OLINDO GUERRINI
(Lorenzo Stecchetti)
BRANDELLI
A. Gorlini e C. Via Moscova, 39 Milano.
OLINDO GUERRINI
(LORENZO STECCHETTI)
BRANDELLI
Nuova edizione su quella di A. Sommaruga
[Illustrazione: LOGO]
MILANO
CASA EDITRICE LIBRARIA MODERNISSIMA
«FLOREAL LIBERTY»
di ROSSI ARTURO, Via Pontaccio, 19
1911
IL PRIMO PASSO
Ecco come andò la cosa.
Nell’inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di
studiar legge; anzi per confermarla vie più nell’errore, alla fine di
quell’anno mi laureai.
(Parentesi. Mi ricordo che ci chiusero nell’_Aula Magna_
dell’Università. Eravamo otto o dieci candidati, di quelli allegri
come non se ne trovano più. Venne il professore di Diritto Canonico,
munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta
palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse
una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da
svolgere in iscritto. Mi toccò una tesi laconica: _Del Comune_; una
tesi che non conoscevo nemmeno di saluto. Il professore se ne andò e
noi ordinammo la colazione. Ci parve che il vino, che era buono dovesse
rischiararci le idee, e ne bevemmo... si sa... ne bevemmo... con
molto piacere. Mi ricordo anche, un po’ confusamente, di aver ballato
con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in
mezzo all’aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l’esecuzione
brillante dell’esercizio ginnastico detto l’albero forcuto. Sul tardi
ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti
all’opera della mia sapienza giuridica. Cominciai coprendo di vituperii
il cranio di Clemente VII perchè distrusse la repubblica fiorentina,
e finii rimproverando il ministro Menabrea perchè dopo Mentana non
era andato a Roma. Domando io che cosa c’entrava questa roba in una
tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine ci
era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi,
d’esclamazioni; c’erano dentro tutte le più calde figure rettoriche
possibili. Era insomma una tesi un poco brilla. Cinque o sei giorni
dopo, la mattina a digiuno, coll’abito a coda di rondine e la cravatta
bianca, dovetti recarmi all’Università per leggere e sostenere
pubblicamente la mia tesi davanti alla Facoltà ed agli ascoltatori.
Lessi, ma in parola d’onore, avrei preferito di non leggere. Mi
vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un
giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un
bell’effetto. Alle interrogazioni dei professori, m’impaperai, dissi
degli spropositi cavallini, feci una figura scellerata, e forse mossa
da un delicato senso di compassione la Facoltà mi approvò a pieni voti.
Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia
tempo di chiudere la parentesi).
Dunque, nell’inverno del 1868, invece di leggere il codice leggevo dei
versi. Ma leggevo per lo più dei versi francesi, non trovando niente
in italiano che finisse di piacermi. Giudicavo tutti i nostri poeti
recentissimi colla avventatezza dello studente che procede per simpatie
ed antipatie e tutta la nostra lirica contemporanea mi pareva vuota,
affettata, frigida. L’eterno Iddio Manzoni era l’oggetto del mio odio
accanito; e tutto quel cristianesimo nè carne nè pesce degli scrittori
che adorano san Pietro e dicono male del suo successore, mi dava delle
ore di bile felice. Il mio vangelo filosofico era la _Filosofia della
rivoluzione_ del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato
poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi
prodigate all’abate Zanella! Badate bene! Se l’amor di Dio messo in
versi mi fa sempre presso a poco lo stesso effetto, non giudico più
così sfacciatamente in cose d’arte. Voglio solo dire che allora l’odio
al romanticismo cristiano e cattolico mi accecava e mi faceva giudicare
colla ferocia di un antropofago.
La sera, prima di andare a letto, facevo dei versi.
Li facevo in pantofole e ci si sentiva. In quelle crudelissime poesie
ingiuriavo atrocemente la Trinità ed il resto. Traducevo _La Guerra
degli Dei_ del Parny, Voltaire mi pareva fiacco e, quando trovavo
qualche cosa che non mi andava a verso, picchiavo coi pugni sul
tavolino e insolentivo l’autore e i suoi ascendenti in linea mascolina
e femminina in perpetuo. Non mi consigliava nessuno e da nessuno avrei
accettato consigli. Avrei scaraventato subito il volume dell’Aleardi in
faccia a Mentore stesso. Non si è giovani per niente.
In quell’anno venne fuori il _Levia Gravia_ del Carducci. Non
conoscevo l’autore di persona, e quando lo conobbi, mi diede sempre
tanta soggezione, che si sono voluti dieci anni di amichevoli
relazioni prima di decidermi al _tu_ confidenziale. Anzi è stato lui
che ha cominciato col _tu_, ed anche ora, quando si parla sul serio
di letteratura o di storia, mi scappa quel _lei_ benedetto. Allora
insomma non lo conoscevo e si può anche dire che egli era conosciuto
da pochi. Il _Levia Gravia_ non levò gran rumore, un po’ perchè allora
non si credeva possibile di far buoni versi dopo il Manzoni ed anzi
pareva sfacciataggine provarcisi; poi, perchè in quel libro non c’era
politica. Ma io lo lessi; e stucco e ristucco di tutta quella devozione
rimata che stagnava in Italia, rimasi ammirato di non trovarci dentro
i soliti angioli e le solite madonne. Trovai finalmente il poeta mondo
dalla lebbra del sentimentalismo ipocrita che odiavo, trovai finalmente
qualche cosa di nuovo, di originale, e non le solite rifritture
manzoniane. Fino i metri non erano più quelli del sempiternale—_Ei
fu! Siccome immobile_—e gli affannosi decasillabi, noiosi nel loro
isocronismo come il pendolo dell’orologio. Ma qui non faccio l’autopsia
critica del Carducci; dico solo per dire che mi colpì subito e, presa
la penna, scrissi due o tre colonnini di roba entusiastica certo, ma
sconclusionata parecchio.
Si sa: quando si è scritto qualche cosa _adversus genies_, viene
la voglia di stamparla. Ricopiai la mia sconciatura in magnifica
calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l’_Amico del
popolo_.
Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso dal giornale di
Marat. Scritto da brave persone, aveva però il difetto di quasi tutti i
giornali repubblicani, quello di parlare sui trampoli come i proclami.
Aveva degli articoli di fondo scapigliati, infocati e sbraculati, e se
non si fosse saputo che gli scrittori erano brava gente incapace di
torcere un capello a nessuno per cattiveria, si sarebbe potuto credere
che l’ufficio dell’_Amico del Popolo_ fosse una tana, di cannibali
infermi mezzo d’idrofobia e mezzo di _delirium tremens_. E il Governo
(i Governi, come i mariti, non sanno mai le cose bene) credeva proprio
che in quelle innocenti camere terrene della _Siliciata di Strada
Maggiore_ accampasse una masnada di settembrizzatori assetati di sangue
umano, perchè periodicamente faceva cercare e arrestare qualcuno dei
collaboratori. Che tempi erano quelli, dopo Mentana! I repubblicani
confessi erano sempre aspettati nelle carceri di S. Giovanni in Monte
e, tenuti pericolosi, erano però le persone più sicure della città,
poichè la sera andavano a casa scortati dalle guardie di sicurezza
vestite da uomini. Ma lasciamo andare.
Piano piano, con un po’ di tremarella, mi diressi all’antro dell’_Amico
del Popolo_. Entrato sotto al portone, vidi un uscio con un cartello
dov’era scritto _Direzione_, e dietro l’uscio si sentiva un rumore di
voci, un pandemonic che ricordava una scuola di ragazzi in rivoluzione.
Bussai, due o tre voci mi dissero _avanti_, spinsi, l’uscio, ma non
vidi nulla.
Non vidi nulla perchè dentro c’era un fumo tanto denso che si sarebbe
tagliato col coltello. Dieci o dodici pipe mantenevano quel nebbione
nell’antro. Si capiva che c’era molta gente e si sentiva una voce
misteriosa uscir dalla nube come la voce di Dio sul Sinai. Rimasi ritto
presso l’uscio e sentii la voce declamare un articolo di fuoco e di
fiamme. E’ passato tanto tempo, che non lo ricordo più; ma c’entravano
il sangue, le fogne, la spada di Damocle, il toro di Falaride, _eppur
si muove_, la cuffia del silenzio, Dionigi il tiranno, Torquemada,
Polignac, i fulmini e le saette. Io rimasi un poco sconcertato in
principio, perchè non pareva che dicesse sul serio: ma quando sentii
uscire dalla nube alcune voci d’approvazione, la presi sul serio
anch’io e, tirato fuori un sigaro, collaborai col mio fumo a quello
della comunità.
Dopo un po’ di tempo finì la declamazione dell’articolo di fondo,
finirono le approvazioni, e i personaggi uscirono ad uno ad uno,
involti sempre nella fitta nebbia di fumo di pipa. Mi avvicinai ad un
monumento nero che travedevo in fondo alla camera e che giudicai uno
scrittoio. M’immaginavo che dietro ci fosse il direttore del giornale
un buon diavolo che andò a finire, credo, nelle ferrovie e che in quei
tempi scoccava acutissime quadrella alle borse dei conoscenti. Offersi
l’articolo, lo misi sul monumento che il senso del tatto mi assicurò
essere uno scrittoio, e non ebbi altra risposta che una serie infinita
di grugniti che non sapevo se approvativi o improbativi. Quando ebbi
finito di parlare, non sentendo di là del monumento nessun segno di
vita umana, tornai indietro, e trovata la porta a tentoni, uscii
all’aria aperta. Oh, come respirai largamente! Era ancor freddo, ed il
vapore del mio alito mi pareva il residuo del fumo aspirato nell’antro.
Per alcuni giorni lessi assiduamente l’_Amico del Popolo_ sperando di
vedermi stampato, ed ogni giorno mi portava una disillusione di più.
Finalmente l’articolo apparve in appendice!
Così stampato mi faceva un altro effetto, mi pareva più bello, e
l’avrò letto dieci o dodici volte in fila. Non descrivo l’emozione e i
palpiti dello sciagurato che ha peccato la prima volta in tipografia.
Ferdinando Martini ha descritto tutto con un verismo così preciso, che
mi rimetto a lui.
Pareva anche a me che tutti in quel giorno dovessero guardarmi. Ero
superbo come uno Scià di Persia e guardavo d’alto in basso l’intera
umanità. Però, passeggiando fuori di porta, in un vicolo dove bisogna
camminare con precauzione, vidi l’_Amico del Popolo_ tagliato a pezzi e
steso a terra come vittima di una faticosa battaglia. Torsi il viso e
le nari con dispetto, quasi fossi stato personalmente offeso. Ahimè! Da
che altezza precipitai!...
Questa è la vera e precisa relazione del mio primo passo nella via
della pubblicità.
Compiangetemi.
SANTO NATALE
La signora Giovanna spalancò la porta e poco mancò che me la sbattesse
in faccia. Le scappò un atto d’impazienza e mi disse:
—Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.
—Dunque—risposi—c’è ancora molto tempo?
—Lei non ci può far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza...
l’abbiamo sempre tra i piedi... Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?
E mi voltò le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta
fiammeggiava come una fornace accesa.
Io avevo sulla punta della lingua una domanda sciocca.
Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii
che non era il momento di fare domande sciocche. Perchè s’impazientisse
la signora Giovanna, di solito così cerimoniosa, bisognava proprio che
avesse altro per la testa; e piano piano ritornai a chiudermi nello
studio.
Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono
lunghe le ore dell’aspettazione!
Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati della notte e cacciati
dal vento battevano sui vetri, fitti, fitti, con un fremito sommesso,
quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un
lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore
strano e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve, e dal
passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede
allontanandosi a poco a poco. Il silenzio della notte è sempre solenne
e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caffè,
quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa
vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si
attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato
dalla rivelazione improvvisa e rumorosa di un mistero. Si aspetta, si
tende l’orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma
delle tenebre silenti, finchè la tensione si rallenta e l’incubo
dell’aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.
Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma
ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare
così tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni
trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentiva ancora le sue
parole come se l’avessi lasciata poco prima. La rivedevo bionda, rosea;
sorridente attraversare con me i campi dove le spiche mature erano
alte come lei, dove i passeri spaventati dalle nostre risa volavano
via cinguettando. Mi ricordavo il giorno in cui andammo assieme a
pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l’acqua e stavamo
tutti e due nascosti nell’erba fresca ed alta delle rive, in silenzio,
aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola
finalmente penzigliò dall’amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le
spalle e la felicità negli occhi, batter le mani e gridare. Oh quegli
occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna,
io li vedevo e li vedrò sempre che mi guardano come nell’agonia sua,
imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti già nelle nebbie
della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per
sempre chiusi. Si può soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola
colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che
non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle
mie viscere?
Per questo desiderava che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando
che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi
inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la
povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi
che la laceravano. E così sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto
da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescolò tutto il
sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.
Accorsi, ma sull’uscio la signora Giovanna che entrava affacendata mi
fermò col suo _non si può_ rigido ed alle mie domande non rispose che
con una alzata di spalle chiudendo l’uscio. Non potevo star fermo,
mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la
finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa
del mattino fatta più viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori
non c’era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi
lampioni; poi più nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi
pareva, non so perchè, che stesse per accadere una disgrazia.
Quando Iddio e la signora Giovanna vollero, potei entrare. Mi chinai
sul letto e chiesi a mia moglie:
—Come va?
—È rinata la Lina—rispose sorridendo.
Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova
venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo. Quando
allontanai il copertoio per vederla, la neonata aprì gli occhi e mi
guardò.
Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le
mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della
sorella!
Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?
Oh, Santo natale della bimba mia, che tu sia benedetto!
NEVE
C’è la neve?
Vi pare una domanda sciocca, non è vero? Eppure in casa mia ha una
grave importanza, poichè in un momento di tenerezza paterna ho avuto
la imprudenza di prometterla al mio bambino che non ricorda più quella
dell’anno passato. Io gli ho promesso la neve per il giorno di Natale
io che l’ho avvezzato a credere ciecamente alle mie parole! La stagione
si manteneva sempre eccellente e cominciavo a fare il diplomatico
col signorino, cercando di preparare delle scappatoie alla paterna
autorità. Ho insinuato così alla larga certi dubbi impertinenti
sulla infallibilità dei lunari, e prendendola da lontano, ho fatto
per incidente certe subdole supposizioni che implicavano la perfetta
serenità del giorno di Natale; ma non c’è stato verso di proteggere
decentemente la mia ritirata. Questa sera stessa dipingevo con colori
vivacissimi (non faccio per lodarmi) e con eloquenza meravigliosa,
le delizie di una passeggiata da farsi nel santo giorno, con un sole
splendido ed un cielo sereno, sino ai giardini pubblici, dove al
caffè vendono i dolci tanto buoni. Il signorino mi ascoltava serio
serio, colle mani dietro la schiena napoleonica, e pareva soddisfatto
della magnifica prospettiva di vedere i pesci rossi nel laghetto e di
mangiare i pasticcini al caffè, quando ad un tratto mi ha chiesto a
bruciapelo se ci sarà anche la neve!
La mia autorità è in pericolo! Come potrò io godere la confidenza
del primogenito che ho ingannato così? Mi domando spaventato con
quali doni potrò asciugare le lacrime della sua prima disillusione.
C’è in una bottega un _tramway_ di latta che gli deve aver ferito la
fantasia; ma basterà a fargli dimenticare la neve promessa? Io domando
a che cosa serve l’Ufficio meteorologico centrale che manda tanti
curiosi telegrammi ai giornali? A che cosa serve leggere nel foglio
della sera che oggi è stato bel tempo? C’è bisogno di telegrafarlo
da Roma, quando già io sono uscito senza pastrano? Quanto più utile
sarebbe quell’Ufficio se sapesse dire in tempo ai poveri padri di
famiglia:—Badate di non promettere la neve pel giorno di Natale ai
vostri bimbi perchè quel giorno sarà sereno!—Allora si capirebbe il
perchè di tanti impiegati e di tanti telegrammi. Ma a mezzanotte non
sanno dire che tempo farà al tocco. Oh la scienza! Meglio il lunario,
che almeno qualche volta ci coglie.
***
Iddio misericordioso mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta
mai ch’io faccia di questo periodico una cattedra di irreligione,
specialmente in questi giorni benedetti. Ma però mi sia permesso di
dolermi che la tradizione cristiana, e specialmente cattolica, abbia
incorniciata la nascita del suo Messia con tutti gli orrori della
stagione invernale. Anche a me sono noti, press’a poco, i risultati
della moderna esegesi che tendono a stabilire Nazareth e non Betlemme
come luogo di nascita di Cristo, secondo il Vangelo di Giovanni. So
benissimo che il censimento di Quirino, che la leggenda ritiene causa
del viaggio a Betlemme, è almeno di dieci anni posteriore all’anno
della Natività secondo Luca e Matteo, poichè i due evangelisti fanno
nascere Gesù sotto il regno di Erode e il censimento non fu fatto che
dopo la deposizione di Archelao e che ad ogni modo questa operazione
amministrativa dovette aver luogo solo nelle provincie romane e
non nelle tetrarchie. Ma non è il caso di sfoggiare una erudizione
troppo facile per tacciare di inverosomiglianza tante pie leggende, e
ripeto che non voglio tener cattedra di irreligione. Solo mi preme di
protestare contro la tradizione della neve natalizia, cui debbo il mio
paterno imbarazzo.
Che a Nazareth l’inverno sia rigido, lo credo, benchè io non ci sia mai
stato nè d’inverno nè d’estate. Benchè Nazareth sia ad una latitudine
anche più meridionale di quella di Tunisi e le linee isochimene notino
per quella regione una temperatura invernale di + 10 centig. in media,
so che la patria del falegname Giuseppe è sul monte e quindi soggetta a
squilibri forti di clima. Ma poichè la tradizione pia fa nascere Gesù a
Betlemme, molto più al sud, in latitudine più meridionale di Tripoli,
in luogo montuoso ma aperto ad oriente e riparato a settentrione dai
monti che limitano la riva sinistra del Cedron, dubito che la neve
fosse molto alta la notte del 25 dicembre dell’anno 1.
