno di vegetazione. Il terreno duro,

friabile, cenerognolo, non consente la vita nemmeno alla gramigna e

tutto porta il marchio di una desolazione squallida, di una aridità

grigia da non invidiare il deserto. Ci pareva di camminare sulle ceneri

semispente di un focolare, e nell’aria secca ed infocata il riflesso

del sole accecava e le ombre si disegnavano dure, taglienti, nerissime.

A sinistra, negli sbattimenti bianchi della luce meridiana, strizzando

gli occhi si discerneva Verghereto, povero comunello perduto su questi

monti ingrati cui gli Annali Camaldolesi tentarono indarno di acquistar

fama col supposto castello di Uguccione della Faggiola. E via via, per

questa cenere maledetta che le acque pioventi trasformano in lisciva

e portano al Savio, per questi declivi calcinati che franano ad ogni

stagione, giungemmo alle falde del Monte Fumaiolo, nel povero villaggio

di monte Coronaro.

Ci parve di entrare in un racconto di Edgardo Poe, in una delle

fantasticherie malate dell’Hoffmann. Nelle case cadenti, nelle mura

rugginose e sconnesse si spalancavano i vani neri delle finestre

ai quali non si affacciava anima viva. Le stradicciole scoscese,

arroventate sino al color bianco, erano deserte. Di quando in quanto

certe figure lacere o giallastre attraversavano i viottoli senza far

rumore, a capo chino, come se pensassero a qualche mistero profondo, e

incontrandosi non movevano nemmeno gli occhi, quasi non vedessero, non

sentissero, assorte in una paurosa contemplazione. Altrove i fanciulli

ci correvano incontro, i villaggi andavano a rumore per l’arrivo dei

viaggiatori dai cappelli stravaganti, dalle uose bianche, dai bastoni

spettacolosi: qui, niente. Pareva d’essere nel mondo dei sogni, in un

mondo di forme senza densità, di spettri pensosi, lenti, muti, che

passavano senza vederci e ci lasciavano come una strana impressione

d’impassibilità, una penosa sensazione di fatalità indefinita.

Tutte le mosche, delle quali all’aria aperta avevamo osservata e

benedetta l’assenza, tutte le mosche erano convenute nell’ampia

cameraccia dell’osteria, forse a celebrare un centenario od eleggere

un deputato. C’erano tutte e ronzavano lente, solenni, in chiave di

contrabbasso attorno all’ostessa, donnona un po’ flaccida che faceva

gli occhi di triglia cotta ad un giovinastro fra il giallo e il livido.

Presso la cappa del cammino, sopra un alto seggiolone sedeva un povero

diavolo, giovane ancora ma curvo e disfatto, con due occhi che parevano

buchi con una scintilla in fondo.

Serrava tra le ginocchia le mani stecchite e chinava sul petto la barba

nerissima. Era il marito dell’ostessa e la gelosia non lo rodeva, ma la

febbre maremmana. Nel pieno vigore dell’età e della forza si sentiva

ardere e consumare il sangue dentro e con un accento di cupa malinconia

ci contava gli stenti della maremma dove scendeva l’inverno a fare il

guardiano per non so qual principe. Di quando in quando un tremito ed

una contrazione spasmodica delle mascelle gli strozzavano il discorso

nelle fauci e allora fissava gli occhi profondi nei carboni accesi

come se ci vedesse qualcuno. L’ostessa intanto, piena di una mobilità

nervosa, ammanniva il nostro desinare scherzando ed occhieggiando il

cicisbeo, mentre in un angolo la sua figliastra, piuttosto belloccia,

filava tutta pensierosa e seguiva ostinatamente cogli occhi le

evoluzioni degli innamorati, senza aprir bocca mai, senza scomporre la

seria immobilità del volto. Così ci fu spiegato come si possa vegetare

su questi monti di cenere arida. I maschi scendono ad avvelenarsi in

maremma, e le femmine, prima che siano morti, passano a seconde nozze.