Sant’Epifane (vedete come la so lunga!) mette il Natale ai 6 di
gennaio, e San Clemente Alessandrino dice che ai suoi tempi chi lo
celebrava nel 19 o 20 d’aprile, chi al 20 maggio. Nel passato secolo
vi fu chi sostenne che il Natale doveva cadere in settembre, ma il
calendario del Bucherius mette la festa ai 25 di dicembre, e la Chiesa
la celebra in quel giorno.
Certo in dicembre è freddo; almeno per lo più l’inverno è già inoltrato
verso la fine dell’anno. Ma se badassimo alle tradizioni ed ai quadri
dei pittori, tra i gradi 31 e 32 di latitudine dovrebbe esistere la
Siberia e non la Giudea. Ci dipingono certe nevicate da fare invidia
alla Groenlandia, mentre anche ora gli ulivi prosperano a Betlemme
senza paura di morire gelati. Giacomo de Vitry narra che l’esercito
dei crociati, giunto sulle rive del Giordano a metà di Novembre, prese
un bagno con molto piacere. E se al 6 di gennaio è solennizzato il
battesimo di Gesù che fu dal Battista immerso nel fiume, certo il
Giordano non doveva essere gelato anche secondo l’idea della Chiesa.
Quanto al bue ed all’asinello, non hanno che una dubbia frase del
profeta Abacucco per giustificare la loro presenza nel presepio; e ad
Abacucco ne lasceremo tutta la responsabilità.
Dunque il Vangelo non ci dice che nel giorno di Natale, a Betlemme,
nevicasse. La geografia fisica lo nega. Perchè dunque dovrà esserci la
neve quel giorno? Perchè queste belle ed erudite riflessioni non mi
vennero in mente quando promisi la neve al mio bambino? Chi lo persuade
ora? Se gli cito Abacucco, ho paura che non lo prenda sul serio.
Specchiatevi, padri imprudenti, e vedete dove vi può trascinare una
promessa fatta leggermente!
***
Il profeta Daniele dice _Benediciamo i ghiacci e le nevi del Signore_,
e questo invito mi ricorda l’egoismo de’ miei desiderii. C’è troppa
gente al mondo per la quale la neve è una tribolazione: desiderarla
è dunque male. Lasciamo che il profeta la benedica e speriamo che i
poveri possano farne a meno oggi. Comprerò il tramway al mio erede,
che dimenticherà le promesse paterne, ed i bimbi dei poveri saranno
contenti perchè oggi avranno meno freddo. Tutto quindi anderà pel
meglio.
Ma io l’ho tuttavia colla scienza che non mi ha saputo guidare nelle
promesse.
Sono oggi dugentotrentanove anni che il signor Ovidio Montalbani, il
_Rugiadoso Accademico della Notte_ e _fra gl’Indomiti lo Stellato_,
pubblicava la sua _Chiologia_, cioè _Discorso sulla Neve_, e press’a
poco sapeva quel che sa l’Ufficio meteorologico centrale. Sapete come
si scriveva nel seicento? Ebbene, il Montalbani dedica il suo libro ad
un conte Riario cominciando così: «La neve che io tratto nel presente
discorso non sa intiepidire: ella ha riscaldato gagliardamente quel
riverente affetto con che gran tempo fa vivo ambitioso della gratia di
V. S.» Nientemeno! Egli ci dice più avanti che la neve «coll’inertia
d’una quiete stagnante fabrica veloci le ali agli odori, et la
medesima si dichiara per indivisa compagna della Mestitia et della
Giovialità». Proprio quello che dicevo! Mentre la neve pel mio bimbo
sarebbe compagna della _Giovialità_, per altri bimbi lo sarebbe della
_Mestitia_. E andate poi a parlare di progresso mentre l’Accademico
Rugiadoso, due secoli e mezzo addietro, diceva quel che dico io!
Nel 1644 l’Accademico Stellato affermava che l’oroscopo «trigonocratore
dell’uno cielo ed oriocratore del proprio luogo» lo induceva a
credere che «le feste natalitie non saranno tanto rigorose nel freddo
quanto i giorni adietro, overo che riusciranno serene». Non so se
l’indovinasse per quell’anno; so che l’indovina per questo. Provino un
po’ i meteorologi odierni, che non usano termini meno difficili, ad
indovinare che tempo farà per le feste di Natale del 2122? Vedremo se
ci colgono. Sì, lo vedremo!
Facciamo pure senza la neve poichè tutti ci guadagnano e tanto il
_tramway_ l’avrei dovuto comprare lo stesso; e in questo giorno in cui
gli angeli hanno cantato _pace in terra agli uomini di buona volontà_
perdoniamo anche ai meteorologi, che in fatto di buona volontà e
di buone intenzioni (l’inferno ne è lastricato) non sono secondi a
nessun’altra classe di scienziati. Pace dunque al padre Denza e al
Ministero della Marina.
BIBLIOTECHE
Lo Sterne nel Tristam Shandy sostiene che ogni uomo a questo mondo
ha il suo _dadà_, il suo cavalluccio; e da noi si dice che ognuno
ha il suo ramo di pazzia, anzi Alfredo de Musset scrisse in versi
che in Italia questo _grain de folie_ lo abbiamo proprio tutti. (Tra
parentesi, era un verista lo Sterne? Non si direbbe, ma chi seguisse
le teorie di certi ipercritici, dovrebbe ammetterlo. Infatti se per
quei signori il verismo sta tutto nel parlar di grasso, lo zio Toby
non parlò di magro.) Ora il mio _dadà_ sono le biblioteche e non me ne
vergogno davvero. Sono stato un pezzo in bilico se dovessi ammattire
per le biblioteche o pel giuoco del tresette, quando finalmente mi
sono deciso per le biblioteche. Il tresette mi avrebbe dato minori
disillusioni; ma la pazzia che ho scelto mi porge almeno il destro di
scrivere nei giornali; il che lusinga molto l’amor proprio del mio
portinaio che non sa leggere.