Dopo il pasto frugale gli amici miei si buttarono su certi eculei che

a Monte Coronaro chiamano letti. Io che di giorno non posso dormire,

volli sedermi sullo scalino dell’uscio, ma le mosche, le quali fin

dal pranzo ci avevano intimata una guerra feroce, o fosse per un odio

particolare verso di me che non le posso soffrire, o perchè vedendomi

solo stimassero più facile la vittoria, mi furono tutte addosso come

ad una... no, come ad un vaso di miele. Io poi che non mi lascio posar

mosche sul naso, reagii vigorosamente; ma stavo per soccombere al

numero, quando un’ombra nera mi intercettò la luce. Alzai gli occhi

come Diogene, ma invece di Alessandro vidi il piovano.

Mi parve un buon diavolo, modesto, premuroso, ma un po’ duro di

orecchio; e mi pregò, quando i compagni fossero levati, di condurli

a bere il caffè da lui. Ringraziai e se ne andò contento. Interrogai

gli indigeni per sapere, così senza parere, se facevamo bene o male

andando, e le informazioni furono favorevoli. Del resto egli era in

paese da pochi giorni. Il suo predecessore, buon diavolo anche lui,

aveva avuto una gran debolezza pel fiasco, e i buoni parocchiani mi

raccontarono che in una notte oscura dovendo portare i sacramenti ad un

infermo lontano qualche miglio, un po’ pel buio, un po’ per l’estratto

d’uva, rotolò malamente in un burrone co’ sacramenti addosso e si

fiaccò la noce del collo. Del resto i poveri sacerdoti perduti quassù

e le briglie della gerarchia senza della disciplina, cascano spesso

in qualche vizietto che i parocchiani e la curia sanno compatire.

Mi raccontavano di un piovano, là verso Corniolo, che una volta per

miracolo fu visitato dal vescovo. L’ottimo prete fece quel che potè

per alloggiare bene il superiore e specialmente in cucina si vedeva

la solennità. Perpetua faceva prodigi, e un bel bimbo seduto accanto

agli alari girava assiduamente lo spiedo. Bisognava attraversare la

cucina, e fu proprio vicino agli alari ed all’arrosto che il vescovo

chiese al piovano come diavolo facesse a passarsela lassù nei lunghi

mesi d’inverno.—Monsignore—rispose il piovano—mi occupo. Faccio dei

girarrosti.

Il vescovo guardò, ma finse di non capire.

Ma il piovano di Monte Coronaro non ci parve capace di fare uno sdrucio

così largo nei sacri canoni. Ci mostri la chiesa, vasta cameraccia

cadente che per fienile sarebbe stata brutta. La pietra di un altare

è fatta con una iscrizione cristiana e qui si conservava una croce

proveniente dalla scomparsa Abbazia di Trivio. Ma ci colpi più di

tutto il confessionale, che consiste in un solo asse mal disgrossato

interposto fra il penitente e il prete. Qui dunque la confessione è

pubblica, vista da tutti per colpa del confessionale e sentita da tutti

per l’udito sordo del piovano.

O come fa a confessarsi l’ostessa?

Ma non è proprio sacrilegio, scherzare su questo povero prete.

Quando nell’inverno imperversano certi venti da scornare i bovi e

certe burrasche da portar via il monte, quando la neve è per aria e

per terra, e i poggi franano, e ad ogni passo si rischia di cascare

all’altro mondo, il povero piovano si alza di notte male avvolto

nel suo gabbanello e ruzzola giù pei borri a portare l’olio santo a

qualche villanzone che non ci crede. Intanto i canonici, che hanno

cenato bene, dormono caldo nei loro letti cittadini a maggior gloria

della prebenda grassa, e il pievano di Monte Coronaro per campare ha

in tutto 38, dico trentotto, lire al mese. Giustizia distributiva! Non

hanno ragione questi poveri piovani di montagna se qualche volta cadono

in tentazione? Sono preti, è vero; ma sono poi anche uomini, e il

canonico che è senza peccato scagli la prima pietra. Così meravigliati

e scandalizzati ripigliammo la strada per salire a quelle sorgenti del

Tevere che le geografie approvate e adottate fanno nascere coll’Arno.