L’argomento del resto è appunto arrivato, direbbe Bismark, al momento
psicologico. Noi diciamo che è maturo, e la figura rettorica così è più
giusta, poichè il frutto maturo o si coglie o marcisce e cade. E poichè
l’argomento delle biblioteche marcirà negli archivi del ministero e
cadrà in dimenticanza, se già non c’è caduto, è proprio il caso di
una locuzione figurata da porgere ad esempio agli sventurati sì, ma
infelicissimi studenti dei licei.
Ad una domanda del deputato Martini, il solo, fra cinquecento deputati
che si suppone sappiano leggere, il quale si sia fermato a dare
un’occhiata a quel capitolo del bilancio, ci è toccato di sentire il
ministro per la pubblica istruzione confessare non aver potuto leggere
il rapporto della Commissione d’inchiesta sulla Vittorio Emanuele senza
arrossire. Quella biblioteca, per norma dei lettori, non è nell’isola
di Pantelleria, ma a due passi dalla Minerva.
Vien dunque fatto di ricorrere a quell’aritmetica che par diventata
privilegio dell’onorevole Bernardino Grimaldi, e ricordando la regola
del tre, brontolare spaventati: «Se tanto mi dà tanto!...»
Come sorveglia il Ministero le biblioteche dello Stato? È una innocente
domanda alla quale non so che risposta si possa dare. Il Ministero
infatti si contenta dei rapporti, dei conti e delle statistiche che
gli mandano i bibliotecari, onestissima gente, incapace di usare
nemmeno in sogno de’ quattrini e delle cose pubbliche, ma soggetta
come tutti gli uomini di questo mondo a sbagliare. Onestissima gente,
piena di buona fede, ma esposta a tutti i pericoli cui la buona fede
espone: almeno così si è visto nella biblioteca Vittorio Emanuele. Come
dunque sorveglia il governo, come si guarda da questi pericoli? Con un
semplicissimo sistema che ho visto nel 1870 applicato alla nettezza
pubblica in Subiaco: aspettando cioè che la divina provvidenza mandi
un temporale a spazzar via tutto, il buono e il cattivo, le immondizie
ed il bucato disteso, aspettando un qualche pasticcio troppo grosso
per nominare una commissione d’inchiesta che faccia piazza pulita alle
immondizie dell’avvenire. Questo sistema sublacese è economico, ma via,
non è igienico.
E pensare che l’Italia, giardino del mondo è un portento di fecondità
meravigliosa in tutto, anche e specialmente in commissioni ed in
ispettorati! Pensare che non si può mettere il naso fuor della
finestra senza veder passare una serqua di commendatori ispettori
_de omni re scibili et quibusdam aliis_: pensare che i ministri si
sono limati il cervello alla penultima cellula per trovare nuove cose
da ispezionare, come l’industria e il commercio; pensare che dagli
ispettori di pubblica sicurezza fino a quelli di finanza ce n’è tanti
che oramai sono più loro che i contribuenti, e pensar poi che a queste
povere disgraziate di biblioteche non hanno concesso nemmeno un cencio
d’ispettorato nemmeno un commendatore, nemmeno un cavaliere spicciolo,
tanto per dire che ce n’è almeno uno! Proprio è difficile spiegarlo,
a meno che non si voglia dire, con qualche apparenza di vero, che gli
ispettori delle biblioteche non ci sono, appunto perchè ce n’è bisogno.
Ma qui può darsi che questa millesima istituzione di ispettori sollevi
qualche opposizione. Delle sinecure ce ne sono tante, che fare una
diecina di canonicati di più non torna conto.
È verissimo. Io davvero non so se nel meccanismo della istruzione
ci sia qualche ruota, qualche molla che abbia per ufficio questa
sorveglianza delle biblioteche; passatemi la figura. Ma se questa ruota
c’è, deve essere arruginita da un pezzo; se c’è una molla, non scatta
più. Io ho vissuto molto in una biblioteca, dove ad onor del vero non
c’era bisogno di sorveglianza o di controllo, ma dove anche ad onor del
vero non s’è mai visto nessuno a ispezionare o a controllare. Tutte
le relazioni col governo centrale si riducevano a spedire parecchi
chilogrammi di statistiche all’anno e a domandare inutilmente i
quattrini della dotazione. Mai un cristiano si è presentato a chiedere
come andavano le cose, ad informarsi _de visu_, a toccare colle proprie
mani per conto del governo... Sbaglio. Ci venne il re col ministro
della istruzione pubblica, con quello degli esteri e con quello dei
lavori pubblici; ma era buio e poi ci stettero tre minuti precisi.
Debbo dunque credere che nel meccanismo del ministero manchino le parti
necessarie al controllo di cui parliamo: e se, per tema di istituire
dei canonicati, non si vuol mettere assieme un congegno fisso, se ne
può combinare benissimo uno staccato, intermittente, volante. Voglio
dire che si possono mandare delle persone pratiche ora al nord ora al
sud, per dare un’occhiata ai libri, ai cataloghi, ai servizi. S’intende
che non bisognerebbe avvisare una settimana prima che il commendator
tal de’ tali arriva alla tal’ora per fare un’ispezione, e s’intende
che non bisognerebbe mandare un bibliotecario a riveder le bucce al
collega. Dato che nelle biblioteche avvengano degli inconvenienti, mi
pare che il cercare di conoscerli a tempo non sia mal fatto; ma anche
qui s’intende che al Ministero dovrebbero leggere i rapporti e non dare
ragione a quella tradizione burocratica secondo la quale un ispettore
mise una sardella tra le pagine del suo rapporto, e tutte le volte che
torna a Roma a domandare un avanzamento, si reca agli archivi dove ha
la soddisfazione di constatare che la sua sardella è religiosamente
conservata. Il che davvero consola, poichè prova che almeno gli
archivisti fanno buona e fedele guardia.
In tutto questo non c’è nulla che possa offendere i bibliotecari. Non
c’è un colonnello che si creda offeso quando il generale viene a fare
l’ispezione; una misura generale non può offendere le suscettibilità
degli individui. La Leda del capitano Salvi era una buona cavalla senza
dubbio; ma se il capitano non l’avesse tenuta tra le gambe, credete che
sarebbe arrivata a Napoli in tempo per vincere la scommessa? Era una
buona cavalla, ma se il capitano si fosse addormentato, credete voi che
non si sarebbe fermata un pochino a pascere un po’ d’erba sui margini
della strada Non si fa torto alla buona cavalla dicendo che fu aiutata
molto dallo stimolo del cavaliere.
Insomma, ispettori o no, pare oramai che a questa faccenda delle
biblioteche sia da pensarci sul serio. I nostri nonni avevano
l’abitudine di imprimere sul frontespizio dei libri certi bolli
madornali che tra l’inchiostro e le frittelle d’olio coprivano
ogni cosa. Ebbene, si deve a questa bestiale abitudine, a queste
frittelle indelebili, se molti libri non hanno emigrato; e se nella
biblioteca Vittorio Emanuele ci fosse stato un frittellume come
dico io, l’emigrazione sarebbe stata minore. Parecchie biblioteche
non hanno altro riparo contro le ugne dei bibliofili, letterati o
no, che il bollo, in mancanza di cataloghi e d’inventarii. E notate
che i bibliotecari non ne hanno colpa, poichè a fare un catalogo ci
vogliono delle braccia e dei quattrini che il governo non dà, e che
i bibliotecari, con ragione, non vogliono metter del loro. Se dunque
questa proprietà dello Stato, questa ricchezza della nazione fosse un
po’ meglio curata, sorvegliata, difesa, che male ci sarebbe? Almeno il
ministro si risparmierebbe di dover confessare i suoi rossori e noi
italiani non faremmo la bella figura che facciamo. Dico bene?
DELLE BIBLIOTECHE
_Carissimo signor Martini,_
Poichè Ella mi tira in ballo citando la mia frase, _in Italia non
possono studiare che i ricchi_, e poichè siamo in carnevale, mi lasci
ballare.
Ella sa bene come diavolo vadano le biblioteche italiane e lo sanno
tutti gli altri infelici che hanno la disgrazia di studiare. Ma il
pubblico che paga e il Parlamento che fa pagare non sembra che lo
sappiano. Le nostre biblioteche, meno una o due onorevoli eccezioni,
vanno avanti così alla carlona, per forza d’inerzia e nient’altro.
Lasciamo che hanno per lo più certe _doti_ (i bibliotecari chiamano
così gli assegni annui), certe doti colle quali oggi un povero babbo
non troverebbe un cane che gli portasse via una ragazza, fosse anche
più bella della bella Elena Lasciamo che la dote del 1879 si paga nel
1880 e che il pagamento per ironia lo chiamano _anticipo_. Questo di
pende dalle condizioni finanziarie dello Stato, e nessuno, o tutti, ci
abbiamo colpa. Si potrebbe domandare però, perchè con pochi quattrini
si vogliono mantenere molte biblioteche e per giunta scrivere nei
regolamenti che esse debbono tener dietro alla coltura generale,
speciale, ecc. Se per tener dietro bastasse correre! Ma Fanfulla disse
bene a Barletta: _I denari sono pochi!_ e mentre le sullodate colture
corrono come locomotive, le povere biblioteche spedate sono rimaste
quasi tutte al secolo passato; nè gli articoli dei regolamenti, per
quanto pomposi, faranno comprare un libro di più o bestemmiare uno
studioso di meno.
Si potrebbe anche domandare perchè certe biblioteche siano figlie e
certe altre figliastre, tanto che a pari grado c’è chi nel bilancio
segna dieci e chi cinque. Ma la più bella cosa da domandare sarebbe
la fotografia grande al vero di quel grande uomo che immaginò di
far pagare la ricchezza mobile alla dote delle biblioteche. Costui
tradì certo la sua vocazione, che doveva esser quella di scriver
farse per far sbellicare dalle risa il pubblico e la guarnigione.
E’ buffa l’idea? Le biblioteche sono dello Stato. Ora che lo Stato
faccia pagare la ricchezza mobile al bibliotecario, è una riduzione
di stipendio bella e buona, ma in fondo chi paga è il bibliotecario
perchè lo stipendio se lo gode lui. Ma che lo Stato faccia pagare
la ricchezza mobile a sè medesimo è l’ideale della farsa tutta da
ridere. Non le pare? E’vero però, che se si dicesse francamente che le
doti e gli stipendi sono _diminuiti_ di quel tanto e non _tassati_,
l’amministrazione si semplificherebbe di troppo e non ci sarebbe più
bisogno di tanti giri e rigiri, registri e _posizioni_ quanti ne
occorrono ora a tessere i conti di questa razza di ricchezze. O che gli
impiegati debbono mangiare il pane a ufo?
E i bibliotecari? Ella ne cerchi i nomi nell’annuario della Istruzione
pubblica e troverà nomi sempre rispettabili, spesso illustri; ma
illustri in tutto fuor che per la loro opera di bibliotecari e di
bibliografi.
Come avviene questo?
Avviene perchè fino ad oggi il posto di bibliotecario era riputato dal
Governo un canonicato da far godere a persone di merito, fossero o non
fossero mai entrate in una biblioteca in vita loro. E i bibliotecari,
meno s’intende poche eccezioni, hanno preso in parola il Governo e si
sono occupati delle biblioteche quel tanto che occorre perchè tirino
innanzi nello _statu quo ante_. Il Governo poi, quando s’è accorto che
nelle biblioteche c’era di tutto fuor che dei bibliotecari, ha pensato
che il criterio del merito era errato per quei posti, ed ha accettato
nudo e crudo quello dell’anzianità, come ai tempi di Carlo Felice. Di
più ha ridotto l’ufficio del bibliotecario, a forza di articoli di
regolamento, in modo che di bibliotecario non resta che il nome; sotto
al quale non ci sono che le attribuzioni di un impiegatucolo qualunque,
anche _d’ordine_. Quando si nominano e si pagano dei bibliotecari che
non possono comprare una canzonetta da un soldo senza il permesso chi
una Commissione, l’ufficio loro si riduce a tenere i registri. Ora
per questo basta un diurnista. Ma il Governo non ha riflettuto che le
biblioteche tutte le hanno fatte i bibliotecari sul serio, e non gli
impiegati che sanno tenere bene i conti ed hanno una bella calligrafia.