Per via componemmo un abbozzo di petizione al Parlamento, chiedendo per

certi geografi un anno di domicilio coatto a Monte Coronaro.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Signor Lettore, io sono un modesto editore tipografo, sconosciuto

forse a Lei ed a parecchi suoi amici, ma non a tutti coloro che in

queste campagne (_o rus, quando te aspiciam!_) si occupano dei presagi

del tempo, dell’epoca migliore per seminare, mietere, vendemmiare,

concimare e simili atti ragionevoli che in fondo sono, oso dirlo

con legittimo orgoglio, la vera ricchezza della nazione. Qui, in

Casalecchio di Reno, florido comune a sei chilometri da Bologna, io

solo esercito la nobile professione dell’editore tipografo, io solo ed

i miei due compositori possiamo vantarci eredi e continuatori di Aldo

Manuzio; io solo e me ne tengo, stampo gli avvisi del municipio in

caratteri elzeviriani.

Ma il vanto della mia antica e celebre officina non è solo questo.

_Video meliora_; faccio di meglio. E infatti qui, a Casalecchio di

Reno e non altrove, dalla mia tipografia editrice esce alla luce

quell’opera lodata, quella illustre fatica d’ingegno e di sapere che

è il lunario intitolato il _Barbaverde_. Ed è il celebre _Barbaverde_

che predice con matematica sicurezza il freddo in gennaio e il caldo

in luglio. Al _Barbaverde_ bisogna ricorrere per sapere a puntino le

morti de’ principi, le eclissi, i movimenti di truppe; le feste mobili

e la vera cabala del lotto. Nessun lunario, nemmeno il _Casamia_ nelle

indicazioni relative all’alea del lotto (_alea jacta est!_) può farla

in barba al _Barbaverde_, che costa soltanto venti centesimi.

Dodici anni di vita onorata ha il mio _Barbaverde_. Nessuna delle sue

predizioni, e ne vado altamente superbo, nessuna fu oggetto di richiamo

per parte de’ compratori, il che dice a troppo chiare note come le

abbiano viste verificarsi. Ed io lieto, orgoglioso dell’opera mia,

anche in quest’anno (il tredicesimo!) coll’illuminato concorso del

brigadiere dei reali carabinieri avevo fatto gemere i torchi, avevo

gettato nel burrascoso mare della pubblicità il mio lunario pieno zeppo

di saggi consigli e di utili predizioni. Quand’ecco un’infausta voce

giunse al mio orecchio. La tipografia editrice del dottor Balanzoni

in San Lazzaro di Savena presso Bologna, con insigne spreco di ogni

elementare regola di educazione e di proprietà, riproduceva parola per

parola il mio tredicenne lunario, cambiando solamente il suo antico ed

onorato titolo in quello volgare ed osceno di _Barbagialla_! _Malesuada

fames!_

Raccapricciai! Così a Bologna dal mio avvocato, che mi consigliò di

munirmi della _Proprietà letteraria_.

Per questo, stia a sentire, comprai due fogli di carta bollata da una

lira e venti centesimi l’uno. Ci stesi, in doppio originale firmato,

la mia brava domanda al signor prefetto della provincia, a norma

dell’articolo 1 del regolamento per l’applicazione delle leggi 25

giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1875, n. 2652, approvato con R.

Decreto pure 10 agosto 1875, n. 2680. S’intende che le due domande

erano scrupolosamente stese secondo il modulo A, e portavano in seno

due esemplari del mio _Barbaverde_, che costa venti centesimi. E

s’intende pure che, prima di portare le domande in prefettura, portai

la mia persona dal signor ricevitore del registro, in mano del quale

pagai dieci italiane lire di tassa a norma dell’articolo 2 del citato

regolamento. E colla ricevuta, le domande e un po’ d’asma, salii le

interminabili scale del palazzo del governo.

L’impiegato che mi ricevette fu gentilissimo. Si cavò e si rimise la

pipa in bocca in segno di saluto, come noi facciamo col cappello, e

mi permise di accostarmi al caminetto. Quando gli ebbi contato il

mio affare, pipò alquanto ironicamente, prese con delicatezza le

mie domande e ci scrisse sopra un certificato secondo il modulo C.,

da esser poi trascritto sopra apposito registro a norma del noto

regolamento. Ed Ella crede senza dubbio che la cosa finisse qui, ma

sbaglia! _errando discitur_, e l’impiegato mi raccomandò di tornare

dopo tre giorni.

Brandelli · 第 2 / 34 段