I regolamenti, altra invenzione prelibata per semplificare le cose,
i regolamenti vogliono ora che per diventare bibliotecario si sia
stato prima vice-bibliotecario; al qual posto non si può aspirare se
non si è prima stato assistente di primo grado, e così giù fino agli
assistenti di quarto grado, ai distributori e magari all’usciere. Si
sa che questi regolamenti li hanno fatti quelli cui tornava conto, ma
lasciamo andare. Resta che la carriera è chiusa a chi non percorra
grado a grado tutta la scala. Se tornasse al mondo Ludovico Muratori,
dovrebbe cominciare la sua carriera da fantaccino, anzi forse non la
potrebbe nemmeno cominciare perchè non avrebbe sostenuto l’esame di
licenza liceale. Io conosco un signore, signore per sua fortuna, che è
riputato per uno dei primi, il primo forse dei nostri bibliografi. Egli
mise alla posizione il povero Panizzi che era pur qualche cosa, egli
è domandato di consigli da tutti i bibliografi d’Italia e di fuori,
a lui ricorrono tutti quelli che hanno bisogno di sapere quello che
nessun bibliotecario nostro s’è sognato mai di sapere. E’un signore,
beato lui, e fa il bibliotecario della biblioteca sua; ma se domani,
che Dio lo scampi e liberi, gli venisse la bizzarra idea di diventar
bibliotecario del Governo, si sentirebbe rispondere a furia di articoli
di regolamento che non può essere bibliotecario chi prima non è stato
ecc. Insomma, all’età di circa sessanta anni, stimato e rispettato per
uno de’ migliori bibliografi viventi, si sentirebbe offrire il posto di
alunno. I regolamenti non ci sono per niente ed hanno chiusa la porta
in faccia anche a me che scrivo, dopo tre anni di tirocinio. Nessun
ministro e nessun regolamento mi ha creduto capace di saper leggere e
scrivere, e non lo dico già coll’amaro in bocca. Figurarsi!
Dato per unico criterio l’inesorabile anzianità, a voler provvedere
bene, sarebbe necessario un buon sistema di reclutamento. Invece,
se ci fu mai cosa che suscitasse l’ilarità generale, fu appunto il
regolamento per gli esami ai posti delle biblioteche. Chi non lo
ricorda? Si chiedeva al candidato un po’ di tutto, storia, letteratura,
legge, medicina, matematica, lingue antiche e moderne... ci fu chi
disse che s’era dimenticato un esame pratico di ostetricia. Ebbene, che
risultato se n’è avuto? Questo, che i posti secondari nelle biblioteche
se li tengono avvocati che non trovarono cause, medici senza clienti,
ingegneri in ozio, professori senza scolari, insomma tutti gli spostati
che hanno avuto la fortuna di passare all’esame per l’indulgenza degli
esaminatori atterriti dall’enciclopedico programma. Ci sono le sue
eccezioni, lo so! ma nella massa siamo lì, e da questa massa verranno i
futuri bibliotecari del regno d’Italia; _quod Deus averta!_
Lo strano è che con questo bel sistema di reclutamento si siano avuti
fin ora degli impiegati onesti. Ella notava alcuni furti accaduti
nelle biblioteche del regno e specialmente nella Vittorio Emanuele di
Roma. Non sarebbe difficile farne una lista lunghissima, ed è noto che
molte delle cose nostre rarissime od uniche bisogna cercarle ora nelle
biblioteche inglesi. Con tutto ciò io dico e sostengo che gli impiegati
sono onesti, poichè colla facilità del furto e colla paga derisoria che
hanno, avrebbero a quest’ora dovuto vendere anche le scansie.
L’anno passato, mentre facevo il mio tirocinio in biblioteca per il bel
sfogo di prenderci cappello, capitarono due tedeschi. Non parlavano nè
francese, nè inglese, nè italiano. Io di tedesco ne masticavo allora
meno che ora e non c’era modo di intenderci. Finalmente uno di loro,
grande e cogli occhiali d’oro, disse: _Marcus Tullius Cicero_. Oh,
il latino! Fu una idea luminosa, e cominciai a parlare la lingua di
Cicerone con una eloquenza da fare arrossire il Vallauri. E la dicono
una lingua morta! S’intende che in biblioteca non si porta l’abito
di società. Il regolamento vuole che in un dato mese dell’anno si
spolverino tutti i libri; operazione che richiederebbe parecchi mesi a
farla bene, un personale numeroso e sopratutto il trasporto dei libri
giù nel cortile, se no la polvere rimane in biblioteca. Il regolamento
è furbo! Si fa dunque come si può, e la polvere, si sa, non manca mai
nelle biblioteche, che sono chiamate appunto polverose. Ma la polvere
dei libri sporca i panni, ed ecco perchè si va vestiti alla meglio. Io
poi andavo tanto alla meglio, che molti visitatori, ai quali facevo
da cicerone, allungavano la mano per regalarmi mezza lira; rifiutata,
s’intende, con un gesto di pudicizia offesa, degno d’esser fuso in
bronzo.
I miei due tedeschi parlavano tra di loro in tedesco_, e allor chi li
capisce_? S’entra nella sala dei manoscritti e domandano di vedere quel
che c’è delle Epistole di Cicerone. Ne reco parecchi codici preziosi,
quando quello dagli occhiali mi strizza l’occhio e mostrandomi un
codicetto in pergamena mi dice nella più pura lingua del Lazio se
glielo voglio vendere. _Mehercule!_ dissi io: _an te pudet, Germane_...
Chi sa che bella pagina di latino ha perduto la moderna letteratura!
S’intende che i due tedeschi se ne andarono scornati e il codice è
ancora là, nel suo scaffale. Ma faccia conto che al mio posto ci fosse
stato un povero diavolo carico di famiglia e di fame! Non c’è che
stracciare una scheda e stender la mano ai marenghi. Dunque? Dunque,
cosa strana, gli impiegati delle biblioteche non sono forse al loro
posto, ma sono onesti.
Conclusione:
1. L’Italia è il paese che ha più biblioteche e meno bibliotecari.
2. Se ci sono ancora biblioteche in Italia, si deve alla fenomenale
onestà degli impiegati retribuiti come tutti sanno.
3. Se si tira avanti così, verrà il giorno che essendo le biblioteche
italiane in Germania o in Inghilterra, il bilancio risparmierà le paghe
del personale.
4. Il Governo fa il suo dovere; nomina delle Commissioni.
PER UNA GUIDA
Luoghi più belli non ne avevo mai visti.
Sul giogo dell’Appennino centrale, dove la strada, raggiunto il
valico tra la valle romagnola del Montone ed il Mugello dall’Alpe di
San Benedetto scende a San Godenzo, sono alcune case bige, misere ed
aggrondate. Il vento lassù imperversa con furia d’inferno e le case
hanno certe finestruole dove, non che il vento, non passa nemmeno
l’ossigeno. Ivi, lungo la strada e pel tratto di parecchi metri, sta un
muraglione massiccio e gigantesco, ornato di una iscrizione che narra
come l’ultimo Granduca facesse costruire quel riparo perchè il vento
non travolgesse più le carrozze, i cavalli e di viandanti nei borri lì
sotto.
Dante salì a questo valico. Egli vide il Montone alle sorgenti, come ci
fa intendere nel XVI dell’Inferno:
Come quel fiume, c’ha proprio cammino
Prima da monte Veso in ver levante
Da la sinistra costa d’Appennino,
Che si chiama Acquacheta suso, avante
Che si divalli giù nel basso letto,
Ed a Forlì di quel nome è vacante,
Rimbomba là sovran San Benedetto
Da l’Alpe, per cadere ad una scesa
Ove dovria per mille esser ricetto;
Così ecc.
e forse fu quando si recò a San Godenzo con altri illustri fuorusciti
per indurre gli Ubaldini a quei tentativi su Ganghereto e Gaville che,
come gli altri, riuscirono vani. Il Del Lungo fa risalire al 1302 il
documento _actuu, in choro Sancti Gaudentii de pede Alpium_ che Dante
firmò; ed erano quindi passati 578 anni allorchè noi seguivamo la
stessa via.
L’ultima delle casupole che stanno sul valico è l’osteria della Mea,
dove giungemmo sull’imbrunire. Ai Poggi, poco lontano, c’era stata
in quel giorno una fiera celebre nei dintorni, e la strada davanti
all’osteria, era affollata. Eravamo appena giunti, che tutti quei
montanari, come presi da una convulsione fulminea, cominciarono
a gridare ed a regalarsi reciprocamente certi pugni che parevano
catapulte. La nipote della Mea con un coraggio da amazzone si ficcò a
testa bassa nella mischia per difendere il fratello Marco che stava
facendo una splendida collezione di quei pugni montanari, e noi dietro
per strapparla dalla mischia, prendendola a traverso, tirandola e
brancicandola senza riguardo. Se non fossero stati quei benedetti pugni
che grandinavano fitti e saporiti, la nostra missione di difensori
delle dame sarebbe stata invidiabile, perchè l’Agatina è una bella
ragazza in parola d’onore; ma avevamo troppe distrazioni per pensarci
bene in quel momento.
Il nostro intervento calmò un poco la burrasca, ed era tempo, perchè
de’ miei buoni compatrioti che abitano il versante adriatico c’è
poco da fidarsi in quelle baruffe. Allora volemmo saperne la cagione
per toglierla di mezzo ed impedire che si rinnovasse: ma fu inutile.
Nessuno, nemmeno i più accaniti combattenti, seppe mai dire il perchè
della faccenda; tutti, nessuno eccettuato, protestarono di aver
cominciato a picchiare perchè avevano visto gli altri fare lo stesso, e
non rimase che dar la colpa al vino. Allora, per curare i mali secondo
il metodo omeopatico _similia similibus_, consigliammo di far portare
nuovi fiaschi, ed a maggior gloria del dotto Hahnemann la ricetta operò
bene. Non tardò Marco, il più pericoloso dei pugillatori, ruzzolò in un
fosso e cominciò a russare come una locomotiva.
Ma per rendere più solida la riconciliazione, pensammo di ricorrere
alle delizie della coreografia. C’era un suonatore d’organetto che
per salvare il suo istrumento dalla battaglia aveva preso tanti pugni
quanti ne poteva portare. Lo consolammo a contanti e la Mea portò via
la tavola della camera più grande, accese quattro candele di sego e
diede all’Agatina il grazioso permesso d’aprire il ballo coi pacieri. E
si ballò.
Infelicissima idea! Non c’erano donne e i buoni montanari cominciarono
a ballare tra loro. Noi, che avevamo in corpo qualche diecina di
chilometri di strada montana, dovevamo alzarci alle due dopo mezzanotte
per salire la Falterona e scendere a Stia in Casentino; ma quando ci
recammo ai nostri canili per riposare, ci accorgemmo con terrore che
la sala da ballo era proprio sulla nostra testa. Il palco di tavole,
sorretto da un trave lungo ed elastico, salvata fragorosamente sotto
le scarpe ferrate dei danzatori montanini, e l’organetto cigolava
lamentandosi come una ruota mal’unta, e la casa intera vibrava dalle
intime viscere come se le passasse attraverso un reggimento di
artiglieria al galoppo. Andate a far del bene!
Non ci fu verso di chiuder occhio. Prima cominciammo a prender la
disgrazia con rassegnazione e, distesi sui pagliericci, raccontammo le
storielle più allegre, le avventure più galanti del nostro repertorio:
poi ci seccammo, ci impazientimmo, ci tornammo a seccare, finchè verso
un’ora impresi l’autentica narrazione del mio primo amore ed i miei
compagni s’addormentarono.